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No al tentativo della Cgil e della Fiom di azzerare il conflitto PDF Stampa E-mail
domenica 05 maggio 2013

No al tentativo della Cgil e della Fiom

di azzerare il conflitto nella società e nei luoghi di lavoro.

Lottiamo per costruire una vera alternativa

al sindacalismo concertativo!


 

di Alberto Madoglio

 

camusso, bonanni, marcegaglia, ecc

 

Dopo la sconfitta, subita da Cgil e Fiom alle elezioni dello scorso febbraio, sconfitta, ricordiamo, causata dal fallimento del loro progetto basato su di una vittoria della coalizione di centro sinistra tra Pd e Sel, qualcuno poteva pensare che queste due importanti organizzazioni sindacali facessero tesoro del risultato elettorale e imprimessero una svolta di 180 gradi rispetto alle politiche fino allora seguite. Le cose, ovviamente non sono andate così. Le burocrazie sindacali guidate da Camusso e Landini hanno, al contrario, proseguito, anzi accelerato – rendendolo di fatto irreversibile – il percorso di subordinazione alle esigenze di governabilità dei partiti di entrambi gli schieramenti borghesi, e di tutela dei profitti e della pace sociale delle aziende italiane sempre più colpite dalla crisi economica, oggi ancora in corso dopo sei anni dalla sua esplosione.
Come spesso accade la realtà ha superato ogni più fosca previsione. Fiom e Cgil hanno sferrato un micidiale doppio colpo alle speranze di milioni di lavoratori.

 

La burocrazia della Fiom getta la maschera

 

Ha iniziato per primo il sindacato dei metalmeccanici quando, nell’ultima riunione del Comitato Centrale ha avanzato alle corrispondenti organizzazioni di Cisl e Uil, e indirettamente a Federmeccanica, l’organizzazione padronale, una proposta in otto punti che, di fatto, cancella gli ultimi tre anni di lotte e mobilitazioni che, seppur in maniera confusa, timida e contraddittoria, il sindacato guidato da Landini aveva intrapreso.
Quando nel 2010 a Pomigliano la Fiat decideva di cancellare per i dipendenti di quella fabbrica il contratto nazionale, la Fiom aveva davanti a sé due strade: lanciare una mobilitazione generale di tutti gli operai Fiat, per poi estenderla a tutte le fabbriche del Paese, per bloccare quella che fin da subito appariva come un’aggressione che, alla fine, si sarebbe estesa a tutti i lavoratori (come poi fu), oppure limitarsi al caso specifico della fabbrica campana, accettando nei fatti la strategia scelta da Marchionne. Conseguente a questa seconda decisione fu la scelta di abbandonare un po’ alla volta la mobilitazione operaia, delegando alla magistratura borghese la soluzione del problema. Quali risultati questa serie infinita di ricorsi, controricorsi, appelli e sentenze della Corte di Cassazione, abbia prodotto, è sotto gli occhi di tutti: nessuno. La Fiat continua a ricattare i propri lavoratori, minacciando e licenziando chi tenta di resistere.

Gli otto punti, come detto, cancellano gli ultimi tre anni di conflitto. La Fiom propone, per tornare al tavolo delle trattative insieme a Fim-Cisl e Uilm, di ritirare i ricorsi alla magistratura ancora pendenti, di non promuoverne di nuovi e, soprattutto, di accettare l’accordo del 28 giugno 2011 col quale si sancisce che, a livello aziendale o territoriale, le norme del Contratto Nazionale possano essere modificate, in peggio, sia dal punto di vista economico che normativo. Come chiunque può capire, tutto ciò rappresenta non una furbizia tattica per riguadagnare un ruolo nelle trattative, ma una resa incondizionata senza nemmeno ottenere l’onere delle armi. Ma non è finita qui.

 

Camusso e Landini, insieme ai padroni, cancellano la democrazia dai luoghi di lavoro

 

Il secondo colpo è stato sferrato dalle burocrazie sindacali al movimento operaio il 23 aprile, ed è stato più duro del primo.
Il Consiglio Nazionale della Cgil ha votato a larghissima maggioranza (con i soli voti contrari dei sostenitori della Rete 28 Aprile) a favore dell’accordo sulla rappresentanza sindacale nel settore privato, sottoscritto da Cgil, Cisl Uil e Confindustria.

Spirito dell’accordo sarebbe di regolamentare, una volta per tutte, la rappresentatività sindacale in azienda. A livello nazionale si stabilisce che possano sedere al tavolo delle trattative le organizzazioni che rappresentano almeno il 5% dei lavoratori, mentre a livello aziendale questa possibilità è riservata ai componenti delle Rsu e ai sindacati ai quali appartengono.

Già questa parte dell’accordo suscita molte perplessità. Almeno per due ragioni. La prima ragione è nella natura profondamente antidemocratica di una regola che riserva un terzo dei componenti delle Rsu ai sindacati confederali, a prescindere dai voti da loro presi nelle elezioni delle rappresentanze aziendali. La seconda è che la norma, all’apparenza garantista, che concede il diritto a trattare a chi ha almeno il 5% degli iscritti, non tiene conto che in molte aziende l’iscrizione a sindacati considerati non sufficientemente compiacenti con la dirigenza, può costare caro ai lavoratori, i quali, infatti, preferiscono iscriversi al sindacato senza comunicarlo al loro padrone, e che nei fatti rischia di escludere dal tavolo negoziale sindacati solo “formalmente” non sufficientemente rappresentativi.

Ma il punto veramente scandaloso è quello che sancisce la cosiddetta “esigibilità” degli accordi.

Fuori da ogni tecnicismo, con questo termine s’intende che potranno d’ora in avanti partecipare alle elezioni per le Rsu solo le organizzazioni che accetteranno di non scioperare o di ricorrere alla magistratura per opporsi ad accordi aziendali da loro valutati negativamente, se questi sono stati appoggiati dalla maggioranza dei membri delle Rsu o dei lavoratori nel caso, non obbligatorio, che si siano espressi con un referendum interno.

Non inganni il richiamo alla volontà della maggioranza. Il fatto che, con l’accordo del 28/6/11, si possa derogare in peggio a quanto stabilito dal Contratto Nazionale, rende i lavoratori ricattabili nei confronti del padrone: come abbiamo già visto altre volte in passato (come nel caso di Pomigliano), con la minaccia di venir licenziati, gli operai possono accettare di rinunciare a diritti indisponibili, secondo la terminologia giuridica borghese, cioè ai quali non si potrebbe rinunciare, né singolarmente né collettivamente, perché riguardano la dignità stessa del lavoratore.

E il fatto che chi non è d’accordo su un tema specifico non possa in nessun modo opporsi, pena l’essere estromesso dall’azienda, è qualcosa che non ha precedenti nel recente passato dell’Italia e, crediamo, in nessuna delle tanto decantate “democrazie occidentali”.

Per fare un paragone è come se ad un partito fosse negato il diritto di partecipare alle elezioni, di poter manifestare in piazza, di usufruire di spazi pubblici, per essersi opposto a una legge varata dal Parlamento. Qui non si tratta solo dell’ennesimo attacco ai diritti che i lavoratori hanno conquistato con decenni di lotte. Con quest’accordo gli stessi principi della democrazia borghese sono annullati,  prova ulteriore di come le classi dominanti sono disposte a fare concessioni democratiche solo fino a quando le ritengono utili per il proprio tornaconto.

 

Incontro internazionale di Parigi: il sindacalismo combattivo indica la strada

 

Con queste premesse, fa francamente sorridere che il gruppo dirigente della Fiom abbia avuto la sfrontatezza di indire, per il prossimo 18 maggio, una manifestazione nazionale per la difesa del salario: si tratta di un imbroglio bello e buono. Da un lato si firmano o si sostengono accordi che smantellano ogni garanzia economica e normativa per i lavoratori, dall’altro si tenta di imbastire una penosa messa in scena per cercare di far proseguire quella sorta di illusione collettiva che vuole il sindacato diretto da Landini come ultimo baluardo in difesa delle ragioni dei più deboli.
E’ ora di dire basta a tutto ciò. Ma non bisogna limitarsi alla critica. E’ indispensabile cominciare a mobilitarsi per costruire una vera alternativa di classe alle decisioni imposte dalle burocrazie sindacali.

Bene hanno fatto Cremaschi e la Rete 28 aprile, la Cub e Usb a denunciare i fatti di cui noi abbiamo parlato in quest’articolo. Ma ciò non basta. Da un lato la Rete 28 Aprile deve rompere in maniera definitiva con l’opposizione interna agli apparati e lanciare la propria battaglia tra tutti i militanti e gli iscritti della Cgil, con una chiara piattaforma alternativa a quella della nuova maggioranza Camusso-Landini. Dall’altro, Usb e Cub dovrebbero farla finita con la logica settaria di mera autoconservazione organizzativa. Da queste tre forze dovrebbe iniziare un percorso di coordinamento, di unificazione di tutte quelle tendenze e organizzazioni sindacali che si oppongono alle politiche di austerità ai danni dei lavoratori, che non accettano che il prezzo della crisi debba essere ancora una volta pagato dai lavoratori.

E’ un’esigenza che non riguarda solo l’Italia, ma che è presente e viva in settori combattivi e di avanguardia del movimento sindacale e operaio in ogni angolo del pianeta. E’ con questa consapevolezza che lo scorso marzo, a Parigi, si sono riuniti centinaia di militanti in rappresentanza di varie organizzazioni sindacali e di lotta. Da quell’incontro è emersa l’esigenza di fornire una risposta di classe, a livello internazionale, alternativa a quelle che i vari Governi, la Troika e le burocrazie sindacali, vogliono imporre.

L’adesione formale alla Rete Sindacale Internazionale di Parigi: questo è il primo passo indispensabile che il sindacalismo non concertativo in Italia dovrebbe compiere. Sarebbe un segnale forte che ridarebbe fiducia e speranza a milioni di lavoratori demoralizzati, e sarebbe anche la prova che la critica non si limita alle parole ma comincia a farsi programma concreto. E’ questa la sfida che il PdAC lancia a tutte le forze sindacali e di movimento che non si rassegnano a essere vittime, o spettatrici passive e inermi, degli attacchi del capitale.

 

 
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