Quanto ci costano quelle briciole...
Note amare sul nuovo contratto della scuola
Fabiana Stefanoni*
“Signori, davvero: bastava che guardaste in quello strumento!” Aprendo un quotidiano qualunque all’indomani della firma del contratto della scuola (7 ottobre) e leggendo le dichiarazioni di Cgil, Cisl e Uil si poteva, con un minimo sforzo s’immaginazione, trovarsi catapultati in teatro senza spostarsi dalla poltrona di casa. Qualche insegnante si sarà sentito come il povero Galilei di Bertolt Brecht, in una delle scene più divertenti del testo teatrale che ha come protagonista lo scienziato pisano. Galilei tenta di convincere alcuni dotti aristotelici a guardare nel telescopio per osservare che non è il sole a girare attorno alla terra, ma viceversa, e si deve rassegnare a una risposta che non lascia spazio ad obiezioni: “un occhiale che ci mostra cose poco probabili non può che essere un occhiale poco attendibile...”
La verità sugli aumenti...
I sindacati concertativi, dopo mesi di vuote capriole linguistiche per cercare di dimostrare che nella scuola qualcosa in meglio è cambiato col governo di centrosinistra, hanno sbandierato il contratto come un’importante conquista strappata: si è parlato di 140 euro mensili di aumento, presentato dai mass media come un generoso regalo che papà Fioroni ha voluto elargire, nonostante tutto, a quei fannulloni degli insegnanti. Proviamo noi, quindi, tralasciando le dichiarazioni dei burocrati sindacali, a guardare nel telescopio per vedere che cosa riserva realmente ai lavoratori della scuola il contratto di recente siglato da Cgil, Cisl e Uil (ma anche dalla Gilda e dallo Snals).
Prima di tutto, va precisato che i 140 euro di aumento sono lordi e che, soprattutto, andranno solo ai docenti delle superiori con 35 anni di servizio: solo per fare un esempio, per la gran parte degli insegnanti precari l’aumento consisterà in poco più di 50 euro al mese. In media, comunque, sono stati concessi “ben” 70 euro al mese netti di aumento per i docenti e 50 euro netti per il personale Ata (come si vede, con la solita logica di distinguere tra lavoratori e lavoratori). Oltre a questo, gli arretrati verranno pagati molto meno di quanto previsto e, soprattutto, solo a partire da febbraio 2008, cioè con circa 25 mesi di ritardo!
...e quel che ci costano
E questa è la parte “buona”. Adesso occupiamoci delle cose brutte: per tanta presunta manna dal cielo non può che esserci una contropartita per i lavoratori. Il nostro telescopio parla chiaro: prima di tutto, gli aumenti (miseri) derivano dai tagli (abbondanti). La vecchia Finanziaria e la nuova prevedono un taglio di 50 mila cattedre, cioè posti di lavoro nella scuola, per un risparmio di ben 4 miliardi di euro in quattro anni, che graverà ancora una volta sulle spalle dei lavoratori, a partire dalle centinaia di migliaia di precari che vedranno ulteriormente ridotti i posti disponibili. Il precariato nella scuola non è più l’eccezione, ma la regola: gli insegnanti precari, costretti spesso ad esserlo per decenni, sono ormai utilizzati in modo strutturale per coprire i posti vacanti e rimandare alle calende greche le assunzioni in ruolo (nell’ultima tornata non sono servite nemmeno a coprire i posti liberati dai pensionamenti).
Ma il ministro Fioroni, in questi mesi, non si è limitato a questo. Prima di tutto, scalzando i suo predecessore berlusconiano, ha promesso in un disegno di legge un incremento dei finanziamenti pubblici alle scuole private cattoliche paritarie di più di 51 milioni di euro, che vanno ad aggiungersi ai 100 milioni di euro stanziati dalla scorsa finanziaria. Non bastasse, come riporta il Manifesto del 9 novembre, un regolamento allo studio del ministero dell'Istruzione aggrava quanto previsto dalla Moratti anche in relazione agli istituti non paritari (i cosiddetti diplomifici), che potranno beneficiare per la prima volta di finanziamenti pubblici. Inoltre, è stato ulteriormente aumentato il numero medio di studenti per classe, con un aggravio delle condizioni di studio per gli studenti e di lavoro per gli insegnanti.
Ma molto altro ci sarebbe da dire. Mentre gli istituti cadono a pezzi e i precari che svolgono le supplenze brevi su chiamata degli istituti devono attendere mesi e mesi per vedere uno straccio di stipendio, il solerte ministro, sull’onda della ignobile campagna contro i “fannulloni”, non trova nulla di meglio da fare che delegare al direttore didattico (sempre più un manager che un Preside...) la facoltà di sospendere, in modo arbitrario, gli insegnanti senza nemmeno consultare il collegio docenti! Per non parlare del decreto Bersani, che ha trasformato le scuole pubbliche in fondazioni private, con la conseguente possibilità di attingere finanziamenti da imprese private, che acquisiscono il diritto di partecipare alla stessa gestione didattica: la realtà degli stage in azienda, che conferiscono crediti formativi al lavoro svolto gratuitamente presso enti privati, è ormai la norma negli istituti secondari.
Per una scuola pubblica, laica, aperta a tutti e di vera qualità!
Lo sciopero generale del 9 novembre è stato un primo passo, piccolo ma importante, per dire no allo smantellamento della scuola pubblica. Certo, anche nella scuola, le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil svolgono con solerzia il loro ruolo di pompieri del conflitto sociale. Basta pensare che, con l'evidente intento di ostacolare la buona riuscita dello sciopero del 9 novembre, è stato convocato pochi giorni prima, il 27 ottobre (guarda caso di sabato), uno sciopericchio la cui piattaforma era una vera e propria carezza rassicurante al ministro Fioroni e al governo Prodi: dateci quel poco che ci avete promesso e terremo tutti calmi e buoni...
Serve una risposta forte: ciò che è stato fatto è grave, ma ciò che ci dobbiamo aspettare lo è ancora di più. Sul sito del Ministero dell'Istruzione è stato pubblicato un "libro bianco" della scuola (300 pagine circa che ci leggeremo durante i mesi di disoccupazione) che prevede altri drastici rivoluzionamenti, chiaramente di segno negativo: sempre maggiori poteri discrezionali ai dirigenti, forme di apprendistato per gli aspiranti insegnanti che andranno a coprire le supplenze, concorsi che azzereranno o quasi le fatiche di decenni di precariato, e chi più ne ha più ne metta.
È ora di dire basta! I lavoratori e le lavoratrici della scuola rivendicano:
- assunzione a tempo indeterminato dei precari e del personale Ata;
- aumenti salariali reali, riduzione del numero di alunni per classe e pagamento integrale di tutti gli arretrati;
- no ai tagli alla scuola pubblica nella finanziaria;
- no ai finanziamenti pubblici alle scuole private;
- no al protocollo del 23 luglio che taglia le pensioni e rende permanente la precarietà;
- per una scuola pubblica, laica e di vera qualità.
*Cub Scuola Emilia Romagna




















