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Ilva, una sola soluzione realistica Bisogna occupare ed espropriare la fabbrica PDF Stampa E-mail
venerdž 08 novembre 2019
Ilva, una sola soluzione realistica
Bisogna occupare
ed espropriare la fabbrica
 
ilva
 
 
 
di Alberto Madoglio
Una nuova, ennesima, bomba sociale sta per abbattersi sulla classe operaia industriale in Italia.
La multinazionale Arcelor Mittal ha comunicato al governo la volontà di rescindere il contratto di acquisto delle fabbriche del gruppo Ilva, che hanno nell’impianto di Taranto il maggiore polo produttivo.
Due sono le cause che hanno portato a questa decisione.
La prima riguarda il mancato rinnovo dello "scudo legale" che protegge i nuovi proprietari dalle azioni penali per cause non legate alle operazioni di messa a norma secondo le leggi ambientali. La questione pare sia controversa: il ministro per il Sud, in quota Pd, garantisce che la legislazione vigente protegge la multinazionale, quindi norme ad hoc non sono necessaria. Il secondo motivo è il probabile obbligo di spegnimento di un altoforno per adempiere a una disposizione in tal senso del tribunale.
Non vogliamo perderci in una discussione sulla validità o meno delle varie interpretazioni legali e giudiziarie, lavoro che rischierebbe di distogliere l’attenzione dalla vera motivazione.
 
La crisi colpisce anche l'acciaio
Il settore siderurgico mondiale sta attraversando, come il resto dell’economia, una profondissima crisi. Per l’acciaio si parla di un surplus produttivo di oltre 500 milioni di tonnellate annue. È bene chiarire che quando parliamo di sovra-produzione ci riferiamo a quella che non può essere fatta senza creare profitto per il capitalista.
È ovvio che in questo quadro Arcelor non sia più interessata a produrre acciaio in Italia.
Al momento non è escluso che si tratti solo di una tattica negoziale, cioè che l’azienda non contenta di essersi liberata, con l’accordo siglato con governo e sindacati lo scorso anno, di 3000 lavoratori e di aver ottenuto centinaia di milioni sotto forma di ammortizzatori sociali, voglia di più: si parla di altri 5000 esuberi e di una riduzione del canone di affitto dovuto allo Stato prima di diventare proprietaria degli impianti.
Cosi come non è da escludersi l’opzione più radicale: chiusura impianti e 10700 lavoratori licenziati in tronco.
Purtroppo non ci stupiamo della piega che stanno prendendo gli eventi. In un articolo dello scorso anno avevamo segnalato come l’accordo fosse stato scritto sulla sabbia, e che nessuna garanzia poteva essere certa per i lavoratori. I fatti ci stanno dando ragione.
I padroni dimostrano ancora una volta il loro carattere criminale. Per loro la legge, la giustizia, la difesa dell’ambiente, la natura «sociale» dell’impresa, sono solo belle parole da spendere nei convegni. Alla fine quello che conta è il profitto e tutto deve essergli subordinato.
Oltre alla multinazionale sono responsabili il governo, Lega-5stelle prima, 5stelle-Pd ora, che si sono comportati come il "comitato d’affari" dei padroni. E anche in queste ore sono pronti a cedere ai ricatti e assecondare ogni loro richiesta.
 
Le responsabilità delle burocrazie sindacali
Ma la responsabilità maggiore è dei dirigenti sindacali. Non ci riferiamo a leader del calibro di Bentivogli, segretario dei metalmeccanici della Cisl, vero crumiro in servizio permanente effettivo, sempre in prima linea a difendere i desiderata dei padroni, Fca di Marchionne in passato, Arcelor oggi.
Ci riferiamo a chi si presenta come paladino dei lavoratori ma nei fatti agisce contro coloro che dicono di difendere. Camusso, Landini e ReDavid - all’epoca dell’accordo 2018 rispettivamente come segretaria Cgil, successore designato della prima, segretaria dei metalmeccanici l’ultima, avevano parlato di vittoria dei lavoratori, lodato l’operato del ministro Di Maio, apprezzato la volontà di Arcelor di garantire i livelli occupazionali (sorvolando sui già citati 3000 esuberi) - nei fatti hanno creato le condizioni che hanno portato alla crisi attuale.
A questi si devono aggiungere i dirigenti di Usb i quali, firmando l’accordo, si sono accodati ai burocrati confederali, abdicando alla possibilità di organizzare una resistenza tra gli operai di Ilva contro quella che era una vera e propria truffa a loro spese.
 
Organizzare la lotta
La crisi dell’Ilva, se non è la prima in ordine di tempo, è certamente la più importante per il numero di operai interessati e anche per la portata simbolica legata al fatto di essere la maggiore acciaieria in Europa.
A breve si aggiungerà quella di Alitalia e probabilmente quella di Fca: anche in questo caso la promessa di non chiudere nessuna fabbrica dopo la fusione con Psa non ha nessun valore.
Cosa ci insegna questa vicenda? Che i lavoratori non devono porre alcuna fiducia in governi più o meno «amici», né sperare che un padrone «buono» si sostituisca a uno interessato solo a speculare, né sperare che le burocrazie che dirigono i sindacati vogliano realmente difenderli.
È necessario che si organizzino fin da subito in comitati di lotta, con l’obiettivo di respingere ogni ricatto o diktat padronale, e che non accettino nessuna vaga promessa fatta dal governo. Per impedire i licenziamenti, per salvare il posto di lavoro, un salario dignitoso, e il sacrosanto diritto alla salute - loro e degli abitanti dei quartieri popolari di Taranto - la sola alternativa concreta e realistica è l’occupazione della fabbrica e l’esproprio senza indennizzo sotto controllo dei lavoratori. Gli operai devono essere consapevoli che un altro modo di produrre, non in nome del profitto, è possibile. Se la loro lotta avrà successo, certamente servirà da esempio alle decine di migliaia di proletari in Italia e nel mondo che si trovano nella loro stessa situazione.
 
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