Ciò che resta della sinistra a Venezia
...dopo la nascita del Pd, garante dei poteri forti
Enrico Pellegrini
“Eccola: la Tribù del Pd!”: con queste esilaranti e grottesche parole il segretario della “nuova” creatura politica chiamata Partito democratico si è presentato alla folta platea che gli stava dinnanzi in occasione della passata convocazione dell’assemblea costituente del futuro soggetto politico. Un linguaggio che decisamente non rende merito alla vasta partecipazione popolare che lo ha eletto segretario e che, a prescindere dagli slogan sui meriti di una composizione politica proiettata nel più lontano futuro, rievoca usi e costumi sociali del tutto superati se non geograficamente mal riposti.
Il consenso di massa ricevuto dalle elezioni sulla nomina del segretario ha fatto girare la testa a più di qualche dirigente locale veneziano oramai del tutto disabituato a recepire una così forte partecipazione e un notevole interessamento da parte di una grossa fetta di opinione pubblica. Tutto sembra oramai ruotare attorno alle “innovazioni” del programma di gestione del territorio e alla possibilità di nuove alleanze “politiche” su basi sempre più avanzate. Di fatto, invece, oltre a colorare di roseo sempre lo stesso ceto politico che da anni asseconda lo sfruttamento sociale e le più selvagge speculazioni in città, tali idee e “nuove” proposte tendono al contrario a giustificare una dimensione sempre più svincolata da una seria analisi dell’economia di mercato e di tutti i suoi tragici risvolti.
Ai leader veneziani della nuova creatura politica non interessano le varie tragedie sociali che si presentano ormai quotidianamente sul territorio e sulle quali non dicono una mezza parola relativa alla reale loro soluzione. Ci si riferisce continuamente al risveglio di una speranza che dia un calcio alla cosiddetta crisi della politica (termine quanto mai fuorviante) ma si contribuisce in realtà ad assecondare una totale trasformazione socio-economica di intere aree industriali in preda ad una sempre più accentuata dismissione di grosse filiere produttive.
Cambiano casacca ma la loro azione politica è immutata
L’irreversibilità del crescente sfruttamento turistico della città non giova in nessun modo ai suoi abitanti, i quali vedono e subiscono un degrado sociale, economico ed urbano qualunque sia l’eventuale sbiadito colore politico delle giunte che la governano. Una città in cui Palazzi prestigiosi di proprietà pubblica si svendono e vengono trasformati in alberghi (l’ultimo in ordine di tempo è Palazzo Priuli) e in cui si profila l’ipotesi di spostare a Porto Marghera il terminal crocieristico delle grandi navi previo smantellamento degli enormi siti produttivi che, come afferma Zacchello, rappresentano un “problema” in tema di disponibilità di banchine e gestibilità del business ad esse collegato.
Montefibre, Solvay, Dow Chemical e molte altre aziende di quel che resta di uno dei poli chimici più grandi del mondo rappresentano un sintomo drammatico relativo al completo ridisegno economico dell’intera provincia e anticipano un totale rovesciamento di idee, valori, culture e tradizioni che queste complesse realtà operaie mantenevano a garanzia di una coesione sociale in passato punto di riferimento unico in regione. Addirittura nel settore aeroportuale, con gli ultimi 140 annunciati licenziamenti della Sav, si preannuncia una situazione esplosiva associata ad un vasto riordino di trasporti lagunari in cui, guarda caso, ricompare il progetto della sublagunare tanto caro a chi intende collegare il circuito turistico veneziano a territori sempre più estesi anche in terraferma. Gli stessi Musei Civici subiscono un processo di esternalizzazione/privatizzazione che li consegnerà a gruppi di potere finanziario-assicurativo con tutto ciò che ne consegue.
Oggi, in presenza di appetiti privati che via via trasformano Venezia in una Disneyland del XXI secolo vendendo palazzi prestigiosi, trasformandoli in alberghi ed in cui è completamente assente un serio programma di edilizia popolare, che proposte offre la cosiddetta sinistra locale? Quali prospettive si pone dinanzi alla domanda di rivendicazione sociale che con forza nelle strade e nelle piazze le migliaia di lavoratori le pongono? Quali esempi sanno offrire se non una superficialità di analisi politico-economica che non intacchi gli interessi di lobby fortissime agenti nella nuova “opportunità ” offerta dal business della logistica, della portualità commerciale, delle bonifiche?
Un’economia che offre sponde sicure nel solo settore ricettivo (turismo, servizi) ed in quello dello sfruttamento logistico commerciale non fa prevedere nulla di più che un impoverimento generale progressivo in cui forti spinte centrifughe di capacità ed esperienze professionali non troveranno alcun appoggio (e mai potrebbero trovarlo) nella miscela di programmi con cui si dipingono le vesti i vari signori locali del Partito Democratico.
Le problematiche locali e la nostra posizione
Altra questione su cui strumentalmente si indirizzano critiche e malesseri generali riguarda i tagli agli enti locali iniziati dal passato governo e puntualmente continuati dall’attuale in carica; la legge speciale per Venezia ha negli anni risolto diversi problemi con una pioggia di denaro che ha certamente aiutato la città ma che non l’ha preservata dal creare quel circuito artificioso di relativa agiatezza economica in termini di potenzialità di spesa. Oggi si discute su come far fronte alle grosse limitazioni dei vari fondi nazionali sempre più riversati in quel mostro chiamato Mose ma il problema è più esteso e comprende anche tanti altri diversi aspetti che sono riconducibili non solo al Mose ma anche ad una città che affronta i suoi problemi nei termini più sbagliati (ponte di Calatrava in primis) e che privatizzandosi sempre di più a causa di flussi turistici ingenti non concorre al soddisfacimento dei bisogni dei suoi stessi abitanti, visti oramai come un simpatico orpello decorativo all’interno di una città “museo”. Unificare le varie vertenze generali e combattere tali dinamiche in un ottica di forte responsabilità sociale può rappresentare un primo passo per invertire una rotta disastrosa in cui far prevalere con forza ragioni autorevoli di rappresentanza e legittimità di un mondo operaio da anni senza più valide bussole di orientamento politico.




















