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La due giorni sui cambiamenti climatici e sulla rivoluzione necessaria PDF Stampa E-mail
venerdž 18 ottobre 2019
La due giorni sui cambiamenti climatici
e sulla rivoluzione necessaria
Cronaca e foto
 
 
duegiorni
 
 
 
 
di Salvatore de Lorenzo
Si è svolta a Modena, nei giorni 12 e 13 ottobre, la ormai tradizionale Assemblea pubblica nazionale del Pdac. L’assemblea di quest’anno è stata incentrata, principalmente, sul problema dei cambiamenti climatici che ha polarizzato l’attenzione di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. È stato spiegato quanto l’attuale modo di produzione capitalistico sia inadeguato a garantire condizioni di vita e di salute dignitose alla popolazione mondiale e si è posta, come ineludibile, la necessità di una rivoluzione socialista mondiale per evitare l’estinzione della specie umana. L’assemblea ha registrato quest’anno una partecipazione più ampia degli anni precedenti, impreziosita dalla presenza di molti giovani e giovanissimi attivisti dei movimenti sul clima e di operai e attivisti provenienti da diverse realtà di lotta.
 
Gli interventi e il dibattito della prima giornata
Nella prima giornata, coordinata da Fabiana Stefanoni, dirigente del Pdac, si sono alternati tre relatori.
Nel suo intervento Matteo Bavassano, direttore di Trotskismo oggi, la rivista di formazione teorica del Pdac, ha descritto il contributo analitico di Marx ed Engels ai problemi ecologici e ambientali, sfatando il mito secondo il quale il materialismo dialettico non avrebbe nulla a che vedere con i problemi ambientali. Bavassano ha ricordato che Marx ed Engels combatterono la volgare concezione positivista imperante nella loro epoca, secondo la quale il progresso tecnologico derivante dalle scoperte scientifiche conterrebbe in sé tutti gli strumenti per consentire il progresso umano. Il materialismo dialettico, al contrario, focalizzando sul ricambio organico tra l’uomo e la natura, strettamente determinato dal modo di produzione, pone in evidenza la rottura dell’equilibrio armonico tra gli uomini e la natura causato dallo sfruttamento intensivo e anarchico dei beni naturali proprio del capitalismo. Da questa caratteristica, intrinseca al modo di produzione capitalistico, consegue infatti che la produzione di merci non è calibrata sui bisogni reali della popolazione mondiale ma dallo scontro tra capitalisti nel processo di accumulazione capitalistica. Salvare il pianeta mantenendo in piedi il sistema capitalista è dunque impossibile, per la natura stessa del modo anarchico di produzione capitalistico. La soluzione a questo problema passa solo per lo sviluppo di una economia mondiale pianificata, realizzabile solo da una società socialista. Bavassano ha mostrato che la concezione «produttivistica» del «socialismo» reale fu una conseguenza della degenerazione burocratica dello Stato sovietico e ha ricordato, tra l’altro, che la distruzione dell’agricoltura nell’Unione Sovietica fu conseguenza della collettivizzazione forzata imposta dallo stalinismo. Al contrario Lenin, nei purtroppo pochi anni che rimase in vita dopo la Rivoluzione d’ottobre, diede un grande peso alla questione dell’equilibrio tra uomo e natura, sia favorendo la nascita, all’università di Astrakan, di un moderno settore di studi agronomici, sia imponendo la creazione di imponenti riserve naturali (chiamati i monumenti della natura).
La seconda relazione è stata tenuta da Angel Luis Parras, dirigente della Lit e della sua sezione spagnola, Corriente Roja. Parras ha analizzato il crollo dell’Unione Sovietica, ricordando che il 9 novembre ricorreranno i trent’anni della caduta del muro di Berlino e che le masse che si mobilitarono nelle strade di Berlino non si battevano contro il socialismo; al contrario, le popolazioni dell’Europa dell’est lottavano contro il capitalismo ormai restaurato nei Paesi controllati dall’Urss dal regime stalinista e si mobilitavano contro gli effetti che esso produsse sulle condizioni di vita del proletariato, tra cui una dilagante disoccupazione di massa. Parras ha ripercorso la tragedia dello stalinismo, ricordando che fu per primo Lenin, ormai malato, a denunciare la burocratizzazione dello Stato operaio. E quella denuncia costituì il senso della battaglia dell’Opposizione di sinistra, guidata da Trotsky, che analizzò a fondo la degenerazione dello Stato operaio causata dallo stalinismo. È su queste basi che l'Urss di Stalin si trasformò in un bastione dell’imperialismo durante la seconda guerra mondiale. Con l’accordo di Teheran-Potsdam-Yalta furono poi poste le basi per lo sfruttamento capitalistico successivo, al punto che, sulla base di quegli accordi, 15 mila esuli tedeschi dalla Russia furono rimpatriati in Germania per essere sottoposti a lavoro schiavistico, come riparazione per la sconfitta in guerra della Germania. Parras ha poi ricordato l’analoga dinamica degenerativa subita dalla rivoluzione cinese: lo Stato operaio burocratizzato si è trasformato in uno Stato borghese, che ha restaurato il capitalismo, sino a giungere al paradosso che, nella Cina «comunista», Jack Ma, proprietario di una delle più grandi multinazionali del mondo (Alibaba) risulta uno dei dirigenti del Partito comunista cinese (Pcc), cui versa il 2% del suo salario, come tutti gli altri membri capitalisti e miliardari del Pcc. Parras ha poi richiamato i disastri ambientali prodotti dallo stalinismo, culminati con la tragedia di Chernobyl del 1986 e quella del lago di Aral, prosciugato del 90% per effetto delle politiche di sfruttamento intensivo imposte dallo stalinismo. Parras ha concluso il suo intervento osservando che Trotsky spiegò chiaramente che il socialismo non deve competere con il capitalismo sul piano quantitativo, ma su quello qualitativo, riportando al centro del modello di sviluppo il rapporto armonico tra uomo e natura.
Nella sua relazione Francesco Ricci, dirigente della Lit e del Pdac, ha analizzato le varie analisi e le proposte che diversi settori delle classi dominanti hanno avanzato per trasformare la crisi climatica in un’ulteriore occasione per fare profitti. Un primo settore è costituito dai negazionisti, cioè coloro che si avvalgono del parere di scienziati posti a libro paga per negare ogni relazione di causa-effetto tra le emissioni e il cambiamento climatico. Un altro settore è rappresentato da coloro che cercano di minimizzare il problema, affermando che il tempo in cui la temperatura raggiungerà condizioni di irreversibilità sarebbero più lunghi e che quindi non ci sarebbe da preoccuparsi nell’immediato. Un terzo settore è costituito da coloro che propongono illusorie modifiche di stili di vita individuali. Vi sono infine coloro che ammettono il problema, ma ritengono che la risposta consista semplicemente nel fare pressione sui governi per mitigare i disastri.
Ovviamente tutte queste vestali del capitalismo fanno opera di mistificazione, poiché fingono di dimenticare che il problema climatico è causato dal capitalismo. Ricci ha richiamato difatti il geniale contributo di Marx nell’analisi dei problemi ambientali, che spiegava che il capitalismo ha alterato l’interscambio uomo-natura e che non si può prescindere da una riappropriazione dei mezzi di produzione da parte della stragrande maggioranza dell’umanità e dalla realizzazione di un’economia pianificata se si vuole regolare correttamente il rapporto metabolico tra uomo e natura. Ritenere che quei dodici capitalisti - che detengono la metà della ricchezza prodotta mondialmente e che lasciano contemporaneamente un miliardo di persone senza il contributo calorico necessario alla sopravvivenza- possano salvare il pianeta è come mettere la volpe a guardia del pollaio. Dunque il sistema capitalistico non è riformabile, semplicemente poiché è basato sull’anarchia della produzione per l’accumulazione di nuovi capitali nella competizione tra capitalisti concorrenti. Dunque i riformisti, la cui natura reazionaria fu denunciata già nel 1848 da Marx, devono essere combattuti e sconfitti. Tra costoro vi sono pure i teorici di una decrescita felice, una proposta menzognera poiché il problema non si risolve semplicemente producendo meno ma cambiando radicalmente il modo di produrre e i beni da produrre.
Ricci ha poi analizzato le caratteristiche dell’imponente movimento di massa che ha dato vita alle mobilitazioni mondiali nella lotta contro i cambiamenti climatici, evidenziandone i punti di forza ma anche le naturali debolezze, come l’attuale confusione programmatica. Ma soprattutto ha messo in allerta sui rischi che si corrono nella strutturazione del movimento stesso. Senza una reale partecipazione democratica, basata sul principio della rappresentanza e della delega revocabile dai comitati di lotta, il rischio concreto è che le direzioni di tali movimenti possano essere calate dall’alto, come sta tentando ad esempio di favorire, in Italia, uno dei principali settori della borghesia, quello che ha tra i suoi principali quotidiani La Repubblica.
Ricci ha sottolineato l’importanza del programma, necessariamente anticapitalistico, di cui dovrà dotarsi il movimento. Un programma che deve basarsi su una serie di rivendicazioni chiare che metteranno inevitabilmente in luce l’impossibilità della sua realizzazione da parte dei partiti borghesi e riformisti che aspirano viceversa ad andare al governo nel capitalismo. È peraltro evidente che le uniche proposte concrete per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici (ad esempio cambiamento radicale nel sistema delle infrastrutture, della mobilità e dei trasporti) cozzano necessariamente con le esigenze del capitalismo. E, infine, Ricci ha ricordato che le rivoluzioni non solo sono possibili, ma avvengono continuamente in ogni parte del mondo. Ciò che però manca per renderle vittoriose è un partito rivoluzionario in grado di dirigerle. Ha infine concluso il suo intervento ricordando una bellissima frase di Nahuel Moreno, fondatore della Lit-Quarta Internazionale: «Non c’è nessun dio che ha stabilito che non possiamo vincere!».
Dopo l’intervento dei tre relatori vi è stata un’ampia discussione, arricchita dall’intervento di molti compagni. Ricordiamo in particolare l’intervento molto toccante di Luis Seclen, attivista del Fronte di Lotta No Austerity (Flna) e della Cub Monza, proprio in questi giorni sottoposta ad un vile attentato intimidatorio. Luis ha fatto intendere che gli operai non hanno alcuna intenzione di farsi intimorire e che questo attentato ha, al contrario, amplificato la solidarietà degli operai delle altre sigle sindacali, che si sono uniti alla manifestazione indetta dalla Cub di Monza. Un grande applauso di solidarietà è stato tributato a Luis e agli operai presenti.
La prima giornata si è conclusa in orario per consentire la partecipazione dei presenti al presidio in piazza contro l'aggressione turca ai kurdi.
 
La tavola rotonda della domenica
Nella seconda giornata si è sviluppato un ampio dibattito sulle lotte, sia di quelle per la difesa del pianeta che di quelle antirazziste e in difesa di tutti i diritti democratici. Il dibattito è stato coordinato da Daniele Cofani, dirigente del Pdac e del Flna. Si sono alternati diversi relatori.
La compagna brasiliana Natalia Tucunduva, ex-militante del Pstu e ora del Pdac, ha fatto una lunga disamina delle operazioni di devastazione e saccheggio ambientale del Brasile, in particolare della foresta amazzonica. Natalia ha spiegato come, nel corso degli ultimi cinquant’anni, il processo di distruzione della foresta amazzonica e dei suoi abitanti, dopo essere stato finalizzato a favorire la crescita di aziende agricole per lo sfruttamento intensivo del suolo si è trasformato in un rapporto di tipo schiavistico degli abitanti della foresta. Ha poi ricordato il ruolo di Chico Mendes e la sua lotta anticapitalista a difesa della gestione comunitaria del territorio da parte degli indigeni. Ha infine fatto notare che mentre Bolsonaro è un nemico dichiarato della foresta amazzonica e dei suoi abitanti, Lula ha invece illuso per poi tradire gli indigeni, alleandosi con la borghesia e l’imperialismo invece di avviare una riforma agraria che ponesse le terre sotto il controllo dei contadini e degli indigeni e che lo stesso Lula si è reso correo di un enorme disastro ecologico, firmando una legge che ha consentito l’uso dei transgenici per la produzione di soia. Natalia Tucunduva ha concluso affermando che solo la rivoluzione può salvare l’Amazzonia.
Ines Abdelhamid, diciottenne, attivista delle mobilitazioni sul clima (a Modena ha concluso col suo intervento dal palco la grande manifestazione del 27 settembre), ha ricordato che nonostante la stragrande maggioranza degli scienziati non abbia più alcun dubbio sul legame tra inquinamento e aumento della temperatura, una piccola parte continua a negare tale evidenza. Non vi è da stupirsi- ha affermato- poiché in regime capitalistico neanche la scienza è completamente neutra, e quindi può trasformarsi da strumento di conoscenza in strumento di morte. Dunque solo una rivoluzione può arrestare la devastazione climatica prodotta dal capitalismo e quindi diventa urgente la costruzione di un partito rivoluzionario. Abdelhamid ha notato come sia necessario passare dal paradigma della competizione ecologica, che è presente anche nel movimento Fff, al paradigma della cooperazione ecologica. Ha posto in evidenza l’ipocrisia della piccola borghesia europea che si preoccupa di ripulire il mare dalle microplastiche dopo averlo riempito di cadaveri di migranti, o quella dei governanti italiani che firmano il decreto per il clima, peraltro assolutamente insufficiente persino a mitigare il disastro climatico in atto, e contemporaneamente vendono le armi ai turchi. Infine ha enfatizzato l’importanza della creazione di un fronte unico di lotta che unisca lavoratori e studenti e ha denunciato la direzione reazionaria del movimento Fff, che punta alla realizzazione di un capitalismo verde, un ossimoro.
Benedetta Vaccari, giovane attivista delle mobilitazioni sul clima (16 anni), ha osservato che gli scienziati hanno chiarito la natura del problema climatico ma che gli Stati non fanno nulla per risolvere questo problema. Benedetta ritiene che le pratiche ecologiste individuali non siano sufficienti per migliorare la situazione climatica. I costi dei cambiamenti climatici vengono fatti pagare a chi non ha responsabilità mentre è necessario che a pagare siano coloro, come i detentori delle multinazionali, che hanno prodotto i disastri ambientali.
Il prof. Ferdinando Bevilacqua, esperto di questioni ambientali, ritiene che sia necessario riattivare il conflitto nelle società europee e non solo europee, essendo giunti al punto terminale di un ciclo di sviluppo che è durato quattrocento anni, attraverso un modello, quello capitalistico, energivoro e antropocentrico. Bevilacqua ritiene che non esistano al momento soluzioni agli enormi problemi posti dalla crisi climatica. Ha inoltre osservato che vi è il rischio che il movimento Fff venga strumentalizzato dagli ideologi borghesi, che sono intenzionati ad alimentare un conflitto generazionale tra i figli e i padri, che sarebbero secondo questo schema i responsabili del disastro attuale, nascondendo le vere logiche e responsabilità del modello di sviluppo capitalistico. Bevilacqua ha poi criticato anche il «socialismo» reale che non si è battuto contro questa logica energivora e produttivistica, oscurando il senso più profondo del rapporto uomo-natura del pensiero di Marx. Bevilacqua ritiene necessario ritornare a un rapporto equilibrato tra l’uomo e la natura, abbandonando il modello agro-industriale responsabile degli squilibri attuali.
Nadia Mendez, studentessa di Milano e attivista del collettivo Syntagma, ha esordito con una critica radicale al movimentismo di alcuni centri sociali e all’auto-rappresentazione derivante dal carattere identitario di tali movimenti, che non mirano ad alcun cambio di sistema. Nadia ha spiegato che il collettivo Syntagma è nato da poco e sta sviluppando un rigoroso lavoro di auto-formazione. Il lavoro di analisi condotto dal collettivo ha consentito di individuare varie criticità nel movimento ambientalista, il quale non ha ancora una chiara linea politica. Per questa ragione il collettivo Syntagma ha sviluppato una sua linea basata: 1) su precisi obiettivi e rivendicazioni che colpiscano le cause sistemiche del problema climatico, come lo sfruttamento indiscriminato del suolo; 2) sulla denuncia del carattere anarchico della produzione capitalistica e delle responsabilità dei detentori dei mezzi di produzione; 3) sulla necessità di combattere in modo sovversivo contro quelle 100 multinazionali responsabili all’ottanta per cento delle emissioni; 4) sulla necessità di una nazionalizzazione dell’economia con lo sviluppo di un piano razionale di produzione e distribuzione; 5) sulla necessità di costruire un’organizzazione solida all’interno di Fff.
Said Iamhel, attivista del movimento di lotta per la casa di Firenze, ha invece descritto i problemi che incontrano i proletari che vivono con salari bassi. In una normale città italiana il costo del fitto si aggira come minimo attorno ai 600 euro, per cui con stipendi attorno ai 900-1000 euro ciò che resta è insufficiente per sopravvivere. Ciò comporta che il capitalismo, in questa sua ultima fase di particolare aggressività, sta trasformando i salariati in schiavi, anche per la mancanza di un sistema di welfare che aiuti le persone con salari più bassi a dotarsi di un alloggio popolare. Per gli stranieri il problema è doppio, poiché oltre a questa situazione essi devono combattere ogni giorno per avere il permesso di residenza o la cittadinanza, che ha dei costi burocratici resi sempre più elevati dagli ultimi governi. Iamhel indica nella creazione di sportelli per gli immigrati un servizio prezioso che possono sviluppare i comitati di lotta per la casa, in modo da poter informare gli immigrati su quelli che sono i loro diritti, di cui spesso non sono a conoscenza.
Diego Bossi, operaio Pirelli e dirigente del Pdac, ha esordito magistralmente affermando: «per noi comunisti gli unici stranieri sono i padroni!» Poi ha messo in risalto quanto sia importante, per risolvere dal versante anticapitalista il problema climatico, unire le lotte degli studenti e degli operai. Ha considerato un errore quello che sta compiendo gran parte del movimento Fff di rivolgersi ai governi, perché questi sono al servizio del capitale. Da operaio che conosce l’importanza dell’unità delle lotte, ha esaltato il ruolo del Flna nell’aver lanciato un appello di adesione a tutte le sigle sindacali, e si è mostrato orgoglioso del fatto che il suo sindacato, Allca Cub, sia l’unico che abbia deciso di aderire a livello nazionale allo sciopero del 27 settembre. Ha sottolineato, infine, che al momento in Italia non esiste altro fronte unico proletario di lotta con base realmente democratica al di fuori di Flna.
Dopo l’intervento dei relatori si è aperto un ampio e ricchissimo dibattito, in cui mi preme sottolineare in particolare il contributo di tanti giovani e giovanissimi comunisti, un’autentica ventata di aria fresca in un Paese in cui le organizzazioni riformiste e quelle caricaturalmente «trotskiste», cioè centriste, propongono sempre e soltanto dibattiti imbalsamati e i sermoni di predicatori ormai sfiatati. Non vi è la possibilità in questo spazio di descrivere tutti gli interventi, ma va necessariamente segnalato l’intervento del compagno cileno Sergio, perché ha descritto, fornendo dettagli generalmente poco noti alla platea, l’importante fenomeno rivoluzionario in atto in Ecuador, che sta infiammando i cuori dei rivoluzionari di tutto il mondo.
Nell’intervento conclusivo Fabiana Stefanoni, dell’Esecutivo del Pdac, ha fatto il punto della situazione sul movimento climatico, ponendo l’accento sulla differenza programmatica tra il Pdac e le altre organizzazioni che si definiscono impropriamente comuniste. In particolare la Stefanoni ha criticato il partito stalinista, e dunque non comunista, di Marco Rizzo. Da buon stalinista Rizzo disprezza tutte le lotte per i diritti democratici, da quelle delle donne alle lotte antirazzista sino alla lotta per la salvaguardia del pianeta. Al contrario il Pdac ha evitato di approcciarsi al movimento di lotta per il clima in modo snobistico. Il Pdac non ha rifiutato di interfacciarsi col movimento, pur riconoscendone, ovviamente, la natura trasversale. Al contempo, ha anche evitato di commettere l’errore opposto, cioè di fare un elogio acritico del movimento, e ha difatti criticato in maniera cristallina la componente «green washing» del movimento. Peraltro Fabiana Stefanoni ha fatto notare che esiste una componente del movimento che è su posizioni riformiste ma in buona fede, poiché tale componente tende erroneamente a confondere il comunismo con lo stalinismo, senza cogliere che si tratta di due visioni antitetiche della società. Ma esiste pure una larga parte del movimento che è indotta su posizioni di riformabilità del sistema capitalista da organizzazioni riformiste chiaramente in malafede, che hanno come unico obiettivo quello di conquistare delle poltrone in Parlamento. La malafede di queste organizzazioni è evidente: esse sanno perfettamente di non avere alcuna possibilità di strappare qualche conquista ai padroni all’interno dei governi borghesi, anche sul piano ambientale, ma continuano a illudere le masse sulla riformabilità dall’interno delle istituzioni borghesi per il raggiungimento di ben remunerate poltrone in parlamento. La Stefanoni ha poi illustrato nei dettagli la pochezza del Programma strategico nazionale sul cambiamento climatico predisposto dal governo Conte, finalizzato ad arricchire, con i soldi dei lavoratori, quegli stessi padroni che hanno contribuito alla devastazione ambientale e ai problemi climatici. La linea del governo Conte in Italia non è che il riflesso dell’approccio dell’Ue ai cambiamenti climatici: i tagli draconiani alla spesa pubblica conducono difatti alla privatizzazione dei trasporti pubblici e non a una razionalizzazione dei servizi di trasporto. La privatizzazione fa lievitare i prezzi per l’utenza, disincentivandola dall’usare le automobili, come accaduto a Milano con l’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici imposto dall’«ecologista» Sala. Infine Stefanoni ha spiegato l’importanza del Flna nelle mobilitazioni per lo sciopero del 27 settembre, in occasione del quale l’Flna ha, nella pratica concreta, chiamato all’unità dello sciopero, lanciando un appello a tutti gli operai di tutti i sindacati, molti dei quali hanno risposto positivamente all’appello. L’appello lanciato da Flna è stato ripreso dalla Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e Lotta. In particolare molti operai hanno aderito allo sciopero lanciato non dal sindacato cui afferivano ma da altro sindacato.
Nel salutare i partecipanti alla due giorni, infine, Daniele Cofani - appena rientrato dal congresso della Csp Conlutas in Brasile (a cui ha partecipato come ospite in rappresentanza delle lotte dei lavoratori Alitalia) - ha lanciato un invito ai presenti a conoscere il Pdac e la Lit e le nostre pubblicazioni e a partecipare insieme a noi al duro ma imprescindibile lavoro di costruzione di quel partito rivoluzionario che è strumento indispensabile perché le lotte possano sfociare nella costruzione di una nuova società, socialista, liberata dal capitalismo, un sistema basato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e dalla distruzione del pianeta.
 
qui alcune foto della Due giorni:
a breve ne saranno pubblicate molte altre
nella sezione foto del nostro sito
 
 duegiorni1
 
duegiorni2
 
 
 
 

 
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