La Rivoluzione d’Ottobre
A Novant’ anni dall’assalto al cielo
Ruggero Mantovani
La rivoluzione russa ha indubbiamente rappresentato l’avvenimento più significativo del Novecento, e, lungi dal poter essere relegata in un asfittico paragrafo della storia, la sua rilettura traduce in viva attualità le implicazioni programmatiche, strategiche e tattiche che hanno trovato la loro origine nella politica espressa dal bolscevismo.
Una verità sistematicamente rimossa dal revisionismo sia socialdemocratico sia staliniano, che seppur con differenti argomentazioni (parlamentarismo borghese per l’uno e “socialismo in un solo paese” per l’altro) ha ridimensionato la rivoluzione bolscevica alle specifiche condizioni di arretratezza della Russia, nel tentativo di eliminare un precedente pericoloso per le classi dominati e sicuramente ingombrante per chi, nella sinistra italiana, è cresciuto all’ombra del togliattismo.
L’attualità della rivoluzione d’Ottobre è stata, viceversa, rivendicata dal seminario della Lit Ci (Lega Internazionale dei lavoratori - Quarta Internazionale) organizzato dal PdAC, sezione italiana della Lit, che si è tenuto ad Otranto dal 25 al 30 luglio del 2007. Un’esperienza militante straordinaria, da cui è nato un libro di ricostruzione storica e teorica della Rivoluzione Russa, che segna, indubbiamente, un passo in avanti nella formazione di una nuova generazione di rivoluzionari.
Dal paradosso della rivoluzione di febbraio alla rivoluzione d'Ottobre
La rivoluzione di febbraio – asserì Trotsky – è stata guidata dagli “operai coscienti, temprati ed educati principalmente dal partito di Lenin. Ma subito dopo dobbiamo aggiungere: questa guida apparve sufficiente per assicurare la vittoria dell’insurrezione, ma non bastò per assicurare all’avanguardia proletaria la parte direttiva della rivoluzione”. Un paradosso che ha caratterizzato la rivoluzione di febbraio, ma che mise in evidenza che “senza un’organizzazione l’energia delle masse si disperderebbe come il vapore”, e in assenza del partito bolscevico, che nel febbraio del 1917 vedeva tutti i suoi dirigenti migliori in esilio o in galera, il processo rivoluzionario venne interrotto dalla borghesia.
Lenin, ritornato dall’esilio il 3 (16) aprile, iniziò una dura battaglia, sia contro l’ambigua posizione di Kamenev e Stalin, che tendeva “né al sostegno né all’opposizione” del governo provvisorio Kerensky, sia contro quei quadri più radicali che, pur proponendo l’opposizione al governo, non riuscivano ad articolare un programma per la presa del potere.
Con la pubblicazione delle Tesi di Aprile, Lenin capovolgeva l’impostazione del gruppo dirigente bolscevico: rifiutava qualsiasi appoggio al governo e lanciava la parola d’ordine di trasformare “la guerra imperialista in guerra civile”. In definitiva i bolscevichi per Lenin dovevano condurre una profonda agitazione tra le masse per convincerle che solo la rivoluzione proletaria avrebbe fermato la guerra, garantito il pane e ceduto la terra ai contadini.
Nel frattempo il 4 (17) maggio anche Trotsky rientrava dall’esilio e a luglio aderì formalmente al partito bolscevico: in definitiva con le Tesi di Aprile Lenin, facendo autocritica, aderiva all’impostazione di Trotsky sulla rivoluzione permanente, mentre quest’ultimo riconosceva la necessità della formazione di un partito centralizzato contro cui, in nome di un astratto unitarismo, si era schierato per molti anni. Le impostazioni politiche di Lenin cominciarono a far breccia tra le masse organizzate nei soviet nel momento in cui, nel giugno del 1917, ripresero grandi mobilitazioni, ma il 3-4 (16-17) luglio l’impazienza delle masse produsse pesanti scontri armati che l’esecutivo Kerensky represse duramente.
Anche Lenin, così come altri dirigenti bolscevichi, fu perseguitato dal governo e dal suo nascondiglio, contro le mistificazioni revisioniste di Plechanov e Kausky, scriveva il saggio “Il marxismo e lo Stato”, che nel 1918 fu pubblicato con il titolo Stato e rivoluzione. Un’opera di chiarezza teorica in merito alla natura dello stato e ai compiti del proletariato, con cui Lenin, riprendendo quello che aveva già scritto il 24 marzo del 1917 nelle Lettere da lontano, dopo la rivoluzione di febbraio, puntava l’indice contro il revisionismo “dei putrescenti partiti riformisti che avevano snaturato o dimenticato gli insegnamenti della Comune di Parigi e l’analisi che ne ha fatto Marx ed Engels”. I bolscevichi non dimenticarono quegli insegnamenti neanche quando il generale reazionario Kornilov il 27 agosto (7 settembre) tentò il colpo di stato: “anche adesso (dice Lenin) non dobbiamo sostenere il governo Kerensky. Verremmo meno ai nostri principi. Come ci si domanderà non si deve combattere Kornilov? Certamente bisogna combatterlo… Noi facciamo e faremo la guerra a Kornilov come le truppe di Kerensky, ma non sosteniamo Kerensky, anzi smascheriamo la sua debolezza. Qui sta la differenza. E’ una differenza abbastanza sottile ma essenziale e che non si può dimenticare”.
Il 31 agosto (13 settembre) il soviet di Pietrogrado votò la risoluzione bolscevica che prevedeva che tutto il potere fosse assegnato ai Soviet. La strada alla rivoluzione era oramai spianata e il 10 (23) ottobre il comitato centrale del Partito bolscevico votò a maggioranza per l’insurrezione. Malgrado la grave violazione del centralismo democratico di Zinoviev e Kamenev che, rendendo pubblico il loro dissenso, di fatto denunciavano l’intento dei bolscevichi, il 12 (25) ottobre il soviet di Pietrogrado decise la creazione del Comitato militare rivoluzionario con l’intento di dare avvio ai preparativi per l’insurrezione.
Nelle giornate del 26-27 ottobre (8-9 novembre) si aprì a Pietrogrado il secondo congresso dei soviet, nel quale i bolscevichi avevano la maggioranza assoluta, contando inoltre sull’appoggio dei socialrivoluzionari di sinistra. Il congresso assunse tutto il potere e nominò il nuovo governo rivoluzionario designando Lenin a commissario del popolo, il quale, finita l’ovazione del congresso nei suoi confronti, disse semplicemente: “adesso passiamo all’edificazione dell’ordine socialista!”. Malgrado la rivoluzione si sviluppasse senza incontrare forti resistenze, il 12 (25) novembre si celebrarono le elezioni dell’assemblea costituente che portarono in maggioranza le correnti antibolsceviche, profilandosi un dualismo di potere con il congresso dei Soviet. Il 3 gennaio del 1918 i bolscevichi sciolsero manu militari l’assemblea costituente assegnando “tutto il potere ai Soviet”.
Il significato e l’attualità della rivoluzione bolscevica
La trama che segnò gli otto mesi della rivoluzione russa fece emergere gli assi fondamentali del bolscevismo: conquista dell’egemonia della classe operaia alla prospettiva rivoluzionaria e instaurazione della dittatura del proletariato. Una traiettoria che, se da un lato ha costruito l’essenza del bolscevismo, dall’altro ha rappresentato il testamento di Lenin, che lo portò, nel 1922, ormai profondamente colpito dalla malattia, a condurre l’ultima battaglia contro Stalin e la sua brutale politica di russificazione della Georgia e delle repubbliche causasiche.
La rivoluzione del 1917 è stata indubbiamente l’evento più importante del novecento e ritengo che non sia scontato sottolineare la sua attualità. Per noi, impegnati a costruire un vero partito comunista, è necessario riproporre quella prospettiva e riattualizzare la necessità del partito della rivoluzione mondiale che, per dirla con i concetti di Marx e Lenin, significa: tensione verso i fini e subordinazione della tattica ai principi; dialettica partito-classe, direzione-spontaneità, unità-democrazia; carattere internazionale del socialismo e della lotta di classe. Questi i fattori essenziali della forza comunista che vogliamo costruire, gli stessi che fecero orgogliosamente affermare a Rosa Luxemburg: l’avvenire appartiene dappertutto al bolscevismo.




















