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Welfare aziendale Una truffa da respingere al mittente PDF Stampa E-mail
lunedì 24 giugno 2019
Welfare aziendale
Una truffa da respingere al mittente




di Diego Bossi (operaio Pirelli)


Scorrendo le foto in rete della manifestazione a Roma organizzata dai sindacati confederali lo scorso 9 febbraio, mi ha colpito l’immagine di un pensionato dello Spi (categoria dei pensionati in capo alla Cgil- nda) che esponeva con rabbia un cartello recante la scritta: «Giù le mani dalle nostre pensioni». Un’immagine che provoca rabbia e tristezza, perché è l’immagine di milioni di donne e uomini che hanno lavorato una vita per arricchire i padroni o per servire le istituzioni dello stato borghese e oggi assistono all’ennesimo attacco alle loro pensioni: frutti da spremere quando erano salariati, bucce da scartare quando sono pensionati. Ma ad aggiungere rabbia alla rabbia c’è il fatto che quel pensionato, ignaro della truffa di cui è vittima e dei truffatori che la stanno organizzando, quel cartello avrebbe dovuto rivolgerlo verso il branco di venditori Folletto (con tutto il dovuto rispetto per la categoria, anch’essa vittima di questo furto legalizzato) che stavano sul palco a bofonchiare di lavoro e diritti. Perché al grande bluff, come da tradizione, partecipano a pieno titolo le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil, che tramite la bilateralità nei Ccnl sono solite fare affari d’oro.

Se mi dai 50 euro ti offro una cena a base di pesce
Questo sottotitolo potrà apparirvi assurdo, ma spiega benissimo quale dinamica ci sia dietro al Welfare aziendale. Il sistema introdotto dalla legge di stabilità del 2016 e riconfermato successivamente, prevede la possibilità di convertire, anche parzialmente, il premio di produttività in uno o più servizi welfare. Questi servizi possono essere i più svariati, dai buoni carburante o i buoni mensa per la scuola all’iscrizione in palestra, dai buoni spesa fruibili in una catena di supermercati al servizio di assistenza domiciliare per parenti disabili. L’offerta ha una sua capacita attrattiva perché si riferisce spesso a spese importanti che i lavoratori devono sostenere nella loro quotidianità, e dal canto loro le aziende, con la immancabile e fedelissima collaborazione delle organizzazioni sindacali confederali – anzi, prevalentemente tramite loro – la presentano con squilli di tromba e rullo di tamburi, annunciando anche un corrispettivo welfare maggiore rispetto al premio in denaro convertito.
La domanda che viene spontanea, che poi è la domanda che un operaio si pone per tutta la sua vita lavorativa ogniqualvolta introducono qualche novità presentata come positiva per i lavoratori, è: dove sta la fregatura? E la risposta è, appunto, ben sintetizzata dal nostro sottotitolo, perché la legge  prevede una decontribuzione e una defiscalizzazione sul premio o sulle parti di esso convertite in welfare; e da qui muovono una serie di considerazioni importanti, ma il significato principale che dobbiamo scrivere a chiare lettere, è uno: i padroni stanno risparmiando soldi che sarebbero destinati alla nostra pensione, al nostro TFR e allo stato sociale universale e pubblico (che è quello di cui fruiscono i lavoratori, perché i capitalisti se lo possono permettere privatamente). Veniamo ora alle considerazioni: 1) la parte di premio eccedente rispetto all’importo convertito è un «regalo» che le aziende fanno alle maestranze pagando coi soldi delle medesime; 2) i lavoratori sono vincolati a spendere il loro premio solo sul ristretto spettro di scelta offerto dai padroni essendo inoltre subordinati alle regole e alla documentazione da fornire; 3) i padroni aumentano il rapporto di fidelizzazione con i dipendenti che di conseguenza saranno più ricattabili, perché tutti i servizi welfare di cui fruiranno saranno legati al rapporto lavorativo, vale a dire che chi perderà il lavoro perderà anche il diritto di accesso al welfare; 4) il welfare pubblico, quello che dovrebbe spettare di diritto a tutti, sarà ancora più povero perché in esso non confluiranno i soldi defiscalizzati, né andranno ai lavoratori. Rimarranno semplicemente nelle tasche dei padroni. Ci hanno offerto la cena di pesce coi nostri soldi, senza nemmeno chiederci se ne avevamo voglia, magari se ci avessero lasciato in tasca i 50 euro li avremmo spesi diversamente.

Comprendere l’origine del male

C’è una frase molto ricorrente che nei luoghi di lavoro sindacalizzati i vari delegati e sindacalisti non perdono occasione di ripetere: «c’è una legge dello Stato, non possiamo farci niente»; questa è una classica impostazione riformista che le burocrazie sindacali confederali da sempre mantengono, un messaggio che contiene più messaggi, tutti rivolti a un solo scopo: scoraggiare i lavoratori, evitare il conflitto e creare le condizioni per trattative esclusive con la borghesia. Inoltre è sbagliato pensare che i guai della nostra classe abbiano origine dallo Stato: se non si conosce la malattia non si può conoscere la cura. E la malattia è il capitalismo, ciò significa che il potere politico è subordinato a quello economico, quindi lo Stato non è la causa e dell’iniquità sociale, ma bensì il miglior strumento per legittimarla e applicarla per conto dei capitalisti. E il welfare aziendale ne è un esempio fra i tanti e nemmeno il più importante.

Imparare a conoscere il nemico di classe per difendersi
La tecnica nota come «tecnica della rana bollita» è peculiare dei regimi democratici borghesi, e prende il nome da una ricerca universitaria condotta nel XIX secolo in cui i ricercatori notarono che buttando una rana in una pentola di acqua bollente questa saltava via, diversamente, mettendola in una pentola d’acqua fredda e scaldando l’acqua in modo graduale e costante, la rana finiva bollita.
Questa tecnica viene usata anche dalla borghesia per elevare la soglia di sfruttamento del proletariato, per creare nuovi strumenti a tutela del profitto, per introdurre norme liberticide che danneggiano la democrazia operaia al fine di controllare meglio i lavoratori. Tutte operazioni che, fatte in modo brusco e repentino, creerebbero uno shock sociale difficile da gestire e dannoso per la ricchezza dei capitalisti.
Per questo è importante che il proletariato sappia analizzare le dinamiche della lotta di classe e cogliere la trama che collega tutti gli attacchi padronali in un arco temporale medio-lungo: solo così potrà avere gli strumenti per difendersi e prepararsi agli attacchi futuri.
Per quanto scritto sopra possiamo dedurre che l’introduzione del welfare aziendale non è un’opportunità di scelta in più per i lavoratori, ma un modo per i padroni per lucrare pure sui premi di produttività. L’introduzione del welfare aziendale ha innanzitutto una valenza politica, perché introduce il concetto che i soldi dei lavoratori possono essere convertiti in servizi. Stiamo parlando di un concetto forte, importante, dove la tecnica della rana bollita è necessaria, e per attuarla a regola d’arte ci vuole la collaborazione dello stato borghese, dei partiti riformisti e delle burocrazie sindacali concertative. Bisogna mettere i lavoratori nella pentola d’acqua fredda, presentando tutti i nuovi servizi accattivanti che il padrone mette loro a disposizione e per tenere calme le anime più agitate sarà necessario che il welfare aziendale sia su base volontaria; poi arriverà il momento di accendere la fiamma al minimo, dicendo che c’è una legge dello Stato che introduce il welfare, quindi i sindacati a livello locale non possono farci niente: sono lotte più grandi di noi, mica possiamo cambiare il mondo da questa fabbrica;  sarà poi il momento di girare la manopola e alzare la fiamma, introducendo prima il silenzio assenso, poi il welfare obbligatorio per tutti. Quale sarà la bollitura definitiva? Abbiamo usato il welfare solo sui premi di produttività con ottimi risultati, perché non estenderlo anche a parti di salario?
Credete che tutto questo sia esagerato? Cosa avreste pensato vent’anni fa se vi avessero detto che tra qualche anno, per entrare in Rsu, bisognava limitare il diritto di sciopero e rimanere fedeli alla linea delle segreterie? Oppure cosa avreste pensato se vent’anni fa vi avessero detto che in futuro nei rinnovi contrattuali sarebbero stati i padroni a richiedere indietro i soldi?
Ci sarà sempre un «ottimo» accordo interconfederale pronto a sfoggiare parolone come commissione paritetica, enti bilaterali, welfare aziendale, rappresentanza; e frasi ad effetto pronte a spiegarci che è interesse comune delle parti coniugare le esigenze di lavoratori ed imprese al fine di far progredire il sistema Paese.
E i lavoratori? Quanto hanno perso i lavoratori nei decenni dietro a queste parole?
All’inizio di questo articolo scrivevo che il pensionato avrebbe dovuto rivolgere le sue rimostranze ai venditori Folletto sul palco, alludendo ai dirigenti delle burocrazie sindacali concertative. Mi son sbagliato e me ne scuso: i venditori Folletto sono lavoratori sfruttati da una multinazionale, per vivere cercano di vendere scope elettriche che aspirano la polvere sui pavimenti. Non vanno associati a chi ha aspirato salari e diritti dei lavoratori e la polvere, una spessa coltre di polvere, l’ha fatta accumulare sul conflitto sociale. In un Paese con una delle più belle e importanti storie del movimento operaio nel mondo.

 
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