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Sicilia Contro i crimini degli industriali organizziamo la nostra lotta! PDF Stampa E-mail
lunedž 25 novembre 2013

Sicilia

Contro i crimini degli industriali

organizziamo la nostra lotta!

 

di Gianmarco Catalano (*)

Inquinamento, morti, disastro ambientale. Accomunate da questi tre fattori sono le realtà industriali di Priolo, Milazzo e Gela: tre dei quattro siti contaminati in Sicilia (il quarto è Biancavilla, in provincia di Catania) su un totale di 57 sparsi nell’intera Penisola (1). In queste aree ad elevato rischio di crisi ambientale, colossi industriali del calibro di Eni, Esso, Erg, Sasol, Lukoil continuano a fare il buono e il cattivo tempo, saccheggiando i territori e distruggendo le bellezze naturali, inquinando selvaggiamente l’ecosistema e compromettendo le condizioni di vita delle popolazioni e dei lavoratori stretti nella morsa del ricatto occupazionale.

Gli ultimi dati epidemiologici diffusi dall’Oms (2) mostrano involontariamente l’immagine del definitivo fallimento di un sistema economico-industriale che ha dimezzato i livelli occupazionali e oggi offre solo nuova disoccupazione, rapina dei territori e sistematico attentato alla salute della collettività.

 

Priolo: l’arroganza dei padroni e la reazione del Popolo Inquinato

Con i suoi 17 stabilimenti classificati a “rischio d’incidente rilevante”, quello di Priolo-Augusta-Melilli-Siracusa è considerato il polo petrolchimico più grande d’Europa. Un’area che dal secondo dopoguerra in poi, a dispetto della sua elevata sismicità, è stata colonizzata a tappeto da tutte le più grandi multinazionali del petrolio. Le stesse che per cinquant’anni hanno inquinato senza freno l’ambiente, determinato un aumento record del numero dei decessi per tumori, un anomalo eccesso di malformazioni congenite e un incremento dei mesoteliomi legato all’esposizione all’amianto.

Oggi, la situazione non è cambiata minimamente. Anzi con continuità si assiste a emissioni d’inquinanti e gravi incidenti. Negli ultimi mesi, in particolare, una rapida serie di avvenimenti ha scosso gli animi della popolazione residente: la morte di un giovane operaio a seguito di una fuga di gas presso lo stabilimento Lukoil; il ferimento di altri due operai sfregiati al volto e al tronco da una nube acida all’interno della raffineria Esso; continue emissioni in aria di grosse quantità di benzene dalle raffinerie; il sequestro da parte della magistratura di alcuni impianti Isab Nord, appurato lo sversamento nel terreno d’idrocarburi.

A seguito di questi fatti, un gruppo di attivisti si è riunito dando vita ad un comitato ambientalista che prende il nome di Popolo Inquinato. Ad esso partecipano associazioni locali, singoli cittadini e alcuni esponenti del M5s. Questi ultimi, con il loro consueto bagaglio di qualunquismo e antipartitismo, hanno la paternità della prima mossa del Popolo Inquinato: l’invio di 50 mila cartoline al procuratore della Repubblica, al presidente Napolitano e a Papa Francesco. Un’iniziativa che denota l’ingenuità di un movimento di protesta che è ancora lontano dal divenire serio ed efficace strumento di lotta. Alternativa Comunista, dal canto suo, ha seguito sin dall’inizio e continua a seguire con attenzione l’evolversi della vicenda. Questo ci ha indotto, per esempio, a prendere le distanze da una rivendicazione espressa dal Popolo Inquinato nelle sue prime uscite pubbliche: ossia lo stanziamento di “soldi pubblici”, accanto a quelli che gli industriali dovrebbero sborsare, per la bonifica del territorio. Una richiesta che non possiamo affatto condividere, perché investire denaro pubblico per riparare i disastri provocati dalle multinazionali significherebbe far pagare nuovamente alla collettività quanto già pagato a caro prezzo in termini di danni alla salute e all’ambiente. Noi pretendiamo, al contrario, che siano gli stessi industriali responsabili dello scempio a risarcire, risanare l’ambiente e mettere in sicurezza gli stabilimenti con i loro profitti accumulati nei decenni sulla pelle dei lavoratori e del popolo inquinato, senza che un solo denaro pubblico venga sperperato!

 

Il Comitato Aria pulita di Milazzo e l’azione di Green Italia

Anche nel Messinese, le indagini epidemiologiche sulla popolazione rivelano uno scenario drammatico. A destare maggiore rabbia sono i disturbi respiratori riscontrati nei bambini e legati all’inquinamento dell’aria, con una medicalizzazione degli stessi che risulta più frequente per i bambini delle classi sociali più povere.

Contro i miasmi della raffineria Eni di Milazzo, nel mese di ottobre è nato il comitato Aria pulita “per volontà dei cittadini liberi stanchi di dover gridare per farsi sentire e di dover subire l’inquinamento della Raffineria” con l’intento di “farsi portavoce delle segnalazioni della gente, esprimibili sulla pagina facebook, agendo come collante con le istituzioni”. A dichiararlo sono i promotori, tra cui spicca il nome di Green Italia, un nuovo soggetto politico che vanta nella lista dei soci fondatori i nomi di due personaggi arcinoti al panorama politico: il finiano Fabio Granata e il verde Angelo Bonelli, uniti in una sorta di futurismo ecologista. Un connubio che si spiega con l’evidente intento di Granata di sposare la causa ambientalista – dopo l’esperienza berlusconiana, il suicidio finiano e il sostegno in Sicilia ai governi Cuffaro e Lombardo – magari per riciclarsi in un nuovo contenitore elettorale e tentare così, sotto mentite spoglie, di rientrare in Parlamento dopo la severa batosta rimediata alle scorse elezioni. Lo stesso obbiettivo perseguito anche da Bonelli, reduce dal fallimento della Rivoluzione civile ingroiana. Dando un’occhiata al manifesto politico di Green Italia, si apprende che la soluzione per risolvere la crisi economica e sociale sarebbe un fantomatico “green new deal” all’insegna della green economy per un uso sostenibile delle risorse naturali, ma che non metta minimamente in discussione il modo di produzione capitalistico che è all’origine della crisi e determina la rapina di quelle risorse.

Insomma, la solita ricetta riformista di un immaginario capitalismo in salsa verde “più umano” e “onesto”, a cui andrebbe affiancata, secondo questi acuti ambientalisti, la costruzione di una Europa – “patria” - borghese ma “democratica e federalista”.

La Green Italia, per bocca del suo principale esponente a Milazzo, ossia il consigliere comunale dei Verdi Giuseppe Marano, ha proposto di intraprendere un’azione giudiziaria collettiva per chiedere il risarcimento alle industrie petrolchimiche. Alla lotta di classe nelle fabbriche e nelle piazze, si pensa dunque di poter sostituire una più moderna class action nei tribunali, nell’illusione che lo Stato borghese, indossando per l’occasione la veste del papà giusto e premuroso, costringa il grande capitale industriale a pagare il conto dei danni.

 

Cosa non devono fare i rivoluzionari, ovvero la deriva istituzionalista del Pcl

Era Lenin nel suo Stato e rivoluzione a evidenziare - richiamando Marx - come lo Stato altro non è che “un organo di oppressione di una classe da parte di un'altra; è la creazione di un "ordine" che legalizza e consolida questa oppressione”, per sfatare il mito piccolo-borghese di uno Stato “terzo”, “imparziale” e “interclassista”, garante dei diritti di tutti indistintamente. Questa fondamentale lezione marxista sembra essere stata completamente rimossa dai militanti del Pcl, a considerare da quanto scrivono in un recente comunicato espresso a sostegno del comitato Aria Pulita e pubblicato sul loro sito nazionale (3).

I ferrandiani dicono di avere “poca fiducia nelle istituzioni”, ma non così poca da escludere “esposti all’autorità giudiziaria”. E cosa ancor più grave, mentre “auspicano” le mobilitazioni, ritengono “sacrosanto chiedere alle istituzioni e agli enti (in particolare comuni, provincia, regione) complici del colosso industriale tutti i risarcimenti dovuti”, che tradotto significa una cosa sola: chiedere di far pagare ai lavoratori i guasti provocati dai padroni con la complicità delle istituzioni borghesi. Perché chi scrive certe idiozie forse non sa - o finge di non sapere - che ad alimentare le casse di quelle istituzioni a cui si ritiene “sacrosanto” chiedere i risarcimenti, sono proprio quei lavoratori che questi pseudo-rivoluzionari dichiarano a parole di voler difendere.

Ma non è tutto. Il ridicolo comunicato del Pcl prosegue in perfetto tono dipietrista, lamentando i   “tempi morti della giustizia” borghese e denunciando “'l’utilizzo politico e clientelare” di autorità come l’Arpa o l’Usl - evidentemente auspicando il semplice ripristino della legalità borghese -  per poi chiedere la rimozione dei dirigenti delle strutture incapaci e nominati dal potere politico”, dimenticando che si tratta di organismi direttamente sottoposti al controllo e alle direttive dei governi regionali attraverso i rispettivi assessorati, cioè di quel potere politico da cui i ferrandiani vorrebbero magicamente astrarli.

Tutto ciò non fa altro che confermare ulteriormente quanto scriviamo da sempre: il Pcl ha rinunciato nei fatti alla costruzione di un partito rivoluzionario costituito da militanti realmente attivi nelle lotte, sciogliendosi a livello locale nelle istanze dei comitati e finendo così per adeguare le proprie rivendicazioni al livello di coscienza delle masse, anziché impegnarsi concretamente per innalzarlo, nel pieno di una chiara deriva istituzionalista.

 

La vera prospettiva rivoluzionaria contro la crisi e i crimini degli industriali

Noi crediamo che la soluzione alla crisi ambientale e occupazionale, al cospetto dello strapotere del padronato, passi dal porre al centro la parola d’ordine dell’esproprio senza indennizzo e sotto gestione operaia della grande industria petrolchimica. Un obbiettivo che non potrà essere certo raggiunto attraverso il ricorso ai tribunali o con sterili richiami alla “legalità” delle istituzioni borghesi. Ma solo attraverso l'organizzazione di una lotta radicale e a oltranza che unifichi in un’unica piattaforma le istanze ambientaliste alle vertenze del mondo del lavoro. Una lotta che necessita del protagonismo diretto dei lavoratori, a partire dalle avanguardie operaie più avanzate e combattive che non si sono mai arrese all’arroganza dei padroni.

Su questo fronte sono già impegnate le sezioni siciliane del Pdac, con l’obbiettivo di sviluppare e unire le diverse battaglie ambientaliste – Priolo, Milazzo, Gela in primis - raccordandole alle altre lotte aperte a livello regionale, nazionale e internazionale. Per mettere in mora questo sistema economico e sociale  che ci tiene ingabbiati tra le maglie della sua irreversibile agonia. Per l’alternativa socialista volta a realizzare un sistema non più basato sulle logiche di profitto perseguite dalla borghesia, ma sulla pianificazione democratica dell’economia nel rispetto dell’ambiente e in funzione dei bisogni materiali dei lavoratori e delle classi subalterne.

 

(*) Pdac Sicilia

 

 

(1) Si tratta di Sin, acronimo di “sito d’interesse nazionale” ai fini della bonifica.

(2) Il riferimento è al rapporto pubblicato dall’Organizzazione mondiale della sanità sull’attività svolta nell’ambito del Programma di assistenza alla regione siciliana per le tre aree ad elevato rischio di crisi ambientale di Augusta Priolo-Gargallo, Gela e Milazzo (Ottobre 2006-Dicembre 2009).

(3) Per chi volesse leggerne il testo integrale: http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=APP&oid=2014HYPERLINK http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=APP&oid=2014 .

 
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