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"L’economia mondiale si trova in una situazione pericolosa" PDF Stampa E-mail
sabato 08 giugno 2019
"L’economia mondiale si trova
in una situazione pericolosa"
 

 
 
 
 
di Alberto Madoglio
 
 
 
 
 
 
economia_mondiale1

 
«L’economia mondiale si trova in una situazione pericolosa»: queste parole, pronunciate qualche settimana fa dal segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria, esprimono il timore delle classi dominanti internazionali circa il perdurare dell’incertezza dell’economia su scala globale. L’indice globale della manifattura si sta avvicinando ai bassi livelli raggiunti nel 2016, l’economia Usa sta vedendo la fine dello stimolo fiscale promosso da Trump.
Giappone e Europa sono sull’orlo di una nuova probabile recessione, così come alcune economie emergenti del calibro di Brasile e Sud Africa, mentre Turchia, Argentina e Pakistan vi sono già piombate (per approfondire il tema si veda l’articolo apparso sul blog di Michael Roberts dal titolo “Global Slump: the trade and technology trigger”).
Tale situazione a livello di «struttura», sta avendo, come è inevitabile che sia, riflessi sul versante sia della lotta di classe che della «sovrastruttura» politica.
 
Lotta di classe e politica non vanno nella stessa direzione
Se facessimo (come altri fanno) una analisi superficiale, enfatizzando le ricadute sul lato della sovrastruttura, potremmo credere che a livello mondiale si stia attraversando, già da lungo tempo, una fase reazionaria.
Bolsonaro in Brasile, Macrì in Argentina, Trump negli Usa, sono alcuni esempi di governi di destra che governano quei Paesi da più (gli ultimi due) o meno (il primo) tempo, e che quindi paiono corroborare una analisi pessimista dei rapporti di forza tra le classi.
A maggior ragione si potrebbe essere spinti a queste conclusioni analizzando i risultati delle recenti elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo di domenica 26 maggio.
Nei principali Paesi del Vecchio Continente - Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia - i partiti che tradizionalmente hanno rappresentato gli interessi della borghesia imperialista di quelle nazioni, popolari e socialisti (così definiti in maniera impropria), hanno subito sconfitte pesanti con un importante ridimensionamento a livello di voti e di eletti, mentre hanno ottenuto un forte successo il partito razzista e xenofobo pro brexit di Farage nel Regno Unito, quello della Le Pen in Francia e la Lega di Salvini in Italia.
Il risultato ottenuto da alcune formazioni Verdi, ad esempio in Francia e Germania, è il sotto-prodotto delle mobilitazioni contro il climate change, che da mesi si stanno verificando in Europa. Ne rappresentano anche la versione più di «destra», moderata, che non vuole mettere in discussione, nemmeno vagamente, il modo di produzione capitalista, ma che per lo più fa appello alla coscienza dei cittadini e di «presunti» imprenditori illuminati. Le precedenti esperienze dei Verdi al governo, in particolare in Germania, ci dimostrano che da queste formazioni non ci si può attendere nulla di buono né dal versante della difesa dell’ambiente né tanto meno da quello sociale.
Questa analisi pessimista che spinge qualcuno a dire che per le classi subalterne a livello mondiale si prevede un lungo periodo di arretramento, senza la possibilità di migliorare a breve la propria situazione, non fa però i conti con la realtà.
Il presidente Bolsonaro in Brasile si trova ad affrontare una profondissima crisi a pochi mesi dal suo insediamento. Lo sciopero contro la riforma dell’istruzione universitaria ha avuto un enorme successo. Si prevede che il prossimo sciopero genale, indetto per il 15 giugno prossimo sarà il più importante nella storia del Paese.
Stesso discorso per l’Argentina, dove le politiche ultra liberiste di Macrì hanno fatto esplodere inflazione e disoccupazione. In riposta a tutto ciò la classe operaia continua a mobilitarsi per rispondere agli attacchi congiunti di governo e borghesia.
In Sudan le masse, dopo aver cacciato il dittatore Bashir, non hanno intenzione di lasciare che a governarle sia una giunta militare che continui a imporre le politiche del regime precedente. Lo stesso sta avvenendo in Algeria.
In Europa abbiamo assistito per mesi a imponenti mobilitazioni dei gilet gialli in Francia, dei giovani e dei lavoratori in Ungheria, Serbia, Albania, e alle già citate mobilitazioni contro il cambiamento climatico. Anche in Italia negli ultimi mesi si sono riempite le piazze con le manifestazioni delle donne contro il doppio sfruttamento e il maschilismo, dei giovani contro la distruzione del pianeta, degli antifascisti contro i gruppi di estrema destra e contro il decreto Salvini.
Al di là delle apparenze e nonostante sia incontrovertibile che le classi subalterne hanno pagato il prezzo più alto della crisi, tutto ciò dimostra che ancora non hanno subito sconfitte irreversibili. Chi sostiene il contrario lo fa per un preciso calcolo politico. La sinistra borghese vuole che i lavoratori mettano da parte velleità di scontro con i padroni, e si limitino, col voto, a riconsegnare loro le poltrone di governo. I riformisti, consapevoli del loro fallimento, causato sia dall’impossibilità di ottenere miglioramenti concreti nelle condizioni di vita dei lavoratori, sia dal fatto di essere stati, quando al governo, strumento per l’applicazione delle politiche di austerità, vogliono legare al carro della borghesia le classi popolari, cullando l’illusione che con la loro presenza le masse possano essere in qualche modo tutelate. Altri gruppi che, anche in Italia, si collocano in teoria a sinistra dei riformisti governisti, continuano a vedere ovunque "onde nere" e a prevedere lunghe "traversate nel deserto", coprendo così il loro essere privi di un progetto rivoluzionario, tanto più su scala internazionale.
 
I processi di ristrutturazione del capitalismo italiano
L’Italia è parte di questo quadro. Il Belpaese è stato tra quelli maggiormente colpiti dalla recessione del 2007. Di conseguenza le manovre economiche di austerità hanno duramento colpito le condizioni di vita dei lavoratori.
Ovvio che i partiti e le coalizioni che hanno imposto queste misure draconiane abbiano visto precipitare il loro consenso. Si spiega così la vittoria elettorale di M5s e Lega alle elezioni del 4 marzo 2018.
Ora a un anno di distanza il quadro si è ulteriormente modificato. Il partito di Di Maio che più di altri aveva suscitato infondate speranze di rottura con le scelte del passato, ha dovuto fare i conti con le compatibilità del sistema capitalistico e sta attraversando una profonda crisi che non si può escludere possa portare alla dissoluzione di quel movimento. Aver annunciato nell’ottobre dello scorso anno di avere "abolito la povertà" non è servito a molto, salvo qualche ironico titolo sugli organi di informazione. Da allora tutte le questioni aperte dalla crisi sono ben lungi dall’essere stato risolte o di essere in via di risoluzione.
Così si spiega in parte il risultato elettorale del 26 maggio. I partiti tradizionali, Pd e Forza Italia, sono ben lungi dall’aver risolto i loro problemi di credibilità agli occhi degli elettori. I 5S sono stati puniti per aver tradito le tante speranze suscitate. La Lega di Salvini è riuscita a rappresentare e a farsi portavoce, dal punto di vista elettorale, di larghi settori di piccola borghesia e di proletariato impoveriti e impauriti da una crisi economica che sembra senza fine. Slogan razzisti, politiche autoritarie, piglio da uomo forte del ministro degli Interni al momento sembrano pagare, almeno sul piano elettorale.
Tuttavia, come in altri Paesi, anche in Italia assistiamo a importanti, seppur al momento ancora parziali, segnali di ripresa del conflitto.
La già citata posa autoritaria del leader leghista sta producendo, di reazione, una serie di proteste sempre più partecipate. In ogni città dove la Lega annuncia la presenza del leader, assistiamo a manifestazioni e proteste che coinvolgono migliaia di persone.
Lo sciopero generale dell’8 marzo, le mobilitazioni antirazziste e infine le marce a difesa del clima, dimostrano che anche in Italia le classi dominanti non hanno vinto la partita e che il potenziale di lotta è grande e intatto.
Molti segnali fanno prevedere che nei prossimi mesi questi primi importantissimi segnali di ripresa delle lotte si intensificheranno.
Passate le elezioni, molti nodi vengono al pettine. La crescita economica viaggia tra la stagnazione e una seppur lieve recessione. Ciò comporta che la prossima manovra di bilancio dovrà inevitabilmente imporre sacrifici, blocco dei rinnovi contrattuali, tagli alla sanità, alla scuola e ai trasporto pubblici.
Le aziende in crisi dovranno imporre riduzioni di personale attraverso i licenziamenti o il ricorso alla cassa integrazione: casi come quello della Mercatone Uno (impresa nel settore della vendita di mobili) che dalla sera alla mattina dichiara fallimento e licenzia oltre mille lavoratori o, da ultimo, il caso della dismissione dello stabilimento campano della Whirpool, si moltiplicheranno all’infinito.
Nemmeno le imprese che paiono in «salute» potranno fare scelte differenti. Pensiamo ai casi Conad, Fca e al nascente polo delle imprese di costruzione.
Nel primo caso l’acquisto da parte di Conad delle attività italiane della multinazionale francese Auchan (grande distribuzione), vedremo nascere una delle prime 50 aziende mondiali del settore. Tuttavia a causa della crisi dei consumi e dei risicati margini di profitto nella  grande distribuzione organizzata, le strade da seguire saranno due: licenziamenti di massa e imposizione di prezzi sempre più bassi ai piccoli fornitori e produttori di generi alimentari. Avremo altri casi come quello legato alle proteste dei pastori sardi.
La fusione tra Fca e Renault imporrà la chiusura di fabbriche con la perdita di migliaia di posti di lavoro e poco importa che si tratti di operai italiani, francesi o di altri Paesi dove il nuovo gruppo ha i siti produttivi.
La nascita di un cosiddetto «campione nazionale» nel campo delle imprese di costruzioni è un tentativo di salvare alcune imprese del settore che a causa della crisi sono sull’orlo del fallimento e di creare un soggetto che abbia la forza per competere con altri colossi mondiali.
È un’operazione che non produrrà nulla di positivo per i lavoratori. Sarà un salvataggio di Stato con la socializzazione delle perdite dopo che per anni le imprese hanno privatizzato i profitti. È infatti previsto l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti, cioè dell’ente che gestisce i risparmia postali dei lavoratori e dei pensionati, i quali vedranno i loro soldi in balia degli andamenti dell’economia mondiale. Inoltre questo polo chiederà lo sblocco di tutte le grandi opere come Tav, Gronda Nord, Terzo Valico ecc, per aumentare i ricavi.
Per riassumere, l’acuirsi della crisi porterà a nuove politiche di austerità e a processi di ristrutturazione del capitale imperialista tricolore, alle quali i lavoratori dovranno rispondere in maniera risoluta: le possibilità per farlo ci sono tutte.
Gli esempi citati delle eroiche lotte di massa in Sudan, Algeria, Brasile e Francia ci indicano la strada e ci spingono ad essere fiduciosi, perché quando si tratta di lottare per la propria sopravvivenza, il proletariato è in grado di sprigionare una forza e una risolutezza che nessun avversario è in grado di fermare.
 
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