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Vendola privatizza anche l'acqua PDF Stampa E-mail
martedì 19 dicembre 2006

VENDOLA PRIVATIZZA ANCHE L'ACQUA

Il caso Petrella ed il futuro dell'acquedotto pugliese    

 

di Michele Scarlino (*)  

Riccardo Petrella, presidente dell'acquedotto pugliese (l'acquedotto più grande d'Europa), si è dimesso dal suo incarico con una lunga lettera-sfogo, e dopo una difficile e travagliata vicenda che durava dalla scorsa estate.
Con lui rassegnano le dimissioni... anche tutti quelli che hanno sperato nella "primavera pugliese" e che hanno creduto in Nichi Vendola.

 

L'antefatto  

Prima di capire quali sono le grandissime conseguenze politiche di queste dimissioni, è giusto spiegare chi è Petrella e quali sono le ragioni che lo hanno spinto sino a questa (irrevocabile) decisione.
La storia inizia un paio d'anni fa; in Puglia si votano le regionali. Pochi mesi prima Vendola, a furor di popolo, vince le primarie dell'Unione contro il suo avversario Francesco Boccia, espressione dell'Ulivo. In Puglia è un terremoto: "è l'inizio di una nuova stagione" gridano in molti. Bertinotti, estasiato, esulta per la vittoria del "suo Nichi" in Puglia: "una grande prova di democrazia" ebbe a dire allora. Molti italiani e molti pugliesi che volevano onestamente cambiare le cose iniziarono a credere in Vendola e cominciarono a sostenerlo, ad accorrere ai suoi comizi, a sperare in una sua elezione per "cambiare la Puglia". Un giorno di Maggio del 2005 il "sogno" di molti divenne realtà: Vendola vince le elezioni e diventa presidente della Regione Puglia.
Petrella, invece, era, ed è, uno stimato professore universitario, molto interessato allo studio dell'acqua tanto da essere definito da molti "filosofo dell'acqua" e, sopratutto, figura al di fuori dei giochi politici e non appartenente a nessun partito.
Il primo atto di Vendola in qualità di presidente regionale è stata quella di nominare Petrella presidente dell'acquedotto pugliese.
"Adesso si cambia" diceva qualcuno, "ora la Puglia cambia davvero" motteggiava qualcun altro. In molti sperano, a questo punto, in un reale cambiamento, tanto più dopo questo primo atto di Vendola, da molti considerato coraggioso e che, certamente, galvanizzò i suoi sostenitori. A distanza di due anni questa speranza è stata completamente disattesa.  

Le linee guida della gestione Petrella  

Al momento del suo insediamento Petrella si è trovato a gestire un acquedotto tramutato nel 1999 - governo D'Alema - da Ente in Spa (società per azioni) a partecipazione pubblica (80% regione Puglia e 20% regione Basilicata). Allora si disse che il passaggio da ente a Spa avrebbe favorito l'ammodernamento delle infrastrutture oltre ad un abbassamento delle tariffe con servizi migliori. A distanza di ormai sette anni il famoso ammodernamento non si è verificato e inoltre, sia detto per inciso, abbiamo assistito ad una levitazione del prezzo delle bollette.
Il neopresidente dell'acquedotto, nei primi giorni del suo mandato, non celò a nessuno quali fossero gli intenti della sua gestione: eliminare la Spa e far ritornare l'acquedotto un ente regionale, in un'ottica di gestione e razionalizzazione delle riserve, con al centro l'acqua come bene comune patrimonio di tutti e non merce (seppur differente, come sostiene qualcuno in casa Unione).
Questa visione si è scontrata con il progetto del centrosinistra di mantenere l'acquedotto Spa e Petrella (che pur essendo presidente non aveva nessuna delega ed era quindi, de facto, un supervisore con le mani legate) è stato puntualmente frenato e non ha quindi potuto attuare quella ripubblicizzazione per la quale aveva accettato l'incarico.
Petrella aveva creduto (a torto) che con un governo di centrosinistra, tanto più con a capo il "compagno Nichi", il suo progetto (che poi è lo stesso progetto che Vendola sfruttò in campagna elettorale e grazie al quale prese voti), che era sostenuto dai movimenti e da migliaia di pugliesi, si potesse realizzare. Anche per Petrella è stato un triste risveglio...  

Le dimissioni  

Nella conferenza stampa che annunciava le sue dimissioni Petrella ha spiegato le motivazioni per cui lasciava l'incarico e ha manifestato la sua rabbia per aver fallito il suo obbiettivo. E' interessante leggerne alcuni stralci in quanto chiariscono alcuni punti: innanzitutto la sua buona fede (ovvero quella di tutti quelli che avevano visto in Vendola la garanzia di quel "cambiamento" che s'attendeva) ed in secondo luogo l'impossibilità - provata - di poter cambiare qualcosa governando con chi è rappresentante di interessi materiali ben precisi, rinunciando alla lotta.
Petrella, riguardo alla forma giuridica dell'azienda (cioè ente o Spa), afferma: "Non ho mai capito in proposito perché la ripubblicizzazione in termini istituzionali deve essere considerata incompatibile o inibitoria rispetto all'obbiettivo, necessario ed urgente, del risanamento operativo dell'acquedotto". Praticamente Petrella qui dice: ma se dite di voler mantenere la Spa a partecipazione pubblica (con Puglia e Basilicata unici azionisti) perché mai vi scandalizzate se propongo di far tornare l'acquedotto un ente? In realtà per il centrosinistra (e per la parte sociale che rappresentano, ovvero la borghesia) il fatto che l'Aqp rimanga Spa è di fondamentale importanza. Spieghiamo perché. Sul Corriere del mezzogiorno, in un editoriale che parlava dell'acquedotto, il giornalista faceva notare che l'azienda aveva un buco di bilancio di 200 milioni di euro che andava risanato; la conseguenza è logica. Il buco verrà sanato dai privati (banche e multinazionali) che, sfruttando la forma giuridica di Spa, entreranno come soci nell'Aqp aprendo la strada alla privatizzazione. Questo sarebbe impossibile da fare se L'Aqp fosse un ente e di qui deriva il loro considerare la cosa "incompatibile". Certo, diciamo noi: la cosa è incompatibile con gli interessi della borghesia.
Altro stralcio delle dimissioni di Petrella: "Ripubblicizzare implica una scelta innovatrice forte: lo smantellamento progressivo del finanziamento del servizio idrico dalla dipendenza dei mercati di capitale nazionale ed internazionali privati". Caro Petrella, hai detto tu stesso quali sono le ragioni per le quali non si torna all'ente: il centrosinistra e Nichi Vendola, in qualità di presidente della regione, rappresentano proprio quei capitali privati che tu, con l'aiuto dello stesso centrosinistra, volevi estromettere dalla golosa torta dell'acqua...
Come vedete le contraddizioni erano troppo forti per non arrivare a delle dimissioni.  

La nostra risposta  

Deliziosa invece è l'affermazione di Vendola che, in risposta al presidente dimissionario, afferma che la discussione sulla ragione sociale dell'azienda è "oziosa". Dicendo questo elude totalmente la spinosa questione della ripubblicizzazione dell'acquedotto e dimostra a tutti i pugliesi di quale razza di "comunista" stiamo parlando. Progetto Comunista ha avviato, insieme a varie forze e a comitati (e anche a militanti del Prc delusi dalle politiche del loro partito), una battaglia non solo per la ripubblicizzazione dell'acquedotto, ma di tutto l'impianto idrico pugliese (dalla fonte sino al rubinetto) e diciamo a Vendola che il discutere sulla ragione sociale dell'azienda non è un fatto ozioso, ma è uno spartiacque tra chi vuole che l'acqua rimanga un bene comune, proprietà di tutti, e chi vuole la sua privatizzazione e mercificazione. Ci pare chiaro lui da che parte stia.  

(*) PC Rol Puglia

 
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