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Dove va la sinistra interna alla Cgil? PDF Stampa E-mail
venerdž 15 luglio 2016

Dove va la sinistra interna alla Cgil?

Bilancio della riunione nazionale

de “Il sindacato è un'altra cosa”

 

 

di Alberto Madoglio

Venerdì 8 luglio a Firenze si è tenuta la riunione nazionale degli aderenti all’opposizione di sinistra in Cgil, "Il sindacato è un’altra cosa". E’ stata la prima riunione dopo gli eventi che hanno sconquassato l’area: le dimissioni del portavoce nazionale Sergio Bellavita e il suo passaggio in Usb e, più importante, l’uscita dall’area e dalla Cgil dei delegati Fiom che nei mesi scorsi, con le loro mobilitazioni, avevano combattuto i diktat aziendali in Fca e per questo erano, di fatto, stati espulsi con una spudorata manovra autoritaria e anti democratica da Landini. Alla riunione erano presenti oltre un centinaio di delegati provenienti da varie realtà territoriali e di fabbrica.

 

Un bilancio necessario

Se la presenza numerica ha dimostrato che, pur dopo quanto accaduto, l’area è ancora viva, crediamo che la soluzione della sua crisi politica e organizzativa sia ancora di là da venire. Senza andare troppo indietro nel tempo, possiamo affermare che le varie esperienze nate con l’obiettivo di creare una sinistra di classe nel più grande sindacato italiano non sono mai state coronate dal successo. Lo stesso possiamo dire, almeno fino a oggi, per l’area nata sulle ceneri della Rete 28 Aprile allo scorso congresso della confederazione di Corso Italia.
Tutto ciò è più difficile da comprendere e giustificare avendo presente la fase storica in cui viviamo. Certo, il basso livello della conflittualità sociale nel Paese, associato ai forti limiti settari e burocratici di buona parte del sindacalismo “di base” e conflittuale, rende impervia la strada per costruire un’alternativa al sindacalismo concertativo che la Cgil, insieme a Cisl e Uil, continua a voler rappresentare. Allo stesso tempo, la sempre maggior omologazione da parte di Cgil, e ormai senza ombra di dubbio anche della Fiom, al quadro economico imposto da padroni e governo (un quadro fatto di austerità sempre più accentuata, tagli ai salari e allo stato sociale) amplia gli spazi politici per una alternativa di classe anche dal versante sindacale. Se il livello della lotta in Italia non ha per il momento raggiunto i picchi di altri Paesi (da ultimo la Francia), è pur vero che focolai di esplosione sociale sono stati presenti anche in questi anni.

Il problema è che la sinistra Cgil, alla prova dei fatti, non solo si è fatta trovare impreparata, ma ha anche seguito una linea sbagliata.

Nella primavera 2010, quando Marchionne nella fabbrica dell’allora Fiat (oggi Fca) a Pomigliano lanciava il suo progetto di imporre un nuovo modello contrattuale, la sinistra Cgil, allora parte della maggioranza Fiom, sosteneva la linea opportunista di Landini, allora osannato come nuovo leader di una sinistra non succube alle logiche del liberismo più sfrenato. Oggi può far sorridere pensare a Landini novello Che Guevara, ma all’epoca solo il nostro partito resistette a quell’abbaglio collettivo, continuando a denunciare l'opportunismo del leader della Fiom (che, tra l'altro, non ha poi esitato a cacciare l'allora portavoce dell'opposizione interna dalla segreteria nazionale Fiom).

 

Opposizione sì... ma come?

In questi anni l’opposizione si è spesso limitata, certo con lodevoli eccezioni dovute ad alcuni coraggiosi delegati di fabbrica, alla sola discussione negli organismi dirigenti. Un comportamento che, come prevedibile, non ha portato risultati concreti (gli organismi di quel sindacato sono di fatto blindati e impermeabili ad ogni riflessione concreta, e questo a ogni livello, dal direttivo di categoria provinciale fino a quello nazionale di tutta la confederazione) e allo stesso tempo ha logorato molti attivisti.
Ciò secondo noi si spiega, principalmente, con due fattori. Prima di tutto, una incoerenza programmatica. Avere fin da subito denunciato il carattere reazionario e anti sindacale dell’accordo del 10 gennaio 2014 sulla rappresentanza sindacale (l’accordo della vergogna) è stato certamente positivo. Ma l’aver poi deciso di presentarsi alle elezioni rsu accettando quello stesso accordo, di fatto avallandone l'applicazione, ha impedito che da una opposizione fatta di proclami si passasse a una opposizione concreta, che avesse la forza di mobilitare i settori più combattivi della classe operaia con scioperi, picchetti ecc. Questa scellerata decisione ha probabilmente contribuito, in maniera indiretta, alla capitolazione di alcuni settori del sindacalismo di base a quell'ignobile accordo (che, ricordiamolo, cancella di fatto il diritto di sciopero e trasforma i sindacati in mere agenzie di servizio).
Il secondo fattore è stato il profondo settarismo dell’area. Nonostante in ogni riunione, incontro, documento non sia mai mancato un richiamo alla necessità di coordinare le varie realtà in lotta, tutto questo è rimasto lettera morta. Si è partecipato a sporadiche riunioni con gli apparati del sindacalismo di base, però con un’ottica di coordinamento a livello di intergruppo, anziché in quella di unire le lotte.
Lo stesso rifiuto di partecipare al processo di costruzione del Coordinamento No Austerity, ora Fronte di lotta No Austerity, unica realtà che si pone l’obiettivo di coordinare le lotte, così come di aderire alla rete dei sindacati anticoncertativi a livello internazionale (Rete Sindacale Internazionale di solidarietà e di lotta), spiega molti dei limiti intrinseci della sinistra Cgil.

 

Per uscire dalla crisi

Come spesso accade nella vita, delle persone così come di ogni tipo di associazione, momenti di crisi possono essere il punto di partenza per un nuovo inizio su basi più solide. Per far sì che ciò avvenga è necessario rompere con tutto quel passato che ha impedito all’area di crescere e consolidarsi. E’ indispensabile lanciare una offensiva programmatica a tutto campo contro la maggioranza che oggi governa in Cgil, non con l’idea velleitaria di riformare la burocrazia che la domina, ma per creare le condizioni che permettano alla sinistra Cgil di essere quella credibile alternativa di classe alla politica fallimentare seguita da Camusso e Landini, organizzatori di disfatte per il movimento operaio italiano.
Un chiaro programma anticapitalista, che possa unificare le varie mobilitazioni di oggi (dalla logistica alla Fincantieri) e del prossimo futuro (la scuola in settembre e i metalmeccanici nelle prossime settimane tenuto conto dello stallo delle trattative per il rinnovo contrattuale) non è più rinviabile.

Propedeutico a tutto ciò è un percorso che porti finalmente la piena democrazia operaia all’interno dell’area. Noi rifiutiamo la vulgata reazionaria, purtroppo presente anche in settori dell’area di sinistra, che, facendo di tutta l’erba un fascio, vuole che "i partiti stiano fuori dal sindacato". Crediamo che il sindacato debba essere autonomo da ogni partito del movimento operaio e indipendente e contrapposto ai partiti borghesi e al governo padronale. Ma questa indipendenza di classe è possibile solo se il sindacato si organizza sulla base di una reale democrazia operaia che riconosca il diritto di ogni partito del movimento operaio a intervenire nel sindacato: purché lo faccia nel rispetto delle scelte e dell'autonomia del sindacato.

Questo però non è quanto è avvenuto finora nell’opposizione Cgil. Di fatto negli anni il controllo dell’area è stato gestito dall'alto da organizzazioni politiche che, a prescindere dalla loro reale consistenza nella lotta di classe e a prescindere dal seguito nell’area (minimale), hanno diretto l’area in forma anti-democratica, senza che vi fosse mai un reale confronto di posizioni e senza quindi che i ruoli potessero essere definiti dalla base in conseguenza del consenso reale sulle diverse posizioni. I gruppi dirigenti sono sempre stati imposti in virtù della appartenenza di alcuni quadri di questi gruppi all'apparato sindacale, o per una sorta di diritto consuetudinario, per cui chi aveva un ruolo nelle vecchie esperienze della sinistra sindacale l’ha mantenuto per decenni come se ciò gli fosse dovuto; altre volte i dirigenti sono stati "nominati" non per il loro ruolo reale nelle lotte della classe, ma solo perché facenti parte di uno dei gruppi che concorreva a questa gestione.

Ora l'equilibrio di alleanze che reggeva questa gestione verticistica pare essersi incrinato e ci sono parziali differenze sulle prospettive dell'area che vedono da una parte alcuni dirigenti di Sinistra Anticapitalista e del Pcl (il gruppo di Ferrando), dall'altra il gruppo diretto da Sinistra Classe e Rivoluzione (ex Falce Martello). Tuttavia nessuna di queste organizzazioni fa un bilancio o mette in discussione le modalità con cui finora hanno gestito l'area.

E’ giunto il momento che tutto ciò cambi. E' ora che siano i gli operai e gli attivisti sindacali che lottano nei luoghi di lavoro a definire, attraverso un percorso democratico, la linea programmatica e organizzativa dell'area. Per questo i compagni del Pdac, insieme ad altri compagni, hanno proposto di promuovere un’assemblea nazionale di tipo congressuale, per imprimere un cambio di rotta. Se la sinistra Cgil vuole combattere per la democrazia operaia nel sindacato, deve in primo luogo attuare questa democrazia al proprio interno: in caso contrario a questa crisi dell'area ne seguiranno altre, così come è già stato negli anni scorsi.

L’approfondirsi della crisi economica e politica del capitalismo, l'approfondirsi della crisi europea dopo la Brexit, la ripresa delle lotte di classe in Francia, ci dicono che anche da noi si avvicina una stagione di grandi mutamenti. E’ un’occasione che non dobbiamo perdere e che dobbiamo essere preparati ad affrontare, per il futuro della classe lavoratrice.

 

 
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