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mercoledì 01 ottobre 2008

Venezuela

I lavoratori lottano per il loro salario. Chávez li reprime

 

La violenta repressione della Guardia Nazionale sui lavoratori di Sidor (Siderurgica dell’Orinoco), nella città di Puerto Ordaz (Stato Bolívar) ha acuito l’intensa polemica che, da alcuni anni, genera il governo di Hugo Chávez nella sinistra latinoamericana e mondiale. Da un lato, un importante settore lo rivendica come la “avanguardia internazionale nella marcia verso il socialismo”. Dall’altro, ci siamo noi che affermiamo che, al di là della sua “retorica socialista” e dei contrasti che può avere con l’imperialismo, si tratta, in realtà, di un governo borghese con un carattere sempre più totalitario ed antioperaio.

 

Affermiamo questo perché, nel momento stesso in cui le multinazionali ed i grandi gruppi imprenditori venezuelani fanno ottimi affari nel paese, il governo di Chávez applica chiaramente una politica borghese contro la classe lavoratrice: bassi salari, condizioni lavorative pessime, impossibilità di discutere liberamente i suoi contratti collettivi, attacchi permanenti all’autonomia dei sindacati, ecc. Quando i lavoratori scendono a lottare contro questa situazione, il governo di pone senza dubbi dal lato del padronato. E se il conflitto si fa più duro, neanche ha dubbi nel reprimerlo violentemente.

 

Per noi, questo progetto borghese bonapartista è quello che chiarisce l’insieme della sua politica. D’altro lato, già sta sviluppandosi da tempo e si è manifestato in vari episodi: nella formazione del Psuv, negli attacchi all’autonomia sindacale, nel caso dell’emittente Rctv (che analizziamo in un articolo a parte), nel licenziamento di Orlando Chirino e, in special modo, nel recente referendum sul progetto di riforma costituzionale che, a nostro avviso, intendeva rafforzare e dare forza costituzionale a tutti gli aspetti dell’offensiva totalitaria del governo, mentre per molte correnti, al contrario, rappresentava “un passo in avanti verso il socialismo”.

 

L’esempio di Sidor ci offre, dunque, un’eccellente opportunità di verificare alla luce dei fatti quale di queste definizioni sia quella esatta.

 

Il caso di Sidor

 

Sidor era un’impresa statale finché non fu privatizzata, sul finire del decennio del 1990, dal governo proimperialista di Rafael Caldera. Il suo nuovo proprietario è l’impresa Ternium, che fa parte del gruppo italo-argentino Techint, uno dei conglomerati siderurgico-metallurgici più forti del continente. Di recente, Ternium è stata accusata di aver chiuso lo stabilimento di tubi per esportare la materia prima in altri paesi e di lì reimportare i tubi finiti.

 

Al tempo stesso, come risultato della privatizzazione, attualmente, meno di un terzo dei suoi oltre 13.000 operai sono stabilmente assunti. La restante parte lavora, in condizioni salariali e lavorative molto più precarie, in oltre 300 imprese terziarizzate, di proprietà degli stessi azionisti di Techint o di rappresentanti statali della Cvg (Corporazione Venezuelana della Guyana), che supervisiona la sua produzione.

 

Il supersfruttamento dei lavoratori ha permesso a Ternium di ottenere immensi profitti, pubblicamente riconosciuti, circostanza evidenziata dal fatto che le sue Adr (azioni) quotate alla Borsa di New York hanno avuto una valorizzazione di oltre il 100% nell’ultimo anno. Una realtà che contrasta profondamente con il suo rifiuto a concedere l’aumento salariale richiesto dai lavoratori, con l’argomento che “i costi non lo consentono”.

 

Il governo di Chávez, benché abbia in varie occasioni minacciato di nazionalizzare Sidor, continua a rispettare (9 anni dopo!) la privatizzazione realizzata da Caldera. Al tempo stesso, così come nelle imprese statali, la “borghesia bolivariana” anche qui fa grandi affari, attraverso le imprese terziarizzate.

 

Il conflitto e le manovre del governo a favore dell’impresa

 

Da più di un anno, gli operai stanno reclamando (attraverso il Sutiss – Sindacato Unico dei Lavoratori dell’Industria Siderurgica Sidor) che venga compreso nel contratto collettivo un aumento salariale che copra le grandi perdite create dall’inflazione negli ultimi anni. L’impresa ha rifiutato fermamente di cedere a questa rivendicazione e la miglior offerta che ha formulato giunge ad appena un terzo di quella cifra. In tutto questo tempo, con molta pazienza, i lavoratori hanno realizzato scioperi e mobilitazioni, mantenendo sempre ferma la volontà di risolvere la situazione.

 

Durante tutto il conflitto, il governo di Chávez, attraverso il suo ministro del Lavoro, José Ramon Rivero, si è posto chiaramente al fianco dell’impresa multinazionale. In primo luogo, lo ha fatto mediante la proposta di formare una camera arbitrale, designata dal governo, la cui decisione sarebbe stata vincolante, una chiara manovra diretta contro i lavoratori ed il sindacato. Da un lato, li avrebbe obbligati ad accettare l’aumento definito da quest’organismo, di qualsiasi misura fosse stato. Dall’altro, tale meccanismo avrebbe rappresentato un precedente che, di fatto, avrebbe liquidato la contrattazione collettiva e la possibilità di lottare per migliorare gli accordi, poiché, in ultima istanza, sarebbe stato sempre il governo a prendere la decisione. È importante menzionare che le associazioni padronali, compresa la golpista Fedecámaras, hanno pagato costosi annunci pubblicitari sui giornali per appoggiare la proposta del Ministero del Lavoro. Dal canto loro, con gran fiuto, i lavoratori di Sidor l’hanno respinta.

 

Fallita questa prima manovra, il governo ha cercato di formare una Commissione di Alto Livello con 3 rappresentanti governativi (Ministero del lavoro, Ministero delle Miniere, governatore dello Stato Bolívar), l’impresa ed il Sutiss, diluendo del tutto la presenza dei rappresentanti dei lavoratori, per sottoporli a pressioni. In una riunione di questa commissione, il 12 marzo scorso, il Ministero del lavoro ha proposto che si tenesse un referendum, gestito dagli organismi elettorali dello Stato, affinché i lavoratori di Sidor decidessero se accettare l’offerta dell’impresa e se intendessero proclamare o no lo sciopero. Questa proposta era un nuovo attacco a favore del padronato dal momento che significava disconoscere il sindacato come rappresentante naturale dei lavoratori nel conflitto. Al tempo stesso, voleva spostare il terreno decisionale da quelle istanze proprie dei lavoratori (assemblee, riunioni dei delegati, ecc.) per portarlo sul terreno elettorale borghese. Correttamente, i rappresentanti del Sutiss hanno rifiutato quella proposta.

 

Sciopero e repressione

 

In seguito, il processo è andato accelerando. La rabbia degli operai era tanto grande che decisero di paralizzare l’intera fabbrica, anche prima che il sindacato lo proclamasse formalmente. Successivamente, la direzione del Sutiss propose 80 ore di sciopero, come prima azione di una serie di misure scaglionate.

 

La mattina del 14 marzo, i lavoratori erano concentrati di fronte alla porta III di accesso allo stabilimento, manifestando pacificamente. In tale circostanze, come ci informano gli articoli pubblicati sul sito www.aporrea.org, numerosi battaglioni della Guardia Nazionale e della Polizia “senza preavviso né alcuna mediazione, iniziarono a colpire col calcio dei fucili le auto dei lavoratori, distruggendone i vetri e le carrozzerie, così come fecero uso di bombe di gas lacrimogeni e sfollagente del tutto ingiustificatamente”. Si stima che vi siano stati 53 arrestati e, per lo meno, 12 feriti, tre dei quali in gravi condizioni. Fra i feriti, si annoverano i dirigenti del Sutiss José Rodríguez Acarigua, colpito da una pallottola ad una gamba e manganellato alla testa, José Luis Alcoser e Yuli Hernández.

 

Le notizie di stampa aggiungono che “fino alle prime ore del pomeriggio erano detenuti tutti quelli che indossavano abiti o portavano tesserini che li identificavano come lavoratori di Sidor. Molti sono stati tirati fuori dalle auto mentre percorrevano strade in altri punti della città, quand’anche accompagnati da familiari, organizzati in gruppi e poi trasferiti in manette in differenti parti di Ciudad Guayana”.

 

Infine, l’organizzazione Marea Socialista denuncia: “fummo informati che reparti della Guardia Nazionale si erano presentati alla Clinica Venezuela, dov’era ricoverato un lavoratore ferito di nome Leonel Gricel e pretendevano di portarlo via con la forza per imprigionarlo, tentativo respinto da un gruppo di lavoratori che si trovavano fuori della clinica” (www.aporrea.org, 14/3/2008).

 

Questa era la seconda repressione subita dai lavoratori di Sidor, poiché una settimana prima, mentre accompagnavano i propri dirigenti ad una riunione nella Cvg, pure vennero attaccati dalla Guardia Nazionale e vi fu uno scontro con la milizia.

 

Tale spiegamento repressivo e tanta ferocia contro i lavoratori sono esattamente uguali a ciò che avrebbe fatto un qualsiasi governo borghese di destra di fronte ad una lotta operaia. Per questo, i lavoratori di Sidor gridavano indignati: “Dov’è il socialismo del Governo? Forse socialismo è repressione?” (www.aporrea.org, 14/3/2008).

 

La realtà ha chiarito il dibattito

 

I fatti di Sidor basterebbero, di per sé, per chiudere il dibattito sul supposto “socialismo” del governo Chávez e sulla sua pretesa difesa degli interessi dei lavoratori. Tuttavia, è necessario aggiungere che non si tratta di un caso isolato. Lo stesso che è avvenuto a Puerto Ordaz (bassi salari, impossibilità di concludere i propri contratti, repressione, ecc.) lo hanno subito, nell’ultimo anno, gli operai della Sanitari Maracay, gli impiegati pubblici ed i lavoratori petroliferi di Puerto La Cruz e Zulia, come evidenzia la Unità Socialista dei Lavoratori (Ust), nella dichiarazione riprodotta in questa stessa edizione.

 

La domanda dei lavoratori di Sidor (“Dov’è il socialismo del Governo?”) ha una sola possibile risposta: non c’è nessun “socialismo” nel governo di Chávez. La cruda realtà è che si tratta del governo borghese di un paese dominato dall’imperialismo, con un’evoluzione sempre più repressiva ed antioperaia, che si nasconde dietro “discorsi socialisti” e bandiere rosse per tentare di ingannare i lavoratori e le masse. Tuttavia, le menzogne non possono sostenersi all’infinito e, prima o poi, la realtà le fa crollare. Più precisamente, ciò a cui in questo momento stiamo assistendo nel Venezuela rappresenta il crollo della menzogna del “socialismo chavista”. La sconfitta del governo nel referendum costituzionale è stato, appunto, un’espressione di questa perdita di popolarità del governo di Chávez, che si accentua ad ogni nuova repressione di una lotta operaia.

 

La Lit-Ci ripudia la feroce repressione degli operai di Sidor ed intende esprimere loro tutto il suo appoggio e la solidarietà. Al tempo stesso, reitera la sua convinzione che sarà in queste lotte dei lavoratori venezuelani contro il governo Chávez, la borghesia venezuelana e l’imperialismo, vale a dire nelle loro mobilitazioni ed organizzazioni indipendenti, che si traccerà il cammino verso il vero socialismo e non la falsa retorica del governo chavista e della “borghesia bolivariana”.

 


 
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