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Cuba e Venezuela: un dibattito nella sinistra PDF Stampa E-mail
domenica 26 ottobre 2014
Cuba e Venezuela: un dibattito nella sinistra
Castrochavismo: auge e decadenza (*)
 

 
di Eduardo Almeida
castrochavismo
 
 
I governi cubano e venezuelano contano sull’appoggio della maggior parte delle organizzazioni della sinistra mondiale. Quest’appoggio, tuttavia, ha vissuto il suo punto più alto nel decennio trascorso e oggi è in decadenza, accompagnando la situazione di crisi di questi governi.
Il peso internazionale di quest’appoggio – che definiamo “castrochavismo” – è molto importante. Ma, a causa della grande eterogeneità dei partiti e governi che appoggiano i governi cubano e venezuelano, non possiamo classificare il castrochavismo come un’organizzazione internazionale (com’è stato, al suo tempo, l’apparato stalinista internazionale) e neppure come una corrente. Si tratta di partiti, organizzazioni, movimenti, governi di diverse origini e caratteristiche, molto differenti fra loro. Una parte assume il modello nazionalista borghese del chavismo, il bonapartismo del castrismo e del chavismo, la collaborazione di classe di entrambi. Un’altra parte si limita ad appoggiare questi governi.
I governi cubano e venezuelano non sono operai (neppure piccolo borghesi riformisti). Hanno origini diverse, ma oggi sono governi borghesi che dirigono Stati capitalisti.
Il castrismo viene da una corrente piccolo borghese che ha svolto un compito rivoluzionario prendendo il potere ed espropriando la borghesia. In un secondo momento, ha condotto la restaurazione del capitalismo a Cuba convertendosi in borghese. La dittatura castrista ha il suo fondamento in uno Stato borghese post restaurazione.
Il chavismo era una corrente piccolo borghese arrivata al governo del Venezuela e ha prodotto una nuova borghesia. Maduro dirige un governo bonapartista nello Stato borghese venezuelano. È un’altra versione del nazionalismo borghese, come il peronismo argentino, l’aprismo peruviano, il nasserismo egiziano.
Cuba non è “l’ultimo bastione del socialismo” del XX secolo. In Venezuela non è mai stato espropriato il capitalismo. Il “socialismo del XXI secolo” è solo propaganda senza alcun punto di contatto con la realtà. Lo stalinismo ha già creato molti danni al movimento rivoluzionario identificando le dittature staliniste col socialismo.
Si tratta di direzioni borghesi che si appoggiano sul movimento operaio, popolare e studentesco. Ma l’appoggio a questi governi, che ha vissuto una fase d’auge agli inizi del XXI secolo, oggi è in un chiaro declino.
 
Cuba: dalla rivoluzione alla restaurazione capitalista
La rivoluzione cubana segnò profondamente la storia latinoamericana. Una piccola isola, a poche centinaia di chilometri dalla costa nordamericana, espropriò le imprese multinazionali e pose fine all’economia capitalista. Ciò non era mai avvenuto fino allora, né si è ripetuto fino ad oggi (1).
L’esempio cubano rese possibile concretare ciò che significa un’alternativa all’economia capitalista. Superò il livello di dibattito precedente con i difensori del capitalismo sul terreno delle idee, del programma, trasformandosi in un’esperienza che poteva essere comparata. Ciò che già esisteva a livello mondiale con l’Urss si materializzò attraverso Cuba nell’America Latina.
Cuba era uno dei Paesi più poveri e miserabili del continente. Una parte del turismo verso l’isola era costituita da ricchi nordamericani che andavano nei suoi bordelli. Ciò terminò con la rivoluzione e l’espropriazione del capitalismo.
Fu un esempio sconvolgente. Nell’isola si pose fine a problemi sociali che nemmeno nei Paesi imperialisti avevano trovato soluzione. Terminarono la disoccupazione, la mancanza di case. Tutti potevano mangiare e avere accesso all’istruzione e alla sanità. I cubani ottennero istruzione gratuita e di qualità, compresa l’università, e assistenza sanitaria qualificata, a tutti i livelli. Il cambio qualitativo nella vita della popolazione ebbe riflessi sugli sport: una piccola isola cominciò a competere con gli Usa nel primato di medaglie nei giochi panamericani.
Ciò ebbe un’enorme importanza nella coscienza delle masse latinoamericane e nelle loro avanguardie. Quel che la rivoluzione russa aveva dimostrato a livello mondiale ora si realizzava in America Latina. Il socialismo non era un sogno, bensì un programma reale in grado di cambiare il mondo e la vita delle persone. Generazioni e generazioni d’attivisti in America Latina ricevettero le prime lezioni di socialismo con l’esempio cubano.
Il Movimento 26 Luglio, che prese il potere, era un movimento guerrigliero con una direzione piccolo borghese, ma svolse un ruolo rivoluzionario, non solo per avere sconfitto la dittatura di Fulgencio Batista, quanto per aver costruito uno Stato operaio.
Il progetto della direzione castrista non era di arrivare tanto oltre. Ma, dopo aver rovesciato Batista, intese provvedere al recupero dell’economia che era in crisi completa, dovendo per questo scontrarsi con la borghesia cubana e, in particolare, con le imprese nordamericane presenti sull’isola. Dopo l’accordo per l’importazione del petrolio dall’Urss a prezzi molto bassi, le raffinerie statunitensi si rifiutarono di raffinarlo. Fidel reagì espropriandole, iniziando così uno scontro con l’imperialismo che portò alla rottura col capitalismo e alla costruzione di un nuovo Stato.
Ma si trattava pur sempre di una direzione piccolo borghese appoggiata essenzialmente sul movimento studentesco, sulle classi medie urbane e sui contadini poveri. Questo movimento sin dall’inizio ha avuto una differenza fondamentale con la rivoluzione russa: l’esercizio del potere a Cuba non si è mai fondato sulla democrazia operaia dei soviet, come nel 1917, bensì sotto il controllo dittatoriale dei dirigenti guerriglieri. Quello che sorse, dunque, fu uno Stato operaio burocratizzato.
Al principio, Castro ebbe persino una postura più a sinistra della stessa burocrazia sovietica. Mentre la direzione dell’Urss applicava la politica della “coesistenza pacifica” con l’imperialismo, la direzione cubana stimolava la guerriglia latinoamericana. Che Guevara morì in Bolivia nel 1967 proprio portando avanti questa politica. Quantunque fosse completamente sbagliata, la strategia della guerriglia dimostrava una politica diversa da quella russa. Però, successivamente, la direzione cubana abbracciò la stessa politica dell’Urss, fondamentale per evitare che la rivoluzione sandinista in Nicaragua, nel 1979, evolvesse verso l’espropriazione del capitalismo.
La restaurazione del capitalismo in Urss fu accompagnata dallo stesso sviluppo a Cuba. A partire dall’anno 1977, iniziarono cambiamenti nel senso dell’apertura verso il capitalismo sull’isola. Da principio, nel settore dell’agricoltura, per le cooperative e il libero mercato contadino, così come in quello del lavoro autonomo nelle città. Negli anni ‘90, furono mossi passi qualitativi in direzione della restaurazione con la Legge sugli Investimenti esteri del 1995, la privatizzazione dei settori fondamentali dell’economia cubana (turismo, produzione di canna da zucchero e tabacco) e la fine della pianificazione economica statale e del monopolio del commercio estero.
L’embargo economico verso Cuba imposto dal governo statunitense nel 1962 è una delle principali “prove” che i castrochavisti adducono per sostenere che Cuba resta un “bastione del socialismo”. Tuttavia, l’embargo non è sostenuto dall’insieme dell’imperialismo, ma solo dai nordamericani. La borghesia europea ha approfittato di questa situazione per giocare d’anticipo nell’occupazione economica dell’isola con la restaurazione. Non a caso buona parte della struttura alberghiera turistica vede come principale agente le reti spagnole come Meliá. Inoltre, la borghesia Usa è divisa, con un settore crescente contrario all’embargo per la perdita di “opportunità”. In realtà, pesa ancora, per il mantenimento dell’embargo, la posizione della borghesia cubana “gusana”, con sede principalmente a Miami. Questa borghesia vuole la restaurazione, ma con la restituzione delle “sue” proprietà e, per questo, mantiene una postura bellicosa contro la dittatura castrista. Nondimeno, gli Usa sono fra il quarto e il quinto dei maggiori esportatori verso Cuba.
Il piano della burocrazia castrista è trasformare Cuba in una Cina più prossima alla costa degli Stati Uniti. Tuttavia, finora perlomeno, l’imperialismo si è appropriato solo delle antiche imprese statali cubane, senza grandi investimenti sull’isola. Il risultato è una chiara decadenza del Paese. La produzione industriale è stata nel 2011 del 55% più bassa di quella del 1989. La produzione di zucchero è crollata da 8 a 1,3 milioni di tonnellate. Il salario reale è stato ridotto del 72% in vent’anni (2).
Ora, con la restaurazione ormai completata, Raúl Castro sta implementando un nuovo passo qualitativo, con un’altra Legge sugli Investimenti esteri, un piano di licenziamenti di un milione d’impiegati pubblici e l’apertura di un’enorme zona franca (simile a quelle cinesi) nel porto di Mariel. Secondo questa nuova legge, gli investitori non pagheranno imposte sui profitti per i primi otto anni e, dopo, pagheranno solo la metà dell’attuale aliquota. Il porto di Mariel è modernissimo, in grado di ricevere navi di grande stazza (post Panamax, cioè più grandi di quelle che possono navigare il canale di Panama, oggi limite massimo per le imbarcazioni). È costato un miliardo di dollari ed è una scommessa perché Cuba sia parte del commercio dall’Asia verso il mercato statunitense.
Si tratta di nuovi passi d’apertura del Paese, in cui è già stato restaurato il capitalismo, verso nuovi investimenti stranieri. Può darsi che queste nuove iniziative siano articolate nella prospettiva della fine dell’embargo e d’investimenti della borghesia nordamericana.
La favola, divulgata ampiamente dai castrochavisti, è che Cuba sia “l’ultimo bastione del socialismo”. Negano la restaurazione del capitalismo, facendo leva sulle figure di Fidel e Raúl Castro, la stessa direzione che aveva diretto la rivoluzione (3).
La realtà cubana smentisce il castrochavismo. L’economia dell’isola non è più diretta dalla pianificazione statale, ma dalle leggi del mercato capitalista. Non esiste uno Stato operaio che non sia fondato sulla proprietà statale dei mezzi di produzione, sulla pianificazione economica e sul monopolio del commercio estero.
Cuba oggi non è più, nella coscienza delle masse latinoamericane, la dimostrazione che uno Stato operaio può essere un’alternativa al capitalismo. Al contrario, nell’isola c’è una tragedia sociale a causa della restaurazione del capitalismo, che ha determinato una profondissima caduta del livello di vita dei cubani. I lavoratori guadagnano salari di 18 dollari il mese, la disoccupazione minaccia di raggiungere alti tassi a causa del piano governativo di licenziamenti massicci di dipendenti pubblici, la crisi arriva all’istruzione e alla sanità cubana.
L’oppressione delle donne non era stata risolta dalla dittatura castrista nemmeno quando esisteva lo Stato operaio. Tuttavia, con la restaurazione capitalista, il peggioramento è qualitativo. Decine di prostitute girano tutti gli hotel turistici di Cuba, riprendendo la triste realtà dei tempi di Batista (4).
Di fronte alla richiesta di chiarimenti sulla prostituzione nell’isola del Comitato dell’Onu per l’eliminazione della violenza contro le donne, il governo cubano ha risposto con un cinismo impressionante: questo “costituisce una scelta personale delle donne e degli uomini che cercano nella pratica della prostituzione una via per accedere a determinati beni di consumo che favoriscano un tenore di vita superiore al resto della popolazione lavoratrice”. Fidel Castro è andato anche oltre in un discorso, facendo quasi propaganda per la prostituzione: “Le nostre prostitute sono le più sane e istruite del mondo” (citazione d’Alejandro Armengol).
Nel frattempo, il turismo sessuale è ritornato con forza, e anche la prostituzione infantile. Il cantante rock Gary Glitter è stato arrestato per pedofilia in Inghilterra, dopo alcuni viaggi consecutivi a Cuba. Un canadese di 78 anni, James McTurk, è stato condannato da un tribunale del suo Paese per turismo sessuale con bambine cubane di meno di tre anni d’età.
L’oppressione degli omosessuali non è mai terminata, nemmeno quando esisteva lo Stato operaio burocratizzato. Il documentario Conducta impropia ha avuto un grande impatto, mostrando la repressione d’omosessuali anonimi, così come di scrittori conosciuti come Reinaldo Arenas.
A chiunque volesse verificare il ripudio della maggioranza della popolazione per la dittatura cubana basterebbe un viaggio nell’isola e parlare con le persone nelle strade, al di fuori del circuito “ufficiale”. C’è un rifiuto passivo dell’ampia maggioranza della popolazione, in particolare dei più giovani. Parlano continuamente male del governo, fanno battute nel modo espansivo dei cubani. La dittatura ha ancora l’appoggio del settore più vecchio della popolazione, che ha vissuto gli anni della dittatura di Batista. Tuttavia l’ampia maggioranza si oppone alla dittatura castrista.
La partecipazione alle manifestazioni convocate dal governo è obbligatoria e controllata dalla polizia politica, così com’era nelle dittature dell’est europeo. Poco prima del collasso della dittatura stalinista in Romania ci fu una gigantesca manifestazione ufficiale. I Comitati di difesa della rivoluzione cubana sono come commissariati politici in ogni quartiere, per controllare qualsiasi persona che manifesti una posizione politica contraria al governo, con la possibilità, in tal caso, di essere punita con la perdita del lavoro o con la prigione.
La direzione cubana ha guidato la restaurazione del capitalismo ed è passata a dirigere uno Stato borghese. Nonostante il segreto col quale la dittatura castrista circonda questi fatti, circolano informazioni secondo cui gli alti ufficiali delle forze armate cubane sono soci delle imprese multinazionali che operano a Cuba.
Il segreto circonda anche la vita privata degli alti dirigenti cubani. Ma è stato appena pubblicato un libro, di Juan Reinaldo Sánchez, che è stato guardia del corpo di Fidel per 17 anni. L’ex fedele servitore di Fidel afferma che lui è proprietario dell’isola Cayo Piedra, situata nel sud-est di Cuba, un “paradiso per milionari”, nella quale si reca sempre con lo yacht di sua proprietà, “Aquarama II”. Su quell’isola Fidel invita solo alcune persone scelte, come il proprietario della Cnn, Ted Turner, l’imprenditore francese Gerard Bourgoin, l’ex presidente colombiano Alfonso López Michelsen.
La situazione odierna a Cuba è similare alla realtà cinese: una dittatura del Partito comunista che dirige uno Stato borghese in un’economia capitalista.
Il programma rivoluzionario necessario per l’isola non è più quello di una rivoluzione politica, come all’epoca dello Stato operaio burocratizzato, ma quello di una rivoluzione sociale contro uno Stato borghese e una dittatura capitalista.
Quando la maggior parte della sinistra mondiale difende il castrismo sta appoggiando una dittatura borghese che sfrutta e opprime il suo popolo. È inevitabile che, in qualche momento, accadrà a Cuba quello che è successo nell’est europeo. E questa sinistra dovrà, allora, appoggiare la repressione del cubano o ritrattare quello che ha sostenuto fino ad ora.
 
Chavismo: dal nazionalismo piccolo-borghese al nazionalismo borghese
La nascita del chavismo e il suo peso politico hanno origine nella crisi vissuta dal Venezuela con il Caracazo, l’insurrezione che scosse il Paese nel 1989. Il presidente Carlos Andrés Pérez impose un pacchetto economico violento, con la svalutazione della moneta (con un aumento del 100% rispetto al dollaro) e l’aumento dell’80% del combustibile. La popolazione povera delle colline che circondano Caracas scese in città, si scontrò violentemente con la polizia e saccheggiò i negozi. La durissima repressione uccise più di mille persone, contenendo così la situazione. Tuttavia le forze armate si divisero e il regime entrò in crisi.
L’allora colonnello Chávez tentò un golpe militare nel 1992, esprimendo l’insoddisfazione regnante tra le forze armate. Nonostante fosse stato catturato e condannato, guadagnò un enorme prestigio tra i settori più poveri. Nel 1998 vinse le elezioni presidenziali, iniziando il lungo periodo del chavismo al potere che continua tuttora.
Chávez ha avuto una retorica contro l’imperialismo nordamericano che gli ha dato grande prestigio in tutta l’America latina. I discorsi di Chávez contro il governo Bush erano chiaramente differenti da quelli di Lula e d’altri governi del continente. Tuttavia, né Chávez, né Lula, ruppero, in nessun momento, con l’imperialismo.
Anche a livello dei discorsi, tutto è cambiato quando Obama ha assunto la presidenza degli Stati Uniti. Chávez sulle elezioni nordamericane dichiarò: “Se io fossi statunitense voterei per Obama. E credo che, se Obama provenisse da Barlovento o da un quartiere di Caracas, voterebbe per Chávez”.
Il governo venezuelano continuò a pagare religiosamente il debito estero e mantenne la fornitura di petrolio agli Stati Uniti, anche quando l’imperialismo invadeva l’Irak.
Anche le sue misure più famose, come la “nazionalizzazione del petrolio”, non hanno avuto altro significato se non il mantenimento della collaborazione con le multinazionali nello sfruttamento e nella raffinazione del petrolio, aumentando di poco la percentuale ricevuta dallo Stato. Nel principale settore dell’economia venezuelana – il petrolio – le multinazionali possono essere proprietarie di una percentuale massima del 49% delle imprese e delle riserve. Nel settore del gas possono essere proprietarie del 100%. Così, non stiamo parlando di piccole imprese, ma del “socialismo” con l’Exxon Mobil, la Chevron Texaco e la Repsol. Gli enormi edifici in cui hanno sede queste imprese sono presenti nelle città petrolifere del Paese (5).
All’inizio, l’imperialismo ripudiò duramente Chávez e favorì un golpe nell’aprile del 2002. Le masse reagirono violentemente, iniziando una nuova insurrezione che fu contenuta solo con il ritorno di Chávez tre giorni dopo.
Nel dicembre successivo, l’imperialismo ci riprovò promovendo una serrata padronale e fu di nuovo sconfitto dalle masse. In seguito, il governo degli Stati Uniti e la destra venezuelana, apprendendo dalle proprie sconfitte, hanno cominciato a puntare sul logoramento del governo e sulla via elettorale per sconfiggere il chavismo.
Il “socialismo del XXI secolo” di Chávez è solo una farsa, un’ideologia per guadagnare l’avanguardia e le masse al suo progetto borghese. Il capitalismo è rimasto intoccabile in tutto il periodo chavista, con caratteristiche simili a quelle del resto del continente, come il predominio delle multinazionali (nello specifico, quelle del petrolio) e delle banche private. Lo Stato borghese venezuelano si è conservato intatto, con le sue forze armate controllate dal chavismo. Non c’è stato mai nulla di somigliante ad organismi di potere delle masse.
Questo fenomeno fu già definito da Trotsky come bonapartismo sui generis, un tipo di governo borghese che si appoggia sul movimento di massa e ha parziali attriti con l’imperialismo.
La definizione di bonapartismo si riferisce al carattere antidemocratico e autoritario del chavismo: ciò che i chavisti tentano di nascondere senza riuscirci. I sindacati sono controllati da una burocrazia chavista e gli attivisti perseguitati. Chávez ha represso gli scioperi che sfuggivano al controllo dalla burocrazia chavista – e Maduro oggi fa lo stesso – come in occasione dell’occupazione della Mitsubishi nel 2009 (due morti) e della Sidor nel 2014 (tre feriti). Lo Psuv (Partito Socialista Unico del Venezuela, fondato da Chávez) è un partito borghese che usa l’apparato statale (come il Pri messicano o il Partido Colorado in Paraguay) per cooptare e controllare il movimento in un partito unico (6).
Attriti parziali con l’imperialismo esistono perché il chavismo è un’espressione del nazionalismo borghese latinoamericano, come il peronismo o l’aprismo. Ma con le limitazioni che il nazionalismo borghese ha in tempi di globalizzazione dell’economia nel XXI secolo. Non ha spazio per misure antimperialiste di maggior peso, come la nazionalizzazione del petrolio fatta da Cárdenas in Messico nel 1938, o le nazionalizzazioni fatte dal peronismo, sia del petrolio sia dell’energia elettrica e delle ferrovie. Né per concessioni importanti al movimento di massa, come quelle del peronismo.
Le multinazionali sono fortemente presenti in Venezuela come in tutta l’America Latina. E, come nel resto del continente, sono coinvolte in grandi negoziati col governo. Uno degli ultimi scandali in Venezuela è stata la rivelazione, fatta niente meno che dal presidente della Banca Centrale (Edmée Betancourt, in carica per soli tre mesi), che nel 2012 lo Stato ha concesso tra 15 e 20 miliardi di dollari ad un gruppo di “imprese fantasma” che sovrafatturavano importazioni (6 bis). Tra esse c’erano la General Motors, la Toyota, la Ford, la Cargill, la Chrysler, l’American Airlines, la Nestlé Venezuela e la Procter & Gamble. Tra il 2004 e il 2012 le “imprese fantasma” hanno ricevuto 180 miliardi di dollari dallo Stato in una truffa gigantesca (7).
Esiste in Venezuela una forte disputa interborghese tra il chavismo e la borghesia tradizionale (definita “squallida”), sin dall’ascesa del chavismo. Ciò spiega il golpe del 2002, la serrata, le attuali manifestazioni, come le violente contese elettorali. Ma la sinistra chavista considera questa disputa interborghese come se fosse un contrasto tra un presunto settore rivoluzionario e la borghesia nel suo insieme o, perfino, come se si trattasse di Cuba e degli Stati Uniti negli anni ’60.
I lavoratori venezuelani vivono nelle stesse pessime condizioni di salario ed impiego dei loro fratelli latinoamericani. Il salario minimo “vale” circa cento dollari (per la quotazione reale nel mercato parallelo); minore di quello della maggioranza del continente. Nel Paese, che è il maggiore esportatore di petrolio del continente, il 40% circa della popolazione vive in povertà. Esistono 1,2 milioni di disoccupati e la metà degli impiegati è precaria. Le cooperative, promosse dal governo, contribuiscono enormemente alla flessibilità dei diritti lavorativi, senza stabilità per i loro lavoratori e senza il riconoscimento di diritti minimi, come i diritti sindacali, lo sciopero, la previdenza, ecc.
In Venezuela, l’oppressione delle donne, dei neri e degli omosessuali è la stessa che nel resto dell’America Latina. In alcuni ambiti è persino maggiore che in altri Paesi latinoamericani. Per esempio, non esiste diritto all’aborto come a Città del Messico e in Uruguay (nelle prime 12 settimane).
La facciata “sociale” del chavismo è la stessa usata da altri governi latinoamericani di “sinistra” e di destra: programmi sociali compensativi, assistenziali. Le “Misiones” (Missioni) venezuelane hanno lo stesso carattere della “Bolsa Família” del Brasile, del “Juanito Pinto” e della “Renta Dignidad” della Bolivia, del “Hambre Cero” del Nicaragua, delle “Familias en Acción” della Colombia, delle “Oportunidades” del Messico, del “Juntos” in Perù.
Questa politica risponde alle raccomandazioni della Banca Mondiale e del Fmi di applicare questi programmi insieme ai piani neoliberali. Procedono di pari passo con i tagli ai bilanci della sanità, dell’istruzione e delle pensioni, per garantire il pagamento dei debiti ai banchieri. Secondo queste istituzioni dell’imperialismo, sono “programmi efficienti” ad un “costo basso”, che aiutano ad applicare i piani neoliberali e a mantenere la stabilità politica.
In Venezuela le “Misiones” hanno un peso enorme, raggiungendo oltre il 40% della popolazione. Questa è la differenza, quantitativa, in relazione ad altri Paesi. Finanziate con la rendita del petrolio, le “Misiones” possono abbracciare un maggior numero di persone, assicurando appoggio elettorale e politico al chavismo.
L’enorme potenziale economico dell’esportazione del petrolio non è stato usato per cambiare l’economia del Paese ampliando l’industrializzazione. Il peso delle esportazioni di petrolio è passato dal 70% nel 1998 al 96% nel 2012. Nel frattempo, il settore industriale è caduto dal 17,3% del Pil nel 1998 al 14% nel 2012.
Il chavismo ha dato continuità al modello della rendita parassitaria della borghesia venezuelana. Non è avanzato neanche sul terreno del nazionalismo borghese di un tempo, come fecero Perón, Vargas e Cárdenas, che svilupparono settori industriali sostituendo importazioni in settori chiave come la siderurgia, l’industria automobilistica, l’alimentare, ecc. Avrebbe potuto avanzare, in questo senso, coi profitti del petrolio, ma si è mantenuto esattamente nella stessa posizione parassitaria tradizionale della borghesia venezuelana.
Chávez non ha rotto col capitalismo e perciò non ha cambiato la vita dei lavoratori. Così, il Venezuela non può presentare al mondo un cambiamento sociale simile a quello vissuto da Cuba dopo l’espropriazione del capitalismo.
Piuttosto che avanzare nella direzione del socialismo, come affermano i suoi difensori, il chavismo ha dato impulso, dallo Stato, alla costruzione di una nuova borghesia, nota come la “boliborghesia” (borghesia bolivariana), che ha un enorme peso nel governo e nel Psuv. Il suo più importante rappresentante è Diosdado Cabello, ex ufficiale delle forze armate e attuale presidente dell’Assemblea Legislativa, che è arrivato a disputare con Maduro la successione a Chávez.
Il gruppo economico di Diosdado possiede tre banche, varie industrie e imprese di servizi. È ormai uno dei principali gruppi economici del paese. Altri due gruppi economici della boliborghesia girano attorno a Jesse Chacón e Blanco La Cruz, anch’essi ufficiali congedati dell’esercito.
L’Alba – Alleanza Bolivariana per le Americhe – promossa dal Venezuela si è rivelata solo un’altra associazione di libero commercio, controllata dalle multinazionali installate in questi Paesi.
Il governo venezuelano utilizza gli affari col petrolio nei Paesi dell’America Latina come parte dei suoi obiettivi politici. Vende a prezzi più bassi per i governi alleati e utilizza la sua commercializzazione in altri Paesi come ponte per negoziazioni politiche con movimenti e partiti.
Non avanzando su un terreno anticapitalista, il chavismo ha esposto il Venezuela agli effetti della crisi economica mondiale e alle manovre della borghesia locale. Il Venezuela vive oggi una delle maggiori crisi economiche del continente, con una probabile recessione quest’anno (- 0,5%), iperinflazione (più del 50%), e scarsità d’alimenti di prima necessità (più del 30% dei prodotti). Se il Paese fosse realmente socialista non potrebbe giustificarsi questa crisi per la situazione economica mondiale. Basta fare una comparazione con i progressi dell’Unione Sovietica, che cresceva a tassi superiori al 10% nel pieno della depressione mondiale del 1929. Siccome – al contrario di quanto racconta la propaganda chavista – non si è avanzato per nulla sul terreno della rottura col capitalismo, il Paese vive oggi una crisi gigantesca.
La morte di Chávez ha fatto emergere in tutta la sua dimensione la crisi del chavismo, con innumerabili dispute interne che si ampliano nella misura in cui va perdendo l’appoggio popolare. Il governo Maduro è sempre più fragile e ripudiato.
La borghesia ha fatto leva su questo malcontento per promuovere, all’inizio del 2014, grandi mobilitazioni nelle piazze appoggiandosi sulle classi medie e sugli studenti. Per le loro dimensioni, e per essere associate al malcontento generale nei confronti del governo, queste mobilitazioni mostrano la minaccia concreta della destra al chavismo. L’accordo raggiunto tra il governo Maduro e l’opposizione di destra per frenare le mobilitazioni ha significato nuovi attacchi ai lavoratori e crescita del malcontento popolare (8).
In generale, la politica dell’imperialismo e dell’opposizione di destra consiste nel logorare il governo e puntare sulla sua sconfitta elettorale alle elezioni politiche del 2015 e, dopo, alle presidenziali. La delusione per l’inflazione, la povertà, la corruzione del chavismo cresce sempre di più e può essere capitalizzata dall’opposizione di destra.
La strategia principale di questa destra punta ad un’evoluzione del Venezuela simile a quella del Nicaragua (che comportò anche una sconfitta elettorale del sandinismo per mano della destra).
Il governo continua ad avere il controllo delle forze armate e il sostegno di un settore importante della popolazione, il che rende impraticabile un golpe militare. Non si può escludere, tuttavia, una svolta nel corso del processo, nel caso in cui il governo Maduro si debiliti ancora di più e la destra ottenga il sostegno delle forze armate.
Il movimento operaio si è reso protagonista d’innumerevoli scioperi durante tutti questi anni di governi chavisti. La risposta è stata, in genere, dura, con repressioni dirette e assassini di dirigenti degli scioperi. Comincia ora a svilupparsi un enorme malcontento nei settori popolari e un inizio di rottura col chavismo. Recentemente si sono svolte lotte di professori, di lavoratori della sanità, dell’industria dell’automobile e della Sidor. Sidor è un’impresa statale, la principale industria siderurgica del Paese, ed è in lotta dal 2012 in difesa del contratto collettivo di lavoro. Diosdado Cabello ha definito i lavoratori di Sidor dei “mafiosi”. Maduro li ha accusati di “fare il gioco della destra”. Lo scorso 11 agosto, una marcia degli operai di Sidor è stata violentemente repressa dalla Guardia Nazionale Bolivariana, con tre feriti e molti arrestati.
È fondamentale che il movimento operaio venezuelano costruisca un’alternativa indipendente, sia al governo sia all’opposizione di destra.
 
La genesi dell’arretramento castrochavista
La caratterizzazione delle direzioni maggioritarie del movimento di massa ha molta importanza per comprendere la realtà e, di conseguenza, per il nostro programma. Per molti anni la polemica fondamentale nel movimento operaio è stata quella tra riformisti e rivoluzionari.
Ma si è avuto un processo sociale e politico che ha colpito le direzioni maggioritarie del movimento di massa negli ultimi trent’anni, parallelamente all’avvento della globalizzazione dell’economia e allo sviluppo dei piani neoliberisti. Vi è stato, in sostanza, un movimento reazionario di trasformazione delle burocrazie in nuove borghesie, che da riformiste si sono politicamente convertite in neoliberiste,
Al termine del boom del dopoguerra (fine anni ’60-inizio anni ’70), l’imperialismo trasformava i suoi piani neokeynesiani in neoliberisti. Per recuperare il tasso di profitto era necessario trasformare l’economia imponendo un duro colpo alle conquiste del proletariato nel dopoguerra (il cosiddetto welfare state), oltre a privatizzare le imprese statali e avanzare con decisione verso il controllo dell’intera economia da parte del capitale finanziario.
Il neoliberismo, che era una corrente intellettuale marginale fin dalla sua fondazione nel 1947, fu fatto proprio dai pensatori e dai governanti del capitalismo. Dapprima con un “test” durante la dittatura di Pinochet nel 1973 (prima di allora nessun piano neoliberista non era mai stato applicato). Dopodiché fu fatto proprio dai governi Reagan e Thatcher all’inizio degli anni ’80. Infine, fu generalizzato nei Paesi imperialisti e in tutto il mondo.
È necessario indagare il parallelismo tra la globalizzazione dell’economia e la restaurazione del capitalismo nell’Est europeo. Vi sono elementi che fanno intravedere una relazione tra i due processi, nonostante non si possa spiegare la restaurazione nell’Est sulla base di un processo puramente economico.
Ma è un fatto che le burocrazie governanti negli ex Stati operai non fossero nelle condizioni politiche di sferrare un attacco nei confronti dei lavoratori simile ai piani neoliberisti senza correre il rischio di provocare ribellioni. D’altra parte, non possedevano nemmeno le condizioni tecnologiche per promuovere l’integrazione dell’informatica, della telematica e della robotica nella produzione. Tutto questo rafforzò enormemente la pressione del mercato mondiale su queste burocrazie.
La risultante di questa relazione – nonché d’altri processi associati – fu che queste burocrazie preferirono associarsi direttamente al grande capitale nel processo di restaurazione del capitalismo. A partire da ciò, si appropriarono delle imprese statali e si trasformarono in nuove borghesie. Ciò si verificò in forma generalizzata in tutti i Paesi in cui avvenne la restaurazione. Un esempio tipico è quello d’Abramovich, che si impossessò delle imprese petrolifere russe diventando uno degli uomini più ricchi al mondo.
Nei Paesi semicoloniali si verificava un processo simile: la trasformazione dei partiti e dei movimenti riformisti piccolo-borghesi in borghesi nel momento in cui giungevano al governo. Fu così con il Fronte Sandinista in Nicaragua. Dopo aver distrutto le forze armate borghesi (la Guardia Nazionale di Somoza) nel 1979, il sandinismo si rifiutò di espropriare il capitalismo. Al contrario, i dirigenti sandinisti s’ impossessarono, in forma privata, di molte delle proprietà di Somoza. Molti di loro divennero multimilionari e fecero parte della borghesia (come Daniel Ortega, attuale presidente del Paese).
Lo stesso fenomeno si è prodotto in Mozambico e in Angola. Le forze armate che sostenevano il potere borghese e coloniale erano le truppe portoghesi. La Rivoluzione dei Garofani in Portogallo, nel 1975, favorì la vittoria dei movimenti di liberazione nazionale che erano già fortissimi in questi Paesi. Sia il Mpla (Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola) in Angola che il Frelimo (Fronte di Liberazione del Mozambico) in Mozambico conservarono il capitalismo e le loro direzioni si trasformarono in nuove borghesie.
La famiglia d’Eduardo dos Santos, attuale presidente dell’Angola, è azionista delle 21 maggiori imprese del Paese. Sua figlia, Isabel dos Santos, è socia di uno dei più potenti borghesi del Portogallo, Américo Amorim, nel Banco Bic dell’Angola. In Mozambico, la privatizzazione delle banche statali Bcm (Banca Commerciale del Mozambico) e Bpd (Banca Popolare di Sviluppo) nel 1996 97 ebbe quali grandi beneficiari vari dirigenti del Frelimo, che scomparvero con più di 400 milioni di dollari. Armando Guebuza, attuale presidente, è grande azionista di Intelec Holding, socia della multinazionale Vodacom. Suo figlio, Mussubuluko Guebuza, è anch’egli socio di Américo Amorim nella creazione del Banco Unico in Mozambico.
In Sudafrica, i dirigenti del Cna (Congresso Nazionale Africano) al governo hanno aperto la strada alla formazione di una nuova borghesia nera, socia di minoranza della borghesia bianca. Cyril Ramaphoosa, leader del Sindacato dei Minatori (Num) e del Cosatu (Congresso dei Sindacati Sudafricani) durante la lotta contro l’apartheid, è oggi socio proprietario e membro del direttorio dell’impresa multinazionale Lonmin. Fu durante la repressione del 2013 contro lo sciopero dei minatori di Marikana, che lavorano per quest’impresa, che la polizia, inviata dal governo del Cna, uccise 34 minatori.
Nel PT brasiliano, al governo da circa dodici anni, è in corso un processo d’imborghesimento della sua direzione. Il figlio di Lula, prestanome della famiglia, nel momento in cui il padre assunse il governo faceva l’impiegato in un parco zoologico di San Paolo, guadagnando circa 300 dollari il mese. Oggi è socio di una multinazionale della telefonia. Zé Dirceu, (che è stato per lungo tempo il predestinato a sostituire Lula alla presidenza in quanto numero due del Pt, fino alla condanna per fatti di corruzione: ndt) è avvocato e socio di multinazionali. Non affermiamo che il PT si è già completamente trasformato in un partito borghese, ma che si tratta di un processo in corso.
Esiste una totalità che unisce la globalizzazione e la restaurazione del capitalismo, la conversione delle burocrazie in nuove borghesie negli antichi Stati operai, nei Paesi imperialisti e in quelli dipendenti e semicoloniali.
La direzione castro-chavista è dunque un’espressione di questo movimento ultrareazionario di trasformazione delle burocrazie e dei movimenti piccolo-borghesi in nuove borghesie, sia a Cuba sia in Venezuela. L’origine di questi due governi, come abbiamo visto, è differente ma oggi sono accomunati dall’essere un riferimento politico per buona parte della sinistra mondiale. Un pessimo riferimento, come vedremo.
 
Quel che resta dell’apparato mondiale dello stalinismo
I partiti stalinisti di tutto il mondo appoggiano i governi cubano e venezuelano. Quando si parla di “cascami dello stalinismo” si è portati a pensare che questi partiti non abbiamo alcuna forza. Ma è un grave errore.
Certamente la situazione attuale non ha niente a che vedere con i tempi in cui alle loro spalle vi erano gli Stati operai burocratizzati che dirigevano un terzo dell’umanità. Ma in alcuni Paesi continuano ad avere un peso molto consistente.
Questi partiti fanno riunioni annuali cui partecipano organizzazioni provenienti da più di cinquanta Paesi. Riuniscono partiti di diversa natura, che per tradizione mantengono il nome di “partito comunista”.
Tra essi figurano partiti più grandi che, nonostante la crisi, hanno ancora un notevole peso nazionale (come il Pc portoghese), e altri, invece, che a causa della crisi dello stalinismo hanno ormai poco peso, come il Pc brasiliano.
Ma ne fanno parte anche partiti che hanno già cessato d’essere riformisti per trasformarsi in partiti borghesi nella gestione di Stati capitalisti, come il Pc cubano e quello cinese.
 
L’auge del castrochavismo e le sue conseguenze in America Latina
Il castrochavismo ha avuto la sua auge all’inizio del XXI secolo, proprio quando partiti di fronte popolare e nazionalisti borghesi occupavano la maggior parte dei governi dell’America Latina.
In tutta evidenza, l’impatto della rivoluzione cubana nel 1959 ha suscitato da allora un’ondata di simpatia in America Latina, che però si è andata affievolendo per le ripercussioni degli accadimenti nell’Est europeo.
Stiamo parlando di un fenomeno successivo. All’inizio del XXI secolo, un’ondata antimperialista e anti-neoliberista ha spazzato il continente latinoamericano. C’era una lotta crescente contro i piani neoliberisti, contro l’amministrazione Bush e il suo piano Alca.
La maggior parte dei governi che hanno applicato i piani neoliberisti è stata sconfitta, sia attraverso mobilitazioni dirette (come in Argentina, Bolivia ed Ecuador) che attraverso elezioni (Brasile, Cile, Uruguay, Paraguay e altri).
Mai prima nella storia sono contemporaneamente saliti al potere tanti governi di fronte popolare e nazionalisti borghesi in America Latina. Questo è stato il momento dell’auge del castrochavismo, sostenuto da Lula, Evo Morales, Chávez, Correa, Bachelet, Lugo e vari altri governi.
Nel quadro di questo processo di lotte, il piano imperialista Alca è stato sconfitto. Si sono in tal modo aperte le condizioni per un processo inedito in America Latina. Era possibile lottare per il non pagamento del debito estero, con un fronte di Paesi debitori. Era possibile avanzare verso una rottura con l’imperialismo di una parte importante del continente, che avrebbe aperto il cammino ad un importante processo rivoluzionario anticapitalista.
Tutte le volte che si discute una politica di rottura con il capitalismo con partiti e movimenti che difendono la collaborazione di classe con la borghesia è inevitabile che la risposta sia la stessa: “Il rapporto di forze non lo permette”. In quel momento, questa risposta era completamente assurda.
Più che in qualsiasi altro momento della storia, l’inizio del XXI secolo ha provocato un brusco cambiamento nella relazione di forze nel continente. Non c’è mai stato momento così favorevole per una rottura con l’imperialismo e il capitalismo. Neanche in epoca successiva alla vittoria della rivoluzione cubana c’è stato qualcosa di simile, con così tanti Paesi che vivevano la sconfitta dei governi neoliberisti di destra. La maggior parte dei governi veniva occupata da partiti e movimenti che si identificavano come di “sinistra”.
Il maggiore riferimento politico nel continente era il castrochavismo, in particolare il governo venezuelano. Grandi mobilitazioni di ripudio accoglievano Bush ogni volta che faceva un passo in qualsiasi Paese del continente. Altrettante importanti manifestazioni di sostegno accoglievano Chávez. Se ci fosse stata una reale rottura con l’imperialismo in Venezuela, in un lampo l’America Latina sarebbe divampato un incendio.
Ma nulla di tutto ciò accadde. I governi del Venezuela e di Cuba manovrarono per amministrare gli attriti con l’imperialismo entro limiti accettabili. Chávez e Castro non operarono nei loro Paesi nessuna rottura con l’imperialismo. E tanto meno difesero misure in questo senso nel resto del continente.
Erano governi borghesi, sia di fronte popolare, sia nazionalisti borghesi. E le borghesie latinoamericane non sono disposte a rompere con l’imperialismo. Questi governi di “sinistra” sono stati la base fondamentale per contenere i movimenti di massa. Hanno fatto leva su una crescita economica congiunturale e con il loro peso popolare sono riusciti a stabilizzare la situazione politica. Dal 2005 al 2012 non c’è stato praticamente alcuno sciopero generale o ribellione popolare nel continente. L’Alca è stato sconfitto, ma questi governi hanno applicato nei loro Paesi quegli stessi piani neoliberisti che erano già stati sconfitti insieme ai governi di destra.
Il vero ruolo delle direzioni cubana e venezuelana, così come dei governi latinoamericani che le appoggiano, è apparso chiaro in quel momento. Avrebbero potuto far scoppiare un processo storico di rottura con l’imperialismo. Non l’ hanno fatto. Al contrario, hanno sviato e congelato l’ascesa delle lotte che aveva accompagnato la loro auge. Ma così facendo, hanno anche agevolato il loro stesso indebolimento.
Sono riusciti a frenare le grandi mobilitazioni che avevano segnato l’inizio del XXI secolo fino al 2005. Da allora fino al 2012 non c’è praticamente stato nessuno sciopero generale o ribellione popolare nel continente. Ma hanno anche cominciato a pagare col loro logoramento lo stesso prezzo dei governi di destra che avevano applicato i piani neoliberisti.
 
La decadenza del castrochavismo
Dal 2013 è cominciato un processo differente nel continente. Sta iniziando un nuovo ciclo in America Latina, che comprende crisi economiche e politiche e lo scontro dei movimenti di massa contro questi stessi governi che in precedenza avevano un enorme sostegno popolare.
Le economie del continente sono ritornate ad una fase di declino, in parallelo con la fine del boom delle materie prime che era stato una parte importante della precedente crescita economica. Il movimento di massa si è ricomposto, con vari scioperi generali che hanno scosso Argentina, Perù e Bolivia, oltre alle mobilitazioni popolari del giugno 2013 in Brasile.
Non c’è un processo omogeneo latinoamericano, né tanto meno un’ascesa permanente e generalizzata delle lotte. Si tratta di situazioni distinte della lotta di classe nel continente, con innumerevoli flussi e riflussi, avanzamenti e arretramenti. Tanto più perché si combinano con una fortissima crisi di direzione rivoluzionaria, cioè l’assenza d’organizzazioni rivoluzionarie con peso di massa.
La decadenza e la crisi del castrochavismo fanno parte di questo nuovo momento. Le economie del Venezuela e di Cuba sono messe in discussione dalla crisi economica. Il governo Maduro deve affrontare grandi mobilitazioni capitalizzate dall’opposizione di destra. Inoltre, molti governi che appoggiano il castrochavismo, come quelli di Cristina Kirchner in Argentina e di Dilma Rousseff in Brasile, si scontrano ora con grandi mobilitazioni. Questi governi non sono andati verso una rottura con l’imperialismo e ora devono scontrarsi con i movimenti di massa.
Né a Cuba né in Venezuela la situazione dei lavoratori può essere un riferimento per gli altri Paesi. Al contrario, le file per comprare prodotti di prima necessità, l’inflazione in Venezuela e i bassissimi salari a Cuba sono elementi di contro-propaganda.
Al contrario del riformismo classico, le direzioni chavista e castrista non sono neanche un esempio di democrazia. Cuba è una dittatura e il chavismo è un regime bonapartista. Inoltre, avendo assunto la difesa di dittature come quella di Gheddafi e Assad, il castrochavismo si scontra con il sentimento democratico delle masse.
Il ripudio che esisteva contro lo stalinismo per le sue caratteristiche autoritarie era temperato dall’esistenza degli Stati operai e dalle loro conquiste sociali. Oggi, dopo i fatti dell’Est europeo, il castrochavismo deve affrontare lo scetticismo delle masse riguardo alle dittature senza potersi fregiare di un superiore livello di vita dei lavoratori. Il peso di Cuba nella coscienza delle masse latinoamericane già era molto ridotto in conseguenza degli accadimenti dell’Est europeo. Ora è messo in discussione anche dall’arretramento sociale nell’Isola.
Per questi motivi, la decadenza del castrochavismo fa sì che l’avanguardia che sorge dalle lotte già non abbia più come riferimento immediato questa corrente. Le organizzazioni che compongono la corrente castrochavista hanno un peso nella realtà, ma il castrochavismo non è più un riferimento “naturale” dell’avanguardia come lo era durante la sua ascesa.
 
E se cadessero i governi di Cuba e del Venezuela?
Dopo la restaurazione del capitalismo nell’Est europeo, si produsse una seria crisi in tutta la sinistra mondiale. C’è stata una combinazione di due grandi fattori che ha prodotto un grande arretramento nella coscienza delle masse e dell’avanguardia.
In primo luogo, la sparizione degli Stati operai burocratizzati che, a dispetto dello stalinismo, avevano dimostrato la possibilità dell’esistenza di un’economia non capitalista. In secondo luogo, una gigantesca campagna di propaganda capitalista che sosteneva che “il socialismo è morto”, che “socialismo equivale a dittatura”, che “socialismo significa arretramento economico e sociale”.
Le conseguenze di quest’arretramento si protraggono fino ad oggi perché è scomparso, per le masse, il riferimento del fatto che è possibile superare il capitalismo. C’è un grande scetticismo in relazione a tutto ciò che riguarda la rivoluzione socialista (il partito rivoluzionario, il centralismo, ecc.).
Il crollo delle dittature staliniste ha avuto un'altra conseguenza, d’opposto significato: la sparizione dell'apparato stalinista mondiale ha indebolito questo sistema controrivoluzionario che riuniva partiti e Stati di grande rilevanza in tutto il mondo. Ciò ha comportato una liberazione molto importante delle forze del movimento di massa. Tuttavia, quest’elemento, molto positivo, è contrastato dall’arretramento della coscienza di classe, che ritarda la costruzione d’alternative rivoluzionarie di peso.
Che cosa accadrà nel caso la dittatura castrista fosse rovesciata da una mobilitazione di massa, come è successo nell’Est? E se tutto ciò si combinasse con una sconfitta elettorale del chavismo? Potrebbe ripetersi lo stesso processo, almeno in America Latina?
In primo luogo, è necessario differenziare i processi di Cuba e del Venezuela. La caduta della dittatura castrista ad opera di una mobilitazione di massa sarebbe un processo progressivo, analogamente a quanto analizzammo relativamente al processo avvenuto nell’Est Europeo. Sarebbe il collasso di uno Stato borghese post restaurazione del capitalismo, di una dittatura capitalista. La sconfitta a Cuba è venuta prima, con la restaurazione del capitalismo, come è successo nell’Est.
Una vittoria elettorale dell'opposizione borghese in Venezuela sarebbe una sconfitta del movimento di masse, perfino sapendo che si tratta di un governo borghese. Sarebbe la vittoria di un'opposizione filo-imperialista contro un governo nazionalista borghese.
La responsabilità per tutti gli elementi negativi che hanno condizionato la coscienza delle masse, nel caso del rovesciamento dei governi cubano e venezuelano, è direttamente di quei governi e di tutte le organizzazioni di sinistra che li appoggiano. Non esiste fino ad oggi un'alternativa di sinistra con influenza di massa, né a Cuba né in Venezuela. Le alternative di direzione di un certo peso in questi Paesi sono borghesi e filo imperialiste.
L’inesistenza di un'opposizione di sinistra in Venezuela è una tragedia di cui è direttamente responsabile tutta la sinistra che capitola al governo chavista. Le mobilitazioni di massa contro il governo sono capitalizzate e dirette direttamente dall’opposizione di destra. Questa è la conseguenza della capitolazione al chavismo: la sconfitta del governo venezuelano può diventare una vittoria della borghesia.
A Cuba la situazione è ancora peggiore. Esiste una violenta dittatura che impedisce la manifestazione di qualsiasi opposizione politica. Non esistono alternative costruite. Ma non è difficile immaginare la facilità con cui potrebbero costruirsi direzioni borghesi appoggiate dall’imperialismo "democratico".
Ma torniamo all’interrogativo sulle conseguenze di una possibile sconfitta dei governi castrista e chavista nella coscienza delle masse e dell’avanguardia in America Latina. Tornerebbe a ripetersi – o ad approfondirsi – ciò che è si è verificato nell’Est? Si potrebbe considerare questo fenomeno come una "sconfitta del socialismo"?
A nostro modo di vedere, la risposta è che l'impatto immediato è inevitabile, le cui dimensioni però dipendono da vari fattori. Esistono elementi che giocano a favore ed altri contro.
Gli elementi che lavorano a favore di un nuovo disastro nella coscienza delle masse e dell'avanguardia sono concentrati nel peso della sinistra castrochavista.
Le organizzazioni di sinistra che appoggiano i governi di Cuba e del Venezuela, in caso di caduta di questi governi, andranno a diffondere, ancora una volta, la storiella che il "socialismo" è stato di nuovo sconfitto. È probabile che quei partiti e movimenti, in particolare in America Latina, possano in questo caso vivere crisi importanti.
Perché diciamo, allora, che "dipende" e che la dimensione di questi fenomeni non è definita? Perché alcuni elementi della realtà attuale sono diversi da quelli degli anni ’90 e possono portare ad una situazione diversa.
La prima differenza è che, all’epoca della caduta delle dittature staliniste, negli anni ’90, il neoliberalismo viveva il suo momento più alto. I piani neoliberali venivano applicati e generavano aspettative in molti Paesi. Il capitalismo appariva come vittorioso, contrapposto al “socialismo” sconfitto. Ma, a partire dal 2009, la crisi economica internazionale pose fine a tutto questo, determinando una decadenza generale, benché con flussi e riflussi. La crisi economica che colpisce il continente latinoamericano dal 2013 va nello stesso senso.
Come abbiamo analizzato in questo testo, esiste anche un deterioramento nella coscienza delle masse latinoamericane rispetto ai governi cubano e venezuelano. Ciò accade sia a causa del generale disincanto successivo ai fatti dell’Est, sia per la decadenza economica e sociale di questi Paesi. Pesa anche sull’avanguardia l’appoggio dei governi cubano e venezuelano alle dittature del Nord Africa e del Medio Oriente.
Il logoramento attuale dei governi di fronte popolare e nazionalisti borghesi che appoggiano il castrochavismo rende meno traumatico il probabile shock derivante dalla sua possibile sconfitta.
La decadenza del castrochavismo può essere un fattore che riduce l'impatto negativo della sconfitta dei governi cubano e venezuelano. Potrebbe verificarsi una liberazione di forze a causa della crisi delle organizzazioni castrochaviste, ciò sarebbe molto positivo. E le conseguenze negative dell’arretramento delle coscienze possono essere attenuate.
Essenzialmente, il risultato non è predeterminato. Ciò ha un profondo significato politico. Quanto più gli attivisti comprendono il significato populista borghese del castrochavismo, minore sarà l'impatto negativo delle sconfitte dei governi cubano e venezuelano. Se ciò che accadde dopo il processo nell’Est europeo ebbe conseguenze immediate fortemente negative, oggi potrebbe essere diverso.
Per avanzare in questo senso, facciamo appello a tutta la sinistra mondiale ad affrontare un dibattito sui governi cubano e venezuelano. È importante che vi sia un’ampia discussione in tutto il mondo, e specialmente in America Latina. In particolare facciamo appello ai settori più combattivi dell’avanguardia che credono ancora in questi governi a partecipare al dibattito, verificare se abbiamo ragione e rompere con quei governi.
È fondamentale costruire da subito un'alternativa rivoluzionaria al castrochavismo.
 

(*) Con questa pubblicazione iniziamo la traduzione di una serie di articoli di una apposita sezione speciale del sito della Lit-Quarta Internazionale (www.litci.org) dedicata alla questione del "castro-chavismo". Le traduzioni in italiano sono curate dal Dipartimento Internazionale del Pdac.
Gli attivisti che sono alla testa delle mobilitazioni dei lavoratori e dei giovani hanno la necessità di affrontare discussioni strategiche che vadano oltre l’attività politico sindacale quotidiana. Una delle polemiche più importanti in questo momento è l’atteggiamento rispetto ai governi di Cuba e del Venezuela.
La maggior parte delle organizzazioni della sinistra appoggia questi governi. I loro difensori sostengono che Cuba è “l’ultimo bastione del socialismo” e che in Venezuela si è instaurato il “socialismo del XXI secolo”. Presentiamo con questo e con i prossimi articoli la nostra posizione, che intende polemizzare con questi argomenti.
 

NOTE
(1) V. al riguardo il testo di Martín Hernández, “Cuba, dalla rivoluzione alla restaurazione”, nello speciale.
(2) V. al riguardo il testo di Gabriel Casoni, “Dove va Cuba?”, nello speciale.
(3) V. gli articoli nella sezione Polemiche, nello speciale.
(4) V. i reportage “Tra la fame e l’odio”, di Ernesto Guerra, e “Crescono la miseria e l’insoddisfazione”, di Mariucha Fontana.
(5) V. il testo di Alejandro Iturbe e Américo Astuto: “Quarant’anni di lotta rivoluzionaria”.
(6) V. il testo di Flavia Buschain Rosa: “Chavismo e movimento operaio”.
(6 bis) Nel testo originale, quelle che abbiamo tradotto con l’espressione “imprese fantasma” vengono definite “empresas de maletín”. Il “maletín” è propriamente la valigetta 24 ore in uso in particolare ai dirigenti d’azienda. Si tratta di un meccanismo truffaldino reso possibile dalla legislazione venezuelana (che appunto per questo ne dimostra il carattere borghese), secondo cui è possibile creare imprese fantasma iscrivendosi semplicemente a un registro via web. Si tratta di imprese che non hanno segretarie, né uffici, né impiegati. Tutt’al più un numero di telefono. Tutta l’impresa è ciò che è scritto su un foglio di carta: cioè che l’impresa esiste. Ecco perché si chiamano “de maletín”, perché entrano in una 24 ore. Queste imprese fantasma, che possono essere create da persone fisiche o anche da altre imprese, chiedono a un ente statale (Cadivi) dollari a un tasso di cambio bassissimo, giustificando la richiesta con la necessità di pagare importazioni dall’estero. Lo scandalo cui ci si riferisce nel testo riguarda sovra fatturazioni ( con l’accordo della ditta venditrice) di merce che viene pagata con quei dollari (ma, in alcuni casi, i container giungevano addirittura vuoti, dato che la vendita riguardava materiale inesistente, o tutt’al più carichi di ferraglia e materiali di scarto), ottenendo quindi un’estrazione di valuta sia dal cambio a tassi favorevolissimi, sia dalla sovra fatturazione stessa. Chiaramente, tutto il meccanismo non poteva essere posto in essere senza una vasta rete di complicità: dagli alti funzionari dello Stato fino all’ultimo doganiere che dovrebbe controllare il contenuto dei container (Ndt).
(7) V. il testo di Víctor Quiroga: “La Banca Centrale del Venezuela smentisce il Presidente” (http://ust.org.ve/component/content/article/443).
(8) V. il testo della UST: “I provvedimenti in arrivo”.
 
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