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Note sul dibattito interno alla sinistra Cgil PDF Stampa E-mail
giovedì 25 settembre 2014
Note sul dibattito interno alla sinistra Cgil
Come sviluppare la battaglia
per un sindacato di classe e di lotta
 

 
di Alberto Madoglio
 
 
 
 
sviluppare sindacato di classe
 
Il quadro della situazione economica in Italia, così come nel resto d’Europa, è sempre più precario. Il Pil (Prodotto interno lordo) e la produzione industriale continuano a scendere senza sosta. Lo spettro della deflazione (discesa generale dei prezzi) ha smesso di essere solo uno spettro, diventando una dura realtà con la quale fare i conti. Le armi della Bce (Banca Centrale Europea), per cercare di favorire la ripresa economica e produttiva del Continente, appaiono sempre più spuntate. I governi europei rispondono con le politiche di sempre: austerità e sacrifici a carico dei lavoratori e delle classi più deboli dei vari Paesi.
L’esecutivo italiano, guidato da Matteo Renzi, sta assumendo un ruolo di primo piano in questa azione di attacco frontale al mondo del lavoro. In maniera demagogica Renzi critica la politica europea, denunciandone il carattere recessivo e affermando che non si farà mettere sotto osservazione dai tecnici di Bruxelles, mentre, nei fatti, accetta le indicazioni della Troika, funzionali alle esigenze della grande borghesia italiana, e annuncia l’ennesima riforma del lavoro che ha, come suo asse centrale, la definitiva cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori per i neo assunti aprendo la strada alla cancellazione definitiva per tutti.
 
Il dibattito nella sinistra Cgil
E’ evidente che questa situazione influisce, non solo sulla vita dei singoli lavoratori, ma anche delle organizzazioni del movimento operaio. La Rete 28 Aprile, oggi confluita nell’area denominata “Il sindacato è un’altra cosa-opposizione in Cgil”, non sfugge a questa regola.
Dopo un congresso, il XVII, che, al netto dei brogli e delle truffe compiuti dalla maggioranza della Cgil, conferma il controllo ferreo degli apparati burocratici sulla confederazione, è necessario interrogarsi su quale debba essere il futuro di una sinistra di classe, non solo nella Cgil, ma nell’insieme del panorama del sindacalismo non concertativo in Italia.
Sarebbe esiziale se questa discussione non fosse posta all’ordine del giorno, o se fosse riservata al dibattito degli organismi dirigenti dell’area. Purtroppo è quello che si sta verificando.
Visitando il sito web della Rete 28 Aprile appare, in data 19 settembre, una nota del portavoce nazionale Bellavita, nella quale si accenna ad un duro scontro avvenuto in occasione delle ultime due riunioni del Coordinamento Nazionale dell’area (a Viareggio, alla festa nazionale, e il 18 settembre) con protagonista l’ex portavoce, e ancora oggi componente di spicco, Giorgio Cremaschi. La nota si conclude affermando che tutto si è risolto nel migliore dei modi, facendo allo stesso tempo un appello ad essere presenti alle lotte che nelle prossime settimane si verificheranno nel Paese. Il testo di Bellavita è molto reticente: leggendolo non si capisce il termine della contesa, e su quali basi politiche il confronto si sia chiuso. Contiene anche una “pillola avvelenata”, quando riferisce della richiesta avanzata a Cremaschi di rientrare nell’esecutivo nazionale dell’area. Lascia intendere che la discussione sia nata solo per una questione di posti. Per parte nostra pensiamo, anche da questi segnali, che l’accordo ritrovato sia meno solido di quanto lo si voglia far apparire.
Noi, come tanti altri, sappiamo qual è il motivo che ha scatenato il confronto. Una lettera di Cremaschi, inviata ai componenti del coordinamento nazionale, ma poi girata in un ambito più largo, spiegava, dal versante di Cremaschi, i termini della contesa. Sintetizzando, possiamo dire che si poneva in discussione il ruolo che la sinistra Cgil deve avere: se limitarsi a fare l’opposizione all’interno del sindacato di Corso d’Italia, o se cominciare a porsi seriamente l’obiettivo di dar vita ad un soggetto sindacale alternativo a quello concertativo e rinunciatario di Cgil, Cisl e Uil.
Crediamo che il tema, al di là della lettera di Cremaschi e della reticente nota di Bellavita, sia di stretta attualità e noi non vogliamo assolutamente contribuire ad alimentare una sorta di congiura del silenzio.
 
Per un dibattito trasparente e per superare gli steccati delle sigle sindacali
Pensare che rendere pubblico a tutti i compagni che hanno sostenuto la battaglia congressuale in Cgil il dibattito che oggi si è aperto nella sua componente di sinistra possa creare confusione e sconcerto tra i militanti, contribuendo a rafforzare gli avversari all’interno e all’esterno del sindacato, è un’idea da respingere senza tentennamenti. Per molto tempo, negli anni passati, abbiamo sentito queste stesse argomentazioni in un infinità di casi e situazioni: in discussioni nei partiti, nei movimenti, ecc. In realtà è vero il contrario: solo un dibattito aperto e franco, fra diverse opzioni politiche, può galvanizzare e riavvicinare alla militanza tutti quei compagni che negli anni si sono allontanati dall’attività politica e sindacale perché stanchi di essere solo soggetti passivi di scelte che altri assumevano sulle loro teste.
Oggi, all’interno della più grave crisi economica della storia del capitalismo, e del fallimento totale e senza appello delle scelte seguite dagli apparati sindacali, la prospettiva della creazione di un nuovo e diverso soggetto sindacale non è più eludibile.
Non possiamo sapere come questo possa avvenire: o con la cacciata dei burocrati dal sindacato (ipotesi che a noi pare solo astrattamente possibile) oppure al termine di un processo che porti all’unificazione di tutti quei soggetti che fanno parte della galassia del sindacalismo conflittuale (termine certamente molto impreciso ma che usiamo per semplicità descrittiva).
E’ senz’altro vero che la creazione di questo soggetto sindacale non potrà avvenire a tavolino: si creerebbe l’ennesimo sindacato autoreferenziale destinato al fallimento. Ma è vero altresì che non basta limitarsi ad attendere imprecisate e futuribili condizioni ottimali perché ciò possa avvenire. E’ necessario, fin da ora, contribuire a creare le condizioni perché questo processo possa avvenire in maniera fruttuosa e in tempi non troppo lunghi.
Perché, se è vero che l’Italia negli ultimi anni si è caratterizzata per un basso livello della conflittualità di classe, fattore che certo non facilita chi vuole rompere con la routine imposta dalle burocrazie sindacali, non si può nemmeno negare che non vi siano state, e certamente ci saranno nelle prossime settimane, situazioni in cui cominciare a gettare le basi per la creazione di questo nuovo soggetto sindacale.
Negli ultimi due anni il settore della logistica è stato al centro di importanti lotte e mobilitazioni su tutto il territorio nazionale, organizzato, per lo più, dal sindacato Si Cobas. Si è trattato di un esempio di lotte molto radicali, continuate nel tempo e che hanno avuto come protagonisti una nuova generazione di proletari, specialmente immigrati, che hanno dimostrato un alto grado di combattività e di coscienza di classe. Bene, in tutte queste lotte la Rete 28 Aprile prima, e la nuova sinistra Cgil oggi, sono state del tutto assenti. Non sarebbe stata quella una lotta in cui, superando settarismi organizzativi e diffidenze, sinistra Cgil e Si Cobas avrebbero potuto contribuire a creare quell’unità di azione oltre le proprie collocazioni sindacali?
E ancora: per quanto concerne l’accordo della vergogna del 10 gennaio non sarebbe più utile, anziché concentrare le proprie forze in ricorsi alla magistratura borghese, aderire e contribuire alla battaglia lanciata dal Coordinamento Nazionale No Austerity, unico soggetto che ad oggi cerca di unificare le varie lotte presenti in Italia (nelle fabbriche, nelle scuole e nei territori contro lo sfruttamento del sistema capitalistico e contro la devastazione ambientale e ) e che vede nella battaglia contro la legge sulla rappresentanza un’occasione che potrebbe creare le condizioni perché si avvii quella mobilitazione di massa necessaria per respingere le politiche di austerità che i governi impongono alle classi sfruttate?
Queste sono domande, noi pensiamo, alle quali è utile rispondere nei fatti, se non ci si vuole limitare ad un lamento fine a sé stesso.
Il 14 novembre prossimo il sindacalismo di base ha promosso uno sciopero generale contro il governo Renzi. Bene ha fatto la sinistra Cgil ad annunciare che parteciperà a questa mobilitazione! E’ un passo avanti rispetto al passato, quando ci si limitava a dare “libertà di coscienza”, proponendo adesioni individuali.
 
La necessità della coscienza e della lotta di classe per un sindacato di classe
Ora è indispensabile che lo sciopero del 14 novembre non diventi la versione di sinistra delle mobilitazioni indette in passato dalla Cgil: scioperi proclamati solo per dimostrare che il sindacato esiste, ma senza nessuna prospettiva per il giorno dopo. Non si può pensare che, come accadeva nel passato, una sola giornata di sciopero possa cambiare i rapporti di forza e far tornare governo e padroni a più miti consigli. La grande borghesia italiana è consapevole che la posta in gioco è molto alta. Non si tratta solo dell’articolo 18, di un mercato del lavoro ancora più flessibile o di un ulteriore blocco dei salari nel pubblico impiego. Per la borghesia italiana si tratta di capire che ruolo avrà nei prossimi decenni, non solo a livello nazionale, ma globale; se potrà, in altre parole, nutrire ambizioni di potenza imperialista o se sarà costretta a svolgere un ruolo di secondo piano nella competizione economica mondiale, accontentandosi di nutrirsi delle briciole che le altre potenze vorranno concederle.
Come la borghesia è ben consapevole dei suoi interessi di classe, è altrettanto necessario che la stessa consapevolezza di classe sia patrimonio di chi dichiara che è arrivato il momento di costruire un sindacato diverso. Un sindacato di lotta, anticoncertativo e di massa non può che fondarsi su di un programma di classe anticapitalistico. Ogni terza via, di stampo neo keynesiano o riformista, è fuori della storia.
L’esperienza dei nostri compagni in Brasile, dirigenti di Conlutas (maggior sindacato di base, non solo dell’America Latina, ma di tutto il mondo, oggi alla testa delle lotte di massa in Brasile) ci indica che questo progetto, lungi dall’essere qualcosa di velleitario, è l’unica possibilità concreta che hanno i lavoratori per avere la possibilità di sconfiggere le politiche di lacrime e sangue che i governi stanno imponendo.
 
 
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