Dopo il referendum sul
welfare
Rilanciare il conflitto!
Francesco Doro*
L’8 il 9 e 10 ottobre si è svolta,
tra i lavoratori e i pensionati, la “pseudoconsultazione referendaria” sugli
accordi del 23 luglio (vale a dire il Protocollo Damiano sulle pensioni e sul mercato
del lavoro) firmati da governo, sindacati concertativi e Confindustria. Un
accordo che peggiora ulteriormente le condizioni materiali di tutti i
lavoratori, dei giovani, degli anziani, delle donne e dei precari: lo “scalone”
Maroni è modificato con l’introduzione di “scalini”, la legge 30 rimane
invariata, peggiorano le condizioni dei contratti a tempo determinato, s’incentiva
l’uso in modo ancor più massiccio degli straordinari da parte dei padroni, si
taglieggiano ulteriormente le pensioni, si prosegue nello smantellamento dei
contratti collettivi di lavoro (il protocollo è stato affrontato in maniera
approfondita nel numero precedente del giornale e sul sito web con vari
articoli).
Il giorno dopo, giovedì 11
ottobre, i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil illustravano con grande
soddisfazione il risultato ottenuto, rendevano noti i dati ampiamente attesi
snocciolando i “numeri ufficiali”, esaltando “la grande partecipazione
democratica” con l’enorme affluenza al voto di 5 milioni tra lavoratori e
pensionati, sottolineando con grande fervore che la stragrande maggioranza dei
votanti erano d’accordo con l’intesa siglata contro un’esigua minoranza di voti
contrari. Questo risultato, frutto della modalità di svolgimento di questa
consultazione, ha favorito non poco il consiglio dei ministri del 12 ottobre
che approvava la traduzione in legge dell’accordo.
Referendum o plebiscito?
Nelle assemblee che hanno
preceduto il voto non era previsto alcun contraddittorio e tutta la gestione,
dalla convocazione al materiale informativo distribuito, era in mano ad una
presidenza costituita dalla burocrazia sindacale favorevole all’accordo e,
dall’apertura alle conclusioni, solo in qualità di delegati e lavoratori è
stato possibile intervenire contro l’accordo con tempi, tra l’altro, molto
ristretti. Inoltre, si sono registrate in diverse categorie, tra cui il
pubblico impiego, assemblee non fatte oppure sostituite da assemblee
territoriali andate deserte.
L’assenza del controllo operaio,
se non nelle grandi imprese sindacalizzate con una forte sinistra sindacale, ha
lasciato lo spazio necessario alle burocrazie di turno per operare nella
maniera più scandalosa possibile: funzionari che si presentavano alle assemblee
con pacchi di schede in bianco e poi andare via introducendole appena votate
nelle loro borse; scatoloni ai seggi elettorali privi di qualsiasi garanzia
contro le manipolazioni; seggi elettorali allestiti nelle piazze, nei mercati e
persino nelle sedi del Partito democratico; si è inoltre votato senza nessuna
riservatezza e sotto l’occhio vigile del burocrate di turno, si è visto
l’utilizzo indegno dei pensionati nei patronati. Nelle piccole e medie aziende
il modello Cisl ha avuto ampi spazi: collaborazione attiva tra padroni e
burocrati sindacali nella gestione del voto. Solo cosi si può spiegare
l’altissima partecipazione; è l’esempio della Campania, dove più di 40.000
edili e di 60.000 dipendenti del mondo della scuola e dell’università si sono
presentati alle urne.
La Fiom, pur avendo dichiarato
la contrarietà all’accordo in fase di consultazione, si è sottomessa alla
“disciplina” della Cgil. La Rete
28 aprile e Lavoro e Società, la prima in minoranza, la seconda in maggioranza
con Epifani, hanno invece dato indicazione esplicita nelle assemblee di votare
contro gli accordi di luglio, inoltre la proposta della Rete 28 aprile di
costituire Comitati per il No, partita in notevole ritardo, in mancanza di un
lavoro coordinato in tutto il paese ed in aggiunta alle regole imposte da Cgil
Cisl e Uil hanno indebolito ulteriormente il fronte del dissenso. Tutta
l’operazione ha assunto una forma truffaldina direttamente proporzionale alla
portata della posta in gioco: l’avvio di un modello sindacale aziendalistico e
corporativo ed il sostegno alla politica economica e sociale del governo. D’altronde
la burocrazia sindacale non aveva da temere nessuna smentita da commissioni
elettorali, centrali e periferiche, strettamente controllate e monopolizzate.
L'importante
risultato del No nelle grandi fabbriche
Non c’è dubbio che al di là della
legittimità e veridicità di tale esito, il Sì è passato in maniera consistente
proprio per il sistema banditesco messo in atto. Dai dati forniti da Cgil, Cisl
e Uil alla consultazione hanno partecipato 5.115.054 votanti così divisi:
4.012.468 lavoratori attivi, 1.102.586 pensionati; i voti favorevoli sono
4.114.939 per una percentuale dell’81.62% mentre quelli contrari sono
stati 926.871 per una percentuale del
18.38%, dato questo molto importante. All’oggi (11 novembre) Cgil, Cisl e Uil
non hanno ancora pubblicato i dati scorporati per categorie e per province e
solo la Fiom ha
fornito i numeri del voto dei meccanici in maniera dettagliata. Nella categoria
hanno votato 607.890 lavoratori dei quali 310.00 hanno bocciato l’accordo per
una percentuale del 52%, mentre i Sì sono stati 282.587 per una percentuale del
47.61%, un dato significativo che va aggiunto ai 700.000 voti contrari nelle
altre categorie, un dissenso espresso soprattutto nelle grosse realtà.
Questo evidenzia come nelle
aziende dov’è stata possibile la presentazione delle ragioni contrarie
all’accordo, il dissenso operaio si è potuto esprimere anche alla presenza di
una consultazione truccata. Il No ha vinto in aziende importanti del gruppo
Fiat, da Mirafiori - in questi mesi gli operai sono stati protagonisti, durante
le presentazioni della riforma del Tfr e successivamente del protocollo
Damiano, di forti contestazioni alla burocrazia di Cgil Cisl e Uil ed al
Governo- a Termini Imprese, da Cassino a Melfi fino a Pomigliano, all’Iveco e
nel gruppo Piaggio, dalla Toscana all’Aprilia al Veneto, alla Ferrari come alla
Maserati, all’Elettrolux, alla St-microelectronics di Catania, all’Alenia di
Pomigliano, all’Ansaldo di Napoli, alla Same di Bergamo, alla Ducati, alla
Minarelli ed alla Magneti Marelli di Bologna, alla Carraro Assali di Padova,
alla tedesca ZF e nel gruppo Fincantieri.
Anche in altre categorie il
dissenso si è fatto sentire, nel commercio come all’Ikea di Padova e Milano,
alla Carrefur, nei servizi come all’Atm di Milano e all’APS di Padova, ad
Atesia il più grande call center d’Italia, nel turismo come ai Musei Civici di
Venezia, nel pubblico impiego dall’Università di Siena all’Università di
Torino. Al direttivo della Cgil, riunito il 22 e 23 ottobre e convocato con all’ordine
del giorno la “discussione e giudizio sul referendum”, è partito il processo nei
confronti della sinistra sindacale e della Fiom, accusati di aver sostenuto il
No in dissenso con la linea decisa dalla maggioranza della Cgil.
Epifani ha voluto così lanciare
un monito a Rinaldini per far rientrare la categoria dei meccanici sotto la
disciplina confederale, mentre a Lavoro Società, ancora in maggioranza, è stato
chiesto di riallinearsi; Cremaschi è stato accusato addirittura di aver gettato
discredito sulla confederazione parlando di brogli. Il documento approvato alla
fine del direttivo con 81 voti a favore, 31 contrari (maggioranza della Fiom,
Lavoro Società e Rete 28 aprile) e 1 astenuto, apre la strada alla resa dei
conti con una verifica a livello nazionale degli organismi dirigenti, un
passaggio questo che riduce gli spazi di democrazia all’interno della Cgil. Tutta
la sinistra sindacale, compresa la
Rete 28 aprile, subirà una forte pressione per adeguarsi.
In questi giorni la Rete 28 Aprile si sta strutturando
in area programmatica dentro la Cgil:
un “salto di qualità” inevitabile visto l’attacco in corso. Come assi centrali
ci sono una ferma e chiara opposizione alla linea di Epifani, la volontà di
presentare un documento alternativo a quello della maggioranza al prossimo
congresso della confederazione, il rilancio dell’indipendenza e l’autonomia nei
confronti dei governi.
Dopo il dissenso organizziamo e rilanciamo il conflitto: sciopero
generale!
Questi dati sono, da un lato, l’espressione di un forte dissenso tra i
lavoratori contro la politica economica e sociale del governo Prodi e del
padronato e, dall’altro, la resistenza ad un modello sindacale aziendalistico e
corporativo. Il Partito d’Alternativa Comunista è impegnato, a partire da quel
milione di no, a costruire un ampio fronte di lotta per la costruzione dello
sciopero generale unitario e di massa contro il governo e il padronato sulla
base di una piattaforma unificante di tutto il mondo del lavoro salariato, dei
precari, dei giovani, dei pensionati: per la difesa del potere d’acquisto dei
salari, per una pensione pubblica certa nei tempi e dignitosa nei rendimenti,
per un lavoro stabile e sicuro, contro la precarietà, contro questo sistema che
produce solo sfruttamento e miseria!
*Direttivo regionale
Fiom Cgil Veneto; coord. reg. Rete 28 aprile