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Riflessioni sulla protesta del latte dei pastori sardi PDF Stampa E-mail
domenica 14 aprile 2019

Riflessioni sulla protesta del latte

dei pastori sardi



di Matteo Bavassano

 

Nelle ultime settimane il governo giallo-verde ha dovuto fare i conti, oltre che con le contraddizioni interne della coalizione governativa e del suo incoerente programma, con la radicale protesta dei pastori sardi (e non solo), entrati in lotta fin da inizio febbraio per rivendicare un più alto prezzo del latte. L’Esecutivo, tramite Salvini, che apparentemente è stato l’unico ministro ad occuparsi in prima persona della vertenza, ha cercato di arrivare a un accordo che potesse soddisfare almeno in parte le richieste dei pastori, con evidenti mire elettorali da parte del segretario della Lega in vista delle elezioni regionali sarde tenutesi il 24 febbraio. Tuttavia il governo non ha, e non avrebbe mai potuto, risolvere la questione in modo soddisfacente per i pastori, perché i loro interessi sono in diretta contrapposizione con quelli della Grande distribuzione.


I pastori sardi: un’analisi di classe

A sinistra non si è prestata molta attenzione alla vicenda dei pastori sardi: forse l’attenzione è stata catalizzata dalla crisi venezuelana, tuttavia riteniamo che ci siano delle ragioni più profonde per questa omissione di analisi da parte di tutte le forze della sinistra, da quella riformista a quella centrista (cioè quella sinistra rivoluzionaria a parole e riformista nei fatti). I riformisti non parlano dei pastori sardi perché non possono fornire loro nessuna prospettiva diversa da quella che propone loro il governo grillo-leghista, mentre i residuati stalinisti e, in modo simile, molti centristi non prestano attenzione alla loro lotta perché non si tratta di proletari ma di settori piccolo-borghesi. Sia detto di passata, stalinisti e centristi vari in relazione alle rivendicazioni delle masse popolari oppresse o non direttamente proletarie oscillano sempre, e a seconda della situazione, tra un rifiuto settario di intervenire in queste lotte e l’appiattimento sulle parole d’ordine minime che sorgono dalle lotte stesse. Il compito dei rivoluzionari invece, e questo vale in ogni lotta e tanto più in quelle che non coinvolgono direttamente la classe operaia in quanto tale, è quello di avanzare delle parole d’ordine di tipo transitorio, cioè che possano favorire l’avanzamento della coscienza delle masse in lotta e che uniscano queste lotte a quelle del proletariato, poiché solo con l’egemonia politica del proletariato queste stesse lotte possono essere vittoriose. Questo vale anche per la lotta dei pastori sardi.

L’equazione tautologica, che troppo spesso ci viene presentata e che è figlia di un «marxismo» dogmatico che tutto è meno che marxismo, «piccola borghesia = strato sociale reazionario» non solo non regge alla prova dei fatti nella maggior parte dei casi, ma politicamente porta a contrapporre programmaticamente il movimento operaio ai settori piccolo-borghesi delle masse, spingendo così (questa volta realmente) la piccola borghesia nelle braccia della reazione. L’esperienza storica della Rivoluzione d’ottobre ci dimostra invece come i rivoluzionari debbano cercare di guadagnarsi l’appoggio dei settori piccolo-borghesi più politicamente coscienti e la benevola neutralità di una larga parte di questi stessi settori.

Innanzi tutto come marxisti bisognerebbe partire da un’analisi della situazione concreta degli strati piccolo-borghesi nella società odierna: il fatto che il sistema capitalistico italiano sia ancora fortemente segnato dall’ultima crisi economica fa sì che gli spazi per un’azione concertativa di tipo riformista da parte del governo rispetto alle rivendicazioni dei pastori sardi sia estremamente limitata se non nulla, circostanza che rende ancora più esplosiva la situazione, nonché maggiormente suscettibile di oltrepassare i limiti iniziali della protesta per acquistare una dimensione più complessiva legandosi ad altre lotte. In secondo luogo, bisogna ricordare che la cosiddetta piccola-borghesia (ma potremmo parlare in generale anche di classi medie) non è una classe omogenea come il proletariato (che Marx definiva come la «più omogenea» delle classi, alludendo al fatto che anche nel proletariato stesso esistono delle differenziazioni), ma ha delle differenze importanti nel suo seno: sicuramente i contadini costituiscono un settore particolare della piccola-borghesia, molto diverso da quello composto dai piccoli artigiani o commercianti. Allo stesso modo bisognerebbe distinguere tra la piccola-borghesia «tradizionale» (di cui fanno parte contadini e artigiani), che è una sopravvivenza di modi di produzione pre-capitalistici, e la «nuova» piccola-borghesia (Trotsky parlava di «nuove classi medie») cioè quegli strati piccolo-borghesi che vengono creati dallo sviluppo capitalistico. Tutti questi settori, benché con un’importanza strategica diversa, sono possibili alleati del proletariato rivoluzionario, beninteso non nella loro totalità. Quello che il partito del proletariato deve fare è avanzare un programma che possa inglobare le ragioni di questi settori sociali e dar loro una traduzione concreta che possa indicare la via per risolvere le contraddizioni socio-economiche che li colpiscono.


Un fattore discriminante: la Grande distribuzione

Chiaramente, oltre alle precisazioni sulla differenziazione della piccola-borghesia che abbiamo fatto poco sopra, bisogna considerare che i piccoli contadini (così come i pastori sardi) non vivono nelle condizioni che analizzava a suo tempo Marx in opere magistrali come Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (ma che costituiscono tutt’ora una base di partenza per capire come avanzare nell’analisi): la penetrazione del capitalismo nelle campagne e soprattutto l’espansione del sistema capitalista a livello globale ha cambiato significativamente la struttura produttiva. Ci pare opportuno chiarire che quando diciamo che i piccoli contadini sono una sopravvivenza di un modo di produzione pre-capitalistico non intendiamo certo dire che le campagne dello Stato imperialista italiano sono suscettibili di uno sviluppo capitalistico che finora non si è ancora avuto: l’assetto attuale delle campagne è quanto di più «avanzato» il capitalismo italiano ha e avrà da offrire. In questo senso è opportuno analizzare le contraddizioni nelle campagne, perché non solo non si attenueranno, ma andranno ad esacerbarsi, polarizzando lo scontro e conferendo all’oppressione dei piccoli contadini nel capitalismo sempre più un significato di classe.

La caratteristica propria della piccola-borghesia, cioè quella di non possedere dei mezzi di produzione, ma di possedere i mezzi della propria sussistenza, è quantomeno fortemente ridimensionata da un fattore «nuovo» introdotto dallo sviluppo e dalla penetrazione capillare del capitalismo in tutte le maglie della società: la Grande distribuzione. È questa, in un senso molto distorto, la soluzione che il capitalismo ha trovato all’anti-economicità della piccola produzione contadina, una soluzione che, come dicevamo poc’anzi, invece di risolvere le contraddizioni socio-economiche nelle campagne le aggrava. Tradizionalmente la piccola-borghesia poteva decidere abbastanza autonomamente il prezzo dei propri prodotti; oggi, se questo continua ad essere vero per gli artigiani, non lo è più per la maggior parte dei piccoli contadini perché, come nel caso dei pastori sardi, non vendono direttamente sul mercato il loro prodotto, ma sono costretti a venderlo ad un prezzo di fatto imposto ad un onnipresente intermediario, la Grande distribuzione.

Nel caso specifico dei pastori sardi, il latte veniva venduto a 60 centesimi al litro, ben al di sotto dei costi di produzione: da qui la forma spettacolare della protesta con centinaia di pastori che buttavano via il proprio latte, cioè le merci che avevano prodotto e non ancora venduto, perché valevano meno di niente per loro. Sia detto di passata, questa protesta non c’entra nulla con la protesta di qualche anno fa delle cosiddette «quote latte», a suo tempo cavallo di battaglia della Lega nord: in quel caso, nel quadro della Politica agricola comune dell’Ue il latte veniva venduto a un prezzo garantito dall’Ue, ma la produzione era ripartita tra i vari Paesi, per cui gli allevatori italiani che avevano superato i limiti imposti dalla Pac venivano multati. L’esatto opposto di quanto sta succedendo oggi. La condizione in cui si trovano concretamente i pastori sardi, pur non annullando le differenze di classe, avvicina momentaneamente la loro condizione a quella del proletariato, ed anzi per certi versi la rende anche peggiore: non avendo un rapporto lavorativo con la Grande distribuzione, ma solo un rapporto «commerciale», i costi di produzione e le fluttuazioni dei prezzi sono totalmente scaricati sulle spalle dei pastori, che non essendo dei salariati non hanno un’entrata assicurata. Inoltre la divisione dei piccoli produttori li rende normalmente incapaci di un’azione rivendicativa efficace, in quando tendono a considerarsi dei piccoli imprenditori concorrenti e non dei lavoratori con un interesse comune. La profonda crisi economica ha tuttavia scompigliato le carte e ha creato le condizioni perché si sviluppasse un forte movimento dei pastori.


Capitalismo e sottosviluppo interno

La lotta dei pastori sardi ha incontrato la solidarietà non solo di altri piccoli contadini e allevatori di altre regioni del Mezzogiorno, ma ha visto anche un importante movimento di solidarietà tra le masse popolari della stessa Sardegna, cosa che ci permette di affrontare sommariamente anche il problema del sottosviluppo delle regioni meridionali d’Italia. La legge dello sviluppo diseguale e combinato non funziona soltanto a livello internazionale, ma anche all’interno di un singolo Stato, dove esistono zone più sviluppate e zone più arretrate. È questo il caso del divario nord-sud in Italia. In una regione come la Sardegna, dove i pastori sono 12.600 e circa metà del territorio (47,9%) è adibito all’agricoltura e all’allevamento, in cui l’occupazione nel settore primario è dell’8,7% della popolazione attiva (a fronte di una media nazionale del 3,8%), una regione in cui la disoccupazione è all’11,2%, ma la disoccupazione giovanile raggiunge il 50%, il peggioramento delle condizioni di vita dei pastori assume una valenza particolare. La Sardegna è una regione che negli ultimi decenni è stata trasformata in una specie di villaggio vacanze per la borghesia italiana: una parte importante degli occupati nel settore terziario (22,7% della popolazione attiva) è occupata nel settore turistico e nelle attività commerciali, tuttavia la forte disoccupazione giovanile, a fronte della continua crescita del settore turistico, evidenzia come questa non possa essere un volano per l’occupazione. Con la continua perdita di occupati nel settore agricolo degli ultimi anni e con il ridimensionamento del settore industriale, il futuro dei giovani proletari, ma anche dei piccolo-borghesi sardi è quanto mai incerto, peraltro in una regione insulare separata dal resto del Paese. A questo si aggiunge il continuo taglio dei servizi in ampie parti della regione, per concentrare la spesa pubblica (per esempio nella sanità, settore con spese in crescita) nelle località di villeggiatura.

Se questa situazione non tocca direttamente la borghesia sarda, che ha la maggior parte dei suoi interessi economici sulla Penisola e usa anch’essa la Sardegna come luogo di villeggiatura, i giovani delle masse popolari sarde sono condannati all’emigrazione o alla disoccupazione. Non esiste quindi una particolare questione «nazionale» sarda: esiste tuttavia un’oppressione delle masse popolari sarde dovuta all’indebolimento del settore produttivo che assume un significato di classe, in quanto sono gli interessi della borghesia, sarda come del resto d’Italia, che condannano la Sardegna, così come altre regioni del Sud Italia, ad una situazione sociale precaria. Ecco perché, a fronte della lotta dei pastori, una gran parte delle masse popolari sarde ha dato loro una concreta solidarietà: perché percepivano come il loro futuro fosse legato alla difese delle attività produttive del loro territorio.


Un programma rivoluzionario per le masse popolari sarde

Al termine di questa analisi, vorremmo tentare di trarre delle prime conclusioni programmatiche, ripartendo però dalla lotta dei pastori. Lo scorso 8 marzo è stato siglato in prefettura a Sassari un accordo per un prezzo di 74 centesimi al litro per il latte, molto lontano dalle richieste dei pastori: l’accordo infatti è stato firmato da una delegazione di minoranza dei pastori che non godeva della fiducia del movimento. Non è un caso che nei giorni successivi all’accordo siano stati assaltati altri camion che trasportavano latte. Tuttavia non possiamo fare a meno di notare che la vittoria della lotta dei pastori, in una situazione in cui non ci sono delle forti lotte operaie in Italia, era molto improbabile: solo l’unità delle lotte attorno alla classe operaia può garantire il raggiungimento di risultati concreti. Spetta però al partito rivoluzionario avanzare un programma che sia in grado di recepire le rivendicazioni dei settori contadini e unirle a quelle operaie.

Noi crediamo che la parola d’ordine da avanzare sia quella della nazionalizzazione del sistema della Grande distribuzione, cosa che permetterebbe di controllare sia i prezzi pagati ai piccoli agricoltori e allevatori che i prezzi finali pagati dai consumatori. Ad oggi, un prezzo imposto del latte verrebbe pagato principalmente dalla classe operaia e dalle masse popolari, o attraverso un rincaro dei prezzi o attraverso l’imposizione fiscale. Nazionalizzando la Grande distribuzione, invece, si eliminerebbero dei profitti capitalisti, e lo Stato sarebbe in grado di controllare adeguatamente i prezzi. Chiaramente non ci aspettiamo minimamente che uno Stato borghese possa fare questo: solo uno Stato diretto dagli operai potrebbe mettere in atto una politica come questa. Uno Stato operaio tutelerebbe i piccoli produttori, anche attraverso la nazionalizzazione delle banche e quindi delle facilitazioni nell’accesso al credito, e l’abbassamento dei prezzi dei prodotti industriali dovuto alla nazionalizzazione delle imprese di macchine agricole. Parallelamente dovrebbe mettere in campo delle iniziative per superare su base volontaria la piccola produzione, promuovendo la creazione di cooperative e altre forme di concentrazione della produzione. Politiche di questo tipo difenderebbero l’occupazione delle regioni meno sviluppate d’Italia, e verrebbero chiaramente affiancate da politiche industriali adeguate ad innalzare i livelli occupazionali, in accordo con un piano economico nazionale, unico strumento che può permettere di superare gli squilibri dello sviluppo del capitalismo italiano. Il futuro dei pastori sardi e dei piccoli agricoltori, così come quello delle masse popolari sarde e del resto del Sud Italia, è intimamente legato alle lotte della classe operaia e al suo progetto di rivoluzione sociale.


(da Progetto Comunista, numero di aprile 2019 in distribuzione)

 
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