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Ex-Ilva, la primavera pugliese dipende solo dall'unità delle classi oppresse PDF Stampa E-mail
luned 29 aprile 2019

Ex-Ilva, la primavera pugliese dipende solo

dall'unità delle classi oppresse



di Salvatore de Lorenzo

 

 

foto_ilva

 

 

Con l'acquisto di Ilva, Arcelor-Mittal (AM), la multinazionale che possiede una ventina di acciaierie sparse in quattro continenti, consolida ulteriormente la sua posizione di maggior produttore mondiale di acciaio al mondo. Nelle sue fabbriche sono attualmente impiegati oltre 200.000 operai.
Dalle pagine di questo giornale abbiamo già analizzato nei dettagli la natura truffaldina dell'accordo di cessione di Ilva ad AM. Quell'accordo, che non contiene nessuna imposizione alla nuova proprietà per quel che riguarda il rispetto delle norme di sicurezza e dell'ambiente, svela la totale subalternità sia del «governo del cambiamento», rappresentato dal ministro del lavoro Di Maio, che dei sindacati filo-padronali Cgil-Cisl-Uil e della stessa Usb, ai desiderata del grande capitale. L'accordo consente ai nuovi padroni di AM un'ampia sforbiciata ai salari, con il licenziamento di 3.000 operai in tutta Italia, di cui 2.500 solo a Taranto; contemporaneamente esso costituisce una vera e propria condanna a morte per gli abitanti del quartiere Tamburi, non essendovi alcun obbligo, per i nuovi proprietari, di una riconversione dello stabilimento in linea con le norme ambientali. Al contrario «ai proprietari dell'azienda viene garantita l'immunità penale per qualunque evento di malattia o di morte che colpirà i lavoratori e i cittadini del territorio», come si legge in un comunicato molto critico della Cub, uno dei pochi sindacati ad aver tentato, seppur in modo contraddittorio, come vedremo avanti, di impedire quell'accordo.


L'antico intreccio tra padroni, politica e sindacati

Nel 2013 il precedente proprietario di Ilva, Emilio Riva, fu posto agli arresti domiciliari per il reato di disastro ambientale. Un articolo molto interessante del Fatto Quotidiano(1) rivelò, tra l'altro, la gestione criminale del personale, voluta dai Riva, per liberarsi di operai scomodi attraverso il mobbing, confinando cioè i disobbedienti in una palazzina «lager». Con questa gestione militarizzata della fabbrica, l'utile netto di Ilva passò da 112 a 1842 miliardi di lire nel 1995.
La vicenda processuale coinvolse, tra gli altri, l'ex governatore pugliese Vendola, leader di Sel, accusato di concussione aggravata in concorso per presunte pressioni sull'Arpa (l'Agenzia regionale per l’ambiente) in favore dell’Ilva. Dinanzi alla corte di assise di Taranto, il 27 febbraio di quest'anno, Vendola ha respinto ogni accusa. Peccato che a rivelare il coacervo di relazioni torbide tra Vendola e i padroni della fabbrica vi sia un'intercettazione telefonica tra l'ex governatore pugliese e Archinà, ex-amministratore delegato di Ilva, durante la quale, tra una risatina e l'altra sui macabri avvenimenti dei morti per tumore a Taranto, sui quali Archinà aveva baldanzosamente rifiutato di dare spiegazioni a un giornalista, Vendola rincuorava Archinà, gli ribadiva il suo sostegno e gli diceva di non preoccuparsi perché «i vostri principali alleati sono quelli della Fiom». Una brodaglia di relazioni affaristiche, dunque, tra il governo di «sinistra radicale» della regione Puglia, la Fiom e i proprietari di Ilva che è esemplare delle ragioni che hanno consentito l'ascesa al potere di una formazione reazionaria come il M5s, che, a Taranto, alle ultime elezioni, ha raggiunto il 48% dei consensi. Assieme a Vendola è indagato anche il suo delfino, Fratoianni, attuale leader di Si.
Un'ulteriore indagine(2), aperta dalla magistratura tarantina nell'ottobre del 2017,
riguarda «i 5 milioni di metri quadrati di rifiuti sversati, secondo il pm, dall’acciaieria nella gravina di Leucaspide, nel territorio di Statte, in provincia di Taranto. Dal 1995 a oggi l’Ilva ha accumulato nell’area montagne di scarti, contenenti anche berillio, pcb e arsenico. Si sono create così vere e proprie discariche a cielo aperto, alte fino a 30 metri, composte da rifiuti pericolosi e non pericolosi di origine industriale».


Il disastro ambientale

Durante la gestione straordinaria, dal 2013 al 2018, la situazione, tuttavia, non è migliorata affatto, perché né modifiche al sistema di produzione dell'acciaio, né misure significative per contenere o rimuovere le polveri dei parchi minerari, sono state mai realizzate. La risultante di tutte queste negligenze è che oggi Taranto è una delle città italiane caratterizzate dal maggior numero di malati di tumore, come si deduce da indagini epidemiologiche. E il nesso tra malattie tumorali e Ilva è inequivocabile: Il numero di operai che si ammalano di cancro all'Ilva è superiore del 400% alla media nazionale(3). I dati sanitari costituiscono un autentico bollettino di guerra. Ogni anno(4) ci sono quasi 1500 nuovi casi di tumore, con un aumento del 28% rispetto al 1990. E' questo il quadro presentato dall'Istat sulla base delle analisi epidemiologiche della Lilt (Lega italiana per la lotta ai tumori) di Lecce. E il problema sanitario non è solo quello dei «tumori - aggiunge la Lilt – che le evidenze scientifiche ampiamente correlano all’inquinamento – ma anche delle patologie coronariche, respiratorie, ormono-endocrine, metaboliche, della riproduzione e altro ancora. Il peggio è che nonostante si conoscano, oggi più di ieri, i fattori di rischio, la nocività e la cancerogenicità di molecole e di prodotti dei processi industriali, si paventano ancora modelli di sviluppo non sostenibili e di accertato svantaggio complessivo».
La cessione di Ilva ad AM, voluta dal «governo del cambiamento», dopo aver illuso e tradito i cittadini di Taranto cui era stata garantita la chiusura e/o la riconversione ambientale dello stabilimento, non ha cambiato di una sola virgola le politiche ambientali dei nuovi padroni. In assoluta continuità con la vecchia gestione Ilva, l'attuale gestione di AM continua a produrre acciaio senza essere obbligata a muovere un solo passo né in direzione della chiusura dei parchi minerari, né in direzione della riduzione delle fonti inquinanti, tutelata dal contratto di acquisto che la esonera da ogni impegno in tal senso. E difatti, nello scorso mese di marzo, la registrazione dell'inquinamento atmosferico causato dalle emissioni nocive di sostanze altamente tossiche, assieme alle condizioni del vento, che trasportava le polveri dai parchi minerari alla città, ha fatto scattare l'allarme delle agenzie regionali ambientali e la chiusura delle scuole del quartiere Tamburi. Questo ennesimo episodio ha rimesso in moto i comitati cittadini, con una serie di proteste all'interno del municipio e una ripresa generale delle mobilitazioni che ha condotto diverse associazioni, comitati e forze sociali ad organizzare una manifestazione di protesta sotto Ilva per il prossimo 4 maggio.


Dalla padella alla brace

I comitati ambientalisti, che sono nati durante la fase di gestione straordinaria, hanno lottato in questi anni per la chiusura dello stabilimento. Una posizione assolutamente comprensibile se si guarda ai danni prodotti all'ambiente, all'incremento esponenziale delle malattie tumorali, e alle tante vittime sacrificate sull'altare dei profitti dei Riva prima e di AM oggi. Comprensibile ma errata, poiché pone gli operai (che, come ricorderemo ai radical-chic delle organizzazioni di «sinistra», nella società capitalistica sono costretti a vendere la loro forza lavoro per vivere), di fronte alla scelta o di dover sacrificare il posto di lavoro per non ammalarsi o di salvare il posto di lavoro rischiando di ammalarsi. Un ricatto ovviamente inaccettabile.
La parola d'ordine della chiusura è errata perché quella non è l'unica strada percorribile. Esiste difatti un'ampia letteratura scientifica da cui si evince come sia possibile produrre acciaio senza distruggere l'ambiente e il clima, tesi avvalorata dall'esistenza di diverse fabbriche, in Europa e in altri continenti, nelle quali la produzione di acciaio non produce alcun disastro ambientale(5). Se questo cambiamento nel modo di produzione dell'acciaio, a Taranto, non è avvenuto, è solo perché le multinazionali che si sono impossessate dello stabilimento non avevano e non hanno alcuna intenzione di reinvestire alcuna quota dei loro strabilianti profitti in nuovi mezzi e tecniche di produzione compatibili con l'ambiente: così fu per i Riva, così è per AM. I capitalisti sono totalmente indifferenti ai problemi delle masse e insensibili alle loro richieste di tutela del clima e della salute, poiché tali richieste costituiscono una minaccia per i loro profitti.
Solo sottraendo la produzione dei beni materiali alle logiche del profitto e ponendo i mezzi di produzione sotto il controllo dei lavoratori e dei cittadini sarà possibile produrre i beni materiali, necessari ai fabbisogni della popolazione mondiale, senza inquinare il pianeta e senza produrre i disastri climatici che registriamo quotidianamente in tutti i continenti. Il problema ambientale non è cioè separabile dal problema del controllo, da parte delle grandi masse, dei mezzi di produzione dei beni materiali e quindi della trasformazione socialista della società mondiale. Solo il socialismo potrà cioè salvare il pianeta dai disastri ambientali e climatici e solo in una società siffatta sarà possibile produrre i materiali necessari per la costruzione delle infrastrutture, delle abitazioni e dei mezzi di trasporto, come l'acciaio, senza danneggiare l'ambiente.
La sfida dunque non è quella di ritornare a una società rurale basata sulla pastorizia e sulla pesca, come diversi comitati ambientalisti piccolo-borghesi e settori anarchici bucolici invocano per Taranto; la vera sfida è quella di sottrarre i mezzi di produzione alle multinazionali dell'acciaio e porli sotto il controllo degli operai e dei cittadini. Ed è in fondo questa la vera ragione per cui i comitati ambientalisti non sono stati in grado di incidere sul cambiamento del modello produttivo di Ilva: tutte le loro proteste hanno messo in discussione il modello di sviluppo economico e industriale di Taranto, come se fosse possibile separare lo sviluppo di una singola città da quello di tutto il resto del Paese. Come se fosse possibile risolvere gli interessi dei settori oppressi della città di Taranto senza ridiscutere un modello di sviluppo che opprime e devasta i subalterni di tutto il mondo. Come se il problema fosse l'acciaio e non la sua produzione attraverso tecniche e fonti di energia obsolete.
Assumendo la posizione della chiusura della fabbrica, posizione peraltro assunta anche da alcuni sindacati di base come Cub, i comitati cittadini si sono progressivamente alienati le simpatie di gran parte degli operai metalmeccanici di Ilva, con i quali non hanno mai cercato realmente di confrontarsi.
Se è un dato di fatto abbastanza scontato che, per la gran parte degli operai, il lavoro in Ilva non rappresenti il massimo delle loro aspirazioni, dato che in quella maledetta fabbrica si continua a morire per la mancata applicazione di regole minime per la tutela della sicurezza sul lavoro o per la tutela della salute, è però altrettanto vero che è solo attraverso quel lavoro che essi possono percepire quel salario che è necessario per il sostentamento delle proprie famiglie.
La difesa del posto di lavoro è dunque la condizione elementare di sopravvivenza per il proletariato. Ecco perché ogni movimento o comitato di lotta non può prescindere dalle ragioni di sussistenza della classe operaia, né pensare che si possano proporre soluzioni dei problemi che inevitabilmente coinvolgono quella classe senza che quelle soluzioni siano state discusse e concordate con la stessa classe. Aldilà delle possibili specifiche soluzioni ai problemi di Taranto, qualunque proposta deve essere cioè discussa e concordata con gli operai della fabbrica. Ed è sostanzialmente questa la ragione per cui si è creata una evidente scollatura, per non dire frattura, tra i movimenti cittadini e la classe operaia.


Nazionalizzazione

Ma se si analizzano le dinamiche sindacali degli ultimi anni, la posizione degli operai dell'Ilva diviene persino più chiara; nel corso di questi anni una grossa frazione di essi ha abbandonato la Fiom per passare in Usb, un sindacato che, sino alla firma della cessione di Ilva ad AM, sembrava essere su posizioni molto più combattive e radicali di quelle dei sindacati confederali.
I suoi dirigenti più rappresentativi, Rizzo e Bellavita, hanno inizialmente illuso gli operai, garantendo loro che si sarebbero battuti per la nazionalizzazione di Ilva. Una parola d'ordine sostanzialmente corretta, a patto che la produzione venga posta sotto il controllo della classe operaia stessa, l'unica che ha interesse, assieme ai cittadini tarantini, a una riconversione dello stabilimento rispettosa dell'ambiente.
Il voltafaccia di Usb, con annessi i commenti favorevoli di Bellavita dopo la cessione di Ilva ad AM, è una pugnalata alle spalle per tanti operai che hanno creduto in quel sindacato. Seppur in negativo, questo episodio costituisce però una lezione fondamentale per il movimento operaio poiché dimostra, come abbiamo sempre sostenuto, che le avanguardie più combattive del movimento operaio devono sempre esercitare una pressione critica sulle burocrazie sindacali invece che cedere ai loro abboccamenti, e devono sempre tener presente che ogni rappresentante sindacale è credibile solo se esso si confronta costantemente con la base che lo ha delegato e ne rappresenta fedelmente le istanze, invece che cedere agli ordini imposti dai dirigenti sindacali. Sconfessare pubblicamente i delegati sindacali che prendono decisioni diverse dalle basi che essi rappresentano è un dovere fondamentale della classe operaia e delle sue avanguardie.


Ascesa e crollo dei 5 stelle

Durante la fase di commissariamento di Ilva, il M5s è stata l'unica forza politica che è riuscita ad illudere, contemporaneamente, sia i cittadini che gli operai tarantini. Se ciò è stato possibile non è solo per l'arretramento dei ceti subalterni tarantini, causato dall'assenza di una direzione rivoluzionaria in Ilva e nei comitati cittadini, ma anche per l'abilità machiavellica dei 5 stelle. Durante la campagna elettorale del 2018, la strategia comunicativa dei populisti grillini è consistita nell'illudere sia i cittadini che gli operai, agitando, nei giorni pari, la parola d'ordine, cara ai cittadini, della chiusura dello stabilimento e, nei giorni dispari, la parola d'ordine, cara agli operai, della nazionalizzazione dello stabilimento. Con l'accordo di cessione dello stabilimento ad AM, l'illusione da parte dei tarantini che tale forza politica potesse segnare una svolta positiva per Taranto è definitivamente tramontata e molto difficilmente il M5s potrà continuare a giocare un ruolo, persino minimo, di direzione dei comitati cittadini, inferociti per la svendita, da parte del M5s, della loro salute sull'altare dei profitti di AM.


O socialismo o barbarie

Durante la fase di transizione che va dal 2013 al 2018, i principali comitati cittadini che si battono per la salvaguardia dell'ambiente a Taranto, come abbiamo visto, hanno fatto pochi sforzi per cercare di costruire un'unità di azione con la classe operaia tarantina. Se la soluzione, come è evidente, passa per la costruzione di un comitato di cittadini e di operai che prenda sotto il suo controllo la produzione dell'acciaio a Taranto e avvii un processo di riconversione dello stabilimento, ne consegue immediatamente che questo processo non può essere delegato a nessuno dei partiti borghesi, M5s incluso, che hanno governato questo paese. Appare cioè abbastanza chiaro che l'unica soluzione ai problemi di Taranto passa per l'autogoverno della città e della fabbrica da parte dei cittadini e degli operai tarantini. Dopo essersi illusi che il M5s potesse rappresentare le istanze dei movimenti cittadini e aver commesso l'errore madornale di sostenere il M5s alle ultime elezioni, il principale comitato cittadino, quello dei «Liberi e pensanti», ha di recente fatto autocritica(6). Questa autocritica è positiva ma non è sufficiente, perché è l'orizzonte della proposta avanzata dai «Liberi e pensanti», confinata nell'alveo delle compatibilità capitalistiche, che ha condotto e condurrà i cittadini e gli operai a nuove sconfitte.
Il potenziale rivoluzionario della città di Taranto è unico in Italia e se esso è rimasto sempre inespresso è per la mancanza di una direzione rivoluzionaria in grado di far comunicare operai e cittadini e di spiegare che quelle sconfitte sono la conseguenza di una divisione alimentata ad arte da tutti i partiti borghesi (dalla sinistra radicale al Pd, dai 5 stelle al centrodestra) e dei loro servi fedeli nei sindacati confederali e in Usb.
Salvare l'ambiente è ancora possibile ma questo richiede una risposta radicale dei cittadini e degli operai, a partire dall'occupazione della fabbrica e del municipio tarantino, per un autogoverno di Taranto basato sui consigli degli operai e dei cittadini.
Invitiamo infine tutte le avanguardie combattive dei movimenti cittadini ed operai tarantini a cercare inoltre l'unità delle lotte con tutta la classe operaia italiana ed internazionale aderendo al Fronte di Lotta No Austerity, l'organizzazione che unisce tutti gli attivisti sindacali e di movimento che si battono contro il capitalismo, indipendentemente dalla loro sigla sindacale di appartenenza.

O insurrezione o barbarie!


Note

1 www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/30/emilio-riva-morto-i-guai-giudiziari-dalla-palazzina-laf-al-disastro-ambientale/969227/

2 www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/26/ilva-21-indagati-per-disastro-ambientale-5-milioni-di-metri-cubi-di-rifiuti-in-gravina-sotto-inchiesta-la-famiglia-riva/3938183/

3 www.lecodellitorale.it/2018/07/30/taranto-tumori-ona-prende-posizione/

4 www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/870705/morti-per-tumori-a-taranto-1500-all-anno.html

5 www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/ambiente-o-produzione-di-acciaio-possibile-uscirne

6 www.repubblica.it/spettacoli/musica/2019/04/12/news/uno_maggio_taranto_libero_e_pensante-223845379/


 
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