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Le morti bianche sono omicidi! PDF Stampa E-mail
domenica 25 maggio 2008

Le morti bianche sono omicidi!

La quotidiana strage impunita del capitale

 

Davide Margiotta

 

La più grande guerra combattuta nel mondo è quella di classe tra sfruttatori e sfruttati. Come marxisti abbiamo continuato ad affermare questa elementare verità anche nei tempi in cui persino a sinistra si discuteva della fine del lavoro salariato e della lotta di classe.

La guerra del capitale contro i lavoratori miete ogni anno nel mondo due milioni e mezzo di vittime, quattro al giorno in Italia. Secondo una inchiesta dell’Eurispes lavorare è più pericoloso che combattere in Iraq: dall'aprile 2003 all' aprile 2007 i militari della coalizione caduti nella Guerra del Golfo sono stati 3.520, mentre, dal 2003 al 2006, solo nel nostro Paese i morti sono stati ben 5.252. Un incidente ogni 15 lavoratori, un morto ogni 8 mila.

Più o meno tutti i media (borghesi) riportano periodicamente qualche articolo che cita questi e altri dati. Tutti questi numeri servono ad uno scopo ben preciso: assuefare il lettore alla notizia, fare sembrare questa immane mattanza qualcosa di inevitabile e di fisiologico. Nessuno di loro infatti indaga minimamente la vera causa di tutti questi morti, relegandoli al ruolo di mere statistiche.

E’ necessario al contrario indagare le cause profonde di questo stillicidio.

 

Un governo amico dei lavoratori?

 

Molti sono i lavoratori che hanno riposto grande speranza nel governo dell’Unione. I fatti e non le chiacchiere hanno dimostrato impietosamente una volta di più come non esista nel sistema capitalista un governo amico dei lavoratori. Le morti “bianche” hanno continuato ad un ritmo incessante e nulla è stato fatto per difendere la vita di quegli stessi lavoratori che avevano votato per l’Unione. La legislazione del governo Prodi in materia si limita al momento a un disegno di legge delega sulla sicurezza nei posti di lavoro le cui norme principali dovrebbero essere approvate ed entrare in vigore a gennaio. Ma ancora una volta nel piatto dei lavoratori non c’è l’arrosto, ma solamente il fumo. Accanto alle solite vaghe promesse di lotta al lavoro nero (chi, come e quando la farà, è un mistero che il decreto non svela), a nuove norme su appalti e sub-appalti (costi per la sicurezza indicati nei bandi di gara, divieto di ribasso d'asta), e all’assunzione di una manciata di nuovi ispettori del lavoro, trovano posto gli immancabili aiuti alle imprese: venti milioni di euro all’anno tra agevolazioni e crediti di imposta per formazione e prevenzione. Oltre al danno la beffa! A noi i morti da piangere, ai padroni i soldi. Anche qualora fossero accertate delle precise responsabilità per la morte di un lavoratore sono previsti al massimo fino a centomila euro e fino a 3 anni di reclusione. Questo è quello che vale la nostra vita secondo il governo “amico”.

Nessuna delle vere cause di questi omicidi viene minimamente intaccata dal provvedimento: ritmi disumani, mancanza di misure di sicurezza, mansioni pericolose, lavoro nero, manutenzione mancante o affidata a mani inesperte, i ricatti di cui si è vittima quotidianamente nelle fabbriche e nei cantieri (soprattutto precari e immigrati), la difficoltà ad arrivare a fine mese e quindi la paura di mettersi in cattiva luce davanti a capi e capetti.

 

Le leggi precarizzanti e razziste sono leggi assassine!

 

A partire dagli anni novanta lo stato borghese ha lanciato un nuovo massiccio attacco alle condizioni di vita del proletariato a favore dei profitti delle aziende che negli ultimi dieci anni hanno fatto registrare un incremento del 90%! Con il varo del Pacchetto Treu (votato anche dal Prc) durante il primo governo Prodi è iniziata su larga scala la campagna tesa a distruggere il posto fisso.

Dal Pacchetto Treu alla legge Biagi del governo Berlusconi il passo è breve, fino ad arrivare al recente protocollo sul Welfare di Damiano che conferma il precariato come uno degli assi portanti del capitalismo italiano. Così anche dalla Turco-Napolitano che introduceva i lager per immigrati alla Bossi-Fini il passaggio è quasi scontato. Il capitale punta a mettere i lavoratori in concorrenza tra di loro (fissi contro precari, italiani contro stranieri, persino padri contro figli sulla questione delle pensioni) per poterli meglio ricattare e meglio sfruttare.

Tra i precari e gli atipici i tassi di mortalità e di infortunio sono almeno due, tre volte superiori a quelli dei lavoratori stabili, stando ai dati dell’Inail (che tengono conto solamente degli incidenti denunciati). Spesso chi difende il precariato afferma che è comunque un metodo per contrastare il lavoro nero (i cui morti nessuno sa quanti siano): in realtà secondo uno studio elaborato su dati Istat dalla  Cgia di Mestre, in Italia negli ultimi 10 anni i lavoratori in nero sono aumentati di 95 mila unità, arrivando a oltre 3 milioni nel 2003 (ultimo dato disponibile). Ancora più dura è la condizione degli immigrati che, sempre secondo i dati Inail, sono in percentuale più colpiti degli italiani, e la ragione è persino ovvia se si pensa che per questi lavoratori il rischio di perdere il lavoro è una prospettiva ancora più devastante. Tra di loro i più colpiti sono proprio quei rumeni dipinti dai media come ladri, assassini e stupratori.

 

Lotta di classe e controllo operaio

 

Secondo il borghese benpensante, la vita umana è sacra e la violenza è cosa cattiva. Tutta l’ideologia borghese si regge su una serie di formule astratte di questo tipo che hanno l’unico fine di difendere il potere costituito. Essa infatti in tutte queste belle frasi omette l’essenziale: la parola borghese. In realtà, è la vita dell’uomo borghese ad essere sacra, è la violenza contro la borghesia a essere una cosa sbagliata, e così via.

La borghesia, come ogni classe dominante della storia, rappresenta i propri interessi come quelli di tutta l’umanità, e si riserva il diritto di infrangere tutti i tabù e le regole imposti al resto della società per perpetrare il proprio dominio. La vita dei lavoratori non è affatto sacra: sull’altare del profitto ciò che è sacro diventa profano, e la violenza della vita quotidiana sotto il giogo capitalista diventa del tutto accettabile. La violenza di non arrivare a fine mese, la violenza di subire ogni tipo di ricatto sul posto di lavoro, la violenza di non avere diritto a una casa, a un lavoro, allo studio, la violenza di morire lavorando è del tutto accettata. L’umanità è schiacciata sotto il tallone di ferro del capitale che, travestito da democrazia parlamentare, impone in mille modi la sua dittatura, la sua violenza, la sua arroganza. E’ tempo che i lavoratori organizzino la propria difesa, a partire da quella per la propria sopravvivenza, e facciano pagare il conto ai propri aguzzini. Nessun governo “amico” e nessuna legge dello stato borghese cambierà la situazione. L’unico modo concreto per reagire alla strage in atto è la lotta di classe.

 
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