Dopo lo sciopero generale di novembre
Quali prospettive per il sindacalismo di base?
Federico Angius*
Se il sindacalismo di base ha urlato tutto il proprio dissenso per una politica assassina dei diritti lo si deve ad un intenso lavoro preliminare che ha coinvolto tutte le strutture, la base e gli attivisti, nei livelli periferici delle organizzazioni, ma soprattutto ha fatto valere le ragioni di chi il sindacato lo fa nei luoghi di lavoro e ne raccoglie gli stimoli al conflitto.
Ma una doverosa precisazione merita la non totale adesione al dissenso manifestata in più ambiti e dalle più insospettabili strutture. Da un lato l’attenzione dei media è stata, sul piano locale e nazionale, maggiore rispetto all’immediatamente precedente passato ostracista; particolarmente attenta a definire soggetti e organizzazioni dello sciopero nelle loro denominazioni per esteso, laddove in precedenza si è sempre lasciato il compito testimoniale ad una generica appartenenza al sindacalismo di base. Ma dall’altra almeno in Sardegna (è opportuno ricordare qui la modalità dell’articolazione regionale scelta per lo sviluppo delle manifestazioni) la mobilitazione ha subito una lieve flessione di presenze nella manifestazione a Cagliari registrata in tutti i settori; flessione che non è connessa con l’alimentazione partecipativa di quella nazionale.
Sorgono due problemi forti di analisi su tali questioni. Come mai l’attenzione dei media pure in presenza di uno sciopero con una partecipazione ridotta rispetto al passato è maggiore e si ritiene di doverne comunque dare notizia, snocciolando peraltro con precisione i nomi delle sigle aderenti? Evidentemente la forza e la drammaticità dei temi, portati dalla piazza nelle piazze, ha esercitato un’influenza non da poco sui mezzi di comunicazione locale, sempre così poco attenti a registrare il disagio sociale e la conseguenza reale delle politiche “retrive” del lavoro. Forse una naturale sensazione di scoramento ha disaffezionato lo zoccolo duro dei cortei, i precari per esempio, più impegnati negli incontri di palazzo per sperare nella caduta di poche briciole (o forse di poco più che una promessa) sul piatto dei loro orizzonti di stabilizzazione. Aderiscono moralmente (nelle assemblee e nei contatti telefonici) chiedendo poi il giorno seguente come è andata e quali sono i prossimi passi.
Ma la realtà cruda è che la cultura della delega in bianco e del territoriale che ti cambia il pannolino, inculcata da anni di confederalismo strisciante, è dura a morire. Ma gli spiragli di lotta ci sono. Nelle città si agita uno spettro (non ancora troppo temibile) fatto di contratti instabili o inesistenti che riempiono se non le piazze almeno le singole assemblee; per superare l’isolazionismo va spiegata la forza della coscienza di classe e dell’unità dei lavoratori, dimostrata da anni di lotte come evidenziata per contrasto da anni di sconfitte e tradimenti riformisti dove questa forza ha subito censure e arretramenti. Per far cresce questa coscienza occorre non abbandonare ora la strada del conflitto per improbabili promesse emendative alla finanziaria, ma serve nuova mobilitazione unitaria apertamente conflittuale e anti-concertativa che dia una spallata al governo dei padroni che oggi tiranneggia i lavoratori.
*RdB Cub Cagliari, resp. settore privato




















