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Ilva, prove tecniche di accordo tra rabbia operaia e il solito ricatto: salute o lavoro PDF Stampa E-mail
domenica 12 novembre 2017

Ilva, prove tecniche di accordo tra rabbia operaia

e il solito ricatto: salute o lavoro

 

 

di Francesco Carbonara

 

Al piano di ArcelorMittal gli operai rispondono con 24 ore di sciopero, cortei, picchetti e occupazione del sito genovese. Il Pdac al loro fianco per rivendicare la gestione operaia delle fabbriche

 

Il 9 ottobre il tavolo previsto al MISE sulla vertenza Ilva, azienda attualmente in amministrazione straordinaria, che avrebbe visto impegnati oltre ai sindacati e alle istituzioni i vertici societari di ArcelorMittal, l'azienda in procinto di prendere il controllo di Ilva, è saltato perché persino il ministro Calenda ha ritenuto “irricevibile” l'offerta dell'azienda acquirente a causa dell'evidente passo indietro di ArcelorMittal sulle garanzie salariali per i lavoratori presentate dallo stesso gruppo italo-indiano in fase di gara.
«Bisogna ripartire dall'accordo di luglio, dove si garantivano i livelli retributivi. Se non si riparte da quell'accordo la trattativa non va avanti» queste le parole di Calenda, in cui non vi è alcun riferimento alle questioni ambientali e al numero di esuberi.
Eppure le istituzioni borghesi mostrarono entusiasmo quando il gigante dell'acciaio ArcelorMittal appartenente al gruppo AmInvest e Co, gruppo in cui è entrata a far parte anche la Marcegaglia, si fece largo tra ben ventinove manifestazioni d'interesse che si proposero durante la gara nonostante, fin da allora, la compagine societaria dichiarò apertamente migliaia di esuberi per l'attuazione del nuovo piano industriale .
Insomma, ciò che il governo oggi giudica “irricevibile” non è altro che la conferma di quanto ArcelorMittal aveva già annunciato in fase di gara, ossia che per rilanciare l’azienda sarebbero stati necessari pesanti tagli al personale (4000 esuberi) divisi tra gli stabilimenti di Taranto e Genova e la riduzione dei salari dei rimanenti lavoratori per mezzo della loro riassunzione con il Jobs Act, che farebbe risparmiare ai nuovi padroni fino a 7000 euro annui per ogni lavoratore riassunto, oltre a far perdere loro i diritti acquisiti fino ad oggi con sangue e sudore. In definitiva, come sempre accade in queste situazioni, governo e padroni cercano insieme di scaricare i costi di queste operazioni sui lavoratori.

 

Il violento attacco alla salute e all'incolumità dei lavoratori

 

Occorre ricordare che sono decenni che i lavoratori dello stabilimento tarantino, e non solo, pagano le conseguenze delle politiche industriali padronali anche in termini di vite umane. È doveroso ricordare, infatti, che uno studio condotto da Arpa Puglia e Ares Puglia, quindi non proprio da istituti bolscevichi, mette in evidenza come le polveri sottili industriali (Pm10) siano responsabili di un aumento del 4% del rischio di mortalità, in particolare del 5% per tumore polmonare, oltre che del 10% per infarto del miocardio.
L’anidride solforosa, invece, provoca un aumento del 9% della mortalità, con eccessi più marcati per tumore polmonare (+17%) e infarto (+29%). Inoltre, nel periodo compreso tra il 2006 e il 2011 entrambi gli inquinanti sono stati responsabili dell'aumento del rischio di tumore del polmone tra i residenti: alle polveri è imputabile un +29%, mentre all’anidride solforosa sarebbe riconducibile un incremento del 42%.
Se si considerano i ricoveri per quartiere di residenza, emerge un “eccesso di ricorso alle cure ospedaliere” compreso tra il 7 e il 50 per cento a Tamburi e Paolo VI, con dati rilevanti nella fascia d’età compresa tra gli 0 e i 14 anni. I bambini finiscono più spesso in ospedale se sono residenti a Tamburi (+24%), Borgo (+16%) e Paolo VI (+26%) e gli incrementi diventano ancora più elevati quando si considerano le sole infezioni delle vie respiratorie. Ormai non è più un segreto, in quanto è dimostrato che l’andamento della mortalità segue di pari passo l'andamento produttivo e di inquinamento nel quartiere Tamburi che continua a mietere vittime tutt'oggi.
Per quanto riguarda le morti bianche, cioè quelle avvenute direttamente nei reparti di produzione, i numeri sono altrettanto inquietanti. Sono 51 le morti bianche a partire dal 1993 ad oggi, mentre risulta difficile la ricostruzione a partire dall’apertura del centro siderurgico. Lo scrittore Roberto Nistri, nel suo libro «La città dell’acciaio», cita 386 morti dal 1960 al 1977 e mancano, quindi, i riferimenti agli anni che vanno dal 1977 al 1993. Il giornalista e scrittore Angelo Mellone riporta un'altra fonte sul libro Acciaiomare parlando di circa 500 infortuni mortali.

 

Scavalcare le burocrazie sindacali, lottare contro padroni e governi da una prospettiva di classe!

 

Alla luce di tutto questo, dopo l'ennesimo attacco nei confronti dei lavoratori, i sindacati, incalzati dal basso, si sono visti costretti a proclamare 24 ore di sciopero nelle quali hanno preso forma cortei e picchetti a Genova e Taranto dove è esplosa la rabbia operaia. Mentre in un secondo tempo, nei giorni scorsi, visto lo stallo della trattativa, gli operai hanno occupato lo stabilimento di Genova.
Sconcertante è l'atteggiamento delle burocrazie sindacali che, come sempre, cercano di spostare il campo di battaglia dalle fabbriche e le piazze ai tavoli concertativi istituzionali, dove lunghe, inutili ed estenuanti trattative messe su ad arte in accordo con i padroni non hanno altro scopo che sfiancare gli operai in lotta.
Sulla posizione dei sindacati la dice lunga la recente dichiarazione di Landini (ex leader dei metalmeccanici) che a riguardo si limita a chiedere di inserire tra gli azionisti dell’Ilva la Cassa Depositi e Prestiti come “garanzia” e soluzione della controversia.
Non avendo alcuna intenzione di organizzare una vera mobilitazione nazionale, i sindacati burocratizzati continuano a svolgere il loro ruolo di pompieri delle lotte cercando in ogni modo di contenere la rabbia della classe operaia.
Noi di Alternativa comunista, invece, crediamo che gli operai debbano auto-organizzarsi e rivendicare la proprietà e la gestione della fabbrica per poterla chiudere e poi riconvertire per fini civili. In tal modo, usando il patrimonio confiscato ai Riva (ex padroni dell'azienda), i lavoratori potrebbero occuparsi personalmente di questo processo, potrebbero liberare Taranto dalla devastazione ambientale e i suoi cittadini dall'eterno ricatto salute o lavoro, rompendo con le burocrazie sindacali per far saltare i piani di governo e padroni che altro non hanno da offrire se non il sacrificio del proletariato sull'altare del proprio profitto.
Come militanti di Alternativa comunista appoggeremo ogni iniziativa operaia di lotta contro padroni e governi che vada nella direzione da noi indicata, all'Ilva e in ogni altra realtà.

 

 

 
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