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XVII Congresso Cgil PDF Stampa E-mail
venerdì 21 febbraio 2014
XVII Congresso Cgil
Quale è la vera posta in gioco
(per i burocrati e per i lavoratori)
 

 
di Alberto Madoglio
 
 
congresso cgil
 
Il 21 febbraio è il termine entro cui si possono svolgere le assemblee di base per il XVII Congresso Nazionale della Cgil. Al momento non è possibile fare un bilancio numerico dell’andamento delle assemblee: dati ufficiali ancora non sono stati pubblicati. Per esperienza diretta (dei compagni del nostro partito che sostengono il documento “Il sindacato è un’altra cosa”) e da notizie, poche, pubblicate dal sito della Rete 28 Aprile, sappiamo che la Cgil esce da questa assise molto indebolita. La partecipazione risulta essere molto bassa. Col sistema delle urne aperte anche dopo lo svolgimento dei congressi, si riesce “miracolosamente” a vedere aumentato il numero di chi partecipa al voto, ma ciò non toglie che il quadro sia sconfortante. I lavoratori che intervengono nei dibattiti manifestano disillusione e rabbia nei confronti del sindacato. Questo non sempre, né potrebbe essere diversamente, si trasforma in adesioni al documento alternativo, ma nei pochissimi luoghi di lavoro dove ai sostenitori del documento di Cremaschi è concesso partecipare, i consensi al secondo documento non sono per niente disprezzabili.
Certo che il regolamento congressuale, i brogli manifesti che vengono perpetrati (dove non sono presenti i due relatori o dove, dopo un dibattito a due voci, nel collegio elettorale i sostenitori del documento della Camusso pilotano, per usare un eufemismo, i risultati) faranno sì che, alla fine, il risultato delle assemblee confermino un plebiscito a favore dell’apparato sindacale, che a stragrande maggioranza (su 12000 funzionari solo una ventina ha sostenuto il documento alternativo) si è schierato sulle posizioni della Camusso.
Se il congresso doveva servire per ridare slancio, far recuperare la fiducia dei lavoratori nel sindacato, possiamo già dire che l’operazione è fallita. E non poteva essere diversamente, dato che la Cgil negli ultimi anni (non solo nei quattro che ci separano dallo scorso congresso) non ha messo in campo azioni di lotta che sole avrebbero potuto impedire uno dei più pesanti attacchi al mondo del lavoro che governi e padroni hanno sferrato negli ultimi tempi; ha viceversa contribuito a far sì che questi attacchi arrivassero a buon fine, si pensi in particolare all'accordo del 28 giugno 2011 (che nei fatti distrugge il valore universale e di garanzia minima del contratto nazionale di lavoro consentendo deroghe peggiorative) e all’accordo sulla rappresentanza (che mira non solo a espellere il conflitto dai luoghi di lavoro, e nel merito del quale rimandiamo ad altri articoli pubblicati sul nostro sito).
 
Una guerra senza quartiere tra le burocrazie
Su quest'ultimo punto è esploso uno scontro tra la segretaria della Cgil e il leader della Fiom, Maurizio Landini.
Una premessa è obbligatoria. Il riavvicinamento tra la Fiom e la Cgil che si era visto negli ultimi tempi era l'approdo di un lungo percorso. Quando nell’estate del 2010 la Fiat passò all’offensiva, espellendo la Fiom dalla sua fabbrica a Pomigliano e dando il via a una svolta autoritaria volta a normalizzare le relazioni nelle fabbriche del gruppo, la Fiom aveva due opzioni: o chiamare i lavoratori della Fiat, e poi tutti i metalmeccanici, a una lotta contro i piani di Marchionne, oppure scegliere la via dei ricorsi ai tribunali per poter essere riammessa nei luoghi di lavoro da dove era stata cacciata (mentre allo stesso tempo si accettavano per le fabbriche dove le Rsu della Fiom erano maggioritarie accordi che ricalcavano il modello Pomigliano). Questa decisione, al di là delle conseguenze concrete che non sono oggetto di questo articolo, pose la base per un rientro dei metalmeccanici nella maggioranza della Cgil. La successiva condivisione dell’accordo della vergogna sulla rappresentanza sindacale è stato il tassello finale di questa opera di riavvicinamento, suggellata con la presentazione di un documento unitario al XVII congresso.
Tuttavia le tensioni tra le due ali della burocrazia (quella legata al Pd e quella in rapporto con vari spezzoni socialdemocratici, Sel in particolare) non si erano dissolte. Il differente posizionamento in occasione dell’elezione del nuovo segretario Pd (la Camusso schierata col vecchio apparato del partito, Landini interlocutore privilegiato del "rottamatore" Renzi), ha fatto esplodere il contrasto tra gli interessi non sempre omogenei dei due gruppi dirigenti. La miccia che ha innescato lo scontro è stata la firma da parte della Cgil di un regolamento attuativo dell’accordo sulla rappresentanza. Nonostante le affermazioni di Landini e dei dirigenti della Fiom, in realtà non si è trattato di uno "stravolgimento" dell'accordo di maggio accettato anche dalla Fiom ma di norme attuative che ne rendono evidenti le gravissime conseguenze. Ciò ha creato non pochi imbarazzi ai dirigenti dei metalmeccanici, in quanto si sono visti addebitare di fronte alla propria base, in termini chiari, quell'accordo infame che avevano condiviso e che di fatto estende il cosiddetto modello Pomigliano, a sua volta ideato per impedire ogni conflittualità operaia e legare mani e piedi alla stessa Fiom.
Ciò ha impedito a Landini di poter giocare sull’equivoco, come aveva fatto fino a quel momento spacciando l’accordo sulla rappresentanza come una conquista per i lavoratori. Ha dovuto alzare il tono della polemica. E in un crescendo rossiniano si è arrivati alla situazione odierna, nella quale lo scontro tra le due fazioni ha raggiunto livelli del tutto inaspettati. Da una parte abbiamo ascoltato l'appello alla disobbedienza delle decisioni prese dalla segreteria Cgil, dall’altra minacce di provvedimenti disciplinari (fino all’espulsione) per coloro che non sono disposti ad accettare il nuovo corso sindacale.
 
Una fragile tregua
Nel momento in cui scriviamo, da entrambe le parti si è cercato di abbassare la tensione e, in questo momento, la Camusso pare aver segnato un punto forse decisivo.
Il concedere, come richiesto dalla Fiom, una consultazione tra gli iscritti al sindacato sull’accordo sulla rappresentanza e più in generale sul modello sindacale da seguire, cioè un plebiscito pro o contro la Camusso. Le schermaglie ora riguardano la platea alla quale chiedere il voto. La Camusso punta all’intero corpo degli iscritti alla Cgil (potendo così contare sul voto di milioni di pensionati), mentre la Fiom vuole una consultazione riservata ai soli metalmeccanici ai quali si applica il contratto di Confindustria.
Al di là di queste schermaglie procedurali, pensiamo che Landini sia stato messo all’angolo. Una sua sconfitta, in entrambi i casi, pare molto probabile (certa se passerà l’opzione Camusso), dopodiché non rimarrà nessuna possibilità per non adeguarsi a quanto deciso.
 
Sui diritti non si vota
In questo dibattito i sostenitori del secondo documento (presentato da Cremaschi) hanno correttamente sostenuto la posizione che nessun voto possa cancellare diritti fondamentali dei lavoratori. Il diritto dei lavoratori di poter scegliere il sindacato a cui iscriversi, di crearne di nuovi, di poter mobilitarsi, anche se minoranza, nelle fabbriche o negli uffici per cambiare accordi ritenuti peggiorativi delle condizioni dei lavoratori, sono conquiste che il movimento operaio ha ottenuto in quasi duecento anni di lotte.
Le residue conquiste che i lavoratori possono vantare sono state ottenute col sangue e col sudore. Il fascismo le tolse col sangue e col sangue sono state riconquistate e difese anche nell’epoca della “democrazia borghese”. Questi diritti non sono a disposizione di nessuno, né di Landini né della Camusso, e nessuna consultazione potrà mai sancirne la perdita.
La sola possibilità che si ha per evitare quello che rischia di essere un colpo micidiale alla libertà sindacale e di sciopero nel Paese, è adoperarsi per creare una campagna di mobilitazione generale del mondo del lavoro. I compagni che in Cgil sono all’opposizione commetterebbero un errore fatale se delegassero le sorti della classe operaia al giudizio di 15 magistrati chiamati a esprimersi sulla costituzionalità di quell’accordo. E' necessaria una battaglia nelle piazze contro l'accordo sulla rappresentanza, altro che magistratura borghese!
Allo stesso tempo questa battaglia può avere speranze solo se si lega a una rivendicazione programmatica alternativa a quella di Cgil e Fiom e che allo stesso tempo rompa con le illusioni riformiste e keynesiane di uscita dalla crisi coltivate purtroppo anche nel documento alternativo.
Per parte nostra, come militanti del Pdac impegnati nella Cgil e sostenitori del documento alternativo, continueremo a lottare perché si diano le condizioni per la nascita in Italia di un sindacato di lotta, anticoncertativo e anticapitalistico, che miri a raggruppare tutte le avanguardie di classe combattive, presenti oggi sia in Cgil che nel sindacalismo di base.
 
 
 
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