Organismi geneticamente modificati
Mistificazioni borghesi e prospettiva comunista
Alberto Cacciatore
La Consultazione Nazionale su “Ogm e modello di sviluppo agroalimentare dell’Italia” organizzata dalla Coalizione”ItaliaEuropa-Liberi da Ogm” - che raccoglie le maggiori organizzazioni degli agricoltori, del commercio, della moderna distribuzione, dell’artigianato, della piccola e media impresa, dei consumatori, dell’ambientalismo, della scienza, della cultura, della cooperazione internazionale - si è conclusa con il raggiungimento dell’obbiettivo di 3 milioni di Sì al quesito: “Vuoi che l’agroalimentare, il cibo e la sua genuinità, siano il cuore dello sviluppo, fatto di persone e territori, salute e qualità, sostenibile e innovativo, fondato sulla biodiversità, libero da Ogm?”.
Un risultato un po’ scarso per quella che dai portavoce della Coalizione è stata definita – forse con eccessiva enfasi - la più grande aggregazione di energie sociali, culturali e produttive mai realizzatisi nella storia della repubblica: 28 organizzazioni con circa 10 milioni di associati. Ma a fronte dello scarso risultato elettorale rispetto alle potenzialità dei numeri, l’occasione della consultazione - al di là degli Ogm - ha visto la ricomposizione, attorno ad un’unica strategia, degli interessi di quella borghesia e piccola borghesia dell’agroalimentare, che vuole difendere e rilanciare l'agroalimentare italiano nella competizione mondiale, puntando sulla qualità, genuinità, tipicità, sicurezza e sostenibilità ambientale. Caratteri distintivi del cosiddetto made in Italy, incompatibile evidentemente con una filiera di produzione Ogm. La coalizione proprio grazie all’ampio spettro di cosiddetta “società civile” che rappresentava e al fiancheggiamento della stampa della “sinistra radicale”, ha cercato la partecipazione della popolazione attraverso: la retorica del coinvolgimento dell’intera comunità nazionale in un processo di elevamento delle conoscenze scientifiche e della consapevolezza culturale, di ricoesione sociale, di democrazia partecipata, ampia e reale, sui temi dell’agricoltura e dell’alimentazione di decisiva portata per l’Italia, l’Europa e il mondo; il risibile richiamo ad una globalizzazione non unipolare e omologante, ma multipolare, multiproduttiva, multiculturale, democratica e condivisa, fondata sul protagonismo cosciente dei cittadini; l'illusione che l’obbiettivo di consultare e di far esprimere direttamente i cittadini sul proprio futuro possa dare più forza alla richiesta che il decisore politico e le istituzioni, collocandosi in sintonia con gli orientamenti del sistema-Paese, operino scelte che rispecchino effettivamente gli interessi di tutti.
I protagonisti della Consultazione
I promotori della consultazione durante la campagna referendaria - evidentemente per dare maggiore appeal all’iniziativa - hanno ricordato che nel 2006 Prodi divenuto Presidente del Consiglio, si trovò d’accordo sulla necessità di promuovere una consultazione nazionale sugli Ogm e sul modello di sviluppo agroalimentare italiano. Ma fu con Prodi Presidente della Commissione europea che nel 2001 furono emanati: la Direttiva che permetteva l’immissione nell’ambiente di Ogm a scopo sia sperimentale che commerciale; i due Regolamenti sull’etichettatura degli alimenti e dei mangimi, nei quali si fissava una soglia dello 0,9% di presenza di Ogm, - considerata accidentale o tecnicamente inevitabile riferita ad ogni singolo ingrediente e non alla massa totale del prodotto – e si escludeva dall’obbligo di etichettatura i prodotti derivati da animali nutriti con Ogm (uova, latticini,carne). Incredibile a dirsi, la Coldiretti, una delle organizzazione dei produttori agricoli presenti nella coalizione, giudicò l’etichettatura utile per garantire la libertà di scelta delle imprese e dei consumatori europei che avrebbero avuto un’arma in più per vigilare sui prodotti posti in vendita nei banchi dei supermercati.
Gli scienziati anti-Ogm della coalizione sostengono che con troppa fretta si vuole applicare una tecnologia che potrebbe avere ripercussioni sulla salute umana ed animale, sull’ambiente, sulla sicurezza alimentare; invece, per loro, è necessario potenziare la ricerca per verificare gli impatti che tale tecnologia può avere sull’uomo e sull’ambiente, posticipandone lo sfruttamento economico fino a quando le incertezze applicative non saranno definitivamente chiarite. Si tratta di prendere tempo e nel frattempo si trasformano gli ecosistemi in laboratori a cielo aperto: la sola sperimentazione in campo aperto produce contaminazione genica nell’ambiente senza possibilità di ritorno allo stato precedente. Ciò che è presentato come solo sperimentato è di fatto già compiuto, e irreversibilmente. Le imprese di agricoltura biologica gridano allo scandalo perché la Commissione europea ha introdotto nel nuovo regolamento sul biologico la soglia dello 0,9% di contaminazione ammissibile per i prodotti biologici, soglia prevista già nell’agricoltura convenzionale, ma questo non solleva altrettanto scandalo.
Ma il biologico non ha tutte le carte in regola dal momento che la certificazione “bio” non è altro che un’autocertificazione che non garantisce affatto sulla qualità dei prodotti, ragione per la quale in Europa il biologico italiano ha un mercato limitatissimo. Infine le associazioni ambientaliste, mentre sostengono che non deve essere consentita nessuna soglia di contaminazione da Ogm nelle sementi convenzionali e biologiche, rivendicano alle Regioni la responsabilità di individuare le aree da destinare a colture transgeniche per assicurare la “coesistenza” tra coltivazioni Ogm, convenzionali e biologiche. E infatti così stanno facendo le regioni - con in testa quelle governate dal centrosinistra – che, mentre si definiscono “Ogm-free”, sono impegnate ad elaborare, e con la consulenza dei succitati scienziati anti-Ogm, le misure necessarie a garantire la coesistenza tra coltivazioni Ogm, convenzionali e biologiche, in osservanza di una raccomandazione della Commissione europea che in quanto tale non è vincolante.
La proposta comunista
La richiesta di sicurezza alimentare e di un’agricoltura ambientalmente sostenibile – che si è espressa anche nella consultazione - non può trovare una credibile risposta né dai soggetti coinvolti nella Coalizione né negli strumenti da quest’ultima adottati. Non si tratta di moltiplicare le informazioni di ogni tipo, nella speranza che siano sufficienti per una decisione "democratica e cosciente". Un "controllo democratico" dei transgenici è obiettivo incompatibile con i rapporti borghesi della produzione. La questione del potere proprietario del capitale su interi settori produttivi va posta come questione strategica decisiva anche in relazione al controllo sulla qualità del cibo e sulla produzione agricola. La rivendicazione dell’esproprio e della nazionalizzazione senza indennizzo sotto il controllo dei lavoratori e delle masse popolari dell’industria agroalimentare, dell’industria biotecnologia, della grande distribuzione e della grande proprietà terriera per la sua socializzazione nella forma della proprietà collettiva e cooperativa, insieme alla rivendicazione del controllo sociale dei risultati dello sviluppo scientifico e tecnologico, uniche misure in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni sociali e non il profitto privato, possono avere un consenso di massa, e possono esemplificare il senso stesso di una proposta comunista.




















