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A dieci anni dallo sciopero "selvaggio" del 2003 a Milano PDF Stampa E-mail
mercoledě 18 dicembre 2013
A dieci anni dallo sciopero "selvaggio" del 2003 a Milano
Meglio selvaggi che selvaggina!
Intervista a Mino Capettini,
uno dei protagonisti della lotta
 
 

 
a cura del Pdac Milano
 
 
 
 


mino
 
 
Dieci anni fa, il 1° dicembre 2003, i tranvieri dell'Atm, azienda che gestisce il trasporto pubblico locale di Milano, bloccarono per alcuni giorni tutto il servizio, scavalcando le intenzioni dei sindacati confederali: erano vent'anni che non si svolgeva uno sciopero così, chiamato “selvaggio” dalla stampa. Uno sciopero che infrangeva le regole, dato che per la legge 146/90 lo sciopero prolungato nei servizi pubblici in Italia è considerato illegale. Ma noi concordiamo con quanto si leggeva su uno dei volantini dello Slai Cobas distribuito in quei giorni: “Meglio selvaggi che selvaggina!”. Vista anche la nuova attualità che quella lotta acquista alla luce delle nuove recenti lotte dei tranvieri a Genova e Firenze, facciamo una chiacchierata con Mino Capettini, ex tranviere dell'Atm, militante del Pdac e all'epoca attivista dello Slai Cobas (ora è nella Cub) e tra i principali protagonisti di quella lotta importante.
Mino, quali erano le ragioni dello sciopero e come si svolse?
Lo sciopero riguardava 106 euro di recupero dell'inflazione programmata e circa 3000 euro di una tantum di arretrati. All'inizio della vicenda c'erano due soggetti: da una parte i sindacati confederali, tant'è che il primo giorno a convincere i lavoratori nei depositi si erano presentati i delegati di Cgil, Cisl e Uil. Sul versante opposto, le controparti, disposti anche a tollerare uno sciopero per fare pressione affinché i finanziamenti per il trasporto pubblico, continuamente tagliati, venissero erogati. I sindacati confederali pensavano che uno sciopero con blocco totale bastasse come monito per poi essere chiamati alla trattativa. Ma a quel punto i lavoratori, dopo molti scioperi nel rispetto delle regole, non si sono più fidati e hanno continuato per altri due giorni.
 
Riceveste solidarietà dai lavoratori milanesi?
Rispetto a quello che televisioni, radio e stampa, nonché gli stessi comunicati dei sindacati confederali di sconfessione della lotta, potessero lasciar intendere, con le solite e note falsificazioni create ad uso e consumo dei padroni per dividere il fronte di lotta, la solidarietà fu molta e diretta, davanti ai presidi dei depositi: migliaia di persone passavano a lasciare contributi sia sotto forma di viveri che anche di soldi. Ricordo che ci arrivarono anche tantissimi telegrammi di ringraziamento per aver dimostrato che lottare era possibile anche in una situazione di pace sociale e rassegnazione.
 
Come si concluse la vertenza e quali risultati furono ottenuti?
Purtroppo in una realtà come Milano, con 32 presidi tra depositi urbani e interurbani, come Slai Cobas non eravamo presenti in tutti e quindi la poca organizzazione e la stanchezza hanno finito per avere la meglio. Tieni presente che anche nel resto del Paese non tutte le situazioni di lotta erano convinte di continuare il blocco e la ostilità delle istituzioni borghesi, di tutta la stampa padronale e delle burocrazie fu pesantissima.
Per quanto riguarda le richieste economiche, la lotta alla fine consentì di recuperare dei soldi, ma, ironia della sorte, mentre nelle altre città prendevano più del dovuto, a Milano l'accordo si chiuse con 81 euro rispetto ai 106 di inflazione programmata e con 970 di una tantum rispetto ai 3000 dovuti. L'aspetto più negativo era però nella parte normativa, dove di fatto si sanciva la mobilità interna ed esterna, l'introduzione dei contratti atipici, l'aumento dell'orario di lavoro e soprattutto era un accordo che di fatto apriva le porte alle privatizzazioni.
Un aspetto importante della vertenza riguardava la questione della legge 146: su questo punto c'è l'amarezza più grande, perché è stata messa a nudo la poca incisività dei sindacati di base, che non ebbero la forza di indire uno sciopero nazionale soprattutto nei settori sottoposti alla 146. Ovviamente è stata fondamentale, ma in negativo, la mancanza di un soggetto politico rivoluzionario, cioè di un partito, che sapesse registrare la valenza oggettiva dello scontro di classe.
 
Recentemente si sono verificati una serie di nuovi “scioperi selvaggi” contro la privatizzazione del trasporto pubblico locale, in particolare a Genova e Firenze.  Cosa c'entrano queste lotte con quella che avete condotto voi?
Le lotte di Genova e Firenze evidenziano un pericoloso parallelo con quella di 10 anni fa: nonostante la dura lotta la porta per le privatizzazioni è rimasta aperta. Le lotte di queste settimane hanno solo tamponato la situazione, permettendo così ai padroni di spaccare il fronte dei lavoratori. Si sapeva già che le agenzie al servizio dei padroni sono Cgil-Cisl-Uil. Per loro bisogna sempre scioperare all'interno delle regole del normale "conflitto sindacale". Non dimentichiamoci che la proposta dello sciopero virtuale è della Cgil.
L'aspetto più importante che i lavoratori di Genova e di Firenze devono avere presente è che avere scioperato al di fuori delle regole imposte dalle leggi antisciopero farà scattare delle sanzioni. E su questo punto i lavoratori non dovrebbero cedere, ma imporre con forza che al primo provvedimento disciplinare si scioperi uniti di nuovo, cercando però questa volta di estendere il blocco a tutta l'Italia. Ecco perché era ed è fondamentale portare solidarietà attiva a quei lavoratori e come tranvieri di  Milano, sulla base della nostra esperienza di lotta, fargli capire che ora per 5 o 6 anni si troveranno con il ricatto delle sanzioni e che ad ogni sciopero dovranno stare attenti.
Credo che in questa lotta, come già sta accadendo con altre, un ruolo importante possa essere svolto dal coordinamento No austerity, di cui anche io faccio parte: perché è uno strumento prezioso per assicurare non solo la solidarietà tra le varie lotte, ma anche per socializzare l'esperienza di altre lotte e soprattutto per sviluppare l'organizzazione congiunta delle diverse lotte: perché restare isolati nel clima di rassegnazione che per il momento aleggia rischia sempre di più di mutare le giuste e dure lotte dei lavoratori in una sconfitta per loro e in una vittoria di quei sindacati burocratizzati che stanno portando i lavoratori alla sconfitta.
 
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