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La difesa dell'ambiente non è un problema di coscienza: è un problema di classe! PDF Stampa E-mail
venerd 15 marzo 2019
La difesa dell'ambiente
non è un problema di coscienza:
è un problema di classe!
 
 
 
 
la_difesa_dellambiente

 
Sempre più primati nelle temperature massime, sempre meno in quelle minime. Scioglimento dei ghiacciai, mari e oceani ridotti a discarica del mondo. Riduzione progressiva del volume di ozono, che lascia spazio alle radiazioni ultraviolette con nefasti danni sulla pelle e sul DNA di miliardi di persone. Sesta estinzione di massa, la più rapida mai vissuta dal nostro pianeta, con il 40% delle specie di mammiferi che hanno perso più dell'80% della loro popolazione. Acqua e aria contaminate, ormai vettori di agenti chimici con conseguenze nefaste sulla salute umana e  animale. E’ di questo che si sta parlando: di una corsa contro il tempo per salvare la sopravvivenza della specie umana e di molte altre su questo pianeta. Per salvare la Terra da ciò che l'uomo ha compiuto.
 
Tuttavia, non bisogna fare l'errore di considerare questa tragedia come una responsabilità dell'umanità intera di cui ognuno è attore in egual misura. Nel sistema capitalistico la responsabilità è anzitutto dei colossi industriali che antepongono il profitto al rispetto dell’ambiente. Un caso paradigmatico è quello dell'industria automobilistica: essa inquina indirettamente tramite l'utilizzo privato del suo prodotto (che da molti studi è additato come maggior responsabile complessivo dell'inquinamento atmosferico) e direttamente mediante i prodotti tossici della catena di produzione, tant'è che anche i veicoli elettrici presentano cospicui costi ambientali nella fase di realizzazione. Ma questa regola vale per ogni settore di produzione.
Negli ultimi tempi, è abitudine di numerose aziende farsi pubblicità tramite ipocrite iniziative “ecologiche”. Emblematico dell'ipocrisia delle multinazionali è il caso di McDonald's: mentre contribuisce a distruggere pezzetto per pezzetto la foresta amazzonica, si lancia in imbarazzanti campagne ambientaliste come il ritiro delle cannucce di plastica… L'ipocrisia vergognosa del capitalismo non merita commenti ulteriori: il profitto è l'unica logica che lo anima e tutto è finalizzato ad esso.
 
La realtà è che sono le radici di questa società che indirizzano inevitabilmente al disastro, a partire dalla corsa sfrenata al profitto. Un profitto che è in mano a quell'1% che concentra nelle sue mani la stragrande maggioranza delle ricchezze del pianeta e che è il responsabile primo della maggior parte dell'inquinamento. Non sono alcuni piccoli, apprezzabili e doverosi gesti quotidiani, purtroppo, a far la differenza. La strada da percorrere per salvare il pianeta non sta né nel cambiamento delle nostre abitudini né, soprattutto, nella vana speranza di convincere i padroni a diventare green.
E' oggi più che mai necessario e urgente ribaltare questa società e porre la produzione sotto il controllo delle masse popolari: solo così potremo provare a far tornare indietro l'orologio biologico del pianeta e porre le basi per una vita in armonia con l'ambiente e libera dallo sfruttamento. Una vita che oggi è tecnicamente possibile ma è ostacolata da un unico fatto: è sconveniente per quell'infima minoranza che trae dal capitalismo – e dal suo inquinamento - immensi profitti. 
 
Salviamo il pianeta: rovesciamo il capitalismo che ci condanna alla barbarie ambientale!
 
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