Partito di Alternativa Comunista

Il marxismo e la questione ambientale: percorsi di lettura e analisi dimenticate

Il marxismo e la questione ambientale:

percorsi di lettura e analisi dimenticate

 

 

di Matteo Bavassano

 

Pubblichiamo qui un saggio sul tema marxismo e ambiente, già pubblicato sul numero 17 della nostra rivista teorica Trotskismo oggi.

 

«Dopo i grandi poeti romantici, i più forti oppositori dell’idea della conquista della natura durante la rivoluzione industriale furono Karl Marx e Friedrich Engels, i fondatori del classico materialismo storico»1

 

Lo scopo di questo articolo è sostanzialmente quello di porre all’attenzione del lettore italiano non solo l’esistenza di un dibattito sul ruolo dell’ecologia nel pensiero di Marx, ma soprattutto lo sviluppo di questo dibattito negli ultimi vent’anni, basato principalmente su un nuovo studio accurato dei testi di Marx, anche grazie alla ripresa dei lavori di pubblicazione della MEGA2; se, infatti, i primi studi in questo campo erano stati pubblicati in Italia alla fine degli anni ‘60,2 e questo aveva portato militanti di area trotskista ad approfondire la tematica anche da un punto di vista programmatico,3 oggi invece, quando il problema climatico e ambientale ha raggiunto un livello senza precedenti e mentre si sviluppano mobilitazioni imponenti, soprattutto dei giovani, per la salvaguardia del nostro pianeta, le opere più recenti di scrittori marxisti non solo non vengono tradotte e pubblicate in italiano,4 ma sono pressocché assenti dal dibattito su queste tematiche. Questo vuoto è stato colmato solo molto parzialmente dalla pubblicazione di un saggio di John Bellamy Foster5 nella raccolta Marx revival,6 in cui l’autore ricostruisce abbastanza esaurientemente i punti fondamentali delle analisi che sta conducendo con un gruppo di autori della Monthly review, in particolare Paul Burkett. Senza la pretesa di voler dare un giudizio definitivo né di voler presentare una teoria ecologica complessiva, tanto più che ci limiteremo sostanzialmente a riportare analisi altrui (e a fare le nostre considerazioni a riguardo), crediamo tuttavia che questo dibattito sia fondamentale, tanto più in un momento in cui le mobilitazioni di organizzazioni come Fridays for future stanno catalizzando l’attenzione di milioni di giovani in tutto il mondo: troppo spesso si parte da una serie di pregiudizi verso il pensiero marxista e la sua dimensione ecologica, arrivando così alla negazione della validità del marxismo in sé, sostenendo la necessita che venga affiancato da «nuovi paradigmi», maggiormente corrispondenti agli sviluppi della società contemporanea. Da parte nostra riaffermiamo la validità complessiva del marxismo e del suo programma rivoluzionario per risolvere i problemi dell’umanità, compreso il problema ecologico, per rovesciare il sistema capitalistico e costruire un’economia socialista. Tuttavia, se riusciremo a scardinare nel giovane lettore la convinzione che in campo ambientale il pensiero di Marx fosse anti-ecologico e lo invoglieremo ad approfondire i vari aspetti del marxismo rivoluzionario allora potremo dirci soddisfatti.

 

I pregiudizi «ambientalisti» contro Marx ed Engels

Nell’immaginario collettivo dominante, Marx e soprattutto Engels7 erano portatori di un’idea di progresso illimitato delle forze produttive (una volta che queste fossero state liberate dalle catene dei rapporti di produzione capitalisti), di completo dominio dell’uomo sulla natura. Questo pregiudizio è stato sicuramente rafforzato dall’operato dello stalinismo al potere: esattamente come il «socialismo reale» ha screditato agli occhi delle masse lavoratrici la nozione stessa di dittatura del proletariato, costringendo i marxisti rivoluzionari a una dura battaglia per riscattare questo concetto che rappresenta
il fondamento del programma marxista, così anche il produttivismo staliniano ha screditato la visione marxista del rapporto uomo-natura, trasformando Marx in una sorta di positivista cultore del progresso fine a sé stesso. «Si tende a trasferire su Marx quella “volontà di potenza” irrazionale e distruttiva che ha caratterizzato le burocrazie dominanti dei socialismi di Stato e in particolare dell’Unione sovietica».8 Questa lettura di Marx è anche quella che caratterizza gli autori di quella che Foster e Burkett chiamano «prima fase dell’ecosocialismo»:9 questi autori, considerando la critica di Marx fallace da un punto di vista ecologico, ritengono necessario unire il marxismo con il «pensiero verde». A seconda dei casi si trattava di infondere nel marxismo concezioni ecologiche,
ma più spesso si constatava un fallimento del socialismo (senza distinguere tra «socialismo reale» e le teorie di Marx ed Engels) e quindi si trattava di inserire l’analisi di classe del marxismo all’interno delle teorie ecologiste. «Gli ecosocialisti della prima fase sostenevano che il socialismo sarebbe guastato (per alcuni irrimediabilmente) già nell’opera di Marx dal suo ristretto produttivismo. Alcuni arrivavano persino, come abbiamo visto, a dichiarare morto il socialismo. In questa visione, l’ecosocialismo era l’erede apparente del socialismo».10 La risposta a questa lettura, fondata su un accurato studio degli scritti di Marx, dà vita alla «seconda fase dell’ecosocialismo», che secondo Foster si apre con la pubblicazione del libro di Burkett Marx and nature: a red and green perspective, che «è stato scritto come confutazione di queste visioni ecosocialiste della prima fase per mezzo di una ricostruzione e riaffermazione della stessa prospettiva critico-ecologica di Marx. Marx and nature rappresenta quindi la nascita di una seconda fase di analisi ecosocialiste che cercavano di tornare a Marx e di mostrare la sua concezione materialista della natura in quanto essenziale controparte alla sua concezione materialista della storia. L’obiettivo era trascendere l’ecosocialismo della prima fase, così come i limiti delle teorie verdi esistenti, con le loro enfasi eccessivamente spiritualistiche, idealistiche e moralistiche, come primo passo nello sviluppo di un maggiormente scrupoloso marxismo ecologico».11 L’ecosocialismo veniva concepito quindi «non come un successore del marxismo, ma come una forma più approfondita della prassi ecologica che emerge dai fondamenti materialisti del marxismo classico. Nella misura in cui termini quali “socialismo ecologico” e “marxismo ecologico” venivano usati dagli ecosocialisti della seconda fase, non si riferivano a una rottura con la teoria e la pratica marxiana, ma rappresentavano un rinvigorimento della sua classica prospettiva materialista».12 Sebbene noi continuiamo a credere che, una volta chiarito che Marx ed Engels non ignoravano nella loro analisi la natura, sia meglio parlare di socialismo e marxismo senza aggiungere alcun prefisso o suffisso, di modo da non generare confusione, non si può non rilevare come l’utilizzo del termine ecosocialismo differisca profondamente tra gli autori delle «diverse fasi».13
Avendo chiarito il quadro d’insieme in cui si sviluppa questo dibattito teorico gravido di conseguenze politico-programmatiche, prima di passare al merito delle confutazioni dei pregiudizi ecologici verso il marxismo, vogliamo affrontare brevemente la questione del posto che le riflessioni ecologiche occupano nel pensiero di Marx. Tralasciando coloro che sostengono ancora che Marx non si occupò dei problemi ecologici, tesi ormai insostenibile (come vedremo in seguito), anche chi riconosce l’attenzione di Marx per la natura non necessariamente attribuisce a questa attenzione la stessa importanza.
Gli studi più recenti, anche legati alle ricerche per la MEGA2, tendono a sottolineare l’esistenza di un «filo rosso» che attraversa tutta l’opera marxiana: Kohei Saito, nel suo libro Karl Marx’s ecosocialism (2016), vuole dimostrare che «la critica economica di Marx possiede un carattere sistematico e costituisce un momento essenziale all’interno della totalità del suo progetto del Capitale».14 Ma Saito non si ferma qui. «L’ecologia non è semplicemente presente nel pensiero di Marx, la mia tesi è molto più forte. Io sostengo che non sia possibile comprendere appieno la sua critica dell’economia politica se si ignora la sua dimensione ecologica».15 Non pretendiamo certo che il lettore prenda per buone queste affermazioni, quindi entriamo nel vivo delle argomentazioni di modo che possa trarre le sue conclusioni, ma ci permettiamo comunque di suggerire a tutti la lettura dell’interessante libro di Kohei Saito, che purtroppo è inedito in italiano.

 

Il «produttivismo» di Marx

I passaggi degli scritti di Marx ed Engels in cui i rivoluzionari sostengono che il capitalismo è storicamente progressivo in relazione ai modi di produzione pre-capitalisti vengono utilizzati per sostenere che Marx attribuiva importanza fondamentale allo sviluppo delle forze produttive fine a sé stesso. A sostegno di questa tesi vengono utilizzati (dandone una lettura unilaterale) anche quei passi in cui viene detto che nel comunismo le forze produttive, liberate dai vincoli del capitale (i rapporti di produzione capitalisti), si potranno sviluppare indefinitamente.
Questa visione, che riduce nei fatti lo sviluppo delle forze produttive alla crescita quantitativa della produzione industriale, implica l’attribuzione a Marx di un’etica produttivistica, o «prometeica», di dominio della natura da parte dell’uomo. Burkett risponde a questo pregiudizio su tre punti. Innanzitutto, ribadisce che per Marx la ricchezza umana non è riducibile al solo lavoro: «Marx sostiene che sia la natura che il lavoro contribuiscono alla produzione della ricchezza o valori d’uso. L’argomentazione basilare qui è che “nella misura in cui il lavoro effettivo crea valori d’uso”, ciò implica necessariamente “l’appropriazione del mondo naturale per i bisogni umani, sia che questi bisogni siano bisogni della produzione o consumo individuale” [K. Marx, Manoscritti economici del 1861-63]. Il lavoro può produrre ricchezza solamente “attraverso uno scambio di materia tra uomo e Natura” [K. Marx, Il capitale, vol. I]; ne discende che “l’operaio non può produrre nulla senza la natura, senza il mondo esterno sensibile” [K. Marx, Manoscritti economici-filosofici del 1844]. La conclusione appropriata è chiaramente e fermamente tratta da Marx: “Vediamo, allora, che il lavoro non è l’unica fonte della ricchezza materiale, dei valori d’uso prodotti dal lavoro. Come dice William Petty, il lavoro è suo padre e la terra sua madre” [Il capitale, vol. I] ».16 L’apporto della natura alla creazione dei valori d’uso è espresso sinteticamente da Marx anche nella Critica al Programma di Gotha: «Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è tanto la fonte dei valori d’uso (e non consiste di questi la ricchezza materiale?) quanto il lavoro, che è esso stesso solo l’espressione di una forza naturale, della forza-lavoro umana».17
In secondo luogo, Marx era cosciente del fatto che la produzione umana è vincolata da leggi naturali, fisiche, biologiche e anche ecologiche: «La prospettiva di Marx si basa sulla constatazione che, una volta compresa la produzione umana come produzione sociale, non si possa più parlare semplicemente di limiti e condizioni naturali. Invece, alla domanda su quali condizioni naturali contano come valori d’uso, e quali limiti pongono alla produzione di ricchezza, si deve rispondere con riferimento agli specifici rapporti sociali che strutturano il nesso produttivo tra lavoro e natura. Questo approccio non tiene in poco conto gli impatti ambientali della produzione. Al contrario: solamente riconoscendo come una particolare forma sociale di produzione slega le sue necessarie condizioni di produzione dall’evoluzione extra-umana della natura si può analizzare la sostenibilità materiale di questa forma».18 La produzione umana in generale è sottoposta a vincoli legati alle leggi già citate, ma ogni modo di produzione stabilisce una sua specifica «interazione metabolica»19 tra la società e la natura, un rapporto specifico con questi limiti. Per quanto riguarda il capitalismo nello specifico, «i limiti dello sfruttamento della forza-lavoro umana da parte del capitale, come i limiti dello sfruttamento delle condizioni naturali da parte del capitale, non sono completamente determinate dal capitale stesso. In entrambi i casi, i limiti implicano certe caratteristiche materiali non soggette ad un’alterazione da parte della specifica forma sociale di produzione. I limiti allo sfruttamento da parte del capitale di lavoro e natura sono, tuttavia, limiti elastici, la cui elasticità è dovuta in parte alle caratteristiche naturali della forza-lavoro e della natura extra-umana, e in parte al carattere socialmente definito dei limiti stessi. Gli effetti dannosi del capitale sulla forza-lavoro e sulla natura derivano dalla sua tendenza a sfruttare questa elasticità in quanto le pressioni dell’accumulazione monetaria concorrenziale tendono le forze naturali umane ed extra-umane fino al punto di rottura, avendo bisogno di restrizioni sociali allo sfruttamento da parte del capitale delle due fonti basilari di ricchezza».20
Da ultimo, Marx era consapevole del fatto che lo sviluppo delle forze produttive da parte dell’uomo nel capitalismo aveva causato spreco e distruzione delle ricchezze naturali. «Nel capitalismo, la divisione del lavoro prende la forma di relazioni di mercato (merci e denaro), basate sulla storicamente estrema separazione sociale dei produttori umani dalle necessarie condizioni di produzione. L’analisi di Marx spiega come questa separazione, permettendo che il lavoro e le sue condizioni naturali e sociali vengano sviluppate come condizioni dell’accumulazione concorrenziale del capitale, porta ad una crescita senza precedenti del loro potenziale produttivo di ricchezza. Allo stesso tempo, Marx sottolinea la tendenza del capitale a saccheggiare e viziare le sue stesse condizioni umane e naturali di esistenza».21 In questo processo ha un peso importante la separazione dei produttori dalle condizioni di produzione:22 «In breve, la separazione sociale dei produttori dalle condizioni naturali limitate, la conversione di queste condizioni in proprietà privata capitalista, e la conversione dei valori d’uso naturali in condizioni della produzione capitalista liberamente appropriate, nella prospettiva marxiana sono tutti aspetti di uno solo processo»;23 «Marx ascrive un grande significato sociale alla libera appropriazione, vedendola come un elemento integrale dello sviluppo del carattere sociale della produzione da parte del capitalismo attraverso l’imbrigliamento delle forze produttive latenti del lavoro e della natura agli impulsi espansivi, trasformativi, dell’accumulazione monetaria concorrenziale. Allo stesso tempo, Marx indica come la libera appropriazione delle condizioni naturali e sociali da parte del capitalismo rinforza l’alienazione umana connaturata alla socializzazione della produzione del capitalismo.
Con il crescente dominio del capitale sulle condizioni della produzione, il valore d’uso (la combinazione sociale di lavoro e natura per soddisfare i bisogni umani) diviene sempre meno il motivo dominante dietro alla produzione ed è posto sempre più al servizio dell’accumulazione di valore. Una volta convertite in forze del capitale, le condizioni naturali e sociali della produzione esercitano un potere sociale alienato sui produttori, i quali sono incapaci, fintanto che la produzione rimane in forma capitalistica, di esercitare un qualsiasi controllo cooperativo sul loro ricambio organico con la natura».24 Questa separazione, unita alla tendenza del capitale a produrre sempre più valore nella forma di merci per realizzare questo valore e riconvertirlo in maggiore capitale, e alla base della tendenza del capitalismo a minare le basi stesse (naturali e sociali) della sua accumulazione, attraverso un superamento costante dei limiti naturali di cui parlavamo precedentemente: «L’illimitata tendenza espansiva contenuta nel capitale come forma sociale di ricchezza contraddice tutti i fattori limitanti imposti alla produzione umana dal suo ambiente naturale. Questo si riflette nella tendenza del capitalismo a superare confini naturali particolari e locali espandendo i limiti naturali della produzione – la pressione della produzione sugli ecosistemi e altre risorse naturali – al livello globale, della biosfera»;25 «il capitale, quindi, abusa dei limiti elastici della capacità di recupero del lavoratore tanto quanto abusa della capacità di assorbimento e della resilienza di particolari ecosistemi, portando in entrambi i casi alla distruzione delle forze naturali».26
Marx analizza in particolare l’abuso, da parte del capitale, della forza-lavoro con l’aumento della giornata lavorativa oltre le necessita biologiche di recupero umano, ma anche della fertilità dei terreni agricoli, che andava via via scemando per il sovrasfruttamento da parte dell’agricoltura capitalista.

 

La teoria del valore lavoro e il suo rapporto con la natura

Il pensiero ecologista ha sostenuto che l’analisi economica marxiana del capitalismo, e specialmente la teoria del valore, esclude o non tiene in adeguata considerazione il reale contributo della natura alla produzione. Ma la svalutazione della natura è generata dalla logica del sistema capitalistico, non dall’analisi che Marx svolge su questo modo di produzione! E l’analisi della forma del valore capitalista è centrale non solo per l’aspetto economico di questa analisi generale del capitalismo, ma anche per l’aspetto ecologico-ambientale.
«La merce, come tutti i valori d’uso, è un prodotto tanto del lavoro quanto della natura. Il valore, la sostanza della ricchezza nella sua forma specificamente capitalista, e, tuttavia, semplicemente il tempo di lavoro sociale astratto oggettivato nelle merci. Quantitativamente, il capitalismo ascrive valore alla natura solamente nella misura in cui la sua appropriazione richiede un lavoro che produce merci, anche se il contributo della natura alla produzione – e alla vita umana più in generale – non è materialmente
riducibile a questo lavoro di appropriazione. In breve, la forma di valore astrae qualitativamente e quantitativamente dalle caratteristiche utili e vivificanti della natura, anche se il valore è una particolare forma sociale di ricchezza – una particolare oggettivazione sociale tanto della natura quanto del lavoro. Questa contraddizione aiuta a spiegare la tendenza del capitalismo a depredare il suo ambiente naturale».27 Centrale è la distinzione marxiana tra valore, valore d’uso e valore di scambio: i valori d’uso, che sono la vera fonte della ricchezza materiale, vengono considerati solamente se può essere loro assegnato un valore. «I valori d’uso che non possono essere prodotti e venduti con profitto – incluse molte condizioni naturali e condizioni sociali richieste o che contribuiscono alla produzione e allo sviluppo umani – tendono ad essere sottovalutati o non considerati affatto, e questa è una fonte importante di crisi ecologiche e sociali».28
La comprensione dell’essenza del valore e delle sue caratteristiche specifiche è fondamentale per apprezzare pienamente il carattere intrinsecamente anti-ecologico del capitalismo in quanto particolare sistema sociale di produzione: «l’importanza dell’approccio marxiano è triplice. In primo luogo, affermando che il valore di scambio è una forma di valore e non il contrario, Marx rimarca che il valore sorge solamente nella produzione, non nel dominio dello scambio. Infatti, il procedimento marxiano è l’unico percorso coerente a una teoria del valore basata sulla produzione che non identifichi valore, valore di scambio e valore d’uso. Questo punto deve essere sottolineato perché è stato tralasciato – o quantomeno dimenticato – da molti dei critici ecologici di Marx che vorrebbero ascrivere il valore (e non solo il valore d’uso) alla natura. In secondo luogo, la subordinazione del valore di scambio e del valore d’uso in quanto particolari forme di valore corrisponde alla crescente dominazione della produzione per la vendita lucrativa (D-M-D’ nella terminologia marxiana, con la D che rappresenta il denaro e la M le merci) sulla produzione per l’uso (nella quale qualunque scambio monetario che avviene tende ad essere motivato dal desiderio di valori d’uso diversi, come riassunto nel circuito M-D-M’). […] Il crescente dominio del valore (nella forma di forza motrice del denaro) nel reame della produzione e dello scambio, nella visione marxiana, è basato sulla mercificazione della “libera” forza lavoro e dei mezzi di produzione, cioè in effetti sulla valutazione monetaria del lavoro e della produzione stesse. […] Questo si collega con il terzo […] aspetto dell’analisi del valore marxiana, cioè che dato che la ricchezza esiste solamente come una miriade di valori d’uso prodotti da forme materialmente variegate di lavoro e natura, la subordinazione del valore di scambio e del valore d’uso al valore (tempo di lavoro sociale omogeneo) rappresenta un’astrazione sociale dal valore d’uso (il carattere materiale della produzione destinato alla soddisfazione dei bisogni). In tal modo il valore astrae formalmente dalle basi naturali e dalla sostanza della ricchezza».29 Ma, lo ripetiamo, questa astrazione del valore dalla natura non è imputabile a Marx, ma al capitalismo stesso; anzi, la teoria del valore, quando viene considerata anche nella sua dimensione «ecologica», può diventare uno strumento insostituibile di analisi delle contraddizioni del capitalismo in relazione all’ambiente naturale.
«La contraddizione tra valore di scambio e valore d’uso intrinseco alla merce è anche una contraddizione tra la forma della ricchezza specificamente capitalista e le sue basi naturali e la sua sostanza. La natura contribuisce alla produzione di valori d’uso, ma il capitalismo rappresenta la ricchezza con un’astrazione puramente quantitativa, socio-formale: il tempo di lavoro in generale. La “libera appropriazione” delle condizioni naturali da parte del capitale (che avviene ogni qual volta la natura contribuisce alla produzione capitalista di valori d’uso senza aggiungere valore alla produzione) manifesta questa contraddizione nella misura in cui è consentita dalla valutazione della natura propria del sistema, cioè secondo il tempo di lavoro sociale necessario per la sua appropriazione nella produzione di merci, e non secondo il reale contributo della natura alla ricchezza o al soddisfacimento dei bisogni umani».30
Per concludere questa parte, ci pare necessario fare una precisazione «antiriformista», per così dire. Il fatto che «i valori d’uso che non possono essere prodotti e venduti con profitto […] tendono ad essere sottovalutati o non considerati affatto»31 non significa che soluzioni quali «tasse verdi», che sono spesso proposte dagli ecologisti (in un’ottica appunto riformista), siano adeguate a colmare questa contraddizione del capitalismo. In realtà Marx non esclude che alcune risorse naturali possano avere un valore economico – «la teoria della rendita marxiana riconosce che possono essere assegnati dei valori di scambio a condizioni naturali che non posseggono valore, ma che sono scarse e monopolizzabili»32 –, ma «la contraddizione valore-natura non può essere risolta attraverso rendite private o implementando tasse “verdi” e schemi di sussidi in un sistema economico plasmato ed orientato dal denaro e dal capitale. Una regolazione ecologica che usi tecniche monetarie e basate sul mercato è una ricerca di un “optimum” nei termini del capitale. Il valore, con tutte le sue caratteristiche anti-ecologiche, rimane “il fattore attivo” che disgrega la coevoluzione della società e della natura, dato che tratta gli uomini e la natura solamente come “forme dissimulate” del valore stesso [Il capitale, vol. I]. Questo mostra un fenomeno più generale, cioè che chiunque “voglia mettere delle barriere alla produzione [capitalista] dall’esterno, attraverso consuetudini, leggi ecc.” scoprirà presto che tali “barriere meramente esterne e artificiali saranno necessariamente demolite dal capitale” [Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica]».33 Le «tasse verdi» non sono quindi un complemento utile alla visione marxiana che Marx stesso non aveva considerato, ma fanno parte di una visione opposta della relazione capitalismo-natura.

 

Contraddizioni capitaliste e condizioni naturali di produzione

Il terzo e ultimo dei comuni pregiudizi ecologisti verso l’analisi di Marx ed Engels sostiene che la loro analisi delle crisi capitaliste non contempla le crisi ambientali. Questo è totalmente falso. Non solo, come abbiamo già visto, l’apporto della natura alla creazione della ricchezza è riconosciuto in tutte le opere economiche marxiane fondamentali (Grundrisse e Capitale soprattutto) ed è quindi parte della sua analisi generale delle crisi, ma Marx analizza specificamente due tipi di crisi specificamente ambientali.
«Nello specifico, Marx considera due tipi di crisi ambientali prodotte dal capitalismo: (1) crisi di accumulazione del capitale, basate sullo squilibrio tra le necessita materiali del capitale e le condizioni naturali della produzione di materie prime; (2) una più generale crisi della qualità dello sviluppo umano-sociale, derivante dai disturbi nella circolazione della materia e delle forze vitali che sono generati dalla divisione industriale capitalista di città e campagna. Mentre le interruzioni nell’accumulazione di capitale dovute alle carenze di materiali coinvolgono le condizioni naturali in quanto condizioni dell’accumulazione, la più ampia concezione marxiana delle crisi ambientali si concentra sul degrado della ricchezza naturale in quanto condizione dello sviluppo umano.  Nondimeno, i due tipi di crisi si sovrappongono considerevolmente nella misura in cui entrambe coinvolgono riduzioni nella qualità e quantità della ricchezza naturale appropriabile, quindi entrambe implicano la libera appropriazione delle condizioni naturali da parte del capitale, insieme con tutte le tensioni qualitative tra valore e natura. Più precisamente, la tendenza del capitale ad accelerare la produzione materiale oltre i suoi limiti naturali non è solo fonte di scarsità di risorse e crisi di accumulazione; è anche un elemento integrante del processo di degrado ecologico prodotto dalla divisione capitalista di città e campagna».34
Analizziamo il primo tipo di crisi: questa deriva dal fatto che «con la crescita della produttività e l’avanzamento tecnologico c’è una crescita nella quantità di oggetti e forze naturali che il capitale deve appropriare come materiali e strumenti della produzione al fine di raggiungere qualsiasi data espansione del valore e del plusvalore. La produttività crescente significa che ogni ora di lavoro astratto necessita di una quantità sempre maggiore di valori d’uso e dei loro prerequisiti materiali. In questo senso, l’accumulazione del capitale implica un crescente squilibrio quantitativo tra l’accumulazione di valore e l’accumulazione in quanto processo materiale dipendente da condizioni naturali».35 Per riassumere con parole nostre, i tempi della produzione dominata dal capitale (e dalla sua ricerca insaziabile di profitto) non sono compatibili con i tempi della rigenerazione delle forze naturali: l’aumento della produttività dovuto all’avanzamento della produzione sociale capitalista è talmente alto che, guidato solo dalla logica di valorizzazione del capitale e non dalle necessita umane, richiede un flusso costante di energia e materie prime molto superiori alle capacità della natura di farvi fronte. Questo lega la scarsità delle materie prime a una crisi di accumulazione del capitale: «Le analisi formali marxiane sulle scarsità di materiali e le crisi di accumulazione si sviluppano su due livelli.
Il primo livello specifica “le condizioni generali delle crisi, nella misura in cui sono indipendenti dalle fluttuazioni dei prezzi (che queste siano legate al sistema del credito o meno) così come sono distinte dalle fluttuazioni del valore”. A questo livello, le possibilità di crisi sono trattate nei termini di “condizioni generali della produzione capitalista”, astraendo da tutte le variazioni nei prezzi e nella produzione che implica la concorrenza all’interno e tra i settori; quindi, fenomeni quali la speculazione sul prezzo dei materiali e la ricerca concorrenziale per nuovi rifornimenti materiali, per non parlare delle rendite, sono esclusi; le variazioni nei prezzi sono trattate solo nella misura in cui riflettono cambiamenti nei valori delle merci. In questo contesto, Marx indica che “una crisi può sorgere: 1. nel corso della riconversione [del denaro] in capitale produttivo; 2. attraverso cambiamenti nel valore degli elementi del capitale produttivo, particolarmente di materie prime, per esempio quando c’è una diminuzione nella quantità di cotone raccolto: il suo valore quindi salirà”. […] Le carenze di materiali non disturbano solo l’accumulazione alzando il valore del capitale costante: possono anche disgregare fisicamente la produzione “rendendo impossibile continuare il processo alla scala richiesta dalle sue basi tecniche, così che solo una parte delle macchine rimarrà operativa, o tutte le macchine lavoreranno solamente per una frazione del tempo usuale” [K. Marx, Teorie sul plusvalore]. […] Anche se tali interruzioni nell’approvvigionamento di materiali coinvolgono incontrollabili condizioni naturali, implicano anche un’incontrollata accumulazione di capitale. Questa è in parte a causa della concorrenza anarchica che preclude il tipo di pianificazione ex ante richiesta per minimizzare gli effetti distruttivi degli eventi naturali, ma c’è anche lo squilibrio fondamentale tra la tendenza del capitale verso l’espansione illimitata e i limiti della produzione materiale in date condizioni naturali e sociali. […] Marx sottolinea che la barriera all’accumulazione posta dalle limitate risorse materiali manifesta una contraddizione tra l’accelerazione della produzione e degli investimenti da parte del capitale da una parte, e le leggi naturali e i ritmi temporali che governano la produzione materiale dall’altra. Una “analisi completa” di questa tensione tra i tempi della natura e quelli del capitale deve comprendere “il sistema del credito e la concorrenza sul mercato mondiale”: Marx ha lasciato il grosso di questa seconda analisi per il “seguito eventuale” del Capitale, che non è mai stato in grado di intraprendere».36 Come possiamo vedere, si tratta di un’analisi incompiuta, ma non certo abbozzata o poco sviluppata, e che, soprattutto, può fornire ai marxisti un metodo utile per lo studio di crisi specifiche e delle contraddizioni del processo produttivo capitalista odierno nel suo rapporto con la natura.

 

La teoria marxiana della frattura metabolica

Arrivando al secondo tipo di crisi ambientale, quella «più generale […] della qualità dello sviluppo umano-sociale», dobbiamo introdurre la concezione marxiana dell’antitesi uomo/natura (e della sua articolazione specifica nell’antitesi città/campagna) all’interno del regime capitalista, concezione che, sebbene spesso sottovalutata, ha una grande importanza nel marxismo.37 Questa tematica, che secondo Kohei Saito è alla base della teoria marxiana dell’alienazione, è centrale nei cosiddetti Manoscritti economico-filosofici del 1844,38 ma riapparirà in seguito in altre opere marxiane, in particolare i Grundrisse e Il capitale, testimoniando, sia detto di passata, che non esiste nessuna «rottura epistemologica» nel pensiero di Marx.39 «Sarebbe certamente futile, e in contraddizione con le intenzioni di Marx, cercare di trovare una versione pienamente sviluppata della sua ecologia nei suoi quaderni del 1844, tuttavia questi quaderni contengono innegabilmente il precoce riconoscimento da parte di Marx dell’importanza strategica di ristabilire una “unità” cosciente tra uomini e natura come un compito centrale della società comunista»;40 «nella sua analisi dell’alienazione del 1844, esiste già un tema centrale della sua critica del capitalismo, cioè la separazione e l’unità tra umanità e natura. Ecco perché, in contrasto con le discussioni filosofiche precedenti, è necessario condurre un esame sistematico dello sviluppo del concetto di natura di Marx in relazione con la sua economia politica»,41 e ancora «la critica marxiana dell’alienazione del 1844 considera la riorganizzazione “razionale” della relazione tra uomini e natura come essenziale, e quindi egli concepisce l’idea del comunismo come “umanismo= naturalismo”. Questo è l’inizio, anche se solamente l’inizio, della critica economica ed ecologica del capitalismo da parte di Marx».42
Si vede dunque come questo sia un tema assolutamente rilevante nella concezione marxiana. Ma che tipo di legame ha con la questione delle crisi ecologiche del «secondo tipo»? «La redditività degli agglomerati industriali capitalisti rivela le caratteristiche anti-ecologiche di valore e capitale. In queste aree, le imprese concorrenti appropriano liberamente i potenziali produttivi dei loro ambienti naturali e sociali come mezzi di sfruttamento della forza-lavoro. Nel fare ciò, ignorano gli impatti combinati della crescita e della densità materiale delle industrie e della popolazione sulle diverse reti ecologiche e connessioni biosferiche che costituiscono la base naturale ultima dello sviluppo umano. L’analisi di Marx ed Engels dell’antitesi città/campagna affronta questi impatti attraverso la sua trattazione degli intercambi tra agricoltura e industria manifatturiera nel capitalismo».43
Gli effetti caratteristici del capitalismo, a differenza di quanto succede con gli altri modi di produzione, minano le condizioni naturali necessarie alla produzione e alla vita stessa. «La trasformazione spaziale e tecnologica della produzione da parte del capitalismo vizia la qualità della ricchezza naturale quale condizione dello sviluppo umano. L’agglomerazione dell’industria e della popolazione nelle aree urbane, e l’industrializzazione dell’agricoltura basata sulla ridotta auto-sufficienza e sullo spopolamento dell’economia rurale, producono una circolazione sociale di materia che è ambientalmente insostenibile e direttamente pericolosa per la salute umana. La critica ambientale della produzione capitalista è una tematica ricorrente negli scritti di Marx ed Engels»,44 questo perché «la crescente produttività del lavoro industriale si traduce in crescenti livelli “normali” di volumi materiali ed energetici necessari per una produzione e una vendita di merci redditizia. Questo volume cresce in maniera accelerata nella misura in cui la produttività del lavoro industriale è potenziata essa stessa dall’agglomerazione. Gli effetti avversi dei rifiuti industriali sulla salute della popolazione urbana sono stati raccontati in dettaglio da Engels ne La condizione della classe operaia in Inghilterra. Inoltre, tuttavia, una buona parte delle risorse urbane prendono la forma di “escrezioni del consumo (…) prodotte dal ricambio naturale della materia nel corpo umano e parzialmente [come] oggetti che rimangono dopo il loro consumo” (Il capitale, vol. III). […] Abbastanza spesso, Marx ed Engels analizzano gli effetti delle escrezioni del consumo sulla salute urbana come parte della loro più ampia critica della circolazione della materia prodotta dalla divisione capitalista di agricoltura e industria urbana».45 E infatti Marx ed Engels ritornano su questo concetto della «circolazione della materia» anche parlando dell’industrializzazione dell’agricoltura: «il contrasto capitalista di città industriali e campagne agricole crea una circolazione di materia che corrode la qualità delle condizioni naturali non solo per la produzione agricola, ma per lo sviluppo umano più in generale. […] L’industrializzazione dell’agricoltura saccheggia ulteriormente la ricchezza naturale della terra, oltre gli effetti dei rifiuti urbano-industriali e l’incapacità di riciclare le escrezioni del consumo urbano. Nelle condizioni di ricerca competitiva del profitto, la tecnologia agricola viene trasformata usando le macchine e altri mezzi forniti dall’industria urbana. L’esaurimento del suolo in tal modo è accelerato fianco a fianco con l’intensificato sfruttamento della forza-lavoro agricola che, data la rovina delle attività rurali non-agricole, è essa stessa impiegata largamente su base stagionale».46
Ecco che arriviamo a quella che è stata chiamata da Foster «teoria marxiana della frattura metabolica». In un saggio47 del 1999 che portava questo stesso nome, le cui conclusioni sono state poi riprese nel libro Marx’s ecology: materialism and nature, pubblicato l’anno dopo, Foster, dopo aver citato Marx, sostiene che «ciò che è comune a entrambi questi passaggi del Capitale di Marx – il primo che conclude la sua discussione della rendita fondiaria capitalista nel volume terzo, e il secondo che conclude la sua discussione di agricoltura su larga scala e industria nel volume primo – è il concetto teorico centrale di una “frattura” nella “interazione metabolica tra l’uomo e la terra”, cioè il “metabolismo sociale prescritto dalle leggi naturali della vita”, attraverso il “saccheggio” degli elementi costitutivi del suolo, rendendone necessario il “ripristino sistematico”.
Questa contraddizione si sviluppa attraverso la crescita simultanea dell’industria su larga scala e dell’agricoltura su larga scala nel capitalismo, con la prima che fornisce alla seconda i mezzi per lo sfruttamento intensivo del suolo. […] Marx asseriva che il commercio a lunga distanza di cibo e fibre per indumenti rendesse il problema dell’alienazione degli elementi costitutivi del suolo molto più di una “frattura irreparabile”. Per Marx, questo era parte del naturale corso dello sviluppo capitalista. Come scrisse nel 1852, “il suolo deve essere una merce commerciabile e lo sfruttamento del suolo deve essere effettuato secondo le leggi commerciali comuni. Devono esserci produttori di cibo così come fabbricanti di fili e cotone, ma non deve più esserci nessun signore della terra”.48 Inoltre, le contraddizioni associate con questo sviluppo erano di carattere globale. Come osserva Marx nel primo volume del Capitale, il fatto che il “cieco desiderio di profitto” avesse “esaurito il suolo” dell’Inghilterra poteva essere osservato quotidianamente nel fatto che “si era costretti a concimare i campi inglesi con il guano” importato dal Perù. Il fatto stesso che semi, guano ecc. venissero importati “da Paesi distanti”, notava Marx nei Grundrisse (1857-1858), indicava che l’agricoltura nel capitalismo aveva cessato di essere “autosufficiente”, che “non trovava più le condizioni naturali della sua stessa produzione dentro di sé, sorte naturalmente, spontaneamente, a portata di mano, ma queste esistono come industria indipendente separata da questa”. Una parte centrale dell’argomentazione di Marx era la tesi che il carattere insito nell’agricoltura su larga scala nel capitalismo impedisce qualsiasi applicazione veramente razionale della nuova scienza di gestione del suolo.49 Nonostante tutti gli sviluppi scientifici e tecnologici nell’agricoltura, il capitale era incapace di mantenere quelle condizioni necessarie per il riciclo degli elementi costitutivi del suolo».50 Il lettore ci perdonerà la lunghezza della citazione, ma riteniamo che fosse necessaria per esporre con chiarezza la base di questa teoria marxiana, fondamentale è semi-sconosciuta ai più. «Marx ha impiegato il concetto di una “frattura” nella relazione metabolica tra esseri umani e la terra per cogliere l’estraniamento materiale degli esseri umani, all’interno della società capitalista, dalle condizioni naturali che costituiscono la base per la loro esistenza – ciò che egli chiamava “le condizioni dell’esistenza umana imposte dall’eterna natura”. Insistere sul fatto che la società capitalista su larga scala creasse una tale frattura metabolica tra esseri umani e il suolo significava sostenere che le condizioni di sostenibilità imposte dalla natura erano state violate».51 Crediamo che il concetto di «frattura metabolica» sia ora sufficientemente chiaro, e che la dimostrazione di come l’ambiente naturale e l’ecologia occupino un posto rilevante (se non centrale) nel pensiero di Marx sia incontrovertibile, tuttavia vogliamo ribadire sia come questo si leghi all’antitesi città/campagna, sia come sia una questione programmaticamente centrale per la società comunista: «per Marx, la frattura metabolica associata a livello sociale alla divisione antagonistica tra città e campagna era evidente anche a livello più globale: tutte le colonie vedevano i loro territori, le loro risorse, e il loro suolo, saccheggiati per sostenere l’industrializzazione dei Paesi colonizzatori. […] Quindi, è impossibile eludere la conclusione che la visione marxiana dell’agricoltura capitalista e della frattura metabolica nelle relazioni imposte dalla natura tra esseri umani e suolo portava Marx ad un più ampio concetto di sostenibilità ecologica – una nozione che egli riteneva avere una rilevanza pratica molto limitata per la società capitalista, che era incapace di applicare metodi razionali-scientifici in questo campo, ma essenziale per una società di produttori associati».52

 

Il concetto di natura e lo Stoffwechsel in Marx

Siamo ora quindi pronti a riassumere qual è il concetto di Marx dell’ambiente naturale,53 e a vedere il suo rapporto con la produzione umana, e in particolare quella capitalista. Dalle ampie citazioni che abbiamo proposto si può ricavare quella che è la concezione di Marx ed Engels: se negli scritti del 1844 è ancora rintracciabile in Marx l’influenza del materialismo di Feuerbach,54 che considerava un uomo astorico e una natura astratta, i fondatori del materialismo storico supereranno presto queste concezioni: «La caratterizzazione antropologica che Feuerbach dà dell’uomo rispetto al resto della natura, rimane astratta. La natura è per Feuerbach un sostrato privo di storia, omogeneo, la cui risoluzione in una dialettica di soggetto e oggetto costituisce il nocciolo della critica marxiana. La natura è per Marx un momento della prassi umana e al tempo stesso la totalità di ciò che esiste».55 La praxis umana è centrale nel pensiero di Marx, anche per quanto riguarda lo specifico della natura: «La Critica del Programma di Gotha parla della natura come “della prima fonte di ogni strumento e oggetto del lavoro”. Il Capitale vede nella natura la base delle “forme materiali di esistenza del capitale costante”, la dispensatrice degli strumenti di produzione ai quali appartiene però anche il lavoro vivente, l’uomo».56
La divisione sociale del lavoro, determinata dal grado di sviluppo delle forze produttive, implica un particolare rapporto dell’uomo con la natura, che a sua volta concorre a determinare le relazioni sociali tra gli uomini. «Poiché le relazioni degli uomini con la natura formano il presupposto per le relazioni degli uomini tra loro, la dialettica del processo lavorativo in quanto processo naturale si allarga a dialettica della storia umana in generale»;57 «dipende sempre dal livello raggiunto dalle forze produttive materiali e intellettuali, quali possibilità immanenti alla materia e in quale misura possano essere realizzate».58 «La produzione è sempre sociale. Essa è sempre “appropriazione della natura da parte dell’individuo all’interno e mediante una determinata forma sociale” [K. Marx, Per la critica dell’economia politica]».59 Ecco che il concetto di metabolismo o ricambio organico, che è anche un sinonimo del lavoro umano, dimostra tutta la sua importanza: «la categoria concettuale chiave nell’analisi teorica marxiana in quest’area è il concetto di metabolismo (Stoffwechsel). La parola tedesca Stoffwechsel enuncia direttamente nei suoi elementi la nozione di “scambio materiale” che sta alla base della nozione di processi strutturati di crescita e decadimento biologico racchiusi nel termine “metabolismo”. Nella sua definizione del processo lavorativo, Marx ha reso il concetto di metabolismo centrale al suo intero sistema di analisi, basando la sua comprensione del processo lavorativo su di esso».60 Il ricambio organico ha quindi un duplice significato: «Marx, quindi, utilizzava il concetto sia per riferirsi alla reale interazione metabolica tra natura e società attraverso il lavoro umano (il contesto usuale in cui il termine è stato utilizzato nelle sue opere), e in un senso più ampio (in particolare nei Grundrisse) per descrivere l’insieme complesso, dinamico, interdipendente, di bisogni e relazioni creati e costantemente riprodotti in forma alienata nel capitalismo, e il problema di libertà umana che ha sollevato: tutto ciò può essere visto come connesso al modo in cui il metabolismo umano con la natura si esprimeva attraverso l’organizzazione concreta del lavoro umano. Il concetto di metabolismo così assume sia uno specifico significato ecologico che un più ampio significato sociale».61
La concezione dell’interazione metabolica uomo/natura è legata strettamente a quella di frattura metabolica nel capitalismo, che affonda le sue radici, come abbiamo visto, nell’antitesi città/campagna: «La concezione marxiana del ricambio organico, in senso non soltanto metaforico ma anche fisiologico, emerge chiaramente dalla critica di Marx alla rigida separazione, tipica della produzione capitalistica della sua epoca fra città e campagna».62
Non esiste un ricambio organico «puro», «astratto»: ogni modo di produzione stabilisce uno specifico ricambio organico con la natura. «Il rapporto tra uomo e natura è dunque mediato, nel senso che la natura è conosciuta dall’uomo attraverso la ricerca scientifica, ed è appropriata e manipolata dall’uomo attraverso il lavoro, cioè mediante la produzione sociale organizzata in forme storico-sociali transitorie le cui dinamiche interne non sono poste dalla natura, benché da questa possono essere condizionate».63
Ecco, quindi, che la storia dello sviluppo delle forme del ricambio organico corrisponde con la storia umana nel senso più completo: «attraverso la categoria di ricambio organico la storia sociale è congiunta alla storia naturale, il soggetto intenzionale che dà forma all’oggetto materiale, in un’unita che è anche necessariamente distinzione»; «la contraddizione e l’antagonismo tra le forze produttive (uomo/natura) e i rapporti sociali di produzione (uomo/uomo) come il motore fondamentale della storia umana, e della storia della totalità naturale di questo pianeta».65
Una corretta concezione del ricambio organico è necessaria anche per la costruzione della nuova società socialista: «per la società futura Marx prevede una “sintesi superiore … di agricoltura e di industria”, il che presuppone certamente che quel ricambio organico si attui “sistematicamente come legge regolatrice della produzione sociale e in una forma adeguata al pieno sviluppo dell’uomo”».66

 

Dominio della natura?

Per completare l’esame della concezione di Marx ed Engels sulla natura, non ci resta che tornare sulla questione del dominio della natura da parte dell’uomo. Questa tesi fondamentalmente positivista non ha niente a che fare con il marxismo, anche se come abbiamo visto viene falsamente attribuito a Marx una fiducia illimitata nel progresso delle forze produttive. Questo deriva anche dal fatto che Marx ed Engels considerano, per certi aspetti, il capitalismo come progressivo rispetto ai modi di produzione pre-capitalisti: di questa idea viene data solitamente una rappresentazione assolutamente falsata, di Marx come industrialista a tutti i costi. Eppure, per Marx «il capitalismo è progressivo non solo perché sviluppa le forze produttive, ma perché: (1) nel farlo nega ogni logica di scarsità materiale a causa di monopoli di classe sulla disposizione del tempo di lavoro e dei prodotti in eccesso della società, quindi sulle opportunità di sviluppo umano nella misura in cui tali opportunità sono una funzione della distribuzione del tempo libero e del livello e della sicurezza degli standard di vita materiali; (2) lo fa sviluppando le forme cooperative e sociali di lavoro e produzione, permettendo in tal modo all’umanità di superare le forme di sviluppo socialmente e naturalmente ristrette che caratterizzano le società pre-capitaliste».67 Questo sviluppo, per Marx ed Engels, è un mezzo, non un fine: «Lo sviluppo delle forze produttive da parte del capitale (quindi la negazione delle logiche di scarsità per limiti di classe sullo sviluppo umano), insieme con lo sviluppo estensivo e intensivo della divisione sociale del lavoro e degli scambi (quindi la potenziale universalizzazione della libera individualità umana), sono i veicoli qui, non il contenuto evolutivo umano».68 Ribadiamo quindi l’assoluta infondatezza dell’idea di un Marx «produttivista»: «Marx sostiene che, anche se il capitalismo crea il potenziale per una forma meno ristretta di sviluppo umano, questo potenziale può essere realizzato solamente con la trasformazione qualitativa da parte del comunismo delle forze e dei rapporti di produzione sviluppate nel capitalismo. L’interpretazione prometeica converte arbitrariamente la visione qualitativa marxiana di uno sviluppo umano meno ristretto in una concezione de-socializzata, principalmente quantitativa, del progresso umano come produzione e consumo di massa a spese della natura. Questa falsa identificazione ignora la critica marxiana, qualitativa e classista, della produzione e del consumo capitalista».69
Ma come va dunque interpretata l’espressione «dominio della natura» che pure viene utilizzata da Marx ed Engels? «A ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle in modo appropriato».70 Vediamo allora che il «dominio sulla natura» è in realtà una conoscenza (storicamente sempre maggiore) delle leggi della natura.
«Il materialismo dialettico non ignora né feticizza le leggi inerenti alla natura materiale, con le quali la società deve sempre fare i conti per raggiungere i suoi obiettivi».71 Engels ci dà, in un passo magistrale di una delle sue opere più bistrattate da quanti hanno capito nulla della dialettica, una precisa immagine dell’interdipendenza tra leggi naturali e sviluppo qualitativo della società umana: «la libertà non consiste nel sognare l’indipendenza dalle leggi della natura, ma nella conoscenza di queste leggi e nella possibilità, legata a questa conoscenza, di farle agire secondo un piano per un determinato fine».72 «Il dominio della natura presuppone sempre la conoscenza dei processi e delle connessioni naturali, mentre questa conoscenza a sua volta scaturisce soltanto dalla trasformazione pratica del mondo. […] Gli uomini possono dominare la natura solo se si assoggettano a loro volta alle leggi naturali».73
Chiaramente non è solo questione di conoscenza delle leggi naturali, ma un preciso problema di classe, cioè della classe che governa le scelte politiche della società e del meccanismo anarchico e perverso della produzione capitalista, che impedisce l’applicazione razionale delle conoscenze scientifiche.74 «L’imperativo categorico del capitalismo è l’accumulazione intensiva e la sua riproduzione a scala sempre più ampia a qualunque costo: e i costi di questa logica folle che ne costituisce anche la forza tremenda si chiamano crisi economiche, sperpero di preziose capacità umane, inquinamento, congestione urbana, distruzione della natura, consumo di risorse non rinnovabili, fame, guerra. Esso “rivoluziona” le proprie “condizioni produttive” sociali e naturali in una dialettica di distruzione e innovazione il cui centro è costituito dalle trasformazioni e dalla generalizzazione ineguale su scala nazionale e mondiale del rapporto sociale fondamentale: il lavoro salariato, sia nella produzione che nelle norme di consumo».75 Ecco dunque perché non è possibile pensare a soluzioni minimaliste, ma è necessario distruggere alla radice il virus capitalista e costruire una società in cui siano i «produttori
associati» a gestire l’economia e la politica. «Non è possibile avviare una nuova cooperazione tra la società e la natura senza una forma radicalmente nuova di cooperazione tra gli uomini, da non intendersi come fatto solo di coscienza ma trasformativo della materialità sociale, cioè della oggettivamente costrittiva materialità dei rapporti economici e politici, cristallizzati nella tecnica ma non riducibili ad essa».76

 

Le necessarie conseguenze politiche

Da tutto quanto detto, discende che il programma marxista per la rivoluzione socialista è ancora estremamente attuale, ma questo è solamente l’inizio. Contributi di studiosi come Burkett, Foster, Saito e altri sono assolutamente preziosi nella misura in cui aiutano i militanti a riscoprire alcuni aspetti dell’opera di Marx, ma i militanti rivoluzionari devono «appropriarsi» di tali risultati per porli al servizio di un programma transitorio per il socialismo. Ed è in questo aspetto, che per noi è centrale, nel momento di costruire un programma coerentemente rivoluzionario e che abbia un carattere di classe proletario e indipendente, che le nostre strade si separano da Foster.77 Mentre egli sostiene che «i marxisti ecologisti suggeriscono che si possono già identificare i segnali della nascita di quello che potrebbe essere chiamato un nascente “proletariato ambientale”»,78 i marxisti rivoluzionari ritengono che questa sia una posizione scorretta, che riecheggia le vecchie posizioni terzomondiste che già caratterizzavano la Monthly review storicamente, fin dai tempi di Sweezy.79
Chiaramente noi non neghiamo che gli effetti dei cambiamenti climatici e della devastazione della natura siano maggiormente subiti dai popoli più oppressi dall’imperialismo, ma l’individuazione di un nuovo «soggetto sociale rivoluzionario» ci pare non solo problematica da un punto di vista analitico, ma soprattutto sbagliata politicamente e programmaticamente: centrale nel processo rivoluzionario per noi è la classe lavoratrice, il proletariato in senso «classico», esattamente perché pensiamo a un processo che deve puntare al sovvertimento del sistema produttivo e delle relazioni di produzione capitaliste. La nozione di «proletariato ambientale» ci pare prefigurare una lotta senza un chiaro carattere di classe, e ciò è coerente in effetti con quanto afferma successivamente Foster sulle fasi (tappe?) che lui prevede per questa lotta: «un movimento ecologico rivoluzionario adeguato a questo compito passerà senza dubbio attraverso una fase ecodemocratica, cercando di costruire un’alleanza ampia, in cui la stragrande maggioranza dell’umanità al di fuori degli interessi dominanti sarà costretta dalla crescente disumanità a pretendere un mondo caratterizzato da uno sviluppo umano sostenibile. Con il tempo questo probabilmente creerà le condizioni per una seconda, più decisiva, fase ecosocialista della lotta rivoluzionaria, diretta alla creazione di una società ispirata al motto “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni!” e fondata su una base sostenibile».80 Vi sarebbe quindi una fase democratica della lotta almeno temporalmente distinta da, ma forse addirittura contrapposta a, una successiva fase socialista. Insomma, una tipologia di impostazione della lotta morta (ma purtroppo non sepolta) nel 1917… E chi parla di «proletariato ambientale» di fatto avvalla questa analisi «tappista» dando alla lotta una connotazione geopolitica, sostenendo i Paesi del sud del mondo, in particolare quelli del cosiddetto «socialismo del XXI secolo», che rappresentano il «proletariato ambientale reale», cioè dei governi nazionalisti borghesi antioperai! Non è quindi un caso che uno dei libri di Foster, The ecological revolution (2009), si chiuda con le parole di «uno dei più eloquenti difensori, su scala mondiale, dell’ambiente globale e dei diritti degli indigeni»81… Evo Morales!82 La frase che viene riportata è che «non ci sarà soluzione alla crisi ecologica globale “finché non si cambi il sistema capitalista con un sistema basato sulla complementarità, la solidarietà, l’armonia tra i popoli e la natura”».83 Non risulta che Morales abbia fatto niente di tutto questo mentre governava la Bolivia… Riteniamo che proprio la trattazione marxiana del problema ecologico, ben ricostruita da Burkett e Foster, sia la dimostrazione come soprattutto in questo campo la necessaria rivoluzione socialista non può prescindere dalla classe operaia e dal suo ruolo nella produzione: «È tramite la valorizzazione della categoria del ricambio organico come regolazione razionale del rapporto tra società e natura e la critica delle sue determinazioni storiche che si possono porre le basi per l’integrazione nella prospettiva anticapitalistica di una strategia ambientalistica».84 Come abbiamo visto «ricambio organico» è in un certo senso sinonimo di «lavoro».85 Come possiamo quindi accettare le categorie marxiane e non mettere al centro del nostro programma rivoluzionario il proletariato, con la sua necessita di indipendenza di classe dalla borghesia? Questo significa forse che non cerchiamo altri alleati nella lotta al cambiamento climatico? No, significa che siamo disposti ad allearci con chi può condividere le nostre battaglie contro il cambiamento climatico e la distruzione dell’ambiente, ma che le portiamo avanti da subito in una prospettiva socialista. Di nuovo, questo significa che avanziamo solamente proposte socialiste e ci contrapponiamo a quelle minime o «democratiche»? No, significa che il programma che presentiamo alla classe operaia e a tutti coloro che vogliono salvare il pianeta terra è un programma transitorio per il socialismo, che incorpora diverse rivendicazioni e obiettivi, anche democratici, ma che deve culminare, per essere efficace e non illusorio, nella presa del potere da parte dei lavoratori e dei settori sociali ad essi alleati, nella distruzione del sistema capitalistico e nella costruzione di un’economia nuova. Questo è il metodo che da sempre come trotskisti rivendichiamo, perché ha portato alla vittoria nell’Ottobre del ‘17.
A questo punto il lettore potrebbe legittimamente chiedersi se le critiche politiche che abbiamo rivolto a Foster e alla sua corrente accademica non invalidino i suoi studi teorici. Nella misura in cui abbiamo potuto conoscere queste elaborazioni, ci paiono a livello teorico la più coerente analisi del pensiero di Marx sul tema. Forse alcuni concetti sono da approfondire o discutibili, come il concetto di sviluppo umano sostenibile,86 però concetti come quello di «frattura metabolica» ci sembra che rimettano Marx al posto che gli spetta anche in «campo ecologico». Riteniamo che non si possano attribuire alla teoria della frattura metabolica le posizioni politiche sbagliate di Foster, esattamente come non si possa attribuire alla necessita della classe lavoratrice di difendersi dalla reazione la politica dei «fronti popolari». Sappiamo bene che i riformisti sono in grado di giustificare la loro alleanza con la borghesia con qualsiasi tipo di scusa. Il limite del marxismo accademico, cioè la ricerca teorica senza l’impegno militante, è essenzialmente quello di non potersi liberare dall’influenza del riformismo. Come marxisti rivoluzionari però non dobbiamo avere remore a prendere ciò che di buono c’è in queste analisi, liberandole dalle scorie politiche riformiste, e porle al servizio del nostro progetto rivoluzionario generale. «Per Marx il socialismo era una nuova forma rivoluzionaria di riproduzione metabolica sociale finalizzata alla realizzazione di bisogni comunitari, radicata in condizioni di sostanziale uguaglianza e di sostenibilità ecologica. Esso era definito come una società in cui “il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti”, ma in cui era anche essenziale proteggere il potere produttivo della terra stessa nell’interesse di ciò che Marx chiamava nel Capitale “la catena delle successive generazioni della razza umana”».87 Solo una rivoluzione proletaria basata sulla democrazia operaia, cioè che organizza un nuovo Stato in cui i lavoratori si organizzano in organi consiliari per dirigere l’economia e lo Stato stesso, può garantire tutto questo. E questa è la prospettiva per cui i marxisti rivoluzionari si battono.

 

A mo’ di appendice - Critica a Ecosocialismo di Michael Löwy

Nel 2012 il noto studioso marxista francese Michael Löwy ha pubblicato il libro Ecosocialismo. L’alternativa radicale alla catastrofe ecologica capitalista.88 Questo libro ha avuto una certa eco, soprattutto in Francia e nei Paesi di lingua spagnola, dove le ultime opere marxiste che trattano il problema ecologico, che sono soprattutto in lingua inglese, hanno avuto minore diffusione. Questa relativa fortuna del libro, unita ad altri fattori, tra cui il fatto che Löwy è riconosciuto come uno studioso serio,89 il fatto che esprime una posizione assimilabile alla prima fase degli studi su Marx e l’ecologia, e che questa sua posizione sia di fatto quella dell’ex Segretariato unificato (ora Comitato internazionale), ci fanno ritenere opportuno porre in appendice del nostro saggio un esame critico di quanto Löwy afferma in Ecosocialismo. Non è chiaramente la critica che Löwy muove al capitalismo che contestiamo, quanto la pretesa necessità, a tratti esplicita, a tratti sottointesa, di integrare il pensiero di Marx ed Engels, il marxismo, con qualcos’altro, con il pensiero «verde», con l’ecologismo, svalutando così la teoria marxista in quanto tale, mettendola in qualche modo su di uno stesso piano con l’ecologismo. Certo, all’ecologismo, soprattutto quello politico, vengono mosse da Löwy diverse critiche, ma solo in apparenza sono maggiori di quelle mosse al marxismo. Tutta la trattazione ha l’obiettivo di relativizzare l’importanza di Marx e del marxismo: ad esempio, all’inizio del libro, nel capitolo “I marxisti e l’ecologia”, Walter Benjamin viene citato prima dello stesso Marx, dando l’impressione che Benjamin fosse stato il principale marxista a porsi problemi ambientali.
Lo stesso concetto di ecosocialismo implica l’idea che vada aggiunto qualcosa al socialismo, cioè la considerazione dei limiti dell’ambiente naturale («la premessa centrale dell’ecosocialismo, implicita nella stessa scelta di questo termine, e che qualsiasi socialismo non ecologico è un vicolo cieco»);90 ma se parliamo del socialismo scientifico di Marx ed Engels, cioè del marxismo, non si può oggi non riconoscere, soprattutto dopo la pubblicazione di diversi studi ed approfondimenti, sicuramente noti a Löwy (che cita ad esempio Marx’s ecology. Materialism and nature di J.B. Foster), che mettono in risalto la dimensione ambientale, financo ecologica, contenuta negli scritti di Karl Marx. Löwy sembra non dare a questi contributi la stessa importanza che attribuisce ad esempio a James O’Connor, al quale attribuisce il merito di «aver aperto una linea feconda: alla prima contraddizione del capitalismo, esaminata da Marx, quella tra forze e rapporti di produzione, è opportuno aggiungerne una seconda, quella tra forze produttive e condizioni di produzione – i lavoratori, lo spazio urbano e la natura».91 Sappiamo benissimo, come dimostrato ampiamente con dovizia di citazioni, che la pretesa «seconda contraddizione» non esaminata da Marx è invece ben presente nel suo pensiero e nei suoi scritti.
L’analisi di Löwy concentra il fuoco contro la presunta «neutralità» delle forze di produzione per il «marxismo»: «Un determinato marxismo classico, basandosi su alcuni passaggi di Marx ed Engels, parte dalla contraddizione tra forze e rapporti di produzione per definire la rivoluzione sociale come la soppressione dei rapporti di produzione capitalisti, trasformatisi in un ostacolo per il libero sviluppo delle forze produttive. Questa concezione sembra considerare l’apparato produttivo come “neutro”, e, una volta liberato dai rapporti di produzione imposti dal capitalismo, potrà svilupparsi illimitatamente».92 Notiamo, per ora solo di passata (ma ci torneremo), che Löwy parla di un «determinato marxismo» senza dirci quale sia: un lettore informato può intuire che potrebbe riferirsi sia al «marxismo positivistico» tipico della Seconda Internazionale come al «diamat» staliniano, ma per un profano potrebbe sembrare riferirsi a tutto il marxismo «non-ecosocialista». Venendo al merito della questione, la «neutralità» delle forze produttive può valere forse per gli epigoni del marxismo, non certo per Marx ed Engels, i quali scrivono ne L’ideologia tedesca: «un modo di produzione o uno stadio industriale determinato è sempre unito con un modo di cooperazione o stadio sociale determinato, e questo modo di cooperazione è anche esso una “forza produttiva”».93 Al netto della terminologia, è chiaro che i rapporti di produzione («modo di cooperazione») sono una parte delle forze produttive, e non ha quindi senso contrapporre «sviluppo delle forze produttive» e «sovvertimento dell’apparato produttivo» come fa Löwy: per il marxismo non vi sono forze produttive «neutre» che libere dai rapporti capitalisti possono svilupparsi illimitatamente, come una specie di industrialismo aclassista che aspetta di svilupparsi libero dall’anarchia capitalista; al contrario sono i rapporti di produzione capitalistici che mettono in contraddizione la totalità delle forze produttive con l’ambiente: una volta distrutti questi rapporti, e cominciando a costruire dei rapporti di produzione socialisti, il complesso delle forze produttive sarà riorganizzato e avrà un diverso ricambio organico con la natura, sempre meno impattante sull’ambiente naturale mano a mano che si avanzerà nella transizione al socialismo.
Löwy non ha quindi nessun motivo di sostenere che il marxismo proponga una crescita «quantitativa» delle forze produttive, mentre lui ritiene necessario un «cambiamento qualitativo dello sviluppo».94 Ecco quanto dicono Marx ed Engels, sempre ne L’ideologia tedesca: «Sotto la proprietà privata queste forze produttive non conoscono che uno sviluppo unilaterale, per la maggior parte diventano forze distruttive, e una quantità tale di forze non può trovare nel regime della proprietà privata alcuna applicazione».95
La crescita quantitativa è esattamente ciò che Marx ed Engels ritengono inevitabile nel modo di produzione capitalistico, in cui le forze produttive non possono trovare applicazione senza il «cambiamento qualitativo» che è la ridefinizione dei rapporti di produzione e l’instaurazione del socialismo.
Löwy continua poi il suo ragionamento facendo un paragone con la concezione marxista dello Stato: esattamente come il proletariato non può appropriarsi della macchina dello Stato già pronta, ma deve spezzarla, e sostituirla con una di natura diversa, allo stesso modo deve rivoluzionare l’apparato produttivo, «trasformando completamente la sua natura».96 Non è dato sapere, tuttavia, in cosa questa trasformazione differisca dalla «classica» rivoluzione proletaria nel senso marxiano del termine: Löwy parla di trasformare «il complesso del modo di produzione e di consumo, costruito interamente attorno ad un consumo energetico sempre maggiore, all’automobile particolare e a particolari prodotti domestici energivori. Inutile dirlo, le trasformazioni del sistema produttivo e dei trasporti – sostituzione progressiva di autostrade con ferrovie, per esempio – devono essere attuate garantendo il pieno impiego della forza-lavoro». Sembra che l’unica aggiunta che Löwy faccia alla posizione classica del marxismo sia quella sul cambiamento del modo di consumo: può sembrare secondario, ma così facendo mette sullo stesso piano produzione e consumo, operando un cedimento nei confronti di teorie ecologiste

fondamentaliste, come quelle della decrescita, che a parole dice di rifiutare.

Per un marxista, il modello di consumo è determinato dal modo di produzione: la società capitalista moderna comporta il cosiddetto «consumismo» perché il plusvalore prende la forma di un’accumulazione di valori di scambio, le merci, che vanno trasformate in valore attraverso la loro vendita sul mercato. Cambiando il modo di produzione cambia necessariamente anche il modello di consumo. Non siamo contrari, in linea di principio, a criticare o ad integrare Marx, ma bisogna farlo sulla base di quanto ha realmente scritto: gli studi più recenti dimostrano che non c’è nessuna base di fatto per poter sminuire l’apporto del marxismo alla critica del capitalismo, neanche per quanto riguarda i suoi impatti negativi sulla natura. Per Löwy, l’ecosocialismo è «una corrente di pensiero e di azione ecologica che fa propri i principi fondamentali del marxismo, spogliandolo contemporaneamente delle sue scorie produttiviste». Tuttavia, queste scorie non esistono! Tutto il libro di Löwy contiene una serie di critiche più o meno esplicite a Marx, che però inizialmente non vengono sviluppate nella trattazione, di modo che nei primi due capitoli, attraverso una serie di affermazioni ambigue ed anche contraddittorie, il lettore si sia già convinto dell’esistenza delle «scorie produttiviste» del marxismo, e quando nel terzo capitolo si affronta la questione esplicitamente, il produttivismo marx-engelsiano non viene più messo in discussione. Ecco quanto si dice nel secondo capitolo: «Gli stessi Karl Marx e Friedrich Engels erano coscienti delle conseguenze distruttive che il modo di produzione capitalista aveva sull’ambiente. Questo si può vedere in vari passaggi del Capitale e in altri scritti. Inoltre, pensavano che l’obiettivo del socialismo non fosse produrre sempre più beni, ma dare tempo libero agli esseri umani perché potessero sviluppare pienamente le loro potenzialità. Da questo punto di vista hanno poco in comune con il “produttivismo” definito come l’espansione illimitata della produzione come fine in sé stesso. Tuttavia, in vari dei loro testi si suggerisce che la trasformazione socialista riguarda solamente le relazioni capitaliste di produzione, che sarebbero un ostacolo (il termine impiegato abitualmente è “catene”) per il libero sviluppo delle forze produttive. Così, il socialismo significherebbe, soprattutto, l’appropriazione sociale di queste capacità produttive per porle al servizio dei lavoratori».97 Si dice che ci sono passaggi nel «Capitale e in altri scritti» in cui si parla degli effetti distruttivi del capitalismo sull’ambiente, ma poi si «nasconde la mano» sostenendo che «in vari testi» si trova un’interpretazione produttivista del socialismo. Un’altra fonte di ambiguità nel testo sta nel qualificare socialdemocrazia e stalinismo come correnti del socialismo o del marxismo, con il risultato che il lettore finisce per attribuire il carattere produttivista (reale) di queste correnti al marxismo in quanto tale: «le varianti produttiviste del socialismo del XX secolo (siano queste la socialdemocrazia o il “comunismo” di matrice stalinista)»;98 «che sia marxista o meno, in Europa, il movimento operaio tradizionale – sindacati, partiti socialdemocratici e comunisti – continua ad essere profondamente segnato dall’ideologia del progresso e dal produttivismo»;99 «nel XX secolo, la socialdemocrazia e il movimento comunista di ispirazione sovietica accettarono il modello di produzione esistente».100 Ha senso, oggi, parlare di socialdemocrazia come parte del movimento operaio tradizionale? Ha senso legarla al socialismo? Non è solamente fonte di confusione? Anche la reticenza a chiamare lo stalinismo con il suo nome (usando invece parafrasi come «movimento comunista di ispirazione sovietica») è a nostro avviso significativo della volontà di nascondere che esiste un marxismo rivoluzionario, cioè il trotskismo, erede legittimo del pensiero di Marx ed Engels, che ha da decenni un’attenzione ecologica e che ha sempre combattuto la pianificazione economica burocratica stalinista e le sue conseguenze nefaste, anche ambientali. Ma si vede che anche per Löwy, come per il suo compagno Turigliatto, il trotskismo è un «peccato di gioventù»…
Il perno attorno a cui ruota tutta l’impalcatura teorica sostenuta da Löwy, che poi è anche una delle caratteristiche teoriche della corrente internazionale a cui fa riferimento, è l’abbandono della prospettiva della dittatura del proletariato, nei fatti contrapposta alla pianificazione democratica dell’economia. Il corollario è l’abbandono della centralità operaia nella prospettiva rivoluzionaria, come si può vedere chiaramente dal passaggio seguente: «Ma non è sufficiente devolvere questa competenza [la pianificazione democratica dell’economia] ai lavoratori, cioè alla categoria ristretta degli “attivi”. Ne Il capitale, III libro, Marx definisce il socialismo come una società in cui “i produttori associati organizzano razionalmente il loro ricambio organico (Stoffwechsel) con la natura”. Nel primo libro c’è un approccio più ampio: il socialismo è concepito come “un’associazione di esseri umani (Menschen) liberi che lavorano con mezzi di produzione comuni (Gemeinschaftlichen)”. Questa concezione è molto più appropriata, perché ingloba “produttori” e consumatori, popolazione produttiva e “non produttiva”, gli studenti, i giovani, le donne (e gli uomini) che stanno a casa, i pensionati ecc. ».101 Il lettore può giudicare da solo in che modo vengano contrapposti «produttori associati» ed «esseri umani che lavorano». Rimuovendo la centralità operaia si rimuove il progetto strategico centrale del marxismo, quello della rivoluzione proletaria per instaurare la dittatura del proletariato e operare la transizione al socialismo. L’ecosocialismo proposto da Löwy invece è un misto di autogestione anarchica e decrescita, di moralismo ecologista contro la società consumistica, di analisi materialiste castrate delle loro implicazioni politico-rivoluzionarie, ridotte a mero esercizio economico-ambientale. La concezione della pianificazione democratica dell’economia, così come appare nel libro, ignora completamente la concezione marxista della coscienza, secondo cui la coscienza dominante è la coscienza della classe dominante: come passare immediatamente da una dittatura capitalista alla pianificazione democratica a tutti i livelli senza che la dittatura del proletariato consenta alle classi subalterne di costruirsi una coscienza diversa? E non sarà questione di mesi, ma di anni e di profonde trasformazioni economiche. La pianificazione democratica dell’economia si esprimerà inizialmente attraverso un piano centralizzato che esprimerà l’interesse generale dei lavoratori e delle masse oppresse, e solo successivamente diventerà un effettivo controllo delle masse lavoratrici su ogni aspetto della loro vita, quando il socialismo sarà un sistema socioeconomico effettivo. Il marxismo rivoluzionario, al contrario, riconosce la centralità (non unicità) del proletariato, e della classe operaia quale sua colonna vertebrale, in quanto soggetto rivoluzionario. È il proletariato la classe sociale che, per il suo ruolo nella produzione, essendo portatore di quegli interessi storici che possono mettere fine al capitalismo e costruire una società nuova, deve unire attorno a sé e al suo progetto rivoluzionario tutti quei settori oppressi dal capitalismo e dalla sua crisi, tra cui donne, immigrati, studenti e tutti coloro che sono interessati a lottare contro la distruzione del nostro pianeta.
Questo perché non esiste altra soluzione, per salvare l’umanità e il suo futuro, che distruggere il capitalismo, che sta trascinando il mondo sempre più nella barbarie.

 

 

Note

1) J.B. Foster, B. Clark, The robbery of nature. Capitalism and the ecological rift, 2020, Monthly review press, versione ebook, p. 143. La traduzione dall’inglese è nostra.

2) Pensiamo per esempio al testo «classico» di Alfred Schmidt, Il concetto di natura in Marx, pubblicato in Germania occidentale nel 1962 e di cui l’edizione italiana del 1969 (per i tipi Laterza) è stata anche la prima traduzione dell’opera.

3) Pensiamo agli studi portati avanti da Tiziano Bagarolo, sia a livello individuale sia nell’allora Lega comunista rivoluzionaria, ed al libro di Michele Nobile, Merce-natura ed ecosocialismo, 1993, Erre emme edizioni.

4) Le edizioni Alegre hanno pubblicato 2 libri di Daniel Tanuro, L’impossibile capitalismo verde (2011) e È troppo tardi per essere pessimisti (2020), che ripropone l’analisi propria dell’ex Segretariato unificato (ora Comitato internazionale) della Quarta Internazionale, la cui espressione più compiuta è forse il libro Écosocialisme di Micheal Löwy, che pure non è stato tradotto in italiano. Inutile dire, ad esempio, che delle decine di libri pubblicati dagli autori legati alla Monthly review non vi è la benché minima traccia.

5) John Bellamy Foster (1953) è professore di sociologia all’università dell’Oregon e dal 2000 è direttore della Monthly review. Tra i suoi libri sul tema ambientale ricordiamo Marx’s ecology (2000), The ecological revolution (2009), The ecological rift (2010, con B. Clark e R. York), Marx and the Earth (2016, con P. Burkett) ed altri citati in questo articolo.

6) Marcello Musto (a cura di), Marx revival. Concetti essenziali e nuove letture, 2019, Donzelli editore. Il saggio di J.B. Foster, “Ecologia”, si trova alle pagine da 199 a 219. Cogliamo l’occasione per segnalare che è stato pubblicato in italiano almeno un altro saggio di J.B. Foster, “I Grundrisse e le contraddizioni ecologiche del capitalismo”, sempre in una raccolta curata da M. Musto, I Grundrisse di Karl Marx. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 150 anni dopo, 2015, Ets.

7) Non è superfluo ricordare che esiste tutto un filone di analisi che contrappone al pensiero dialettico di Marx un presunto «dogmatismo» di Engels. Secondo questa visione sarebbe stato Engels a creare il «marxismo» dopo la morte di Marx, con testi come l’Anti-Dühring che distorcerebbero lo spirito della dialettica marxiana. Sia detto di passata, l’Anti-Dühring è stato scritto mentre Marx era ancora in vita, e i suoi commenti al testo di Engels erano entusiastici, il che dimostra l’infondatezza di questa analisi. Tuttavia, autori che si richiamano a visioni di questo tipo (ad esempio il già citato Alfred Schmidt) tendono a contrapporre la visione della natura di Marx a quella di Engels, in particolare quella contenuta in Dialettica della natura: questa, che è un’opera incompiuta a cui Engels ha lavorato dagli anni Settanta fino al 1883, e i cui manoscritti vennero pubblicati nel 1925 dall’istituto Marx-Engels-Lenin, sarebbe un’antesignana del diamat staliniano, cioè un’applicazione del «materialismo dialettico» a campi in cui non dovrebbe essere applicato. Da parte nostra, pur non identificando Marx con Engels, crediamo che il marxismo sia il risultato dei contributi tanto di Marx quanto di Engels, e non troviamo delle contrapposizioni significative tra i due, nemmeno per quanto riguarda la concezione della natura. Senza voler dare un giudizio su Dialettica della natura, consigliamo al lettore l’ultimo libro di J.B. Foster, The return of nature: socialism and ecology, 2020, Monthly review press, in cui l’autore dedica una delle 3 parti del libro specificamente alla figura di Engels, con un capitolo specifico di analisi di Dialettica della natura, che oltre ad analizzarne il contenuto, ricostruisce esaurientemente il contesto in cui Engels ha lavorato all’opera.

8) M. Nobile, op. cit., p. 13.

9) Non bisogna intendere questa «prima fase» in senso solamente temporale: sono effettivamente compresi i primi studi degli anni ‘80 e dell’inizio degli anni ‘90, ma si comprendono tutti coloro che tuttora sostengono che l’analisi marxiana sia manchevole dal punto di vista ambientale e che debba essere integrata con l’ecologismo, come ad esempio Löwy.

10) J.B. Foster, “Foreword” (“Prefazione”) alla seconda edizione di P. Burkett, Marx and nature: a red and green perspective, 1999, Haymarket books, 2016, p. 6. La traduzione è nostra dall’inglese.

11) Ivi, p. 6.

12) Ivi, p. 6.

13) Lo stesso Foster in realtà scrive: «Il socialismo della prima fase con la sua eclettica combinazione di Green Theory e marxismo viene sostituito da una visione marxista ecologica più approfondita e sviluppata, derivata dalle basi teoriche fornite dallo stesso Marx, portate alla luce dalla ricerca ecosocialista della seconda fase. La risultante prassi ecologica socialista potrebbe essere chiamata marxismo ecologico (o ecosocialismo di terzo livello). Tuttavia, essa potrebbe anche essere vista come costituente il marxismo nel suo senso autentico, a prescindere da qualsiasi aggettivo qualificante. Nulla potrebbe essere più in linea con la visione classica di Marx dei produttori associati razionalmente che regolano il metabolismo tra l’umanità e la natura». Cfr. J.B. Foster, “Ecologia”, in M. Musto, op. cit., 2019, p. 217.

14) Kohei Saito, Karl Marx’s ecosocialism. Capital, nature and the unfinished critique of political economy, 2016, Monthly review press, 2017, pp. 13-14. La traduzione è nostra dall’inglese. Segnaliamo che il titolo originale dell’opera, pubblicata in tedesco, è Natur gegen Kapital: Marx’ Ökologie in seiner unvollendeten Kritik des Kapitalismus [Natura contro capitale: l’ecologia di Marx nella sua critica incompiuta del capitalismo].

15) Ivi, p. 14.

16) P. Burkett, Marx and Nature: a red and green perspective, 1999, St. Martin’s press, p. 26. La traduzione è nostra dall’inglese. Tutte le citazioni di Marx ed Engels contenute nel testo di Burkett, nell’impossibilità di controllare le edizioni da cui sono tratte, sono state da noi tradotte dal testo inglese, con l’indicazione tra parentesi dell’opera originale da cui sono tratte.

17) Karl Marx, Critica al Programma di Gotha, 1875, Massari editore, 2008, p. 33.

18) P. Burkett, op. cit., 1999, p. 31.

19) Il termine utilizzato da Marx è Stoffwechsel, che è stato tradotto in diversi modi, tra cui appunto «interazione metabolica», «metabolismo» o anche «ricambio organico» («ricambio materiale» nella traduzione di Roberto Fineschi del Capitale pubblicata nel 2011 per i tipi La citta del sole nel XXXI volume delle Opere complete di Marx ed Engels). Secondo Alfred Schmidt, Marx avrebbe ripreso questo termine dal fisiologo Jakob Moleschott (1822-1893), ma Foster contesta questa interpretazione di Schmidt, sottolineando che il termine era già in uso nella letteratura scientifica e Marx lo avrebbe ripreso dopo aver studiato attentamente il chimico tedesco Justus von Liebig (1803-1873). Cfr. J.B. Foster, Marx’s ecology: materialism and nature, 2000, Monthly review press, p. 161.

20) P. Burkett, op. cit., 1999, pp. 133-134.

21) Ivi, p. 57.

22) Sull’importanza di questa separazione per Marx insiste molto anche Kohei Saito, il quale sostiene che questa sarebbe alla base della concezione marxiana dell’alienazione. Cfr. il capitolo “Alienation of nature as the emergence of the modern”, in K. Saito, op. cit., pp. 25-62.

23) P. Burkett, op. cit., 1999, 74.

24) Ivi, pp. 76-77.

25) Ivi, p. 88.

26) Ivi, p. 135.

27) Ivi, pp. 79-80.

28) Ivi, p. 52.

29) Ivi, pp. 80-82.

30) Ivi, p. 82.

31) Ivi, p. 52.

32) Ivi, p. 94.

33) Ivi, p. 98.

34) Ivi, pp. 107-108.

35) Ivi, p. 110.

36) Ivi, pp. 113-116.

37) In Letteratura e rivoluzione, un testo scritto tra il 1922 e il 1923 per celebrare la Rivoluzione vittoriosa e per delineare una parte dei suoi compiti in campo artistico e nella creazione di un «uomo nuovo», Lev Trotsky scriverà: «La macchina non si contrappone alla terra. La macchina è lo strumento dell’uomo moderno in tutti i campi della vita. La città odierna è transeunte. Ma essa non si dissolverà nel vecchio villaggio. Al contrario, sarà il villaggio a elevarsi a città. Questo è il nostro compito principale» (L. Trotsky, Letteratura e rivoluzione, 1923, Einaudi, 1973, p. 223). Si può vedere come in questo passo riemerge la necessità, già indicata da Marx, che il superamento dell’antitesi città/campagna (in quanto forma specifica dell’antitesi uomo/natura) sia uno degli obiettivi programmatici della società comunista.

38) La lettura di questi scritti, che fanno parte dei Quaderni di Parigi, come un’opera compiuta a sé stante è stata oggetto di serie critiche. Saito contestualizza queste critiche, a nostro giudizio perfettamente, nel suo libro Marx’s ecosocialsm.

39) Questa teoria, sostenuta in particolare da Louis Althusser, viene criticata da Saito nel libro già citato.

40) K. Saito, op. cit., p. 26.

41) Ivi, pp. 28-29.

42) Ivi, p. 44.

43) P. Burkett, op. cit., 1999, p. 125.

44) Ivi, p. 126.

45) Ivi, p. 126.

46) Ivi, pp. 127-128.

47) J.B. Foster, “Marx’s theory of metabolic rift”, in American journal of sociology, n. 105, settembre 1999, pp. 366-405.

48) K. Marx, “The Chartists”, 10 agosto 1852, pubblicato originariamente sul New York daily tribune, n. 3543, 25 agosto 1852, in da K. Marx, F. Engels, Collected works, vol. XI, International publishers, 1979, p. 333. La traduzione è nostra dall’inglese. La citazione continua così «Non può, in breve, essere tollerata qualsiasi restrizione politica o sociale, regolazione o monopolio, a meno che non discendano dalle “leggi eterne dell’economia politica”, cioè dalle condizioni in cui il capitale produce e distribuisce».

49) Il corsivo è nostro.

50) J.B. Foster, op. cit., 2000, pp. 156-157. La traduzione dall’inglese è nostra. Il passo è una trasposizione quasi identica di quello contenuto nel saggio dell’anno precedente, cfr. J.B. Foster, op. cit., 1999, pp. 379-380.

51) J.B. Foster, op. cit., 2000, p. 163.

52) Ivi, p. 164.

53) Il lettore è in diritto di chiedersi perché abbiamo voluto «procedere al contrario», cioè dai passi marxiani di critica ecologica del sistema capitalista alla sua concezione generale della natura, e non dalla concezione generale alle analisi particolari. Riteniamo che questo modo di procedere abbia dato il giusto risalto alla componente pratica-reale dell’analisi di Marx, evitando che le sue considerazioni apparissero filosofiche-astratte, cosa che non sono assolutamente.

54) Sulla questione dell’influenza del materialismo di Feuerbach sul giovane Marx, e sul superamento di queste concezioni materialiste volgari da parte di Marx, rimandiamo all’articolo di Fabiana Stefanoni, “Perché i filosofi non cambiano il mondo. La critica di Marx ed Engels ai Giovani hegeliani e a Feuerbach. Cosa c’è di ancora attuale in quel dibattito?”, in Trotskismo oggi, n. 16, primavera 2020, pp. 12-19.

55) Alfred Schmidt, Il concetto di natura in Marx, 1962, Edizioni Punto rosso, 2017, p. 83.

56) Ivi, p. 124.

57) Ivi, pp. 124-125.

58) Ivi, p. 126.

59) Ivi, p. 132.

60) J.B. Foster, op. cit., 2000, p. 157.

61) Ivi, p. 158.

62) A. Schmidt, op. cit., p. 157.

63) M. Nobile, op. cit., p. 43.

64) Ivi, p. 42.

65) Ivi, p. 53.

66) A. Schmidt, op. cit., p. 158.

67) P. Burkett, op. cit., p. 152.

68) Ivi, p.154.

69) Ivi, p. 172.

70) F. Engels, Dialettica della natura, 1925, in K. Marx, F. Engels, Opere complete, vol. XXV, Editori Riuniti, 1974, p. 468.

71) A. Schmidt, op. cit., pp. 163-164.

72) F. Engels, Anti-Dühring, 1878, Edizioni Lotta comunista, 2009, p. 141.

73) A. Schmidt, op. cit., p. 162.

74) Non abbiamo modo di approfondire l’argomento nell’economia di questo saggio, ma la stessa ricerca scientifica è condizionata dal modo di produzione: la ricerca, finanziata quasi interamente dalle imprese private, non può nei fatti andare oltre certi limiti o in direzioni non utili per il capitale. E le scoperte fatte all’interno di questi limiti già ristretti non sono applicate razionalmente all’interazione metabolica della società con la natura. Una rivoluzione che cambi il modo di produzione aprirebbe delle possibilità inimmaginabili oggi.

75) M. Nobile, op. cit., pp. 14-15.

76) M. Nobile, op. cit., pp. 52-53.

77) Prendiamo ad esempio Foster solo perché le sue conclusioni politiche vengono esplicitate nel saggio “Ecologia” già citato, e quindi ci offre una semplice occasione di critica.

78) J.B. Foster, “Ecologia”, in M. Musto, op. cit., 2019, p. 215.

79) Paul Marlor Sweezy (1910-2004) è stato un economista marxista, fondatore della Monthly review nel 1949. Le posizioni cosiddette terzomondiste sostenevano che il baricentro della lotta di classe si fosse spostato dai Paesi capitalisti avanzati ai Paesi dipendenti, diventando secondo alcuni una lotta tra nord e sud del mondo. Non è chiaro come sia possibile che queste teorizzazioni siano sopravvissute al Maggio francese del ‘68…

80) Ivi, pp. 216-217.

81) La citazione è riportata da M. Löwy nel suo libro Écosocialisme in chiusura dell’ottavo capitolo. Sia detto di passata, Löwy non muove nessuna critica a Foster per questo riferimento a Evo Morales. Ma per quanto riguarda Löwy rimandiamo all’appendice a questo saggio.

82) Dovrebbe essere superfluo ribadire che noi non condividiamo in nulla la caratterizzazione di Evo Morales data da Foster.

83) Ivi.

84) M. Nobile, op. cit., p. 18.

85) Questi due termini indicano due aspetti diversi (rapporto uomo/uomo e rapporto uomo/natura) della medesima attività umana, cioè la creazione di valori d’uso.

86) Distinto dal concetto di «sviluppo sostenibile» utilizzato dagli economisti borghesi. Cfr. P. Burkett, Marxism and ecological economics. Toward a red and green political economy, 2006, Brill, in particolare il capitolo decimo, “Marxism, ecological economics, and sustainable human development”. L’economia di questo saggio, che è già corposo, non ci ha permesso di affrontare questa come altre questioni, ma solo di dare un quadro generale.

87) J.B. Foster, “Ecologia”, in M. Musto, op. cit., 2019, p. 217.

88) M. Löwy, Écosocialisme. L’alternative radicale à la catastrophe écologique capitaliste, Mille et une nuits, 2011. Il libro è inedito in italiano, le citazioni si riferiscono all’edizione spagnola del 2012 dell’Editorial Biblioteca nueva. La traduzione è nostra.

89) Ricordiamo in particolare M. Löwy, The politics of uneven and combined development. The theory of permanent revolution, Verso books, 1981.

90) M. Löwy, op. cit., p. 12.

91) M. Löwy, op. cit., p. 27.

92) M. Löwy, op. cit., p. 35.

93) K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, 1846, Editori Riuniti, 1975, p. 20.

94) M. Löwy, op. cit., p. 36.

95) K. Marx, F. Engels, op. cit., 1975, p. 51.

96) M. Löwy, op. cit., p. 35.

97) Ivi, pp. 46-47.

98) Ivi, pp. 12-13.

99) Ivi, p. 28.

100) Ivi, p. 46.

101) Ivi, p. 48.

 

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