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Mobilitazione internazionale per la legalizzazione dell’aborto in Argentina PDF Stampa E-mail
luned 03 settembre 2018
Mobilitazione internazionale
per la legalizzazione dell’aborto in Argentina
 
 
 
 
Premessa e traduzione di Laura Sguazzabia
 
argentina_aborta

 
Pubblichiamo tradotto dallo spagnolo l’articolo della Lit-Quarta Internazionale di bilancio della lotta per la legalizzazione dell’aborto condotta dalle donne argentine, una lotta che ha infiammato questa estate non solo la società argentina, ma il mondo intero.
Attualmente, in Argentina l’aborto è permesso solo in tre casi, come nella maggioranza dei Paesi dell’America Latina: per stupro, per minaccia alla vita della madre o se il feto presenta gravi problemi di salute. In molte province però la legge non viene applicata o viene ostacolata in tutti i modi. Le donne ricorrono allora all’aborto illegale, praticato spesso con strumenti inappropriati o in condizioni igieniche precarie, mettendo a rischio salute e vita. Il Ministero della Sanità argentino stima che circa mezzo milione di donne abortiscano ogni anno in Argentina nonostante il divieto e le registrazioni ospedaliere mostrano che nel 2016 almeno 50mila donne sono state ricoverate in ospedale per complicazioni derivanti da aborti, e 43 di queste sono morte. L’illegalità della pratica abortiva è inoltre sanzionata legalmente con il carcere: sebbene la grande maggioranza di donne che si rivolgono alle strutture ospedaliere sia stata curata e mandata a casa, molte donne hanno subito denunce e condanne. Com’è stato per una giovane di 27 anni, che nel 2016, è andata in una struttura sanitaria, in seguito ad un aborto spontaneo, ed è stata denunciata. Il suo caso è stato discusso a livello internazionale. Tuttavia la ragazza è stata condannata a otto anni di carcere per omicidio. La situazione è aggravata anche dall’assenza di politiche di educazione sessuale: oltre alla difficoltà di accedere a sistemi di contraccezione, non viene fatta rispettare la norma che impone che nei piani di studio della scuola secondaria sia inclusa l’educazione sessuale comprensiva.
Nei fatti, in Argentina così come negli altri Paesi in cui l’aborto è criminalizzato, c’è un doppio livello: alcune donne riescono a ottenere aborti relativamente sicuri seppure illegali, assumendo farmaci o affidandosi a medici privati per un aborto chirurgico, ma sono le donne che possono permetterselo e non sono molte. Il costo medio per un aborto praticato in una struttura privata è di 2000 euro, una cifra insostenibile per la maggior parte delle donne e delle adolescenti. È inoltre molto complicato ottenere una ricetta per i farmaci abortivi ed anche riuscendo ad ottenerla, questi farmaci hanno un costo proibitivo (si parla anche di 170 dollari a confezione). Per queste ragioni molte donne ed adolescenti sono costrette ad assumere sostanze poco sicure e senza alcun controllo. I principali problemi si presentano dopo la procedura: mentre le donne che possono permetterselo si rivolgono a medici privati se qualcosa non va, a tutte le altre non resta che andare negli ospedali pubblici, dove il personale potrebbe però denunciarle alla polizia. Solo chi può pagare riesce a rivolgersi a un medico privato o a una clinica. La maggioranza delle donne non può permetterselo. La questione centrale è proprio questa: in Argentina l’aborto clandestino uccide ed uccide le giovani e le più povere, mettendo a rischio la salute di centinaia di migliaia di donne ogni anno.
La proposta di legge appena discussa propone di legalizzare l’aborto durante le prime 14 settimane di gravidanza. Il termine può essere superato se la salute o la vita delle donne è a rischio oppure in caso di stupro o di gravi malformazioni fetali. Il disegno di legge include l’aborto nel programma medico obbligatorio, quindi lo rende una prestazione medica di base, essenziale e gratuita, e stabilisce che la richiesta deve essere garantita entro un tempo massimo di 5 giorni. Inoltre, chiede che gli aborti siano praticati negli ospedali pubblici e nei privati.
Una parziale approvazione del disegno di legge c’è stata il 13 giugno alla Camera dopo un dibattito durato più di ventiquattro ore senza interruzione, mentre fuori dall’aula, per tutto il tempo, sono state organizzate manifestazioni, veglie e presidi. L’8 agosto in strada una folla oceanica ha aspettato i risultati del voto al Senato: per sedici ore, sotto la pioggia e con una temperatura di quattro gradi, ha visto proiettati sui maxischermi i volti dei senatori e ha ascoltato le loro dichiarazioni, mentre si esprimevano sul disegno di legge per legalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza. La proposta è stata bocciata per pochi voti di differenza tra i due schieramenti.
Ora, il disegno di legge potrà essere ripresentato tra un anno. Ma l’onda verde, dal colore dei fazzoletti sventolati e indossati dalle attiviste della “Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito”, non si ferma e prosegue nella lotta che ha portato al centro del dibattito pubblico il corpo, le donne e la loro libertà di scelta. L’8 agosto è stata persa una battaglia, non la guerra: nonostante la battuta d’arresto inferta dalla decisione del Senato, la lotta e la mobilitazione delle donne argentine sono state un enorme successo non solo nella società argentina. Superando le frontiere hanno prodotto un movimento di sostegno e di solidarietà a livello mondiale, e scontrandosi con gli attacchi della Chiesa, della borghesia e dei governi imperialisti al suo servizio, hanno dimostrato di far parte a tutti gli effetti della lotta più ampia della classe lavoratrice di tutto il mondo per la tutela della propria vita, dei propri diritti e della propria dignità.
Il prossimo 28 settembre, giornata internazionale per la depenalizzazione dell’aborto, donne e uomini di tutto il mondo riempiranno strade e piazze per reclamare la separazione tra Stato e Chiesa, per una reale educazione sessuale nella scuola pubblica, per l’accesso libero e gratuito agli anticoncezionali e per l’aborto legale, sicuro e gratuito. Per poter decidere, per prevenire, per non morire!
 


Dal sito della Lit-Quarta Internazionale
 
 
di Lena Souza e Lorena Cáceres
(Pstu di Argentina, sezione della Lit-Quarta Internazionale)
 
Dall’ America Latina all’ Asia e all’Oceania, passando per gli Stati Uniti, l’Europa e il Medio Oriente, le mobilitazioni in solidarietà con la lotta delle donne argentine per la legalizzazione dell’aborto nel Paese mostrano che la lotta contro l’oppressione e per i diritti delle donne avanza, cresce e si internazionalizza.
L'aggravarsi della crisi capitalista intensifica le disparità e colpisce le donne, in particolare le donne lavoratrici, e le fa soffrire con livelli più elevati di disoccupazione, perdita dei diritti e precarietà del lavoro, e deterioramento delle condizioni di vita. E, insieme a tutto questo, queste stesse donne soffrono anche dell'aggravarsi di altre sfaccettature del maschilismo come la violenza e il femminicidio, la tratta di esseri umani, il matrimonio forzato, ecc ...
Tuttavia, la risposta non è stata l'accettazione e la sottomissione. Stiamo assistendo, da alcuni anni, alla reazione delle donne, che si è distinta tra le lotte dei poveri e degli oppressi di tutto il mondo, e che, inoltre, continua ad avanzare, ampliandosi, e che ha sviluppato uno strumento molto importante per la lotta delle/gli sfruttate/i e delle/gli oppresse/i, che è la solidarietà internazionale.
Le lotte iniziate qualche anno fa, isolate in alcuni Paesi, come in India contro lo stupro collettivo nel 2012, in Argentina con "Ni Una Menos" nel 2015, in Polonia dove le donne hanno sconfitto il tentativo di inasprire la legge nazionale sull'aborto con uno sciopero generale nel 2016, e anche nel 2017 con le marce contro Trump negli Stati Uniti, si sono estese anche in altri Paesi e si sono trasformate in mobilitazioni unificate nell'8 marzo 2017 e 2018.
La lotta per la legalizzazione dell'aborto in Argentina, una lotta di anni, è andata crescendo insieme alla più generale lotta per i diritti delle donne, e oggi si è diffusa a livello di massa e ha acquisito una forza straordinaria. Il 23 febbraio 2018, di fronte al crescente discredito del governo e del parlamento, Macrì ha annunciato che avrebbe reso possibile il dibattito in modo che la legge venisse affrontata, cercando di mostrarsi più amichevole con un settore della società e senza considerare la dimensione dell'onda che avrebbe scatenato.
Da lì, la massificazione della lotta non ha smesso di aumentare, trovando il suo punto più alto tra i giovani sotto i 18 anni. L'8 agosto, un milione e mezzo di persone sono scese in strada per chiedere l'aborto legale, sicuro e gratuito in Argentina. Anche così, il Congresso corrotto, la Chiesa, i partiti politici dei padroni e in particolare il governo, hanno negato alle lavoratrici questo diritto elementare.
E questo 8 agosto, in più di 70 Paesi, le donne hanno dimostrato solidarietà internazionale mobilitandosi in difesa della legalizzazione dell'aborto in Argentina, sorprendendo ancora una volta per la loro inclinazione.
Sebbene siano state di avanguardia, le mobilitazioni si sono estese in tutto il mondo.
La solidarietà è arrivata dal Medio Oriente con l'emozionante video delle donne dell'Ipj, un'organizzazione militare curda formata da donne, ramificazione dell'Ypg, che è l'esercito di difesa del territorio e del popolo curdo.(1)
Dalla Corea del Sud, dove anche l'aborto è illegale.(2)
E anche dai Paesi europei dove l'aborto è già legalizzato, come l'Inghilterra, la Danimarca e l’Olanda, Paese in cui l’interruzione della gravidanza può essere effettuata fino alla 22° settimana ed uno dei Paesi con il più basso numero di aborti nel mondo.
Germania, Austria, Francia, oltre allo Stato spagnolo, dove la lotta alla violenza contro le donne ha portato migliaia (di persone) in piazza, come nel caso di La Manada. Così, come quella dell'Irlanda, uno dei pochi Paesi in Europa dove l'aborto era proibito e recentemente il "Sì" è stato vittorioso in un referendum per la modifica della legge, in modo da consentire la legalizzazione dell'aborto.
E ancora di più in America Latina, dove da nord a sud si sono moltiplicate le mobilitazioni davanti alle ambasciate argentine chiedendo che il Senato votasse la legalizzazione dell'aborto in Argentina e anche nel proprio Paese. In America Latina, solo in Uruguay, Cuba, Guyana, Porto Rico e Città del Messico, l'aborto è legalizzato.
È proprio in America Latina dove ci sono più Paesi in cui è proibito l'aborto, per qualsiasi motivo, come El Salvador, Haiti, Honduras, Nicaragua, Repubblica Dominicana e Suriname. In Paesi come El Salvador e Nicaragua, dove i governi cosiddetti "progressisti" hanno assunto il potere e hanno fatto arretrare la legislazione in materia di aborto, sono anche lì necessarie delle mobilitazioni.
 
Tutto l’appoggio della Lega Internazionale dei Lavoratori
La Lega Internazionale dei Lavoratori non ha alcun dubbio sul fatto che la lotta delle donne contro l'oppressione deve poter contare sulle nostre azioni di partecipazione e di solidarietà. Pertanto è presente, attraverso il Pstu (Argentina) nella lotta delle donne argentine, e in diversi Paesi attraverso la militanza delle sue sezioni, è stata presente in azioni di solidarietà. Come in Brasile, dove le/i manifestanti hanno dimostrato l'unità nella lotta per la legalizzazione dell'aborto cantando "Da nord a sud, l'America si è unita, legalizzazione dell'aborto in Argentina e in Brasile".
Proprio come sosteniamo la lotta contro l'oppressione delle donne, noi, della Lega Internazionale dei Lavoratori, difendiamo anche una politica per il movimento delle donne ed è per questo che chiediamo di espandere la lotta per la legalizzazione dell'aborto a tutte le donne lavoratrici e a tutti i lavoratori.
La lotta per la legalizzazione dell'aborto deve essere estesa per tutte le donne e gli uomini della classe operaia. Dobbiamo portare questa discussione nella classe lavoratrice e tra i poveri. Anche se è in questi strati sociali che la Chiesa e i settori reazionari, con la loro morale ipocrita, cercano il massimo sostegno per la loro "difesa della vita", che in realtà significa la difesa della morte delle donne lavoratrici e povere e il mantenimento di cliniche clandestine, solo loro possono condurre quella lotta e garantire la loro vittoria. Ecco perché dobbiamo coinvolgerli in questa discussione, portare questa discussione nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro e di vita, attraverso incontri, dibattiti, conferenze, volantini, ecc.
È anche necessario esigere dalle centrali sindacali, dai sindacati e da tutte le organizzazioni della classe lavoratrice, che abbraccino questa lotta, che assumano le rivendicazioni delle donne come parte delle rivendicazioni di tutta la classe e che convochino gli uomini a fare parte della discussione e delle mobilitazioni per la legalizzazione dell'aborto.
 
Internazionalizzare la lotta
Lo sfruttamento e l'oppressione che noi donne subiamo, si presentano con le loro sfaccettature disumane ed empie in tutti i Paesi, facendo sì che le donne povere, e tra loro soprattutto le donne nere, siano maltrattate, rapite, stuprate, assassinate, ricevano stipendi più bassi, subiscano la doppia e la tripla giornata di lavoro, e non abbiano il diritto di decidere sul proprio corpo.
La mobilitazione unificata e la solidarietà a livello mondiale che sono state messe in atto dalle donne l'8 marzo negli ultimi due anni e ora, nella lotta per la legalizzazione dell'aborto in Argentina, devono continuare e svilupparsi. Questo è il percorso che le donne devono continuare e che deve essere seguito dall'intera classe lavoratrice nella lotta contro lo sfruttamento e l'oppressione.
 
Lottare per una società socialista
La lotta per la legalizzazione dell'aborto è una lotta molto importante nella lotta contro l'oppressione delle donne, principalmente per le donne lavoratrici che la subiscono in un modo molto più profondo. Ma la nostra lotta non può fermarsi o limitarsi a questa rivendicazione, perché come abbiamo affermato all'inizio di questo articolo, la crisi capitalista aggrava sempre più l'oppressione delle donne, portando più femminicidi, più disoccupazione, più disuguaglianza salariale, ecc. La fine dell'oppressione delle donne può essere conquistata solo con la fine di questo sistema che ha lo sfruttamento nelle sue viscere e usa l'oppressione per renderlo più profondo.
Solo un sistema economico e sociale che metta fine allo sfruttamento può aprire la strada perché tutti i settori oppressi, comprese le donne, possano conquistare la loro vera emancipazione. E quella società non può che essere una società socialista.
 
Note
(1) https://www.facebook.com/rod.panclasta/videos/10156025568016973/?t=0
(2) https://twitter.com/milanesariana/status/1027254733956894726
 
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