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Sergio Marchionne: un uomo contro la classe operaia PDF Stampa E-mail
venerdì 07 settembre 2018
Sergio Marchionne:
un uomo contro la classe operaia
 
 
 

Diego Bossi,
operaio pirelli, in collaborazione con gli operai FCA Sevel
del coordinamento Slai Cobas di chieti
 
 
 
 
marchionne
 
 
Un minuto dopo la recente morte di Sergio Marchionne la stampa borghese ha dato via al consumo di tonnellate d’inchiostro per mettere in piedi una delle più grandi operazioni di glorificazione nella storia del capitalismo italiano. E dobbiamo subito riconoscere che dal punto di vista della borghesia e della lotta di classe, questo ha un senso più che logico: palesemente ovvio, diremmo.
Sergio Marchionne, dal ponte di comando di uno dei più grandi gruppi industriali d’Italia, è stato protagonista indiscusso del peggioramento di condizioni della classe operaia, della contrazione di diritti nonché del dominio politico del capitale sul lavoro.
 
Le promesse del marinaio mentre la nave affonda
Marchionne è stato l’uomo che più di tutti ci ha abituato ai piani industriali: infatti, Fiat, tra il 2004 e il 2013 ha sfornato la bellezza di otto piani (quasi uno l’anno), dove ogni piano ha sistematicamente disatteso, ridimensionato, modificato le promesse di quello precedente. (1)
Del resto la tecnica della menzogna non è affatto nuova per i padroni e ha, nel breve termine, il merito di apprezzare le quote azionarie infondendo fiducia negli investitori e di estinguere le reazioni di conflitto dei lavoratori.
Così, mentre il manager col maglioncino prometteva l’uscita di modelli mai arrivati, la riapertura a pieno regime di fabbriche ancora chiuse e stime di vendite mai, nemmeno lontanamente, raggiunte, nel mondo reale migliaia di famiglie operaie pativano disperate la disoccupazione col solo aiuto – manco a dirlo – degli ammortizzatori sociali, cioè dell’aiuto di Stato ai padroni a carico dei lavoratori: un flusso continuo di denaro pubblico che arriva in soccorso di Fiat da interi decenni.
 
L’uscita da Confindustria
Il 2011 sarà ricordato come l’anno della svolta storica di Fiat, dove Marchionne annunciò l’uscita del gruppo da Confindustria a decorrere dal 1 gennaio 2012. (2)
Le motivazioni sono ben spiegate nella missiva aperta che l’AD di Fiat inviò all’allora numero uno di viale dell’Astronomia, Emma Marcegaglia. In sostanza Confindustria stava stretta a Marchionne e ai suoi progetti, la rete di relazioni sindacali era vincolante e svuotava nei fatti l’efficacia del famigerato art. 8 del decreto Sacconi che, per dirla in maniera semplice, avrebbe fatto carta straccia della contrattazione collettiva nazionale per fare spazio alla contrattazione aziendale all’insegna del dividi et impera.
L’uscita di Fiat da Confindustria formò l’involucro normativo per il modello Pomigliano-Mirafiori-
Grugliasco consacrato per via referendaria sotto il ricatto occupazionale. Il contratto di Federmeccanica decadrà ed entrerà in vigore il contratto di fabbrica: 120 ore di straordinario obbligatorio in cui è vietato scioperare, diminuzione delle pause, pausa mensa a fine turno, primi due giorni di malattia non retribuiti, e questi sono solo alcuni degli aspetti salienti.
Iniziò così una nuova era che aprì la pista al capitalismo italiano per sferrare il più grosso attacco alla classe operaia nella storia repubblicana: rappresentanza, diritto di sciopero, diritto alle pause e a carichi di lavoro umani, non saranno mai più quelli di prima. Marchionne uscì da Confindustria per spianare loro il sentiero, due anni dopo l’associazione degli industriali siglerà insieme a Cgil, Cisl e Uil il Testo unico sulla rappresentanza (Tur), che ricalcherà i suoi passi su rappresentanza sindacale e diritto di sciopero ponendo fine alla democrazia sindacale così come l’avevamo conosciuta.
 
Gli effetti sulla rappresentanza e sui sindacati
Per avere un quadro chiaro sulla questione della rappresentanza sindacale occorre fare un balzo indietro di ventitré anni, fino al giugno del 1995, quando una serie di referendum abrogativi interessò l’art. 19 della legge 300/70 (Statuto dei lavoratori), su cui pendevano due quesiti referendari volti ad abrogare i due criteri selettivi e restringenti della libertà di costituzione delle rappresentanze sindacali: l’esclusiva ai sindacati confederali e il requisito della firma di contratti collettivi. (3)
Di questi due referendum, uno, promosso dallo Slai-Cobas, mirava ad abrogare ogni limite, consegnando ai lavoratori e alle loro organizzazioni piena libertà; l’altro, promosso da Rifondazione comunista spalleggiata dalla Fiom, come da buona tradizione riformista e opportunista, mirava a eliminare soltanto l’esclusiva ai sindacati confederali lasciando in vigore il requisito di firma di contratti collettivi che, nei fatti, garantiva comunque l’esclusiva a Cgil, Cisl e Uil.
La storia ci narra che vinse l’abrogazione parziale promossa da Rifondazione.
Quindici anni dopo la burocrazia della Fiom da carnefice e promotrice dell’oligarchia sindacale divenne vittima tra le fauci di Marchionne. Non accettando il nuovo modello Pomigliano e perdendo la sua battaglia referendaria, rimase esclusa dalla rappresentanza e fece, per via incidentale, ricorso alla Corte Costituzionale (praticamente denunciò l’illegittimità costituzionale di un testo che quindici anni prima promosse). La Consulta, di fronte a una pronuncia che avrebbe potuto avere conseguenze catastrofiche su decenni di accordi e contrattazioni tra la borghesia e le forze sindacali concertative e riformiste, tra il sì e il no, scelse di rispondere nì: è illegittimo subordinare il diritto di rappresentanza alla firma di contratti collettivi; diciamo che almeno bisogna partecipare al tavolo delle trattative con una propria piattaforma. Una sentenza che escluse, di fatto, i sindacati conflittuali.
 
Il ruolo di Marchionne
Sergio Marchionne, col suo modello, fu il primo a sferrare un attacco alla classe operaia di questa portata. Prima di lui non era nemmeno immaginabile subordinare il diritto alla rappresentanza sindacale alla rinuncia del conflitto, agli arretramenti normativi e alle perdite salariali; ed è proprio questo che fece: impose la rappresentanza legando criteri politici alle norme procedurali. Se prima c’erano organizzazioni sindacali di serie A (quelle complici) e altre di serie di B (quelle conflittuali), e le organizzazioni di serie B potevano, in uno stato di subordinazione e affrontando procedure più complesse, accedere alle RSU, o meglio a una parte di esse (l’accordo del ’93 riservava un terzo alla triade); oggi, grazie al modello Marchionne, ripreso in seguito e inasprito dal Testo unico sulla rappresentanza, a fare selezione all’ingresso non ci saranno solo criteri come «quanto sei rappresentativo?» e «accetti il regolamento elettorale per entrare?». Per la prima volta dalla fine del fascismo, per accedere alla rappresentanza sindacale sarà chiesto ai sindacati come avranno intenzione di comportarsi una volta dentro o se avranno intenzione di accettare delle determinate condizioni di lavoro prestabilite.
L’azione conflittuale, per le organizzazioni firmatarie dell’accordo, non sarà più decisa liberamente come tattica durante la lotta ma diventerà un tema pregiudiziale per l’accesso alla rappresentanza e alle relative esigibilità sindacali, tra cui permessi sindacali, diritto di affissione nelle bacheche aziendali e d’indizione delle assemblee.
L’attuale sistema normativo su cui poggiano le relazioni sindacali si potrebbe tradurre così: se state buoni, non scioperate e non ostacolate la nostra corsa al profitto, allora potrete partecipare al ricco banchetto di agibilità sindacali, posizioni esclusive, permessi, proventi dagli enti bilaterali… altrimenti, fuori da tutto! 
Un sistema che a tutti gli effetti possiamo definire corruttivo, del resto le cronache d’oltreoceano ci raccontano dell’inchiesta che ha investito Fca e il manager abruzzese, dove la corruzione, tra il 2009 e il 2017, sarebbe quantificata in 9 milioni di dollari transitati dalle casse di Fiat alla volta del sindacato Uaw tramite una struttura governata da sindacato e azienda. (4) Formalmente questa organizzazione doveva essere finalizzata al sostegno dei lavoratori, in realtà, secondo la tesi accusatoria, si è rivelata un lauto sostegno per i sindacalisti, con lo scopo di far loro firmare accordi per abbattere il costo del lavoro. Una struttura – dobbiamo dirlo – che ricorda molto i nostri enti bilaterali, gestiti, appunto, bilateralmente da sindacati confederali e azienda e a cui i burocrati di Cgil, Cisl e Uil tengono particolarmente, basti pensare, a titolo di esempio, che nel 2012, delle 12 pagine di piattaforma per il rinnovo del Ccnl Gomma-plastica, 8 erano dedicate agli enti bilaterali e 4 a salari e diritti. E lo crediamo bene, perché quando parliamo di enti bilaterali, parliamo di un giro di centinaia di milioni di euro e di diecimila poltrone per i sindacati. (5)
 
Il lavoro di marketing dell’immagine e le politiche per nascondere il conflitto di classe
Una delle principali abilità politiche di Marchionne è stata quella di far credere agli operai che gli obiettivi e gli interessi dell’azienda fossero i loro, che il conflitto di classe non esistesse se non nei libri impolverati di filosofi dell’800. Con l’aiuto costante e determinante dei media borghesi, si è passati rapidamente dal «padrone nemico di classe» al «siamo tutti una famiglia», l’immagine costruita ad hoc di Marchionne proponeva un manager giovanile, dinamico, arguto, dall’abbigliamento informale, che visitava spesso le fabbriche, l’uomo della provvidenza che ha risollevato le sorti della Fiat ed è andato oltreoceano a conquistare gli americani di Chrysler, cosicché i sacrifici sempre più duri imposti ai lavoratori non erano più visti per quello che erano: lo sfruttamento della borghesia sulla classe operaia; ma come una sfida di tutto il gruppo, indipendentemente dai ruoli, per rimanere sul mercato.
Un’indagine sulle condizioni degli operai della Fca-Sevel di Atessa (CH), commissionata dal Coordinamento provinciale dello Slai Cobas di Chieti, con cui abbiamo collaborato per la stesura di questo articolo, dimostra il continuo peggioramento delle condizioni lavorative degli operai e i gravi effetti fisici e psicologici che essi hanno subito, ma questo non si è tradotto in un relativo risveglio delle coscienze perché la cultura dominante è radicata nella classe e ne sopisce gli animi.
 
Morto un Marchionne se ne fa un altro
Chi vede in Sergio Marchionne uno dei tanti manager italiani del suo tempo o lo ricorda semplicemente come l’amministratore delegato della Fiat, ne sottostima la sua figura e il suo operato.
Sergio Marchionne è stato un finanziere di lungo corso, collocato nel Cda di Philip Morris, considerato un «salotto buono mondiale» per super lobbisti dove sedeva accanto a ex-membri del governo degli Stati Uniti (6) e possiamo presumere che grazie a quell’esperienza abbia saputo e potuto ottenere il credito necessario all’acquisizione di Chrysler per la nascita di Fca, una fusione che hanno pagato a caro prezzo migliaia di lavoratori italiani e americani. Migliaia di posti di lavoro perduti e quelli rimasti hanno dovuto fare i conti con la rinuncia contrattuale al conflitto, le perdite salariali e gli inasprimenti normativi.
Sergio Marchionne è stato un guerriero del capitale che meglio di tutti ha saputo sfruttare la crisi economica del 2008 per colpire duramente la classe operaia, se oggi le condizioni dei lavoratori sono peggiorate di molto rispetto a un decennio fa, lo dobbiamo principalmente a lui. Ma attenzione, non crediate che la sua dipartita porterà venti favorevoli agli operai; cambieranno nomi e facce ma lo scontro di classe continuerà inesorabilmente il suo corso. L’unico modo che i lavoratori avranno per vincerlo, sarà quello di unirsi tra loro e animarlo con la lotta.
 
 
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