Il partito che la borghesia italiana tanto aspettava...
Il vero volto del veltronismo
Davide Margiotta
Dal tracollo della Democrazia Cristiana, la borghesia italiana non ha più un proprio partito di riferimento con un’ampia base di massa. Nelle menti dei suoi ideatori, il Partito Democratico deve sopperire a questa mancanza. In questo progetto hanno ovviamente una parte determinante i Ds che, nonostante abbiano da tempo operato una chiara svolta liberista, portano in dote un importante controllo del movimento operaio ereditato dai tempi del Pci, tramite il controllo della maggioranza del gruppo dirigente della Cgil.
Alle recenti primarie che hanno incoronato Walter Veltroni, tutti hanno potuto osservare i massimi rappresentanti del grande capitale e della grande finanza in fila per votare: De Benedetti, Tronchetti Provera, Profumo, Moratti (per non parlare di Maria Paola Merloni, rappresentante diretta del grande capitale inserita da Veltroni nello stesso esecutivo del partito). Questi “grandi” del capitalismo italiano benedicono la nascita del proprio partito. Il progetto del Partito Democratico ha radici certamente antiche, ma non c’è dubbio che il crollo verticale di consensi del governo dell’Unione ha impresso una accelerazione al processo: c’era urgenza di “rimpiazzare” il vecchio, stanco e noioso Prodi con una ventata di brio e di novità, rappresentata dal sindaco di Roma Veltroni (per la verità pure lui una vecchia volpe della cosiddetta Prima Repubblica, ma tant’è; questo oggi passa il convento).
Il peso del Pd e la nuova forma-partito
È evidente che le posizioni del Pd e di Walter Veltroni avranno un peso determinante sulle decisioni del governo, e non è difficile immaginare come quello che restava del laicismo dei Ds sarà definitivamente sacrificato sull’altare delle compatibilità col Vaticano. La composizione del nuovo partito segue due strade differenti, ma tra loro fortemente complementari: da una parte si cerca di ricostruire un partito borghese radicato nella società, nelle città, nei quartieri; dall’altra si vuole evitare però la democrazia più o meno reale dei grandi partiti di massa del Novecento. Questi partiti erano costruiti sul territorio, avevano una struttura gerarchica piramidale, ed erano formati da grandi correnti al loro interno. In questo campo è stata operata una sorta di rivoluzione, una ristrettissima oligarchia di burocrati prende le decisioni che poi la base di massa di volta in volta è chiamata a ratificare tramite strumenti di finta democrazia come le primarie, evitando così qualsiasi tipo di partecipazione reale della base nelle scelte del partito.
Il Partito Democratico, seppur in forma un po’ diversa, è l’equivalente di quello che ha costruito Berlusconi con Forza Italia: un vero e proprio comitato elettorale, qualcosa che è tutto tranne che un partito.
Il programma del Pd
Per il neosegretario il senso da dare al nuovo partito è quello di “dare il via a una nuova stagione di politica senza odio”. In questa semplice frase si racchiude il senso del veltronismo: cancellare dall’agenda politica il conflitto di classe, lo scontro politico, per dare vita ad un perenne inciucio tra padronato, sindacati aziendalistici, governo e opposizione, nel tentativo disperato di rilanciare l’agonizzante capitalismo italiano. Non è un caso che il presidente di Confindustria uscente Montezemolo abbia più volte applaudito gli interventi di Veltroni: il loro programma coincide, essendo il programma della grande borghesia italiana che punta a rendere il precariato perenne, a distruggere il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, a rendere il sindacato una mera appendice dell’azienda, a privatizzare quel che resta di non privatizzato per rilanciare i profitti (a partire dalle pensioni), a espandere il capitalismo italiano anche con l’aiuto di missioni di guerra.
L’esordio di Veltroni segretario del Pd: via gli immigrati!
Dal giorno della sua incoronazione Veltroni ha di fatto rappresentato il nuovo leader-ombra del governo, e la prima dimostrazione di ciò è avvenuta in occasione della nota uccisione della moglie di un ufficiale della Marina per mano di un immigrato, avvenuta proprio a Roma. Il primo a intervenire sulla vicenda è stato infatti proprio lui, dichiarando immediatamente che un simile orrore richiedeva interventi straordinari e immediati, e reclamando al premier Prodi e poi al ministro dell’Interno Amato, “interventi straordinari” a partire dalle espulsioni. Palazzo Chigi rispondeva all’appello immediatamente convocando un Consiglio dei ministri straordinario per trasformare in decreto legge il disegno di legge sui rimpatri.
La norma varata all’unanimità conferisce nuovi poteri di espulsione ai prefetti e apre la caccia a rumeni e rom. Centinaia di poliziotti e carabinieri sono stati sguinzagliati per demolire le baracche della periferia della Capitale, avviando la deportazione delle popolazioni appartenenti a etnie considerate pericolose e geneticamente predisposte alla violenza. Bande di fascisti hanno colto prontamente la palla al balzo, giustificati dal decreto appena varato e dall’ignobile campagna mediatica orchestrata ad arte, scatenando la caccia allo zingaro per Roma.
L’inganno del bipolarismo
Il progetto delle classi dominanti è quello di avere due partiti che si possano alternare al potere senza mettere in crisi la governabilità del sistema, cioè garantendo i loro interessi senza intoppi. Ogni cinque anni gli sfruttati possono liberamente scegliere chi organizzerà il loro sfruttamento e la loro rapina per i cinque anni successivi in maniera “democratica”: questo è il senso della democrazia parlamentare, che trova la sua massima espressione nel sistema bipolare. L’illusione che uno dei due poli borghesi, o uno dei due partiti borghesi, possa fare anche in minima parte gli interessi dei lavoratori è una illusione mortale per il movimento operaio.
Il progetto dei leader della sinistra riformista, Bertinotti e Diliberto, di contrattare tramite la “Cosa Rossa” con questo partito è ancora più pericolosa di quella di contrattare con l’Unione, visto il peso specifico enorme di questa nuova forza borghese. È necessario invece scegliere una strada completamente opposta: ricostruire una rappresentanza autentica del movimento operaio, una forza comunista in grado di rappresentare gli interessi di tutto il proletariato e organizzare quella che da sempre è la più titanica delle lotte: quella contro gli sfruttatori. Il Partito di Alternativa Comunista si prefigge questo scopo e fa appello a tutti i partiti e le forze del movimento operaio a rompere ogni legame col Pd e il governo Prodi e costruire un vero partito comunista per contrastare davvero gli interessi della borghesia e porre le basi per una alternativa vera, che nella nostra epoca non può essere altro che una alternativa comunista.




















