Partito di Alternativa Comunista

Toni Negri: qualche precisazione necessaria

Toni Negri: qualche precisazione necessaria

 

 

 

La parte per il tutto. La morte di Toni Negri è una occasione per la stampa borghese per tornare ancora una volta a identificare le lotte di massa operaie e studentesche degli anni Sessanta e Settanta con il terrorismo piccolo-borghese; quest'ultimo con l'Autonomia operaia e per racchiudere infine nel nome di Toni Negri la condanna di una straordinaria stagione rivoluzionaria.
È dal versante diametralmente opposto che noi guardiamo a Negri. Non un pericoloso rivoluzionario ma piuttosto l'artefice di vari tentativi fallimenari di revisionismo del marxismo, lungo una parabola discendente che inizia con l'operaismo di Tronti e Panzieri, passa per Potere Operaio e la fondazione di Autonomia Operaia, gli anni della repressione e delle «leggi speciali» dello Stato borghese, della sua magistratura e dei suoi apparati (con l'ausilio del Pci berlingueriano), in cui si inserì la persecuzione di Negri da parte della magistratura borghese (il «processo 7 aprile»), fino ad arrivare alle ultime teorizzazioni sulla «moltitudine» e l'«Impero», che hanno fatto da copertura a varie stagioni del riformismo e della collaborazione di classe a varie latitudini, dall'Italia al Venezuela di Chavez.
L'articolo di Fabiana Stefanoni che riproponiamo qui sotto è dedicato a criticare quest'ultima stagione negriana. Pubblicato originariamente sul numero 9 (del 2016) di Trotskismo oggi, crediamo sia utile anche oggi per indagare il logico epilogo del «negrismo» che, a differenza di quanto scrivono in queste ore i giornali, più che un pericolo rivoluzionario per la borghesia e il suo Stato ha sempre costituito una deformazione del marxismo e dunque uno dei tanti modi con cui si è disarmata dal punto di vista teorico la lotta rivoluzionaria (F.R.).

 

Classi o moltitudini? Critica alle teorie di Antonio Negri

 

di Fabiana Stefanoni

 

Riproponiamo e rielaboriamo in questo articolo alcune note critiche sul pensiero di Antonio Negri (detto Toni), in parte già pubblicate in passato sul periodico Progetto comunista. Sono state depurate da riferimenti contingenti al contesto politico degli anni in cui sono state scritte (nei primi anni del Duemila), e aggiornate alla luce dell’evoluzione del pensiero dello stesso Negri. Pensiamo che le critiche di allora siano ancora attuali, dato che esiste una tendenza, radicata nel dibattito a sinistra, a considerare la classe operaia come un «soggetto superato», soppiantato da «nuovi soggetti» nella costruzione di un’alternativa di società.

 

Le moltitudini alla prova dei fatti

Si tratta di una tendenza, a dire il vero, che in Italia sopravvive soprattutto negli ambienti accademici e giornalistici, slegati dallo sviluppo reale delle lotte. Gran parte della sinistra italiana che si richiamava alle teorizzazioni negriane della moltitudine è stata costretta a ricredersi. Penso, ad esempio, a una parte dell’area dei centri sociali (in particolare quelli del nord-est, i cosiddetti «Disobbedienti») che, fino a qualche anno fa, riteneva vetusto e anacronistico il richiamo alla classe operaia come soggetto centrale della lotta. Oggi quegli stessi soggetti politici, per poter continuare a «generare conflitto», hanno dovuto ricredersi nella pratica e ritornare a rivolgersi proprio alla classe operaia. Non a caso, hanno deciso di centrare il loro intervento sindacale sugli operai immigrati della logistica, che lottano anzitutto per rivendicazioni salariali (1). La realtà viva e materiale della lotta di classe, che come sempre ignora le astrazioni dei filosofi (o presunti tali), ha avuto la meglio, in Italia e non solo, sui tentativi di porre una pietra tombale sull'analisi marxiana delle classi.
Ma, come spesso succede negli ambienti accademici, le astrazioni hanno la testa più dura dei fatti. Ed è così che, soprattutto in America Latina, alcune teorie qui da noi già smentite dal corso degli eventi, sono lì rispolverate come straordinarie novità. Non solo: anche in Europa alcune formazioni politiche recenti, come ad esempio Podemos, si sono richiamate a concetti per certi versi molto simili. È quindi utile tornare anche oggi su questi temi, un tempo in Italia tanto in voga negli ambienti di Rifondazione comunista (temi che hanno rivelato la propria inconsistenza insieme con le ricette riformiste della stessa Rifondazione, oggi non a caso in crisi profonda).
Il concetto chiave delle teorizzazioni negriane, basate sull'idea che sia superata l'analisi di classe, è il concetto di «moltitudine». Questo concetto viene approfondito in particolare in tre libri, di cui riproponiamo qui la recensione: Guide: cinque lezioni su Impero e dintorni (Antonio Negri, Cortina Raffaello, 2003), una raccolta di saggi titolata L’Europa e l’Impero (Antonio Negri, Manifestolibri, 2003) e, soprattutto, Moltitudine (Michele Hardt e Antonio Negri, Rizzoli, 2004). Si tratta, in tutti e tre i casi, di tentativi di correggere alcune teorie elaborate in un'opera precedente degli stessi Negri e Hardt, che fece ai tempi molto clamore (e che diventò un vero e proprio best seller): Empire (Harvard University Press, 2000, pubblicata in Italia da Rizzoli col titolo Impero). Le profezie contenute in Empire, dopo meno di tre anni dall'uscita del libro, già avevano ricevuto una clamorosa smentita dai fatti.

 

Quando una teoria non funziona…

Se in Empire veniva dato per certo il dissolversi di qualsiasi possibilità di guerra intesa nei termini classici di conflitto intercapitalistico a vantaggio dell'esplodere di fantasmagoriche «guerre civili» entro i confini dell'Impero; se si sosteneva l'avvenuto passaggio epocale alla nuova era del «lavoro immateriale» destinata a tradursi nel fatale cadere del movimento dei lavoratori nel dimenticatoio della storia; se si profetizzava l'avvento di «nuovi corpi cyborg» capaci di muoversi in spazi liberati in virtù della sola forza di volontà; tutte queste previsioni non si sono realizzate. Il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici è sceso in piazza e si è fatto sentire con rinnovata forza (benché ancora una volta tradito da direzioni riformiste); l'ideologia degli «spazi liberati» ha rivelato il proprio carattere illusorio a fronte dell'aggravarsi delle condizioni materiali, di vita e di lavoro, delle nuove generazioni; soprattutto, lungi dall'essersi appianate in un'immaginifica Pax Imperii, le contraddizioni imperialiste sono esplose palesemente in occasione delle guerre e dei conflitti in Medio Oriente [e oggi anche in Europa, ndr] e le profezie di un dominio «pacifico» sono state palesemente smentite.
Negri ha dovuto quindi in qualche modo fare i conti con la storia. Ha cercato di uscirne, in maniera goffa, facendo affidamento sul fatto che la teoria dell'Impero era talmente fumosa da lasciare spazio alle più disparate interpretazioni. È così che, nella notte in cui tutti i gatti sono grigi del nuovo ordine imperiale, è spuntata l'ammissione che sì, forse c'è qualcosa di imperialista nella pratica del governo statunitense; ma tutto questo non c'entra con l'Impero che è e resta un non-luogo, una «sovranità che non ha esterno», che non ha centro né confini, che è e che non è (si veda Guide: cinque lezioni su impero e dintorni di Antonio Negri, una raccolta di saggi accuratamente scelti per supportare questi voli teorici). In che cosa consista questa «nuova sovranità» proprio non si capisce, ma Negri ci consola con benevolenza: non lo capiamo perché non si può dire, per ora, dove essa risieda, sicuramente non più negli Stati nazionali, sicuramente altrove, probabilmente nell'Impero ma nessuna certezza è data: aspettiamo fiduciosi il calar della sera e tutto un dì sarà più chiaro.
Ma non finisce qui. Nel giro di pochi mesi nelle librerie è comparsa un'altra raccolta di saggi negriani, L'Europa e l'Impero (Manifestolibri, 2003), che, per com'è impostata, ribalta pure questa insistenza sulla nebulosità dell'Impero: il potere imperiale torna a coincidere – perlopiù – con gli Usa, la cui «incontrastata egemonia» è data per incontestabile. Negri si sveglia un bel mattino e si ricorda di aver già dato un volto e un nome alla «forza eccessiva e straripante» (sic!) della moltitudo: Europa Unita. Di fronte allo strapotere statunitense, l'Europa – quasi entità metafisica – rappresenta «un segno di efficienza produttiva, di maturità degli spiriti, di modernizzazione culturale». Da qui l'esaltazione dell'introduzione dell'euro, di Francia e Germania quali incarnazioni delle forze più vive europee, dell'Europa politica, del mercato unico, della «centralizzazione di politica estera e militare», dello sviluppo di strutture federali: tutto ciò, secondo Negri, gioverebbe al «proletariato europeo del postfordismo» (non si capisce il perché, esattamente come non si capisce in cosa tale proletariato consista). La prospettiva di un altro mondo possibile si riduce al far dispetto alla superpotenza americana: dato che il potere imperiale Usa non vuole l'unità politica dell'Europa di conseguenza va bene per noi, evidente no? Non solo: tutti coloro cui conviene la costituzione dell'Europa Unita diventano inesorabilmente nostri alleati, a partire dalle «imprese europee che si sono ristrutturate sullo spazio multinazionale» e dalla «borghesia tecnocratica e intellettuale che pone il problema dell'unità politica europea come terreno di trasferimento (e di consolidamento) del privilegio tecnocratico e amministrativo» (sic!). 

 

Il concetto fumoso di moltitudine

E ora prepariamoci ad altri voli pindarici con la lettura di Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine mondiale (Michel Hardt e Antonio Negri, Rizzoli, 2004).
Se la prima parte di quest’opera può indurre bonari sorrisi per l’eccentricità della lettura dello «stato di guerra globale» e dei processi di ristrutturazione del capitalismo, alla fine il lettore è catapultato con disarmante consequenzialità in proposte politiche di esplicito sostegno al capitale finanziario internazionale. Ma procediamo con ordine.
Il libro si apre con un’imbarazzata rettifica (anche qui!), camuffata da «precisazione», di alcune teorie che erano al centro di Empire: la Pax Imperii, che i due autori profetizzavano come immanente in virtù del nuovo ordine imperiale, in Moltitudine si precisa come «simulacro di pace». Negri e Hardt nel 2000 disegnavano incontrovertibili scenari «internazionalisti e pacifisti» fruibili a breve termine: qualche cosa la dovevano pur dire di fronte all’esplosione di nuovi conflitti bellici (Afghanistan, Iraq). Se la cavano con la suddetta precisazione - il fatto che ciò smentisca i due terzi dell’opera precedente è un particolare insignificante per menti postmoderne liberate dalle brutali catene della logica classica - e con una brillante acrobazia si sbilanciano fino ad indicare nello «stato di guerra permanente e generalizzato» l’essenza del mondo contemporaneo (si veda la prima sezione del libro, intitolata per l’appunto «Guerra»). Di più: nella postmodernità la guerra assume un «carattere assoluto e ontologico» (verrebbe da pensare che l’unica possibilità che ci resta sia quella di rassegnarci cristianamente a contemplare la bontà del creato...), siamo cioè nell’epoca della quarta guerra mondiale (la terza era la guerra fredda). La teoria è ovviamente abbondantemente condita con accenni al «biopotere», alla «produzione bellica postfordista» e altre arguzie linguistiche già note ai lettori di Empire.
Ciò che più colpisce è vedere quali strategie di resistenza si disegnano di fronte allo «stato di conflittualità globale e permanente»: è dichiarata vetusta, comunque completamente inefficace e anzi deleteria a causa del «carattere intrinsecamente antidemocratico», ogni forma di resistenza armata. Per gli autori fu grave responsabilità di Engels e Trotsky in primo luogo l’aver favorito la trasformazione delle bande della guerriglia in una struttura armata centralizzata: ai loro occhi proprio questo tipo di organizzazione dell’esercito è stata all’origine di «forme politiche rigidamente gerarchiche e centralizzate» (definizione che amalgama in un tutto indistinto sia le esperienze politiche immediatamente successive alla rivoluzione d’ottobre sia le successive degenerazioni dello stalinismo).
A cosa aggrapparsi dunque oggi per pensare a forme di resistenza alla guerra globale imperiale? Per individuare nuove strategie occorre partire da un assunto che Negri e Hardt considerano scontato: l’avvenuta trasformazione delle forme della produzione sociale nel senso della «produzione biopolitica», della «fabbrica sociale» e del «postfordismo». Non è qui il caso di dilungarsi a scandagliare il senso di queste perle del pensiero post-operaista: basta ricordare che da qui deriva la teorizzazione di «nuove soggettività» resistenti che, sul modello di internet, danno vita a forme di «reti acefale composte da una pluralità irriducibile di nodi in comunicazione tra loro», cioè «le reti delle informazioni, della comunicazione e della cooperazione». Cosa concretamente tutto ciò – ahi noi – significhi al di là delle suggestioni lo si scopre solo dopo qualche centinaio di pagine. Ma prima bisogna fare i conti con la parte centrale del libro, che tratta del soggetto stesso dell’opera: la moltitudine.

 

Moltitudini sovversive in alleanza col capitale

In queste pagine si fa una gran carrellata delle più disparate teorie politico-filosofiche, dai presocratici a oggi: l’unico criterio che sottende alla ricostruzione è la volontà di liquidare come vecchio e retrogrado tutto ciò che nel passato ha rappresentato istanze di liberazione, teorie marxiste ovviamente comprese. Pure su questo terreno non mancano incoerenze grossolane - forse dovute a qualche distratto «taglia e incolla» - come quando, dopo aver criticato per pagine e pagine le teorie novecentesche, i due autori proclamano a gran voce la necessità di «tornare al Settecento».
Ma, di là da ciò, lo sforzo di caratterizzare la moltitudine - seppur in maniera astratta e buffamente scimmiottando la critica di Hegel all’assoluto di Schelling - si basa su una lettura immaginifica della produzione capitalistica: secondo i nostri autori, una presunta produzione immateriale e i connessi processi di cooperazione, partecipazione e comunicazione sarebbero diventati il «luogo del plusvalore». Staremmo in altre parole assistendo ad un cambio epocale, in grado di sancire l’illegittimità di qualsiasi richiamo alla classe operaia e alle masse proletarie quali soggetti del mutamento. Su queste basi, la moltitudo si presenta come «concetto aperto e inclusivo» - di contro alla nozione «esclusiva» di classe operaia -, fondato sulla produzione «biopolitica» e desideroso di democrazia: è la «molteplicità sociale che è in grado di comunicare e di agire in comune conservando le proprie differenze interne». Ciò che solo si capisce con chiarezza è che il concetto è fumoso, che questa moltitudine può essere tutto e nulla allo stesso tempo, che non può tradursi in nessun reale progetto di trasformazione dell’esistente.
Tuttavia, tanto è vago il concetto di moltitudine quanto sono invece tristemente nitide le politiche che i due autori vogliono propagandare. L’appello alla creatività, alla comunicazione, alla «cooperazione autonoma» assume un volto ben più macabro nelle poche pagine in cui si abbozzano piattaforme rivendicative. Da questo punto di vista la parte finale – «Esperimenti di riforma globale» - della seconda sezione è emblematica (qui viene il bello!).
Premessa di tutto il ragionamento è che «al giorno d’oggi, non c’è alcun conflitto tra riforma e rivoluzione (…). Oggi le trasformazioni sono talmente radicali che anche le istanze del riformismo possono comportare mutamenti rivoluzionari». Detto questo, vediamo come si articolano le proposte «riformiste» in questione. Nel paragrafo «Riforme della rappresentanza» si chiede una riforma del Fmi e della Banca Mondiale (sic!) che renda tali istituzioni «più responsabili di fronte al popolo». A seguire, si auspica qualche accorgimento nell’organizzazione delle Nazioni Unite (come il «rivoluzionario» ridimensionamento del potere del Consiglio di sicurezza), con l’augurio di espandere a livello mondiale il modello costituzionale statunitense… Non finisce qui. Nei paragrafi intitolati «Riforme economiche» e «Riforme biopolitiche», oltre a rispuntare dal cappello la Tobin tax e altre rivendicazioni cavallo di battaglia dei partiti riformisti, i due autori si lanciano in sperticati elogi all’Onu, tanto che le stesse risorse provenienti da quella tassa dovrebbero – ahi noi – finanziare proprio l’organismo atto a governare gli equilibri tra le potenze imperialiste del globo…
Ma tutto ciò non è nulla di fronte alla raccapricciante strategia che giustifica queste proposte (illusorie oltre che incapaci di configurare un’alternativa di sistema). Il potere sovversivo della moltitudo di fatto si riduce ad essere una questua rivolta al grande capitale internazionale e ai suoi organi di rappresentanza. Ciò che Negri e Hardt esplicitamente auspicano è «una nuova Magna Charta» concessa dalle cosiddette aristocrazie globali, vale a dire «le grandi multinazionali, le istituzioni sopranazionali, gli altri grandi stati nazionali e i potenti attori non nazionali». Ecco dunque il vero volto politico della teoria dell’Impero e della moltitudine: «l’alleanza tra le aristocrazie industriali e le moltitudini produttive». Dopo aver liquidato le battaglie anticapitaliste quali espressioni di veteromarxismo, dopo aver esorcizzato qualsiasi tipo di organizzazione partitica e rivoluzionaria, dopo essersi sbizzarriti per più di trecento pagine nell’elogio del «nuovo» e del «post», spunta una proposta politica contro cui già due secoli fa Marx ed Engels polemizzavano: la proposta di chi crede sia possibile far affidamento al buon cuore - o agli interessi, poco cambia - dei capitalisti per risollevare le sorti delle classi oppresse. I processi costituenti alternativi che Negri e Hardt vagheggiano hanno il sapore amaro di una presa in giro: ribellatevi, o moltitudini, che a cambiare il mondo ci pensano Banca Mondiale, Onu e Fmi…

 

Il recupero di vecchie teorie riformiste

Non è raro che la ricerca di «nuovi soggetti» del conflitto e di «nuovi linguaggi» vada di pari passo con l’abbandono di una prospettiva rivoluzionaria: la ricerca affannosa di nuovi schemi interpretativi nasconde spesso il tentativo di giustificare una capitolazione al riformismo.
Ciò è particolarmente evidente in una lunga intervista rilasciata da Toni Negri e pubblicata in un libro dal titolo significativo: Goodbye Mr Socialism (Feltrinelli, 2006). Negri è qui molto esplicito e dice con chiarezza ciò che pensa: «non penso ci sia la necessità di un partito rivoluzionario per risolvere i problemi, basterebbe più precisamente una governance democratica e un’amministrazione corretta» (i corsivi sono nostri). Seppur ammantata di un linguaggio nuovo, rispunta fuori una vecchissima teoria: è possibile cambiare il mondo con le riforme, senza abbattere il capitalismo.
In questo scritto Negri arriva persino a considerare interessante («apriva delle nuove possibilità di discussione») il lavoro dei giuristi del lavoro dei governi di centrosinistra D’Antona e Biagi - che hanno accelerato in Italia la precarizzazione del lavoro – e rivendica con orgoglio di essersi schierato «contro la difesa dell’articolo 18»! Tutto questo viene giustificato con un'affermazione inquietante per chi, come noi, continua a lottare contro precarietà e disoccupazione: secondo Negri, sarebbe un «errore della sinistra» quello di restare «prigioniera del problema dell’occupazione e della difesa del posto a tempo indeterminato». Probabilmente, la precarietà estrema in cui vivono oggi milioni di giovani in tutta Europa – precarietà che impedisce loro persino di pianificare progetti di brevissimo periodo – è per Negri, che ha la fortuna di non conoscerla di persona, una cosa buona, essendo in sintonia, più del posto fisso, con i caratteri multiformi e flessibili della «moltitudine»…
Riassumendo, per concludere, dietro le teorizzazioni negriane del «nuovo illuminismo biopolitico», gratta gratta, si trovano le vecchissime teorie riformiste, quelle contro cui si sono battuti implacabilmente Marx, Engels, Lenin, Trotsky e Rosa Luxemburg: quelle in base a cui l’unica prospettiva possibile è quella di andare al governo nel capitalismo oppure – come lascia intendere Negri – sviluppare il conflitto per convincere chi governa (per conto della borghesia) a fare delle concessioni alle «moltitudini». Una teoria che è stata, non a caso, messa in pratica dai supporter nostrani delle teorie negriane, che hanno concluso la loro carriera politica in Sel di Vendola o, più recentemente, in Sinistra italiana (2), confermando un’affermazione efficace di Marx, che ci sembra utile ricordare a conclusione di questo articolo: «ciarlatanismo politico e accomodamenti politici sono inseparabili».

 

Note

(1) Mi riferisco in particolare al sindacato Adl Cobas, che organizza gli operai della logistica, diretto dai Disobbedienti, cioè dagli attivisti dei centri sociali autogestiti del nord-est. Un sindacato, va detto, che ha organizzato dure lotte contro i padroni, confermando indirettamente la centralità degli operai anche nelle lotte odierne. Va tra l’altro precisato che l’elogio che una certa area dei centri sociali ha fatto del pensiero di Toni Negri non è stato ricambiato con la stessa gentilezza. In Goodbye Mr Socialism, che analizzeremo in questo articolo, Negri definisce i centri sociali – così come la Cub, i Cobas e le organizzazioni della sinistra sindacale e politica – «residuo della sconfitta della sinistra extraparlamentare».

(2) Il caso più noto è quello di Luca Casarini, leader dei Disobbedienti e dei centri sociali del nord-est, divenuto membro della direzione nazionale di Sinistra ecologia e libertà di Vendola, partito politico poi confluito in Sinistra italiana insieme a diversi ex ministri e sottosegretari di governi di centrosinistra.

 

 

 

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