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il partito centralizzato dei rivoluzionari di professione PDF Stampa E-mail
sabato 30 marzo 2019
L'antidoto alla scorciatoia dell'avanguardismo senza retroguardia:
il partito centralizzato dei rivoluzionari di professione



di Salvo de Lorenzo


L'esercito dei pennivendoli assoldati dalla grande stampa borghese non perde occasione di criminalizzare qualunque episodio di lotta: non appena si crei un picchetto di sciopero o una manifestazione di dissenso contro le politiche del governo, immediatamente si levano i cori moralistici di mediocri scribacchini o imbonitori televisivi che gridano contro i «Black bloc» o i «terroristi». La propaganda è in questa fase montata ad arte dall'apparato borghese non tanto per reprimere una fase di ascesa di lotte, che purtroppo latita in questo Paese, ma per creare un clima di terrore volto a prevenire la massiccia partecipazione delle classi subalterne, aggredite dalla crisi economica, a una qualsivoglia forma di organizzazione dal basso del dissenso contro i veri responsabili della crisi. Il decreto «sicurezza» del ministro degli interni Salvini è esattamente funzionale a questo progetto di restaurazione dello Stato autoritario, incrementando le pene e la repressione contro chiunque provi a costruire una risposta delle classi oppresse a una situazione sempre più insostenibile.
E' quindi evidente che, da marxisti, siamo solidali a prescindere con tutti i compagni, incluso quelli dell'area anarchica e dell'autonomia, che vengono repressi in questa fase di restaurazione. Siamo peraltro convinti che all'interno dell'area dei centri sociali e dell'autonomia vi siano compagni il cui contributo a una ricostruzione di un progetto realmente rivoluzionario sia indispensabile e, in molte situazioni, ci troviamo al loro fianco nelle lotte e nelle mobilitazioni. Siamo peraltro costantemente impegnati ed interessati a sviluppare un dialogo con le componenti più avanzate di questi movimenti, cioè con quei compagni che comprendono l'importanza del partito delle avanguardie. Non essendo dei pacifisti ma dei marxisti, riteniamo inoltre che sia necessario passare dalle armi della critica alla critica delle armi, come insegnava Marx. Ma questo passaggio non può prescindere dalla mobilitazione cosciente del proletariato, dalla sua auto-organizzazione e dal suo armamento, che è il compito principale delle avanguardie. Le avanguardie devono porsi cioè l'obiettivo di diventare il punto di riferimento delle masse, non sostituirsi ad esse nelle fasi, spesso frustranti, in cui la coscienza di larghi strati di proletariato è sopita e il loro ardore rivoluzionario è spento.
Per questa ragione non possiamo non esercitare una severa critica di quelle organizzazioni che teorizzano l'uso del terrorismo individuale. Che si tratti di ingenuità connesse con l'ardore giovanile di alcuni compagni o, al contrario, di un approccio tattico studiato a tavolino, l'idea, che percorre alcuni settori dell'autonomia, che si possa sostituire l'insurrezione del proletariato con un avanguardismo senza retroguardia, con il solipsismo e l'autoreferenzialità di piccoli gruppi che cercano gloria in scontri isolati con la polizia,  è un approccio che ha solo combinato danni nella storia del movimento operaio, sfociando in quelle forme di terrorismo piccolo-borghese che non solo non hanno consentito di avanzare di un sol passo nella presa di coscienza delle masse, ma hanno prodotto il loro riflusso.
La storia ha dimostrato che l'unico lavoro serio cui i comunisti devono dedicarsi, per sconfiggere la borghesia e i suoi lacchè è la paziente costruzione del partito centralizzato dei rivoluzionari di professione. Le tendenze cospirative e terroristiche, che si sostituiscono all'azione delle masse, sono difatti sempre esistite nella storia del movimento operaio. Esse sono state oggetto di critica e talvolta di derisione da parte dei marxisti, da Marx ed Engels a Lenin e Trotsky, come mostreremo in quel che segue.

La posizione di Marx ed Engels
Durante la loro vita, dedicata alla costruzione del partito rivoluzionario internazionale della classe operaia, Marx ed Engels entrarono in contatto con le organizzazioni rivoluzionarie di tutta Europa. Oggetto dei loro strali fu, tra gli altri, Mazzini, oltre che per la natura borghese del suo progetto rivoluzionario e del suo idealismo clericale, anche per la natura cospirativa delle azioni che promosse. Pur difendendo pubblicamente l'operato dei mazziniani soggetti alla repressione, Marx ed Engels non nutrivano difatti alcuna fiducia nella tattica cospirativa di Mazzini. Ad esempio scriveva Marx: «Da parte mia penso che Mazzini sbagli tanto nell’opinione che ha del popolo piemontese quanto nei suoi sogni di una rivoluzione italiana, la quale, secondo lui, dovrebbe attuarsi non già grazie alle possibilità favorevoli che offrono le complicazioni europee, ma grazie all’azione individuale di cospiratori italiani che agiscano di sorpresa». (K. Marx, L'indirizzo di Mazzini)
Analoga fu la posizione che Marx ed Engels mantennero nei confronti del movimento dei feniani, l'organizzazione indipendentista irlandese. La Lega internazionazionale dei lavoratori, presieduta da Marx, sostenne pubblicamente quel movimento, attraverso comunicati che chiedevano l'amnistia per i prigionieri irlandesi. Ciò non sottrasse Marx ed Engels dalla critica più spietata dei metodi terroristici che l'organizzazione usava. In una lettera indirizzata ad Engels, Marx scriveva: «Per quanto riguarda i feniani hai perfettamente ragione. Le porcherie degli inglesi non devono farci dimenticare che i capi di questa setta sono per la maggior parte degli asini, in parte sfruttatori e noi non dobbiamo assolutamente renderci responsabili delle stupidaggini che avvengono in ogni congiura. E che certo avverranno». Analogo disprezzo Marx espresse per i tentativi di Bakunin di tentare avventuristiche insurrezioni in Francia (arrivando ad affermare che «quegli asini avevano sciupato tutto») immediatamente a ridosso della sconfitta francese nella guerra franco-prussiana. Dall'occupazione dell'Hotel de Ville a Lione del 28 settembre del 1870 agli altri tentativi a Marsiglia e Brest, Bakunin e i suoi adepti mostrarono tutti i limiti di una concezione puramente avventuristica dell'azione rivoluzionaria, totalmente slegata dall'azione delle masse, facendo infuriare Marx che suggeriva, al contrario, un atteggiamento attendista al proletariato francese immediatamente dopo la caduta di Napoleone.

Economicismo, terrorismo o partito centralizzato?
Vi sono almeno due testi fondamentali in cui Lenin affrontò la questione delle organizzazioni terroristiche. Il primo testo è il Che fare?, scritto nel 1902. Esso costituisce l'armamento teorico con cui Lenin vinse il secondo congresso del POSDR del 1903 e diede il via alla formazione del partito bolscevico. In esso Lenin descrisse, tra l'altro, la sua idea di costruzione del partito, basato su un'organizzazione fortemente centralizzata di rivoluzionari di professione.
In quel testo Lenin analizzò i limiti di due tendenze esistenti nel movimento operaio russo: quella economicista e quella terrorista, che egli descrisse talvolta ironicamente con il termine virgolettato di «rivoluzionaria», per intendere che quella corrente, che si professava rivoluzionaria, aveva una concezione organizzativa e strategica che condannava alla sconfitta il movimento operaio. Tale corrente aveva le sue origini nel movimento populista russo della seconda metà dell'Ottocento.
L'attualità del Che fare? è legata al fatto che se oggi, come nel 1902 in Russia, siamo in una fase di grande difficoltà nella costruzione del partito rivoluzionario, ciò accade anche perché quelle due tendenze del movimento operaio, che Lenin sottopose a una critica implacabile, giocano ancora oggi un ruolo importante nel variegato mondo della sinistra italiana. La prima tendenza, quella economicista è rappresentata da tutta quella melma di organizzazioni riformiste (Rifondazione, gli stalinisti di Rizzo, Pap) le cui politiche hanno prodotto l'arretramento della classe operaia alle condizioni attuali. La seconda, quella «rivoluzionaria», per usare lo stesso linguaggio ironico di Lenin, è rappresentata da tutte quelle organizzazioni che spaziano nell'area dell'autonomia, e che si rifanno all'esperienza storica delle organizzazioni extraparlamentari degli anni 70 in Italia.
Il primo punto su cui si accanì Lenin fu sui limiti organizzativi delle due correnti. Se guardiamo alle pratiche anarchiche degli attuali movimenti che si rifanno all'area dell'autonomia, ritroviamo esattamente gli stessi limiti organizzativi che Lenin stigmatizzava nelle organizzazioni populiste russe. In polemica con un economicista che esaltava l'importanza dell'organizzazione larga e improvvisata di aderenti, affermava difatti: «I nostri economisti, i nostri terroristi e i nostri "terroristi-economisti" confutino, se lo possono, queste mie affermazioni. Non mi arresterò qui che sulle ultime due. È più facile impadronirsi di una "decina di teste forti" o di "un centinaio di imbecilli"? Tale questione si ricollega a quella che ho analizzato precedentemente: è possibile un’organizzazione di massa a regime strettamente clandestino? Non riusciremo mai a dare a una vasta organizzazione quel carattere clandestino senza di cui una lotta energica e continua contro il governo non è concepibile. La concentrazione di tutte le attività clandestine nelle mani del minor numero possibile di rivoluzionari di professione non significa affatto che questi ultimi "penseranno per tutti", che la folla non parteciperà attivamente al movimento. Al contrario, la folla genererà in sempre maggior numero i rivoluzionari di professione, perché imparerà allora che non basta che alcuni studenti o alcuni operai, i quali guidano la lotta economica, si riuniscano per costituire un "comitato", ma che è necessario, attraverso un processo che durerà degli anni, forgiare dei rivoluzionari di professione, ed essa "penserà" a formarli abbandonando il proprio primitivismo».
Da questo breve estratto si desume quanta importanza avesse per Lenin la costruzione di un partito centralizzato di rivoluzionari di professione, esaltando, e potrebbe sembrare un paradosso per chi non ha capito nulla di come si costruisce il partito rivoluzionario, la logica minoritaria della «decina di teste forti» in contrapposizione a quella del partito largo (il «centinaio di imbecilli»). Perché, come spiegava Lenin, solo un partito costituito da una «decina di teste forti» potrà estrarre dalla folla un «sempre maggior numero» di «rivoluzionari di professione».
L'affondo di Lenin contro il «primitivismo» della tendenza economicista e di quella terrorista fu implacabile. Affermò difatti:
«Ma, se si pone la questione sul terreno concreto della situazione russa attuale, si giunge alla conclusione positiva che una forte organizzazione rivoluzionaria è assolutamente necessaria per rendere stabile il movimento e per premunirlo contro la possibilità di attacchi inconsulti. Proprio in questo momento, data la mancanza di una simile organizzazione, dato il rapido sviluppo spontaneo del movimento operaio, si possono già notare due estremi (che, come è naturale, "si toccano"): un economismo assolutamente inconsistente, che predica la moderazione, e un "terrorismo stimolante" che è altrettanto inconsistente e cerca "di provocare artificialmente i sintomi della fine di un movimento il quale è in progresso continuo, ma ancora più vicino al punto di partenza che non al punto di arrivo».
Dunque, per Lenin, l'avanguardismo senza retroguardia, che si sostituiva alle masse stimolandone artificialmente l'azione, era assolutamente inconsistente.
Lenin contrapponeva alla destra «economicista» da un lato e alla sinistra terroristica dall'altro, la necessità del partito dei rivoluzionari di professione: «Gli uni hanno cominciato a dire: la massa operaia non si è ancora posta essa stessa compiti politici vasti e combattivi come quelli che le "impongono" i rivoluzionari; essa deve ancora lottare per le rivendicazioni politiche immediate, sviluppare la "lotta economica contro i padroni e contro il governo" [....] Altri, lontani da ogni "gradualismo", hanno detto: noi possiamo e dobbiamo "fare la rivoluzione politica", ma a tal fine non v'è nessun bisogno di creare una forte organizzazione di rivoluzionari che educhi il proletariato a una lotta continua ed accanita; basta che ci armiamo tutti di un bastone "accessibile" e familiare. Per parlare senza metafore, dobbiamo organizzare lo sciopero generale o stimolare con "un terrorismo incitante" il movimento operaio che è un po' addormentato. Queste due tendenze (opportunistica e "rivoluzionaria") cedono di fronte al primitivismo dominante, non vedono il nostro compito pratico più urgente: creare un'organizzazione di rivoluzionari capace di garantire alla lotta politica l'energia, la fermezza e la continuità».
Al moderatismo dei riformisti e all'assenza di «gradualismo» dei terroristi, Lenin contrapponeva dunque l'energia, la fermezza e la continuità del lavoro di agitazione e propaganda delle masse. Un lavoro necessariamente paziente, che richiede molta umiltà da parte dei rivoluzionari, l'abbandono di ogni forma di protagonismo, il lavoro costante nelle organizzazioni dei lavoratori, la graduale costruzione di un'influenza sulle masse oppresse. Un lavoro probabilmente meno appariscente degli scontri tra bande che spesso disorientano i lavoratori e li allontanano dalla partecipazione alle lotte.
In un'analisi a posteriori del bolscevismo, nel 1920, Lenin riprese la polemica con le organizzazioni terroristiche. Ne l’Estremismo, malattia infantile del comunismo affermò: «Il bolscevismo riprese e continuò la lotta contro il partito che esprimeva più di ogni altro le tendenze dello spirito rivoluzionario piccolo-borghese, cioè contro il partito dei ”socialisti rivoluzionari”, intorno a tre punti principali. In primo luogo, questo partito, che negava il marxismo, si ostinava a non comprendere (forse è più esatto dire: non poteva comprendere) la necessità di ponderare, con rigorosa obiettività, le forze di classe e i loro rapporti reciproci, prima di qualsiasi azione politica. In secondo luogo, questo partito ravvisava il suo particolare ”spirito rivoluzionario”, ossia il “sinistrismo”, nel riconoscimento del terrore individuale, degli attentati che noi marxisti respingevamo risolutamente. Noi, si capisce, respingevamo il terrore individuale soltanto per motivi pratici, mentre la gente capace di condannare “per principio” il terrorismo della grande Rivoluzione francese o in genere il terrore da parte di un partito rivoluzionario che abbia vinto e sia assediato dalla borghesia di tutto il mondo, questa gente era già stata coperta di ridicolo e di vergogna da Plekhanov, nel 1900-1903, quando egli era ancora un marxista e un rivoluzionario». E' peraltro importante ricordare, per indurre alla riflessione quelli che scambiano per codardia l'attendismo dei rivoluzionari, che gran parte dei «sinistri» che facevano parte dei socialisti rivoluzionari si accodò alle posizioni della borghesia nell'ottobre del 1917.
La condanna dell'azione terroristica da parte di Lenin, non è, ovviamente, la conseguenza di un astratto pacifismo. E' la conseguenza di un'analisi «pratica», cioè concreta, e dell'osservazione basilare che senza la costruzione di un'egemonia sulle classi oppresse si condanna il movimento operaio alla sconfitta. E il paziente lavoro dei bolscevichi nei soviet, dal febbraio all'ottobre del '17 è la prova provata della grande abilità strategica di Lenin, di Trotsky e dei bolscevichi nel costruire quell'egemonia.

La posizione di Trotsky
In uno dei suoi celebri articoli, Trotsky descrisse tutte le ragioni per le quali i marxisti sono lontani dal terrorismo individuale. Trotsky spiegò molto chiaramente che la borghesia tende sempre a far apparire come terroristica qualunque azione che danneggi i suoi interessi, come «gli scioperi, l'organizzazione dei picchetti, il boicottaggio economico di un padrone schiavista o il boicottaggio morale di un traditore delle nostre fila». E, pertanto, «se il terrorismo è inteso in questo modo, come ogni azione che ispiri paura o arrechi danno al nemico, allora certamente l'intera lotta di classe non è nient'altro che terrorismo».
Il punto, dunque, dal punto di vista dei marxisti, non è quello di preoccuparsi della propaganda borghese, che è sempre finalizzata a criminalizzare le organizzazioni rivoluzionarie del movimento operaio. Il punto è valutare quali azioni dell'avanguardia rivoluzionaria cosciente siano in grado di far progredire, nella classe operaia, la coscienza della necessità dell'abbattimento del capitalismo e quali, invece, rendono passive, se non ostili, le masse. In un passaggio magistrale, Trotsky afferma: «Ma lo scompiglio introdotto nelle file delle masse operaie stesse da un attentato terroristico è assai più profondo. Se è sufficiente armare sé stessi di pistola in modo da raggiungere il proprio obiettivo, a che serve lo sforzo della lotta di classe? Se un goccino di polvere da sparo ed un po' di iniziativa individuale sono sufficienti a sparare il nemico nella nuca, che bisogno c'è dell'organizzazione di classe? Se ha senso terrorizzare personaggi altolocati col boato di un'esplosione, dov'è il bisogno di un partito? Perché assemblee, agitazioni di massa ed elezioni se uno può così facilmente mirare al banco ministeriale dalla galleria del parlamento? Ai nostri occhi il terrore individuale è inammissibile precisamente perché esso sminuisce il ruolo delle masse nella loro stessa coscienza, le riconcilia all'impotenza, e piega i loro sguardi e le loro speranze verso la ricerca di un grande vendicatore e liberatore che un giorno arriverà per compiere la sua missione. I profeti anarchici della 'propaganda dei fatti' possono discutere quanto vogliono a proposito dell'influenza elevatrice e stimolatrice degli atti terroristici sulle masse. Considerazioni teoriche ed esperienza politica dimostrano diversamente. Più 'efficace' l'atto terroristico, maggiore il suo impatto, maggiore è la riduzione d'interesse delle masse nella propria auto-organizzazione ed auto-educazione. Ma il fumo della confusione si dirada, il successore del ministro ucciso fa la sua apparizione, la vita si risistema nuovamente sulla sua vecchia carreggiata, le ruote dello sfruttamento capitalistico girano come prima; solo la repressione poliziesca cresce più selvaggia e sfrontata. E come risultato, in luogo delle ardenti speranze e dell'eccitazione artificialmente stimolata, arrivano la disillusione e l'apatia».
L'esperienza fallimentare di questi anni di avanguardismo senza retroguardie mi induce a domandare: ve la sentite, cari compagni dell'autonomia, di dargli torto?

 
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