Partito di Alternativa Comunista

Governo Draghi: soldi per il riarmo, austerità per i lavoratori

Governo Draghi: soldi per il riarmo, austerità per i lavoratori

 

 

 

di Alberto Madoglio

 

 

Il parlamento italiano ha approvato un ordine del giorno che prevede un aumento delle spese militari dagli attuali 26 miliardi a 38. Si tratta di una crescita enorme, che si inserisce in un percorso di costante aumento delle spese per rafforzare la potenza militare dell’imperialismo italiano. Secondo quanto riportato dal sito Osservatorio Diritti, è dal 2017 che lo Stato italiano aumenta le risorse per le spese militari, quando negli stessi anni venivano tagliati i finanziamenti allo stato sociale (sanità, pensioni, trasporti e scuola pubbliche) e si tagliavano a milioni di lavoratori pubblici i già irrisori aumenti salariali, con la scusa che non vi fossero risorse economiche disponibili. Si è passati da 21,5 miliardi di euro spesi nel 2019 agli oltre 25,5 del 2022, una crescita di circa il 20%.

 

Una politica di riarmo che non è nuova

È interessante il riferimento temporale, perché riguarda anche gli anni in cui l’esecutivo era formato dalla cosiddetta maggioranza giallorossa, che, secondo un certo tipo di propaganda, avrebbe rappresentato un governo di rottura con le politiche attuate, anche per quanto riguarda la spesa militare, dai governi del passato.
Ricordiamo, infatti, che nel programma elettorale del M5s vi era il no all’acquisto dei caccia bombardieri F35, il no al varo di una seconda portaerei e la richiesta di smantellare la base radar a stelle e strisce di Niscemi, il famigerato Muos.
Ovviamente, nessuna di queste promesse elettorali è stata mantenuta, anzi i «rivoluzionari» grillini si sono dimostrati tra i più strenui difensori della politica estera imperialista e guerrafondaia italiana.
All’epoca da parte di alcuni attuali oppositori della decisione parlamentare di aumentare le spese militari, come il portavoce di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, o il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, nulla veniva detto a riguardo: anzi, costoro erano tra i più attivi nel descrivere il premier Conte come il paladino degli oppressi. Dimostrazione di quanto le prese di distanza attuali siano frutto di un calcolo politico di settori che si oppongo al governo Draghi per ragioni strumentali.
Ma torniamo a oggi. Senza dubbio si tratta di un salto di qualità nella postura militare e guerrafondaia, non solo dello Stato italiano, ma di tutte le maggiori potenze economiche del Vecchio Continente. La giustificazione di un simile cambio di passo viene dai drammatici eventi scatenati dalla brutale aggressione militare della Russia ai danni dell’Ucraina.
Le mire espansionistiche e le ambizioni da super potenza messe in mostra in maniera così evidente da Mosca hanno messo in allarme le cancellerie di tutta Europa, che sono dunque corse ai ripari. Oltre alla decisione italiana, la Francia, potenza nucleare che investe in spese militari più di altri nel continente, ha deciso di investire 50 miliardi nel 2025. La Germania che, anche a causa del ruolo avuto nelle due guerre mondiali, ha avuto finora un basso profilo riguardo il suo riarmo, ha deciso di finanziare un fondo ad hoc pari a 100 miliardi, il doppio del vicino francese.

Ciò che mette in apprensione il governo italiano, come altre potenze mondiali, è il fatto che la lotta per la spartizione di quote di mercato mondiali si sta facendo sempre più aspra, e che la divisione «pacifica» effettuata con i mezzi della concorrenza economica dovrà sempre più appoggiarsi alla forza militare. Sarà, anzi, sempre più probabile che le contese per la supremazia negli affari necessitino dell’intervento di divisioni corrazzate. Oggi i Paesi imperialisti si mostrano uniti nel contrastare il pericolo russo, ma è evidente che ben presto questa unione si spezzerà sotto i colpi della concorrenza globale. Dubitiamo che, al di là della propaganda, Parigi e Roma si sentano rassicurate dalla svolta militare di Berlino. Se la potenza economica tedesca si appresta a diventare anche potenza militare, questo non può che preoccupare chi oggi si professa suo alleato.
Secondo una ricerca di Greenpace, negli ultimi quattro anni ben 2,4 miliardi di spese per missioni militari all’estero sono stati funzionali alla difesa dell’attività di un colosso degli idrocarburi come l’Eni. E il ministro della difesa Guerini nel luglio 2021 affermava per l’Italia la necessità di «disporre di uno strumento militare in grado di esprimere le capacità militare evolute di cui il Paese necessita per tutelare gli interessi nazionali».

 

Gli interessi della borghesia

Gli interessi che il governo Draghi difende non sono quelli dei lavoratori, dei giovani, delle donne e degli sfruttati in generale (che sono i primi a pagare il conto di queste politiche guerrafondaie). Né tantomeno il governo intende sostenere la resistenza del popolo ucraino contro l’aggressione di Putin. Gli interessi che difende sono quelli della grande borghesia che vuole imporre la propria politica di rapina nei confronti dei Paesi dipendenti, protetta dalla forza di esercito, marina e aeronautica.
L’ordine del giorno approvato dal Parlamento ha almeno il merito di smascherare l’ipocrisia delle classi dirigenti tricolori. Oggi è più evidente che in passato come la scelta di non investire nei servizi pubblici, di non ridurre l’età per accedere alla pensione, di non aumentare i salari non dipenda da oggettive difficoltà di bilancio, ma da scelte politiche ben precise.
Come si potrà essere credibili nell’affermare che «non si può tornare al sistema pensionistico ante riforma Fornero perché comporterebbe un esborso insostenibile per le casse pubbliche» mentre senza colpo ferire si trovano 12/14 miliardi per nuove armi (senza contare eventuali investimenti extra)? Il riarmo italiano non solo impedisce investimenti a vantaggio delle classi popolari ma imporrà nuovi sacrifici e tagli a ciò che resta del welfare state.

 

Le responsabilità delle burocrazie sindacali

La decisione assunta dalla stragrande maggioranza dei partiti presenti in Parlamento mette in grossa difficoltà l’apparato burocratico che controlla il più grande sindacato italiano, la Cgil. L’azione della Confederazione di Corso Italia negli ultimi anni si è basata su questo schema: da un lato l’opposizione, più nella forma che nella sostanza, alle scelte economiche fondate sull’austerità, per intercettare e farsi rappresentante del malcontento che tali decisioni suscitano tra la stragrande maggioranza dei lavoratori, iscritti o meno al sindacato. Da un altro lato, la direzione Cgil ha sempre considerato, più o meno esplicitamente, tali decisioni ineluttabili, evitando di fomentare rivolte sociali di ampia portata e facendosi carico dell’«interesse nazionale».
Ora tutta questa rappresentazione falsa e truffaldina viene a cadere una volta per tutte.
Il governo Draghi che si appresta a mettere in pratica quanto richiesto dal Parlamento su nuovi finanziamenti alla Difesa è lo stesso che si prepara a imporre un taglio di 6 miliardi alla sanità pubblica nel prossimo biennio. Lo stesso governo che non garantisce aumenti salariali per i lavoratori pubblici.
Davanti a tutto ciò cosa faranno Landini e soci? Come potranno ancora giustificare il loro immobilismo agli occhi delle masse lavoratrici? Per quanto ci riguarda non ci facciamo nessuna illusione sulla possibilità che i burocratici sindacali facciano un sincero e aperto mea culpa e rompano in maniera definitiva con la politica di collaborazione di classe.
Nessun fatto, per quanto chiaro e incontrovertibile, può convincere i burocrati della necessità di una svolta nell’azione. La volontà di difendere la loro situazione privilegiata, per quanto anch’essa sempre più ridotta per colpa della crisi economica, li costringe a tradire e imbrogliare quei lavoratori che a parole dicono di voler difendere.
Lo sviluppo degli eventi dimostra, se ve ne fosse ancora bisogno, la necessità di costruire una direzione alternativa, classista e rivoluzionaria, agli apparati oggi maggioritari nel movimento operaio, per sconfiggere le politiche di austerità, militariste, guerrafondaie, poste in essere dai governi borghesi di qualsiasi colore.

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