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Verso il IV congresso del Pdac PDF Stampa E-mail
giovedì 12 febbraio 2015
Verso il IV congresso del Pdac
Un partito che cresce,
 mentre la sinistra riformista si frantuma
Intervista a Francesco Ricci (Esecutivo nazionale Pdac)
 
congresso ricci
 
(A sinistra un'assemblea di Alternativa Comunista; a destra Ricci, dell'Esecutivo nazionale Pdac)
 
 
 
a cura della redazione di Progetto Comunista
 
Incontriamo Francesco Ricci, membro dell'Esecutivo nazionale del Pdac.
Redazione: il Pdac si avvia al suo quarto congresso, qual è il percorso?
Ricci: Abbiamo avviato la fase congressuale e stiamo elaborando le bozze dei documenti. A metà marzo il Consiglio Nazionale varerà i testi e inizieranno i congressi locali, in preparazione del congresso nazionale del 16-17 maggio.
Quali sono i temi di questo congresso?
Stiamo elaborando quattro documenti. Un documento politico, d’analisi della fase e dei nostri compiti; un documento sui temi di costruzione del partito; un documento sui Gcr (Giovani comunisti rivoluzionari) e uno sul lavoro tra le donne.
Partiamo da questi due ultimi testi.
Da qualche mese abbiamo avviato la costruzione di una struttura giovanile del partito: i Giovani Comunisti Rivoluzionari. Accoglie tutti i compagni con meno di 24 anni che s’iscrivono al partito. Non è ancora una vera e propria organizzazione giovanile autonoma ma un embrione che si sta radicando abbastanza velocemente, con un punto di forza in Puglia, dove i Gcr costituiscono la principale forza comunista tra gli studenti medi; ma anche a Milano, dove la nostra sezione sta crescendo anche tra i liceali. Vediamo un grande spazio per la costruzione di una forza rivoluzionaria animata dai giovani, perché, di là dal luogo comune che vorrebbe i giovani ostili ai partiti, notiamo che c'è una nuova ondata d’attivisti che si avvicina alla politica col vantaggio di non aver vissuto le delusioni prodotte dai disastri della sinistra riformista.
E poi i Gcr a sinistra non trovano molti concorrenti…
Infatti, con la crisi verticale che ha ridotto a quasi nulla Rifondazione, sono, di fatto, scomparsi anche i Giovani Comunisti del Prc che per anni hanno occupato la scena.
Veniamo al documento sul lavoro femminile.
Sappiamo che, nella società capitalistica, la donna proletaria soffre una doppia oppressione: come lavoratrice e come donna. Tra gli effetti di quest’oppressione doppia c'è lo scarso numero di donne che fanno militanza. Anche il nostro partito, per tutta una fase, ha subito questa situazione. Questo dato è oggettivo e, in assenza di un’ascesa complessiva delle lotte, non possiamo cancellarlo. Però ci siamo accorti, partecipando al dibattito su questi temi nella nostra Internazionale, che c'è un aspetto soggettivo, d’organizzazione del nostro intervento, che può essere migliorato. Abbiamo allora rafforzato quella commissione femminile che prima già esisteva e c'è stato un lavoro d’elaborazione teorica delle compagne che è stato utile per individuare scelte politiche. Siamo ancora all'inizio in questo campo, ma i primi passi stanno facilitando un'adesione maggiore di donne al partito.
La scelta di questi due temi (giovani e donne) come temi su cui concentrare l'attenzione del congresso non è casuale.
No, infatti. Come in ogni congresso si discute la fase politica e lo stadio di costruzione del partito, ma poi abbiamo scelto di concentrare la riflessione congressuale su due ambiti d’intervento che riteniamo vitali per la costruzione del partito: le donne, che costituiscono la maggioranza del proletariato, e i giovani, che possono fare la differenza nello sviluppo di un partito rivoluzionario, grazie alla loro energia, al loro entusiasmo.
Passiamo a parlare del quadro politico in cui si svolge questo IV congresso, che segue, ricordiamolo, il congresso di fondazione nel 2007, il II congresso del 2010 e il III congresso svoltosi nel gennaio 2013. 
Sì, e passando in rassegna mentalmente i tre congressi che hai citato, vediamo delle grandi differenze nella situazione politica e nel livello del partito. Nel 2007, quando ci siamo fondati dopo un periodo preparatorio d’alcuni mesi seguiti alla nostra uscita da Rifondazione che entrava trionfale nel secondo governo Prodi, con Ferrero ministro e Bertinotti presidente della Camera, eravamo dipinti da tutti come dei matti. Ricordo molto bene l'assemblea che sancì la nostra uscita da Rifondazione, in una sala a Roma. Nelle stesse ore i gruppi dirigenti di Rifondazione si spartivano posti e incarichi, nel governo, e nel partito che entrava al governo. I nostri compagni nel Comitato Nazionale di Rifondazione rinunciavano, uscendo, ad incarichi e a posti di funzionario che ricoprivano.
Tu eri presidente vicario del Collegio disciplinare di Rifondazione e membro dell'Esecutivo, lavoravi a Roma presso la Direzione.
Sì, ricordo che dopo l'ufficializzazione della nostra scissione mi chiamarono vari dirigenti di Rifondazione per darmi simpaticamente del matto. Nella loro mente di burocrati, piccoli o grandi, non potevano concepire una cosa simile. Per loro la militanza è uno strumento di carriera e noi, ai loro occhi, uscivamo dalla festa nel momento in cui arrivava la torta, cioè il governo, il sogno che avevano coltivato per anni. Se posso raccontare un piccolo aneddoto personale, mi divertii molto quando, dopo un mese dalla nostra uscita da Rifondazione, mi arrivò la raccomandata del tesoriere nazionale di Rifondazione che mi annunciava il licenziamento "per giusta causa" dal mio ruolo di dirigente del Prc. La causa era appunto l'aver avviato la costruzione di un altro partito. E commentammo, ridendo con gli altri compagni, che effettivamente mai causa era stata più giusta per un licenziamento: la costruzione di un partito rivoluzionario.
Ma il momento d’avvio del Pdac non era semplice…
No, infatti. Una parte consistente di militanti della sinistra, che non aveva fatto propria l'esperienza della partecipazione di Rifondazione al primo governo Prodi, s’illuse nuovamente che fosse possibile "pungolare" il governo, ottenere delle riforme. Chiaramente non era così: in tutta la storia, fin dal ministero di Luis Blanc nel '48 francese, per un secolo e mezzo, ogni collaborazione col governo della classe avversaria ha avuto come unico effetto quello di frenare le lotte in cambio di riforme illusorie; tanto più ciò era vero nel momento in cui questa collaborazione di classe si sviluppava nel quadro da cui è nata la crisi internazionale del capitalismo, alla fine del 2007, con la borghesia che non aveva (e non ha) nemmeno briciole da distribuire, essendo impegnata in una dura guerra sociale contro gli operai per recuperare quel tasso di profitto che la crisi ha eroso.
I due congressi successivi del Pdac furono, però, diversi dal primo.
Sì, furono molto diversi. Il primo era un congresso fondativo. Fu necessario un periodo per definire le coordinate programmatiche del partito, un profilo differente da quello che avevamo di frazione interna ad un partito riformista. In questo processo abbiamo subito un forte "turn-over": diversi compagni se n’andarono, logorati dal lavoro di costruzione contro-corrente, altri entrarono. Tra questi ultimi una parte consistente non proveniva da Rifondazione e dalle delusioni prodotte in quell'esperienza, c'erano compagni nuovi, che si avvicinavano direttamente alla militanza rivoluzionaria. Il volto del partito è cambiato e questi otto anni ci hanno cambiato profondamente.
Quali sono le differenze principali che vedi tra il Pdac odierno e quello degli anni scorsi?
Una prima è la diversa composizione di cui dicevo. Una seconda è lo sviluppo di un radicamento del partito tra i settori più avanzati delle, purtroppo ancora scarse, lotte di questo periodo. Tra gli ingressi più importanti nel partito penso a quello di compagni come Luis Seclen a Milano: una delle avanguardie della lotta delle cooperative della logistica. Un terzo elemento è la formazione di un nuovo gruppo dirigente, con compagni giovani di grandi capacità. Il nostro è un gruppo dirigente giovane, in cui i più vecchi, cioè quelli sui quaranta-cinquanta, sono una minoranza. Il nostro giornale è diretto da un ventenne, Adriano Lotito, che abbiamo anche due anni fa candidato a premier; la rivista teorica è coordinata da un compagno che non ha nemmeno trent'anni, Matteo Bavassano; il nostro lavoro sindacale è diretto da una compagna che non ha quarant'anni, Fabiana Stefanoni, che è conosciuta nazionalmente negli ambienti del sindacalismo combattivo, dirigente di riferimento per tanti lavoratori in lotta, figura di spicco del coordinamento No Austerity cui nostri militanti hanno contribuito fin dalla sua nascita. Ma potrei continuare a lungo questa lista.
Insomma, un partito che cresce.
E' una crescita lenta: noi, a differenza di quanto fanno altri, non vantiamo numeri inesistenti. Ma è significativo il fatto che “teniamo” e, lentamente, cresciamo in una situazione che continua ad essere non rivoluzionaria in Italia (seppure è rivoluzionaria sul piano internazionale). In un quadro in cui tutta la sinistra riformista e centrista va in pezzi, e le lotte ancora non sono arrivate, noi riusciamo a consolidare la nostra posizione. Un vero sviluppo del partito, chiaramente, non potrà che avvenire in una diversa situazione, con quell'ascesa delle lotte che probabilmente non è lontana nemmeno per l'Italia.
Quindi il partito “tiene”, controcorrente. Ma perché, alcuni ci chiedono, non provare a crescere più rapidamente partecipando ad unificazioni con altri cantieri comunisti in corso?
La corrente in cui nuotiamo è ancora avversa, ma la nostra barchetta ha vele buone e lo scafo è robusto. La robustezza, per uscire da metafora, c’è data dal programma rivoluzionario, che ci distingue da tutti i mille cantieri riformisti che citavi, tutti accomunati dal progetto di costruire partiti che, in un modo o nell'altro, da dentro o da fuori, più o meno criticamente, collaborino con la borghesia e i suoi governi. Non a caso Tsipras e Syriza sono il riferimento per gran parte di quella sinistra. E' per questo che non siamo interessati a progetti di "unione dei comunisti" su due, tre, quattro punti, eccetera. L'unione cui aspiriamo è quella dell'avanguardia della classe e può avvenire solo sulla base di un programma rivoluzionario, di netta opposizione alla borghesia, ai suoi governi, alle sue giunte. E già solo questo ci distingue e c’impedisce di costruire un partito con Sel, o Rifondazione, o Rossa di Cremaschi (che però forse si è già estinta, da un po' non ne sento parlare), dal Pci in via di presunta ricostruzione sotto la guida di Sorini e Steri, ricostruzione che avviene sulla base fallimentare dello stalinismo.
Il nostro punto di forza, che ci distingue da tutti gli altri è che siamo parte integrante di un partito internazionale in via di costruzione, siamo sezione della Lit-Quarta Internazionale, che è oggi la principale e più dinamica forza che si richiami al programma rivoluzionario, al trotskismo. L'unica dotata di un centro, d’organismi dirigenti internazionali che si riuniscono costantemente, di congressi ogni due anni, di un'elaborazione politica e teorica comune. Altri vantano di far parte d’organizzazioni internazionali, ma in genere (salvo qualche piccola eccezione) si tratta solo di coordinamenti tra partiti d’alcuni Paesi: una cosa ben diversa.
Per concludere questa chiacchierata: puoi spiegare quali sono gli obiettivi che il partito si pone con quest’imminente IV Congresso?
Ogni congresso ha in primo luogo il compito di elaborare la linea sulla base di un’ampia discussione tra tutti i militanti, nel confronto di posizioni, o di punti di vista, differenti. Ma tutti i congressi, e questo in particolare, hanno anche lo scopo di aprire il partito e la sua discussione a nuovi compagni che si avvicinano.
Perché questo congresso in particolare?
Perché sono centinaia i compagni con cui stiamo collaborando sul terreno delle lotte, dell'attività sindacale, e, tra loro, molti comprendono che il solo piano sindacale o della singola lotta non basta. Che bisogna coniugare le lotte tra loro e col socialismo, cioè portare nelle lotte un programma rivoluzionario, per costruire una prospettiva diversa, che non sia più quella già sperimentata, e infinite volte fallita, della collaborazione col nemico di classe, ma che sia quella del suo rovesciamento per affermare il potere dei lavoratori.
Questo non è un progetto su cui vantiamo dei "diritti d'autore" o primogeniture: riguarda tutti i lavoratori e i giovani proletari. E' un progetto che vogliamo costruire insieme con altri compagni che oggi ancora sono incerti, in attesa, che si guardano attorno. A tutti loro, a tutti coloro che concepiscono la militanza come lotta e non adattamento all'esistente, noi apriamo le porte di questo piccolo ma prezioso, e unico, partito che con tanti sforzi, ma anche con tante soddisfazioni, abbiamo costruito in questi anni. A questi compagni e a queste compagne diciamo: iscrivetevi in queste settimane al Pdac, partecipate alla discussione congressuale, costruiamo insieme, in Italia e nel mondo, il partito rivoluzionario che ci serve per tornare a vincere.
 
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