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25 novembre Contro la violenza maschilista, in piazza con le masse del mondo in lotta! PDF Stampa E-mail
venerdì 22 novembre 2019
25 novembre
Contro la violenza maschilista,
in piazza con le masse del mondo in lotta!
 
 
 
 donne
 
Dichiarazione della Lit - Quarta Internazionale
 
 
 
 
 
 
Quasi 60 anni fa, il 25 novembre, le sorelle Mirabal sono state uccise per aver affrontato la dittatura di Trujillo nella Repubblica Dominicana. In base ai documenti ufficiali, l’Onu ha decretato questa data come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ma noi la consideriamo un giorno di lotta, un giorno per denunciare la violenza che viene esercitata su noi donne tutta la vita e che uccide decine di migliaia di donne ogni anno.
Oggi milioni di donne nel mondo stanno combattendo contro dittature e governi «democratici», affermando che tutto deve essere cambiato perché in questo modo non è possibile continuare. Il modo migliore per combattere la violenza maschilista è che continuiamo ad essere in prima linea in queste lotte per le strade di tutto il mondo.
 
La situazione nel mondo
Le organizzazioni internazionali provano a presentare programmi e discussioni con cui dimostrare che stiamo meglio, ma anche le loro statistiche indicano il contrario. Secondo l’Onu e l’Oms, 120 milioni di donne sono state vittime di abusi sessuali in un qualche momento della loro vita, 60.000 muoiono ogni anno per mano dei femminicidi, tra i quali quasi la metà sono loro parenti o membri maschi della famiglia.È scioccante sapere che 1 donna su 3 nel mondo ha subito violenza fisica e/o sessuale, e che queste statistiche sono valide sia nei Paesi poveri che in quelli ricchi. Statistiche incomplete perché non registrano i transfemicidi, e perché molti casi non vengono denunciati in quanto perpetrati principalmente all’interno della famiglia.
In tutto il mondo vengono eseguiti ogni anno 22 milioni di aborti non sicuri, soprattutto nei Paesi poveri, che portano molte donne alla morte o alla mutilazione. Per non parlare della violenza istituzionale subita nei Paesi dove l’aborto è totalmente proibito, come per esempio El Salvador, dove all’estremo vengono imprigionate le donne che hanno subito aborti spontanei.
L'America latina è una delle aree più violente per le donne, ospita 14 dei 25 Paesi con i più alti tassi di femminicidio al mondo, secondo l’Onu in questa area, includendo i Caraibi, 12 tra donne e ragazze vengono uccise ogni giorno. Nell'Unione europea, il 50% delle donne a partire dai 15 anni ha subito qualche tipo di molestia sessuale; 1 europeo su 3 giustifica l'abuso sessuale in  alcuni casi. Nell'Africa centrale e meridionale, il 40% delle giovani donne si sposa prima dei 18 anni e il 14% è costretto a farlo prima dei 15 anni.
Sebbene ci siano donne negli uffici pubblici o discorsi che «ci includono», la violenza maschilista continua ad essere un'epidemia globale che deve essere combattuta.
 
Anche noi diciamo Basta!
La violenza che subiamo è parte della violenza generale che questo sistema capitalista esercita sui poveri, sui lavoratori e sugli oppressi. La crisi economica, la fame e la disuguaglianza hanno colpito duramente le donne.
Ci violano con salari da fame, con tagli alla salute e all’istruzione, nostra e dei nostri figli, non ci permettono nemmeno di andare in pensione con dignità. Siamo discriminate quando migriamo dalla nostra terra in cerca di un pezzo di pane, siamo l'oggetto sessuale delle grandi società per vendere i loro prodotti e poi condannate quando decidiamo liberamente della nostra sessualità.
Le giovani donne soffrono la mancanza di lavoro, così come la brutale precarietà, che è spesso accompagnata da molestie sessuali sul lavoro. Insieme alle bambine siamo vittime permanenti delle reti della tratta e camminiamo con paura per le strade.
Ma la discriminazione sul lavoro e la violenza aumentano per quelle di noi che sono nere, indigene o migranti, le nostre morti passano senza alcuna commozione nei media e fanno parte di vuote statistiche.
Travestiti e trans difficilmente hanno accesso al lavoro, vengono gettati nel flagello della prostituzione, motivo per cui la polizia li perseguita, li picchia e li stupra senza possibilità di difesa. Per non parlare del diritto all'identità di genere o all'orientamento sessuale che nella maggior parte dei Paesi non è ammesso.
Ma la gente dice basta e anche noi. Le masse in Ecuador, Haiti, Hong Kong, Iraq, Cile o Bolivia sono scese in piazza. Lì si vedono le donne in prima linea nella lotta, abbattendo tutti i pregiudizi e combattendo i loro governi per una vita più dignitosa. Le donne boliviane, con i loro figli al seguito, affrontano il colpo di Stato razzista di destra nel loro Paese e dimostrano di essere parte della lotta. Le giovani donne cilene sono state il calcio iniziale di una rivoluzione in atto, occupando la metro, mobilitandosi per le strade, affrontando la repressione di Piñera e organizzandosi in assemblee popolari, sconfiggendo così il mito che il nostro posto è a casa. Le pensionate marciano per i loro diritti nello Stato spagnolo e le giovani donne catalane sono in prima linea nella lotta per l’indipendenza.
 
La violenza maschilista come repressione
In Cile, le forze militari e di polizia stanno rispondendo con brutale repressione alle masse popolari che si sono mobilitate, si contano già 22 morti, oltre 2000 feriti, di cui 200 che hanno perso un occhio e migliaia di detenuti e detenute.
I governi tremano quando le masse scendono in piazza, ma se le donne abbandonano la paura e vi si uniscono, allora sono terrorizzati. Ecco perché nel Paese delle Ande usano un metodo più brutale di repressione su di loro: l’aggressione maschilista. Ci sono almeno 50 denunce di abusi sessuali contro donne e giovani Lgbti, più di 30 svestizioni e omicidi di donne durante le manifestazioni. Questo modus operandi non solo riflette il maschilismo recalcitrante dei militari, ma è un metodo di intimidazione per il resto delle donne.
Le masse popolari cilene e la classe lavoratrice mondiale devono ripudiare questa situazione con enfasi, denunciarla e invitare le donne ad unirsi con più forza alla lotta, organizzando con loro l'autodifesa per sconfiggere la repressione. Non si tratta più di un'espressione repressiva, è una violenza specifica su metà della popolazione che deve essere ripudiata con enfasi.
 
Basta alla violenza contro le donne, basta allo sfruttamento!
La nostra lotta per la fine della violenza maschilista è e dovrebbe essere parte della lotta della classe lavoratrice e delle masse popolari. Noi donne siamo in cima alle barricate a richiedere anche i nostri diritti.
L'oppressione che subiamo è uno strumento per sfruttarci maggiormente, per trarre benefici dalla nostra sofferenza a favore dei grandi capitalisti. I diritti della parità di genere devono far parte delle richieste di tutti e non solo di noi donne. Non c'è possibilità di cambiare le cose in Cile, se non si combatte anche per le donne. Sconfiggere il colpo di Stato in Bolivia significa lottare anche per le donne, le indigene, povere e lavoratrici.
La disuguaglianza è fondamentale per il sistema capitalista e il maschilismo è una forma di controllo su di noi. Per darci i lavori peggiori, perché la cura della famiglia sia il nostro compito senza alcuna remunerazione, in modo che la classe lavoratrice sia divisa e non combatta per interessi comuni.
Porre fine alla violenza maschilista implica porre fine a questo sistema che perpetua la nostra oppressione a beneficio dei capitalisti. Non diciamo che la rivoluzione risolverà immediatamente tutti i nostri problemi, ma siamo convinte che senza di essa non ci sarà via d'uscita.
Per noi cambiare questa società è questione di vita o di morte, come Lit-Quarta Internazionale continueremo ad essere in piazza con le donne che lottano insieme alle masse popolari e usciremo questo 25 novembre per gridare ad alta voce:
• Basta con la violenza maschilista!
• Basta con l'oppressione e lo sfruttamento!
• Lunga vita alla lotta delle masse nelle strade!
• Abbasso i governi affamatori e repressivi!
 
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