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Riflessioni sul XVII Congresso Cgil PDF Stampa E-mail
venerdì 06 giugno 2014
Riflessioni sul XVII Congresso Cgil
Una nuova tappa nella lotta tra burocrazie
Niente di buono per i lavoratori
 
 
 
 
di Alberto Madoglio
 
fiom e camusso

Il XVII Congresso della Cgil si è concluso con la rottura della maggioranza che aveva dato vita al documento “Il Lavoro decide il futuro”.
Il riavvicinamento tra Landini e la Camusso dalla primavera dello scorso anno aveva subito una rapida accelerazione: l’accettazione da parte della Fiom dell’accordo del 28 giugno 2011 (che nei fatti recepiva l’articolo 8 della Legge Sacconi, cioè la possibilità di deroga ai contratti nazionali) e soprattutto il voto a favore, nel direttivo nazionale della Confederazione, rispetto all’accordo sulla rappresentanza nei luoghi di lavoro. La logica conseguenza di questi passaggi politici fu il successivo ritorno in maggioranza dei metalmeccanici e la presentazione di un documento unitario alle assise congressuali, iniziate lo scorso 7 gennaio.
 
La rottura tra la Camusso e Landini
L’idillio però è durato poco. Il 10 dello stesso mese Cgil, Cisl, Uil e Confindustria hanno siglato un testo in cui vengono meglio spiegati i contenuti dell’accordo sulla rappresentanza del 31 maggio 2013: nei fatti l’estensione in tutto il mondo del lavoro del modello Pomigliano, col quale la Fiat ha cacciato la Fiom dalle sue fabbriche.
I toni della polemica sono via via aumentati. Landini accusa la Camusso di una gestione antidemocratica e autoritaria del sindacato. Camusso risponde denunciando l’eccesso di protagonismo personale da parte del segretario dei metalmeccanici, ricordandogli (non a torto) la continuità tra l’accordo del 31 maggio, siglato anche col parere favorevole della Fiom, e quello del 10 gennaio, dalla Fiom al contrario osteggiato. Landini convoca un’assemblea a Bologna di delegati sindacali contrari alla linea della Camusso. La segretaria della Cgil a sua volta organizza una riunione di attivisti a Milano alla quale non vengono invitati non solo i metalmeccanici ma anche i rappresentanti di quelle categorie di non stretta osservanza camussiana, e nella quale Cremaschi e alcuni sostenitori del documento alternativo “Il sindacato è un’altra cosa” vengono fisicamente aggrediti dal servizio d’ordine sindacale per impedir loro di poter fare un intervento contro l’accordo del 10 gennaio.
In un crescendo rossiniano di accuse e controaccuse si è arrivati all’epilogo del Congresso Nazionale, con la decisione da parte della Fiom di presentare una mozione politica alternativa a quella della maggioranza e di votare poi contro la conferma della Camusso alla segreteria del sindacato di Corso Italia.
Questo nuovo quadro nei rapporti di forza di quello che ancora oggi è il più forte sindacato in Italia, e uno dei maggiori del Vecchio Continente, necessita da parte nostra alcune riflessioni, anche perché il perdurare della crisi economica, l’avvicinarsi di scadenze politiche che determineranno ulteriori attacchi al mondo del lavoro, con altri tagli a quello che rimane dello stato sociale, rende ogni giorno che passa più urgente la necessità di una rottura con le politiche concertative che il sindacato ha sostenuto in tutti questi anni.
 
Lotta di principi o lotta di apparato?
Possiamo fin da ora affermare che la rottura avvenuta al Congresso di Rimini è stata causata da uno scontro tra diverse frazioni dell’apparato burocratico della Cgil e non, come si potrebbe pensare, da due inconciliabili idee su come deve essere impostata la politica sindacale: moderata (quella rappresentata dalla Camusso) o radicale (Landini).
E’ veramente difficile, se non ci limitiamo a una analisi superficiale, definire chi tra i due leader rappresenti la destra e chi la sinistra sindacale. E non lo diciamo perché animanti da spirito partigiano: sì, siamo partigiani della lotta di classe e di una risoluta ideologia comunista, ma ciò non ci impedisce anzi ci obbliga ad essere obiettivi quando affrontiamo le discussioni e le analisi politiche. La conferma delle nostre posizioni si dà nell’analisi degli eventi e delle decisioni che i soggetti politici prendono, non con una verità astratta costruita a priori.
 
Landini, ovvero l’opportunismo fatto persona
Maurizio Landini, ad esempio, verso la fine del percorso congressuale ha parlato di gestione “truffaldina” del congresso. Questa affermazione, assolutamente condivisibile, è stata determinata da diatribe legate al conteggio dei voti su alcuni emendamenti al documento di maggioranza presentati tra gli altri dal segretario della Fiom. Tuttavia come non ricordare che fin dall’inizio delle assemblee di base proprio dall’apparato della Fiom sono stati frapposti i maggiori ostacoli per una piena agibilità democratica per i sostenitori del documento alternativo, e che brogli di vario tipo sono stati la regola e non l’eccezione nei congressi Fiom di ogni livello?
Come dimenticare che la soluzione avanzata da Landini per l’elezione dei futuri organismi dirigenti è quello di superare la per lui vetusta forma congressuale classica per una più moderna ma certamente meno democratica elezione per mezzo delle primarie?
In queste settimane abbiamo avuto più di un’apertura di credito da parte di Landini nei confronti del neo premier Renzi: Landini è arrivato fino a salutare con entusiasmo la mancia di 80 euro mensili che Renzi dà ad alcune fasce di lavoratori, dimenticandosi di precisare a quale prezzo tutto ciò viene concesso: ulteriore flessibilizzazione del lavoro attraverso il Jobs Act e un taglio di circa 30 miliardi di euro alle detrazioni a favore dei lavoratori, allo stato sociale, agli enti locali (spinti così ad aumentare le tariffe dei pochi servizi che ancora offrono alla popolazione), riprendendosi così con gli interessi quanto concede nelle buste paga di, lo ripetiamo, una minoranza di operai e impiegati.
Anche sulla questione dell’accordo del 10 gennaio, se guardiamo oltre le roboanti dichiarazioni, suffragate anche dal voto negativo che i lavoratori metalmeccanici hanno espresso sulla consultazione in merito organizzata dalla Fiom (alla quale non ha potuto partecipare con pari dignità chi sostiene che sui diritti non si vota), la sostanza è diversa. Si comincia a parlare di una generica e innocua proposta di modifica dell’accordo e non del suo rifiuto tout court, e si propone di andare al rinnovo delle Rsu in base agli accordi siglati dalla Cgil cioè compreso quello del 10 gennaio, senza avere però il coraggio di dire che nei fatti lo si applica: vecchi trucchi da politicanti.
 
Una sola opposizione in Cgil
Per tutti questi motivi oggi la sola opposizione alla linea capitolarda della Cgil è quella rappresentata dai compagni che hanno sostenuto il documento alternativo e che oggi si sono costituiti in area di opposizione.
E’ chiaro che in questa nuova situazione i compagni che hanno sostenuto la battaglia di minoranza possono essere spinti ad avere due atteggiamenti, in apparenza opposti, ma altrettanto sbagliati.
Il primo è quello in qualche modo di accodarsi a Landini, non capendo o non vedendo la natura burocratica della sua rottura con la Camusso: oggi una riedizione dell’alleanza che diede vita all’esperienza della “Cgil che vogliamo” al congresso del 2010 avrebbe esiti nefasti, rendendo impraticabile per un lungo periodo la possibilità di costruire un’area realmente anticoncertativa e classista all’interno della Cgil.
Il secondo è quello di chiudersi in un recinto settario, di presunta autosufficienza, limitandosi a denunciare il carattere opportunista della manovra della maggioranza dei dirigenti della Fiom e nulla più.
Per la verità quest’ultima è oggi un’ipotesi di scuola che nessuno sostiene o esplicita.
Il punto vero è che oggi la sfida per l’egemonia su chi guiderà l’opposizione in Cgil deve essere messa in campo concretamente, non solo proclamata. Bisogna inserirsi tra le contraddizioni che si apriranno tra l’apparato burocratico della Fiom e gli attivisti. I primi elevano il livello della polemica solo per consolidare la loro area e usarla come elemento di pressione e contrattazione con la segreteria della Cgil. Questo può, oltre e contro la volontà della burocrazia fiommina, contribuire a creare un nuovo clima di entusiasmo e di propensione alla lotta degli attivisti. Bisogna quindi incalzare la dirigenza della Fiom e sfidarla a rompere gli indugi: fare appello alla mobilitazione contro l’accordo sulla rappresentanza fino al suo ritiro, senza limitarsi a sterili e fasulle lamentele come quelle di Landini. Costruire le condizioni per creare un’opposizione di massa al governo Renzi e alle sue politiche sociali, Jobs Act in testa.
E’ ovvio che Landini non potrebbe applicare una simile linea fino alle sue logiche conseguenze: gli interessi materiali che le burocrazie vogliono difendere sono più forti dell’evidenza dei fatti o degli appelli alla buona volontà, ma sfidando la direzione Fiom si potrebbe smascherare il suo opportunismo, avanzando al contempo nella battaglia per l’egemonia, creando le condizioni per la costruzione di una sinistra di classe, rivoluzionaria e di massa all’interno della Cgil.
La crisi economica e di egemonia delle classi dirigenti della borghesia, il discredito sempre maggiore che colpisce i burocrati sindacali, la situazione rivoluzionaria che, tra flussi e riflussi, continua a a livello mondiale (nonostante l'Italia appaia oggi ferma, sarà trascinata nel vortice prima o poi), fa sì che quella da noi indicat non sia solo un’ipotesi valida per astratte discussioni teoriche, ma sia una necessità attuale.
 
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