“Cosa Rossa”: questione di sopravvivenza
Analisi del processo di aggregazione a sinistra
Valerio Torre
“Cos’è quella cosa che odora di rosa? Rosa non è, indovina che cos’è!”.
Con questa filastrocca, ripresa da Eduardo De Filippo in un’indimenticabile poesia dedicata all’amore, le mamme di un tempo intrattenevano i propri bambini iniziandoli agli indovinelli. E proprio a questa filastrocca – che in realtà non ha una risposta definita – fa pensare la vicenda della “Cosa rossa” che da qualche tempo tiene impegnati qualche giornale quando è un po’ a corto di notizie più interessanti ma, soprattutto, gli stati maggiori dei partiti della sedicente “sinistra radicale” di governo (per intenderci, Prc, Pdci, Verdi e Sd), tutti indaffarati a recitare il mantra dell’unità a sinistra.
In realtà, il suo carattere cantilenante è l’unica cosa che permette di associare questa estenuante nenia in politichese ad un recitativo di antica nobiltà e tradizione popolare. Già: perché la noiosa commedia recitata dai vari Giordano, Diliberto, Pecoraro Scanio e Mussi non emana affatto un effluvio di rose, bensì un insopportabile puzzo di muffa.
L’aspirazione dell’unità a sinistra fra aspettative ed illusioni
Se, navigando in internet, si va su un qualsiasi forum di discussione, la quasi totalità degli interventi del c.d. “popolo della sinistra” è di plauso per quest’iniziativa, che, ufficialmente, dovrebbe mettere da parte le differenze esistenti fra le richiamate organizzazioni, puntando invece all’obiettivo che il senso comune dell’elettore medio ritiene imprescindibile: la fine delle divisioni nella sinistra ed il raggiungimento della tanto sospirata unità che dovrebbe consentire la formazione di una più forte organizzazione della sinistra, soprattutto dopo la nascita del Partito democratico di Veltroni.
Le sconfitte storiche del movimento operaio italiano, la dissoluzione del Pci, le fallimentari recenti esperienze dei governi di centrosinistra, hanno di fatto sedimentato una simile aspirazione, nell’illusoria speranza che un unico partito “di sinistra” possa fungere da contrappeso rispetto alle fluttuazioni sempre più centriste degli eredi dei Ds e della Dc, nel quadro di un’alleanza più o meno obbligata per contrastare la vittoria della destra.
E, naturalmente, ognuna delle organizzazioni che dovrebbero confluire in questa fantomatica “Cosa rossa” fa affidamento proprio su quest’aspirazione di massa per accelerare i tempi del processo di unificazione. Ciò potrebbe far pensare all’ingenuo elettore di sinistra che, allora, le differenze sono davvero minime e che sono maturate finalmente le condizioni per porre fine alla negletta diaspora della sinistra.
È davvero così?
Unire le differenze
Dei quattro partiti che dovrebbero formare questa nuova aggregazione solo tre provengono dalla tradizione (stalinista) del movimento operaio; mentre i Verdi sono sostanzialmente una formazione le cui istanze ambientaliste sono il crocevia di ideologie piccolo-borghesi e progressiste.
Degli altri tre, due (Prc e Pdci) si richiamano – almeno ancora formalmente – alle simbologie del partito comunista, mentre Sd è il portato della scissione prodottasi in seno al processo di fondazione del Pd da parte di chi, dopo aver difeso la Bolognina nell’illusione di condizionare da sinistra la deriva liberale del Pds/Ds, non voleva abbandonare tutti i riferimenti socialdemocratici.
Sta di fatto che le politiche antipopolari ed antioperaie del governo Prodi hanno sempre più messo nell’angolo la “sinistra radicale”, cooptata nell’esecutivo – com’è noto – allo scopo di contenere e depotenziare le lotte e le dinamiche di massa. Scricchiolii ce ne sono stati parecchi (elezioni amministrative, manifestazione del 9 giugno) ed i sondaggi sono risultati impietosi: crollo verticale dei consensi, rapido allontanamento dei militanti, ecc.
All’orizzonte, poi, l’incognita del sistema elettorale, che, non essendo affatto neutro, può garantire la sopravvivenza di un ceto burocratico o sancirne la definitiva scomparsa.
Occorreva, allora, tirare fuori dal cilindro un bel coniglio bianco… pardon, rosso. E quale idea migliore di un “cantiere” per un’aggregazione a sinistra? Prima Bertinotti con un’intervista delle sue; poi l’invito all’unità lanciato da Salvi al congresso del Pdci; quindi, il coordinamento dei gruppi parlamentari per azioni comuni; infine, il tracciato di un percorso contraddittorio, fatto di accelerazioni (“tesseramento subito!”, proclamò Franco Giordano alla Direzione nazionale del 15 ottobre scorso[1]) e rallentamenti (“no, al massimo prima una confederazione per affrontare le elezioni del 2008 e poi si vedrà”, obiettarono Pecoraro Scanio e Diliberto), fino a veri e propri arresti (voto disgiunto dei ministri della “Cosa Rossa” in Consiglio dei ministri sul protocollo welfare; mancata partecipazione di Sd alla manifestazione del 20 ottobre promossa da Prc e Pdci); ma comunque un percorso che porta dritti dritti verso la fondazione di un partito socialdemocratico che possa costituire la vera gamba sinistra del Pd.
Bertinotti ci spiega tutto
Tuttavia, al di là delle segnalate differenziazioni, che hanno a che fare con gelosie d’apparato, la volontà comune dei quattro partiti è quella di portare a termine al più presto l’aggregazione. La stessa manifestazione del 20 ottobre è stata considerata un “atto fondativo”[2].
Il vero padrone di Rifondazione, quel Fausto Bertinotti che eterodirige il suo partito assiso sui velluti e circondato dagli arazzi della Camera dei deputati, non perde occasione di ribadirlo: “Come viene fuori questa ‘cosa’? Un po’ rozza, approssimativa, ma unitaria. Tutto il resto viene subito dopo: come deve essere organizzata, che tipo di costruzione teorico-politica, la definizione del programma fondamentale … Ma bisogna partire, con chi ci sta”[3].
Questo spiega tutto: fabbricare una scatola vuota pur di tutelare la burocrazia governista di questi partiti che fa delle scelte di governo con la borghesia l’occasione della propria autoconservazione e della propria perpetuazione.
Non bisogna dimenticare, infatti, che la decisione di fondare la “Cosa Rossa” trova le sue vere ragioni in problemi di sopravvivenza. È ormai un dato acquisito che con l’attuale sistema elettorale i governi che si succedono non sono caratterizzati né da stabilità, né – soprattutto – da omogeneità[4]. Ed è in discussione da tempo la necessità di approvare una nuova legge elettorale che consenta una stabilizzazione del quadro politico nel quale i piccoli partiti siano ridotti a pura testimonianza, se non addirittura espulsi dalle aule parlamentari attraverso sbarramenti ed altri meccanismi che premino soprattutto quelli grandi in un panorama di salvaguardia del bipolarismo e, addirittura, nella prospettiva del bipartitismo.
La “Cosa Rossa”, dunque, è una scelta obbligata per la sopravvivenza della piccola burocrazia dei quattro partiti che concorrono a formarla: la sua nascita[5] costituirà l’ennesima illusione per il popolo della sinistra, perché il nuovo soggetto – al di là delle vuote questioni sul nome o sul simbolo – percorrerà come sempre la strada dell’alleanza con la borghesia.
[1] In questa riunione della Dn del Prc vennero individuati come eventi di portata tale da richiedere una fortissima accelerazione del processo formativo della “Cosa Rossa” il risultato del referendum promosso da Cgil, Cisl e Uil, da un lato; e, dall’altro, l’esito plebiscitario delle primarie per l’elezione del segretario del nascente Pd. Tuttavia, la spinta acceleratrice di Giordano è stata sempre contrastata da Verdi e Pdci, che non vedono di buon occhio una vera e propria fusione, puntando invece per il momento su una federazione di partiti.
[2] Certo, tacendo il fatto che uno dei “soggetti fondatori” (Sd) mancasse per meditata scelta all’atto fondativo!
[3] Intervista rilasciata a il manifesto, 10 novembre 2007.
[4] Caratteristiche – queste – reclamate dalla borghesia perché i programmi antipopolari ed antioperai possano essere approvati ed applicati senza particolari resistenze.
[5] I prossimi 8 e 9 dicembre sono convocati gli “Stati generali” della “Cosa Rossa”: nome altisonante per un’assemblea che avvierà formalmente il percorso dell’unificazione.




















