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Sulle prossime elezioni europee PDF Stampa E-mail
mercoledì 15 maggio 2019
Sulle prossime elezioni europee
Rompere con la Ue e l'euro!
Per gli Stati Uniti socialisti d'Europa!
Manifesto europeo
 
 
 
 
 
manifesto_europeo

 
Pubblichiamo un manifesto elaborato a livello europeo per la campagna elettorale delle prossime elezioni europee. Firmatari: Sophie, Thomas (Segretariato giovani del Npa, Francia); Philippe (Esecutivo del Npa, Francia); Gaston, Marie, Serge (Consiglio politico nazionale del Npa, Francia); Georg H. (Iso, Germania); Laura Raquena, David Perez (Corrente Rossa, Lit-Quarta Internazionale, Spagna); Francesco Ricci, Fabiana Stefanoni (Pdac, Lit-QI, Italia); Carlos Ordaz, José Pereira (Em Luta, Lit-QI, Portogallo); Martin Ralph, Margaret McAdam (Isl, Lit-QI, Gran Bretagna); Matthieu Lallemand, Catherine Bernard (Lct, Lit-QI, Belgio); Poi (Lit-QI, Russia).
 
 
L’Unione Europea è una macchina da guerra contro la classe operaia e i popoli d’Europa!
Dobbiamo rompere con l'Ue e l’euro per ottenere una trasformazione sociale e costruire un'Europa dei lavoratori!
Questo manifesto vede la luce nel pieno della battaglia dei gilet gialli francesi, il movimento popolare che si scontra con il regime di Macron e mette in discussione le diseguaglianze sociali. Questa lotta avviene quando i capitalisti francesi, in preda ad una crisi globale del modo di produzione capitalista, attaccano con ogni mezzo la classe operaia e i settori popolari allo scopo di recuperare i loro margini di profitto.
L’Unione europea, costruita dai capitalisti e per i capitalisti, è uno strumento essenziale per questo fine.
La lotta dei gilet gialli si oppone oggettivamente all’Ue e alle sue politiche. Si sviluppa anche in Francia, uno dei Paesi più influenti sul funzionamento dell’Ue e sull’attuazione di brutali piani di austerità negli altri Paesi d’Europa.

La situazione in Grecia, l’esempio più brutale
Solo pochi mesi fa i mezzi di comunicazione annunciavano con grande clamore che il 20 agosto 2018 la Grecia era, finalmente, «uscita dalla crisi del debito».  Però mentivano ignobilmente, perché la Grecia è stata trasformata in un Paese semicoloniale dove qualunque decisione importante necessita dell’approvazione di Bruxelles e di Berlino, perché la sua economia è schiava del pagamento di un debito non rimborsabile pari al 188 % del suo Pil.
La Grecia è l’esempio più chiaro e più brutale di fin dove l’Ue sia disposta ad arrivare pur di salvare le grandi banche europee e di dare una lezione alle masse popolari ribelli. Dopo otto anni e tre «piani di salvataggio» il Paese è stato saccheggiato e devastato. I diritti dei lavoratori sono stati tagliati selvaggiamente. Il suo Pil è crollato del 30%, i salari del 30% e le pensioni, dopo 14 tagli, del 50%. Il finanziamento degli ospedali pubblici è diminuito di più della metà e la disoccupazione supera il 20%. Su una popolazione di 11 mln di persone, più di 500 mila giovani hanno dovuto abbandonare il Paese in cerca di lavoro. Intanto Tsipras e Syriza, dai loro posti di governo, continuano ad applicare i piani di miseria dell’Ue.
Sebbene la Grecia sia stato il caso più violento della politica di austerità, è tutto l’insieme dei Paesi della Ue, soprattutto quelli «periferici», che è stato profondamente colpito.

La Ue, una macchina da guerra contro i lavoratori e i popoli
In tutto questo tempo l’Ue si è mostrata come una macchina da guerra sociale sotto il comando del capitalismo imperialista tedesco alleato con quello francese. Dispongono di armi molto forti, l’euro e la Bce, strumenti con i quali sigillano la loro supremazia sugli altri capitalismi europei. Privi di moneta nazionale, i Paesi meno competitivi sono costretti ad intervenire sui salari per evitare squilibri commerciali.
La Ue e l’euro non sono un organismo e una moneta «neutrali», che le masse popolari europee possono fare propri. Al contrario, sono strumenti del capitale che la classe operaia deve distruggere per fermare l’offensiva capitalista e ottenere un reale mutamento delle sue condizioni di vita e di lavoro.
Quando scoppiò la crisi finanziaria, dieci anni fa, le principali potenze europee ripianarono i debiti delle loro banche e evitarono il collasso ricorrendo a un massivo indebitamento pubblico, saccheggiando i Paesi periferici e attaccando i servizi pubblici, i salari e i diritti dei lavoratori nei loro Paesi. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: tagli generalizzati, privatizzazioni e svendite del settore pubblico (scuola, sanità ecc.), controriforme del lavoro e delle pensioni, generalizzazione del lavoro precario, diminuzione dei salari e aumento offensivo delle disuguaglianze sociali.
Nonostante l’Ue abbia svolto il ruolo principale nei peggiori piani di austerità e controriforme del lavoro dalla Seconda guerra mondiale, i suoi difensori la presentano come un baluardo «democratico» di fronte all’estrema destra. Tuttavia, la politica dell’Ue riguardo ai profughi e agli immigrati è altrettanto xenofoba e razzista di quella che oggi adottano Salvini e Kurz in Italia e Austria. Una politica basata su centri di detenzione, espulsioni e subappalto del lavoro sporco a dittature corrotte come la Turchia o alle mafie come in Libia.
L’Ue ha anche sostenuto la scandalosa repressione dello Stato spagnolo contro il popolo catalano, che desidera esercitare il suo legittimo diritto all’autodeterminazione. Questa repressione si è attuata grazie alla costituzione spagnola ereditata dal franchismo.
In generale, l’Ue è stata lo strumento delle principali potenze imperialiste europee per sviluppare la loro politica estera, con accordi economici per le sue multinazionali, vendita di armi a regimi sanguinari e corrotti come Arabia saudita o Egitto, o interventi militari di tipo coloniale come quelli francesi in Africa o
quelli realizzati nell'ambito della Nato in solidarietà con gli Stati Uniti.

L’Ue vive una crisi profonda
Nonostante gli attacchi contro i diritti e le conquiste sociali, i capitalismi europei non sono stati in grado di uscire dalla crisi. L’Europa è precipitata da dieci anni in una grave depressione economica. La sua «ripresa economica», anemica e disomogenea, non è stata sostenuta da un ciclo di investimenti produttivi finanziati dai profitti, ma dall’aumento del debito. Ora, senza aver ancora recuperato, una nuova recessione si profila all’orizzonte, ed esploderà quando crolleranno i profitti, nel quadro di una bolla speculativa e dell’aumento dei tassi di interesse.
In questo scenario economico e sociale sta in agguato la più grave crisi dell’Ue dalla sua fondazione. I piani per rafforzare i poteri dell’Ue sugli Stati sono al momento congelati. La Germania si vede impossibilitata a imporre disciplina ai suoi soci, mentre è in pericolo la sua stessa stabilità politica. La Francia è frastornata dalla mobilitazione dei gilet gialli, che aumenta l’instabilità del regime di Macron. La Gran Bretagna, profondamente instabile, si appresta ad abbandonare l’Ue senza sapere cosa accadrà nel prossimo futuro. Lo Stato spagnolo è incapace di risolvere il problema catalano.
L’ondata generalizzata di proteste in Ungheria è la più importante da quando Orban è giunto al governo nel 2008. È, in primo luogo, una lotta contro la «legge della schiavitù» che autorizza gli imprenditori a pretendere dai loro dipendenti fino a 400 ore di lavoro straordinario (un giorno in più alla settimana) pagabili entro tre anni. Ma è anche una lotta contro un regime di estrema destra che soffoca le libertà politiche e sindacali. Si tratta, infine, dell’apice di un crescente scontento che aumenta e destabilizza tutta l’Europa dell’est, un territorio semi-colonizzato dalle multinazionali tedesche.

La crescita dell’estrema destra istituzionale
La crisi economica e sociale, che ha colpito la classe lavoratrice ed ampi strati della piccola borghesia, ha anche contrapposto settori di media borghesia al capitale finanziario. In questa situazione di crisi sociale la complicità delle burocrazie sindacali con gli imprenditori e i governi, così come il ruolo della sinistra ufficiale, hanno provocato le sconfitte della classe operaia, portando una parte di questi strati fuori strada, nelle braccia dell’estrema destra istituzionale.
Il programma di questa destra è diffondere la xenofobia, l’islamofobia e il razzismo contro l’immigrazione, insieme ad uno sciovinismo nazionalista che si contrappone all’Ue. Questa estrema destra è portavoce delle rivendicazioni di settori della media borghesia dei vari Paesi, e si basa sulla radicalizzazione della piccola borghesia e approfitta del peggioramento delle condizioni di vita presenti nei settori più poveri e tartassati delle masse popolari per alimentare il loro scontro con i lavoratori immigrati, imputando a loro la responsabilità del degrado sociale, assolvendo così i veri responsabili, le banche e i grandi capitalisti.
Sono forze reazionarie che si collocano all’estrema destra dei regimi attuali e sono acerrimi nemici della classe lavoratrice. Non possiamo tuttavia identificarle con le forze nazifasciste del tipo di Alba Dorata in Grecia, nonostante queste ne stiano approfittando per rialzare la testa.
È importante far notare il carattere retorico del loro scontro con l’Ue. Marine Le Pen, nel secondo turno delle presidenziali del maggio 2017, ha annunciato che la Francia non dovrebbe lasciare la Ue ma rinegoziare gli accordi con la Germania, e che il suo programma economico non era più «incompatibile» con l’euro. Nemmeno gli italiani Salvini e di Maio (del Movimento 5 stelle di Grillo) sono disposti a mettere a rischio la permanenza dell’Italia nell’Ue e nell’euro. E lo stesso si può dire di tutta l’estrema destra istituzionale negli altri Paesi.
La rivolta in Ungheria contro Orban e il suo regime evidenzia i limiti che ha di fronte l’estrema destra in questa sua ascesa ed è la migliore dimostrazione del rifiuto che provoca nelle masse una volta giunta al governo e applica le sue politiche reazionarie al servizio del capitale.

Il neoriformismo
Durante questi anni, la veloce decadenza dei partiti social-liberali europei ha permesso l’emergere di un nuovo riformismo che si dichiara sostenitore di una «rifondazione dell’Ue». Il suo modello è stato, per tutto un periodo, Syriza. Nelle precedenti elezioni europee Tsipras era l’eroe e il riferimento di Podemos, di Mélenchon, del Bloco de esquerda portoghese, di Rifondazione comunista o della tedesca Die Linke. Il problema è che Tsipras, due anni dopo, per restare nell’euro e nella Ue, si è trasformato nel nuovo sicario della Troika in Grecia.
Tuttavia, anche se Tsipras ha tradito vilmente il suo popolo nel referendum del luglio 2015, Pablo Iglesias (Podemos) non ha esitato a dichiarare che avrebbe fatto lo stesso: «Purtroppo è l’unica cosa che poteva fare» (16/7/2015). Oggi, i vecchi amici di Tsipras non si fanno più fotografare insieme a lui, perché ormai non fa più da richiamo elettorale, tuttavia continuano a adottare fondamentalmente la stessa strategia del 2013.
Il 12 aprile 2018 Iglesias (Podemos), Caterina Martins (Bloco) e Mélenchon (France insoumise) hanno annunciato a Lisbona una campagna comune per le prossime elezioni europee e hanno sottoscritto un manifesto comune «Adesso il popolo» («Ahora el pueblo»). Questo manifesto, che potrebbe essere firmato da qualsiasi socialdemocratico, non cita mai nemmeno una sola volta le parole classe operaia, borghesia, imperialismo o socialismo. Per i suoi firmatari non esistono le classi sociali, ma soltanto «élite e popolo». Il loro obiettivo si limita al ripristino dello stato sociale e alla promozione di politiche keynesiane, obiettivo che non solo è incompatibile con le politiche di austerità dell’Ue e con l’euro, ma è anche un vicolo cieco per risolvere la crisi del capitalismo. Questi neo-riformisti vogliono rifondare l’Ue e escludono di uscire dall’euro. Parlano di modificare i trattati dell’Ue, i più «radicali» tra loro parlano anche di una possibile disobbedienza (France insoumise, che ha abbandonato il suo piano B per l’uscita dalla Ue). Ma non c’è disobbedienza possibile all’interno dell’Ue. Ad esempio, o si sottomettono alla Bce o ripristinano la sovranità monetaria ed emettono moneta propria. Nel caso di Podemos o del Bloco de esquerda questa politica si adatta alla perfezione al suo scopo principale: entrare in un governo borghese di coalizione con Sanchez (Psoe) e con Costa (Ps) nell’ambito della Ue e dell’euro.
Così facendo, questi partiti neo-riformisti consegnano all’estrema destra la bandiera della lotta contro l’Ue, aiutandola a capitalizzare il legittimo rifiuto popolare dell’Europa del capitale.
Siamo in disaccordo con quelle forze dell’estrema sinistra che si oppongono a una rottura con l'Ue e con l’euro sostenendo che questa sarebbe una soluzione «nazionalista» che «fa il gioco dell’estrema destra». Questa falsa argomentazione confonde il giusto rifiuto popolare dell’Ue con lo sciovinismo e la xenofobia dell’estrema destra, alterando grossolanamente la realtà e assicurando una copertura a sinistra ai neo-riformisti difensori dell’Ue e dell’euro.

Un programma per un vero mutamento sociale
Un programma per un vero mutamento sociale deve contenere le seguenti misure:
- Il ripristino e il sostanziale miglioramento dei servizi pubblici in modo che siano gratuiti, pubblici e di qualità, revocando le privatizzazioni attraverso l’esproprio senza indennizzo; la revoca delle controriforme del lavoro e delle pensioni e la fine del lavoro precario; assicurare un lavoro e un salario dignitoso a tutti, il che esige l’espropriazione dei capitali e il controllo dei mezzi di produzione da parte delle organizzazioni dei lavoratori.
- Assicurare il diritto all’aborto gratuito, la pari dignità della donna e i diritti dei giovani lavoratori; la fine del razzismo e della xenofobia istituzionale; assicurare la libera circolazione e la libera residenza dei lavoratori immigrati.
- Fermare la deriva autoritaria e repressiva degli Stati e assicurare il pieno esercizio dei diritti e delle libertà democratiche. Sciogliere le forze speciali di repressione e promuovere l’autodifesa operaia e delle masse popolari contro lo Stato e le aggressioni fasciste e razziste. Garantire l’esercizio del diritto all’autodeterminazione nazionale della Catalogna e delle nazioni senza Stato.
- Fermare la distruzione dell’ambiente e combattere il cambiamento climatico mediante una transizione ecologica la cui prima condizione di successo è la socializzazione delle industrie energetiche e il controllo operaio e popolare di questa transizione.
- Uscire dalla Nato, smantellare le basi nordamericane in Europa e le basi europee all’estero. Porre fine agli interventi di tipo colonialista e ritirare le truppe europee all’estero. Porre fine agli accordi colonialisti, come ad esempio il sistema del franco Cfa in Africa, creato a beneficio del capitalismo francese. Fermare il traffico di armi. Consentire il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli oppressi.

Un programma incompatibile con l’Ue e con l’euro
È impossibile applicare un programma con queste caratteristiche senza azzerare il debito pubblico, espropriare le banche e le grandi industrie, socializzare gli investimenti e instaurare il controllo dei lavoratori sulla produzione. Queste misure possono essere portate a compimento solo appoggiandosi su una mobilitazione generale e prolungata delle masse, e sono del tutto incompatibili con la permanenza nella Ue e nell’euro. La loro realizzazione esige che il potere passi nella mani di governi dei lavoratori fondati su nuove istituzioni, basati su una rete di assemblee e comitati popolari creati nei luoghi di lavoro e di vita delle masse popolari, costituiti da delegati revocabili in qualsiasi momento.
La condotta selvaggia dell’Ue in Grecia ci dimostra che la rottura rivoluzionaria di un Paese con l’Ue si scontrerà certamente, dal primo momento, con il più brutale sabotaggio. Perciò sarà necessario adottare misure basilari di autodifesa, come la chiusura dei mercati finanziari, la conversione dei conti attivi e passivi in una nuova moneta non-convertibile e il monopolio statale del commercio estero. Solo in questo modo l’economia potrà essere riorganizzata contro il sabotaggio esterno, mentre si sviluppi la solidarietà internazionale e nuove vittorie incorporino nuovi Paesi nella costruzione di un’Europa dei lavoratori e delle masse popolari, degli Stati uniti socialisti d’Europa. Non c’è soluzione in un singolo Paese. O il processo rivoluzionario si allarga in altri Paesi o sarà condannato alla sconfitta.
Alcuni criticheranno questo programma come «non realista». In un certo senso hanno ragione, perché questo programma non può essere applicato attraverso procedure «parlamentari», né attraverso il trito e ritrito «dialogo sociale» dei burocrati sindacali. È un programma per cambiare realmente la vita della classe lavoratrice, il che significa che esige grandi mobilitazioni e duri scontri di classe.

Organizzare la lotta comune
Lottare per questo programma significa riunire il sindacalismo combattivo contro la burocrazia e ricostruire il movimento sindacale su nuove basi; organizzare mobilitazioni basate sulla democrazia operaia e l’unificazione delle lotte; organizzare la solidarietà internazionale e coordinare le lotte in tutta Europa; rinforzare la Rete sindacale internazionale.
Lottare per questo programma significa, in Francia, lottare per l’unità tra gilet gialli, gli operai delle fabbriche e di altri settori sindacalizzati, e la gioventù studentesca, per organizzare uno sciopero generale che cacci Macron e apra la strada alle loro rivendicazioni. E fuori dalla Francia promuovere la solidarietà con i gilet gialli.
Lottare per questo programma significa impegnarsi per costruire ed organizzare una forza rivoluzionaria che lo difenda, in ogni Paese e a livello internazionale.
 
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