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Costruiamo il movimento di liberazione delle donne! PDF Stampa E-mail
domenica 25 maggio 2008

Diritto di aborto e fecondazione assistita

Costruiamo il movimento di liberazione delle donne!

 

Sabrina Pattarello

 

Il caso: in occasione dell’approvazione della moratoria della pena di morte approvata dall’Onu in chiusura del 2007, Giuliano Ferrara lancia l’assurda proposta di una moratoria sugli aborti, ponendo sullo stesso piano il diritto di Stati macellai e il diritto ad autodeterminarsi, a decidere del proprio corpo e ad essere padrona della propria vita che spetta a qualunque donna.

Da questa assurda affermazione ha prontamente preso l’avvio l’ennesima polemica tesa a mettere in discussione la legge 194 che regola in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza: attacchi sono giunti da parte del cardinale Ruini, sostenuto dal forzista Sandro Bondi, che ha presentato una mozione parlamentare per rivedere le linee guida della legge 194.

E’ crisi nel Pd, dove la senatrice teodem Binetti si dichiara pronta a votare la mozione Bondi, in quanto anche a suo parere, pur se: “Nella percezione generale delle persone la 194 è la legge sull’aborto, nella sua titolazione originaria è la legge sulla tutela della vita nascente” (Il Manifesto, 3 gennaio 2008). Lo stesso Veltroni, segretario del Partito Democratico, evita di intervenire pubblicamente, ma si rende disponibile all’ascolto. Un timido no alla revisione della 194 arriva dal ministro Turco, che ritiene possibile un dibattito pubblico, ma non la modifica della legge.

Quel che rimane della sinistra “radicale” rimane piuttosto in disparte, più preoccupato dalla nuova legge elettorale che dall’attacco sferrato ad un importante diritto in parte acquisito dalle donne italiane.

 

Aborto e fecondazione assistita, diritti acquisiti?

 

In parte, perché come abbiamo già avuto occasione di specificare in passato sulle pagine di Progetto Comunista, la legge 194, risalente al 1978, dal punto di vista dei diritti delle donne è alquanto lacunosa e fumosa in alcuni punti. In particolare, le legge appare deficitaria dove prevede la possibilità, da parte del personale medico, di sollevare obiezione di coscienza, inficiando in pratica la possibilità di ricorrere all’interruzione di gravidanza (nel Nord Italia le percentuali di obiezione raggiungono punte dall’80 al 90%) e lascia spazio all’intervento, nei pochi consultori ancora operanti e tra le corsie ospedaliere, a movimenti fondamentalisti cattolici antiabortisti, ai quali è permesso di interferire nel processo decisionale della donna. Vengono inoltre ostacolate altre pratiche di aborto meno invasive rispetto all’intervento chirurgico, come succede nel caso della pillola abortiva RU486, per l'uso della quale si vogliono rendere più lunghi del necessario i tempi di degenza ospedaliera più lunghi che nel caso dell’intervento, ovviamente allo scopo di scoraggiarne l’uso.

Vale la pena spendere qualche parola anche sulla legge 40, che regolamenta la fecondazione medicalmente assistita, la quale nega diritti alla donna mentre li riconosce all’embrione, al quale consegna lo status di persona giuridica. La legge 40, approvata nel 2004, esclude la fecondazione eterologa e permette la fecondazione assistita solo alle coppie eterosessuali in età fertile e dopo accertamento di sterilità o infertilità. Afferma che ogni coppia può tentare la fecondazione di al massimo tre ovuli per volta e impone di trasferire subito nell'utero della donna tutti gli embrioni ottenuti; escludendo la possibilità di verificare la presenza di malattie genetiche negli embrioni (e quindi di selezionare quelli sani), costringe la donna all'impianto di tutti gli embrioni ottenuti, anche quelli malati, senza che vi sia la possibilità per la donna di interrompere il trattamento. Anche in questo caso è ammessa l’obiezione di coscienza per il personale sanitario.

Appare evidente che alla donna - che le gerarchie ecclesiastiche vogliono "madre" e che il capitalismo vuole "oggetto" prima che donna - prima di essere un individuo libero, spetta un ruolo da comprimaria, ben lontano dalla piena affermazione del proprio esistere come essere sessuato pienamente consapevole, che decide di se stessa e del proprio corpo senza intromissioni esterne.

 

Limiti e potenzialità del movimento delle donne nella fase attuale

 

Il movimento delle donne è ancora vivo, e se lo è, in che direzione sta andando?

Qualche risposta arriva dalla manifestazione tenutasi a Roma per celebrare il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne. La partecipazione massiccia, stimata dagli organizzatori sulle 150.000 unità, fa ben sperare rispetto all’attenzione che l’argomento di genere è ancora in grado di suscitare, dopo il ripiegamento del movimento delle donne seguito alle importanti mobilitazioni degli anni Settanta, ma si scontra con il limite intrinseco di risolversi appunto in istanza culturale, dove le problematiche specificamente femminili perdono il connotato di istanze di classe e finiscono per fondersi in un indistinto calderone di blande rivendicazioni che accomunano donne borghesi e proletarie, ponendo l’accento solamente su questioni di diritto, educazione, egualitarismo, cultura del rispetto.

Gli argomenti proposti, di indubbia importanza, devono essere associati a mobilitazioni per l’acquisizione di maggiori diritti di genere: occorre da un lato lottare per mantenere intatti i diritti già in parte acquisiti e migliorarli, e ottenerne di nuovi, ma parallelamente condurre una lotta spietata, senza quartiere, contro il capitalismo, che nei suoi momenti di prosperità concede per poi prontamente togliere nei periodi di crisi. Queste parole d’ordine erano totalmente assenti nella piattaforma della manifestazione romana del 24 novembre scorso, ciò ha fatto si che tentassero di sfilare esponenti del governo ed esponenti dell’opposizione, dalle parlamentari di Sinistra Europea, presenti con una piattaforma estremamente debole e incoerente, a Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna di Forza Italia, ai ministri Livia Turco, Giovanna Melandri e Barbara Pollastrini. Ma la manifestazione ha rivelato consistenti settori di donne che lanciavano slogan antigovernativi e che poi hanno vivacemente contestato la presenza di esponenti sia del governo che dell'opposizione, estromettendole dal corteo ed impedendo che monopolizzassero mediaticamente le conclusioni della manifestazione (in piazza Navona alcune manifestanti hanno assaltato il palco montato dalla troupe televisiva de La7 per le interviste di chiusura alle ministre Turco, Pollastrini e Melandri).

 

Il lavoro del PdAC tra le donne

 

Le tante donne in piazza hanno dimostrato che è possibile un nuovo protagonismo del movimento delle donne. E, nonostante la debolezza della piattaforma, il PdAC ha rivolto la sua azione di propaganda ai settori di donne più combattivi, che pure erano presenti, diffondendo chiare parole d’ordine che indicavano come, partendo dalla condizione di classe di donne oppresse, senza separatismi, sia necessario unirsi ai propri compagni di classe per rivendicare un drastico cambiamento di società, e insieme contribuire a far nascere un’etica nuova, dove donne e uomini finalmente liberati dall’oppressione, maturino dei nuovi modi di convivenza, basati sul rispetto reciproco e sulla piena accettazione dell’alterità sessuale.

Nell’immediato il movimento deve mettere in campo, e noi lavoreremo per questo, una battaglia frontale contro le politiche del governo che si stanno dimostrando contro le donne a cominciare dal lavoro, la scuola e l’università, i servizi e il welfare; allo stesso tempo è urgente un’immediata mobilitazione di massa che contrasti i continui e indiscriminati attacchi alla legge 194 sferrati dalle gerarchie vaticane e sostenute indistintamente da settori del centrodestra e del centrosinistra.

 

 
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