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Certezze e domande poste dalla crisi economica in Cina PDF Stampa E-mail
venerdì 11 gennaio 2019
Certezze e domande
poste dalla crisi economica in Cina
 
 
 
di Alejandro Iturbe
 
 
 
 
 
 
crisi_cina

 
L'importanza della Cina nella situazione politica ed economica mondiale è chiara a tutti. A sinistra si sviluppa da tempo un dibattito e in particolare si cerca di rispondere alla domanda: la Cina è un nuovo Paese imperialista? Riproduciamo qui, per i lettori di www.alternativacomunista.org, nella traduzione di Salvo De Lorenzo, un articolo del 2015 di Iturbe, che fornisce un'analisi e delle risposte a molti interrogativi. I dati citati sono riferiti al periodo in cui è stato scritto il testo. Ma, come vedrà il lettore, l'analisi rimane pienamente valida e attuale.
 
L'economia cinese sta attraversando tempi difficili. L'espressione più importante è stata la recente e sequenziale caduta delle principali borse del Paese (Shanghai e Shenzhen). In precedenza, si era manifestata come una crisi nel settore immobiliare (con diversi progetti incompiuti e altri già finiti che non trovavano acquirenti) e in una forte crescita delle inadempienze nel pagamento dei crediti delle imprese edili e dei comuni.
L'economia cinese è attualmente la seconda al mondo, con oltre l'11% del Pil mondiale (seconda solo agli Stati Uniti). Inoltre, ha un grande peso nel commercio internazionale poiché la Cina è il secondo Paese per il volume delle esportazioni e il terzo nelle importazioni.
Nonostante la crisi economica globale iniziata nel 2007-2008, per diversi anni questa economia ha mantenuto alti livelli di crescita e nello stesso periodo ha agito come un «motore secondario» che ha attenuato l'approfondirsi di quella crisi.
Ma questa situazione sembra essersi conclusa: quest'anno si prevede una crescita inferiore al 7% (una cifra molto alta per qualsiasi Paese ma che, a causa delle caratteristiche specifiche dell'economia cinese, già significa «crisi»). Una realtà che, come non potrebbe essere altrimenti, ha un forte impatto sull'economia globale nel suo insieme. Nell'immediato, provocando la caduta delle Borse più importanti del mondo. In modo più prolungato, in un netto calo dei prezzi del cibo e delle materie prime che importa in abbondanza e, con esso, l'entrata in recessione dei Paesi esportatori (come il Brasile e l'Argentina).
Infine, ha un forte impatto sulla situazione economica globale complessiva, quando siamo ancora sotto l'influenza dell’«onda espansiva» della crisi iniziata nel 2007-2008. Nel rapporto che il Fondo monetario internazionale ha presentato ai ministri delle finanze e ai capi delle banche centrali del G20 (pubblicato dal Wall Street Journal) «si valuta che la situazione in Cina, aggiunta ad altre condizioni negative del contesto internazionale, può portare a una prospettiva molto più debole dell'economia globale».
È molto importante, quindi, analizzare più approfonditamente le caratteristiche specifiche del modello capitalista cinese, la genesi della situazione attuale e, allo stesso tempo, aprire alcune ipotesi sulle prospettive economiche e politiche. Per quanto possibile, cercherò di evitare di sovraccaricare il testo con cifre e statistiche, concentrandomi sulle descrizioni e sui concetti.
 
Da semi-colonia arretrata a stato burocratizzato
Prima della rivoluzione guidata da Mao Zedong nel 1949, la Cina era un Paese semi-coloniale molto arretrato, con una base economica essenzialmente agraria, il cui territorio era sempre «bottino di rapina» per le potenze imperialiste che se ne disputavano il saccheggio (soprattutto la Gran Bretagna e il Giappone). Queste potenze si appropriarono anche di siti di costa come Hong Kong (Gran Bretagna) e Macao (Portogallo). Per avere un'idea del livello di arretratezza e povertà nel Paese, diciamo che il grande slogan lanciato da Mao per la rivoluzione fu che ogni cinese poteva mangiare un piatto di riso ogni giorno.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la sconfitta e l'espulsione delle truppe d'invasione giapponesi, le due componenti delle forze che avevano ottenuto la liberazione del Paese entrarono in scontro tra loro: da un lato, il settore borghese del partito Kuomintang (guidato dal generale Chiang Kai Shek); dall'altra l'Esercito popolare con base di massa nei contadini, guidato dal Partito comunista e da Mao.
La guerra si concluse con il trionfo delle forze maoiste: Chiang e la borghesia cinese fuggirono nell'isola di Taiwan. Ivi, grazie al forte sostegno dell'imperialismo Usa, crearono la Repubblica di Cina (capitalista). Una volta preso il potere nel resto del Paese, il Pc costituì la Repubblica Popolare Cinese che, espropriando la borghesia e l'imperialismo si trasformò in un nuovo Stato operaio, nel Paese più popoloso della Terra.
Fin dall'inizio fu uno Stato operaio burocratizzato, dominato dal regime dittatoriale del Partito comunista e dalla sua dirigenza. Al suo interno, Mao svolgeva il ruolo di «arbitro supremo» tra le diverse frazioni del partito. Era un regime politico senza alcuna reale libertà democratica per i lavoratori. Per quindici anni, il maoismo fece parte dell'apparato stalinista mondiale, egemonizzato dalla burocrazia dell'Urss. Ma negli anni Sessanta vi fu una rottura tra i due partiti e il maoismo (mantenendo la sua matrice stalinista) continuò a costruire il suo apparato politico mondiale.
Nonostante la natura burocratica e dittatoriale dello Stato, l'economia pianificata centralmente diede risultati molto importanti. I più importanti sono, senza dubbio, l'aver posto fine alla fame e, inoltre, alle malattie derivanti dalla povertà cronica. Ci furono anche grandi progressi nell'educazione e nell'eliminazione dei tratti più retrogradi dell'oppressione femminile (come l'abitudine di costringere le ragazze a legarsi i piedi per impedire loro di crescere). Allo stesso tempo, l'infrastruttura dei servizi e delle comunicazioni migliorò notevolmente ed ebbe luogo anche un processo incipiente di industrializzazione.
Ma questi progressi sono partiti da una base molto arretrata (che era ancora essenzialmente agraria) e, allo stesso tempo, si sono scontrati con due ostacoli che ponevano limiti insormontabili.
In primo luogo, la concezione stalinista (adottata dal maoismo) secondo cui era possibile costruire «il socialismo in un solo Paese». Un'idea che Marx (nel diciannovesimo secolo) aveva combattuto e che è impossibile.
Il secondo ostacolo era che l'economia era pianificata centralmente ma in un modo completamente burocratico e arbitrario dalla dirigenza del Pc che, in molti casi, raggiungeva livelli deliranti. Ciò accadde durante il cosiddetto Grande balzo in avanti (1958-1961) in cui fu promossa la creazione di un milione di «mini-acciaierie» nelle fattorie contadine. Il metallo ottenuto era di scarsa qualità e praticamente inutilizzabile, il che significava una grande perdita di sforzi, lavoro e materiali. O con la «collettivizzazione forzata» delle campagne (portata avanti in quegli stessi anni, secondo il modello stalinista russo degli anni Trenta) che causò milioni di morti a causa della fame.
Come risultato di queste contraddizioni profonde, l'economia pianificata ha subito ampie oscillazioni, e la burocrazia cinese e la sua direzione sono state sempre molto instabili, con scontri e spostamenti permanenti tra le diverse fazioni che la componevano (ad esempio, durante la Rivoluzione Culturale). [1]
 
La restaurazione del capitalismo
Tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta, l'economia del Paese era in uno stato di stagnazione. Su questo sfondo e durante il dibattito su come affrontare questa situazione, Mao morì nel 1976, e la lotta tra le fazioni si accentuò all'estremo. Infine, nel 1978, trionfò il settore di Deng Xiao Ping che fucilò i principali leader dell'opposizione (nota come la Banda dei Quattro).
Deng, che esprimeva la frazione più a destra della burocrazia, avviò il processo di restaurazione capitalista del Paese, associata con l'imperialismo degli Stati Uniti (nel 1979, Deng fu l'autore del primo viaggio di un leader comunista cinese negli Stati Uniti e si incontrò con l'allora presidente Jimmy Carter). Un fatto simbolico della restaurazione fu che, alla fine del 1978, Coca Cola annunciò il suo progetto di installazione di un impianto di produzione a Shanghai.
Deng applicò due misure centrali. La prima fu l'eliminazione delle comuni agrarie di produzione, che furono sostituite dal cosiddetto «sistema di responsabilità familiare» che autorizzava le famiglie a vendere direttamente i raccolti e a trarne profitto. I settori più dinamici e favoriti iniziarono ad accumulare piccoli capitali, a procurarsi nuove aziende agricole (a partire dall'approvazione del diritto di locazione per 30 anni e all'autorizzazione del trasferimento di tali diritti) e anche a investire in piccole imprese commerciali e industriali, originando così una nascente borghesia rurale.
Allo stesso tempo, nel corso di due decenni ciò significò l'espulsione di milioni di contadini che persero il loro sostentamento e il cibo, e dovettero migrare nelle grandi città per cercare lavoro come salariati. Si stima che questo processo abbia colpito più di cento milioni di persone (che si sommarono a una migrazione preesistente, conseguenza della collettivizzazione forzata). Si formò così un immenso e docile «esercito industriale di riserva», che accettava salari molto bassi ed era la base sociale che consentiva grandi investimenti e una rapida industrializzazione.
La seconda misura fu la creazione di quattro «zone franche» per gli investimenti nelle città della costa meridionale, con l'obiettivo iniziale di produrre prodotti economici (tessuti e abbigliamento, radio e piccola metallurgia) destinati al mercato interno. Ma quella produzione cominciò rapidamente ad essere esportata e a competere con quella delle cosiddette «tigri asiatiche».
 
Una combinazione storica senza precedenti
La restaurazione capitalista in Cina ha una caratteristica in comune e una diversa dal processo che ha avuto luogo nell'Urss e nell'Europa orientale. L'elemento comune è che la restaurazione è stata effettuato dal Partito comunista stesso (nel caso russo, è stata guidata da Mikhail Gorbachev). L'elemento diverso è che in Urss e nei Paesi dell'Europa orientale, poco dopo la restaurazione, la mobilitazione di massa ha distrutto l'apparato stalinista restauratore (il simbolo di questo processo è stata la caduta del muro di Berlino). In Cina, questo trionfale processo di massa post-restaurazione non è avvenuto (per inciso, neanche a Cuba è successo).
Questo produce una combinazione storica senza precedenti: l'apparato stalinista stesso che aveva portato la rivoluzione e la costruzione dello Stato operaio burocratizzato non solo ha ripristinato il capitalismo ma continua al potere dopo averlo fatto. Solo che ora non difende più le basi socio-economiche dello Stato operaio ma è al servizio del capitalismo imperialista.
Dal punto di vista formale e del suo funzionamento, il regime e il suo apparato continuano ad essere gli stessi: burocratici e dittatoriali, mascherati dietro le bandiere rosse e il linguaggio «socialista». Ma il suo contenuto sociale è ora completamente diverso. Basterebbe vedere, per esempio, il numero di quadri importanti e membri della dirigenza del Pcc che sono borghesi o appartengono a famiglie borghesi.
In Cina c'è una sanguinosa dittatura combinata a una delle espressioni più feroci e sfruttatrici dell'attuale capitalismo.
 
Un fatto chiave: la sconfitta di Tienanmen
Su queste basi, l'economia cinese è cresciuta a tassi annuali favolosi: nel 1988 ha raggiunto il 12%. Ma nel 1989 iniziò a rallentare e raggiunse solo il 4%. Allo stesso tempo, quella crescita ha accumulato tensioni sociali e disuguaglianze sempre maggiori.
Cercando di «sbloccare» la crescita capitalista, il governo decretò la «liberazione generale dei prezzi», che generò una grande insoddisfazione e irrequietezza sociale. Allo stesso tempo, nuovi e più moderni settori medi urbani, emergenti dal recente sviluppo, cominciarono ad aspirare a una «apertura democratica» che il regime non era disposto a dare, neanche parzialmente.
All'inizio di maggio, gli studenti dell'Università di Pechino lanciarono un manifesto con richieste democratiche e a loro si unì una piccola e incipiente federazione clandestina di nuovi sindacati indipendenti che, oltre alle richieste generali, chiedeva il diritto alla libera associazione sindacale.
Nacque un massiccio processo di mobilitazione, con epicentro in piazza Tienanmen, a Pechino, dove ogni giorno arrivavano da uno a due milioni di persone. Il regime era paralizzato, intrappolato tra la chiarezza di questo processo che minacciava di indebolire le sue basi, da una parte, e la paura di un confronto frontale con le masse, dall'altra.
Fu un periodo di circa un mese in cui, con i quadri dirigenti di Tienanmen, la dirigenza del Pc ebbe intense discussioni su cosa fare. Ancora una volta, prevalsero la «linea dura» di Deng e la repressione, e il 4 giugno, l'esercito cinese schiacciò nel sangue il movimento (imprigionando la maggior parte dei suoi leader) e sfrattò definitivamente la Piazza.
Fu un punto di svolta nel rapporto di forze e nella situazione politica cinese, che consolidò fortemente la cosiddetta «dittatura rossa». Allo stesso tempo, significò l'inizio di un salto negli investimenti esteri e lo sviluppo dell'attuale modello capitalista cinese.
 
Il modello capitalista cinese
Il modello di accumulazione capitalista costruito a partire dagli anni Novanta in Cina, garantito dalla stabilità raggiunta dal regime, combina i seguenti elementi centrali:
1. Alla base c'è l'immenso proletariato creato dalla migrazione dei contadini espulsi dalle loro terre (e un potenziale esercito di riserva nelle campagne, ancora molto più grande) che fornisce manodopera a basso costo e super-sfruttata. All'inizio del 21° secolo, ogni lavoratore industriale cinese lavorava in media 13 ore al giorno con un salario di 0,6 dollari (che corrisponde a uno stipendio medio mensile inferiore a 150 dollari, anche se negli anni successivi è aumentato leggermente).
2. Il motore del modello sono gli investimenti esteri verso la produzione industriale, provenienti direttamente dai Paesi imperialisti (in particolare gli Stati Uniti) o camuffati attraverso fondi di investimento con sede a Hong Kong, Macao e Taiwan (quest'ultima rappresentava oltre il 50% dei investimenti totali). A questo motore, si aggiunsero in seguito gli investimenti della nuova borghesia cinese associata all'imperialismo.
3. La principale destinazione della produzione industriale è l'esportazione in tutto il mondo, specialmente verso gli Stati Uniti. La Cina è passata dall'esportazione di alcune decine di miliardi di dollari nel 1978 (con una quota inferiore all'1% del totale mondiale) a quasi 1,8 miliardi nel 2010 (quasi il 12%). Come abbiamo detto, inizialmente le esportazioni erano prodotti a basso costo, a cui si sono poi aggiunti prodotti elettronici e, infine, automobili, macchinari e materiale ferroviario.
4. Allo stesso tempo, le importazioni di cibo, materie prime ed energia sono cresciute, raggiungendo più di 1,5 miliardi quest'anno (trasformando la Cina in un importante acquirente globale e favorendo la situazione delle economie dei fornitori come Brasile, Argentina e Perù). In questo contesto, la bilancia commerciale ha sempre presentato (salvo un periodo compreso tra il 1996 e il 2000) saldi ampiamente favorevoli (nel 2010 ha raggiunto un picco di 256 miliardi).
5. Questi saldi commerciali positivi hanno permesso al governo cinese di accumulare fondi di riserva significativi che sono stati generalmente investiti in titoli del Tesoro degli Stati Uniti: nel 2010, lo Stato cinese ne era il principale detentore, con oltre un miliardo di dollari. Ciò ha alimentato il circuito della speculazione finanziaria in quel Paese e ha rafforzato quella che abbiamo chiamato «funzionamento in tandem» delle economie americana e cinese.
6. Il regime, oltre a garantire in modo dittatoriale la stabilità politica, ha messo l'apparato delle imprese e dei conglomerati statali (come una sorta di «accumulazione primitiva») al servizio degli investimenti imperialisti per garantire loro l'infrastruttura dei trasporti, delle comunicazioni e dell'approvvigionamento energetico.
Abbiamo fatto riferimento al «funzionamento» delle economie americana e cinese. Ma non si trattava di due «locomotive» uguali ed equivalenti. Uno era quella principale e dominante (Usa), l'altra era secondaria e dominata (Cina).
La Cina si trasformò nella «fabbrica del mondo» ma non come una potenza dominante ma come un
Paese subordinato, in un modello di accumulazione dominato dai capitali imperialisti. Da questo punto di vista, l'operazione globale del modello è simile a quella dei Paesi semi-coloniali più forti, come il Brasile.
a) Nel 2008, un'unica società americana (la catena di supermercati Walmart) controllava circa il 15% delle esportazioni cinesi (quasi 225 miliardi di dollari all'anno, una cifra che è quasi il tripolo delle esportazioni totali dell'Argentina). Attraverso varie società «cinesi», produce numerosi beni di consumo industriali (come piccoli quadricicli per falciare il prato dei giardini di case borghesi) che poi vende nei locali della sua catena globale.
b) Un IPod del marchio Apple è commercializzato a livello internazionale a circa $ 200. Questo e altri prodotti sono fabbricati in Cina dalla gigantesca società Foxconn. Ma in quel Paese rimane solo il 4% di quel valore. Del resto si appropria l'imperialismo attraverso il controllo della tecnologia e della catena di commercializzazione.
 
Un capitalismo dipendente atipico
In passato, vi sono state forti discussioni sul fatto che il capitalismo fosse stato restaurato o meno in Cina. Attualmente, quel dibattito è stato chiuso e praticamente tutti gli analisti (di destra o di sinistra) caratterizzano la Cina come un Paese capitalista. Vale a dire, che il motore della sua economia è la ricerca del profitto da parte delle aziende, la cui base fondamentale è il plusvalore estratto dai lavoratori cinesi nella produzione. È certo che alcune correnti che inizialmente non riconoscevano la restaurazione (come la Ft-Pts argentina), oggi hanno cambiato la loro posizione, senza dire perché e senza spiegare le ragioni del loro cambiamento.
Oltre che caratterizzarlo come un sistema capitalista, per il tipo di funzionamento del modello di accumulazione descritto, dobbiamo definirlo come un capitalismo dipendente poiché entrambe le estremità del processo (investimenti ed esportazioni) sono controllate dai capitali imperialisti.
Tuttavia, nello stesso tempo in cui è profondamente inserito nel mercato mondiale e dipendente dal mercato mondiale, il funzionamento dell'economia cinese presenta una caratteristica differenziata che quasi non esiste in altre economie capitaliste: una pianificazione economica centralizzata dalla direzione del regime dittatoriale del Pcc (una sorta di «eredità» dell'epoca dello Stato operaio), che ha forti strumenti politici e monetari per influenzare l'economia.
Questo intervento centralizzato dello Stato nell'economia non è nuovo nel capitalismo, che ha imparato alcuni aspetti e strumenti del funzionamento dell'economia nell'Urss per metterli al suo servizio. Ad esempio, la produzione agricola negli Stati Uniti è in gran parte pianificata. Allo stesso modo, le esperienze del nazionalismo borghese in diversi Paesi (come l'Argentina, il Messico o l'Egitto) hanno visto un grande intervento nell'economia, centralizzata e pianificata dallo Stato e dalle sue politiche. Ma mentre in questi ultimi casi si trattava di modelli abbastanza «chiusi» e focalizzati sul mercato interno, in Cina questa pianificazione è messa al servizio di un modello che dipende dal mercato mondiale che abbiamo analizzato.
Considerando questa profonda differenza, il risultato è che, nel suo rapporto con il mercato mondiale, l'economia cinese è totalmente soggetta alla legge della domanda e dell'offerta. Ma internamente, questo intervento statale pianificato e centralizzato ha dato all'economia una maggiore autonomia nelle sue dinamiche.
 
La politica monetaria e finanziaria
Uno degli elementi centrali per capire di cosa stiamo parlando è il fatto che il mercato monetario-finanziario cinese viene controllato in modo centralizzato dalla Banca popolare cinese (Banca centrale). Un mercato che ha una base molto ampia, basata sulle grandi riserve di valuta estera accumulate dagli ampi saldi favorevoli della bilancia commerciale. Ci sono sì banche private, nazionali e straniere, ma hanno un peso secondario e minoritario.
Ciò consente al regime cinese di avere un'autonomia monetaria, finanziaria e creditizia qualitativamente superiore a quella di Paesi come la Grecia (la cui valuta è controllata direttamente dall'estero). E anche di Paesi come il Brasile, con le banche centrali formalmente indipendenti ma (in modo più indiretto) controllate da banche internazionali per garantire la restituzione degli utili alle imprese imperialiste e il pagamento del debito estero (ricordiamo che durante gran parte dei governi del Pt, il presidente della Banca centrale del Brasile era Henrique Meirelles, il più alto dirigente della Bank of Boston).
Da un lato, questa è una caratteristica che differenzia la Cina da altri Paesi totalmente semi-colonizzati. Dall'altro, ha acquisito un'importanza centrale dopo lo scoppio della crisi economica globale nel 2007-2008. Per contrastare gli effetti negativi della crisi (nella riduzione del flusso di investimenti esteri e nella riduzione della domanda mondiale verso l'industria cinese), il regime ha applicato una politica keynesiana [2] di espansione monetaria e creditizia (orientata in molti casi verso il mercato immobiliare e la costruzione) che sosteneva artificialmente la crescita. Questo spiega perché l'economia del Paese abbia mantenuto tassi di crescita così elevati (sebbene leggermente inferiori al suo massimo) e abbia agito come un «motore secondario» che ha mitigato gli effetti della crisi internazionale.
 
La crisi esplode
Ma, nella misura in cui l'economia mondiale non esce dall'effetto dell'ondata espansiva negativa aperta nel 2007-2008, questa politica ha inevitabilmente dovuto scontrarsi con i suoi limiti. Il processo, infatti, ha già dato segnali di allerta diversi anni fa con situazioni di sovrapproduzione nei rami di base come l'acciaio e il carbone.
Più recentemente, si è espressa nella deflazione della bolla del mercato immobiliare e delle costruzioni. Questo settore era stato promosso congiuntamente dai governi municipali e dalle società di costruzioni private, attraverso mega-progetti di centri commerciali e lussuosi edifici per uffici che ora non avevano più acquirenti e erano vuoti. Di conseguenza, si è sviluppata una crisi di default sui prestiti ottenuti per realizzare gli immobili. E, come ultima espressione, il crollo del mercato azionario attualmente in corso.
Questa politica keynesiana non può evitare l'impatto negativo della situazione del mercato mondiale. Il 9 agosto, l'agenzia di stampa spagnola Efe riportava: «Il commercio estero della Cina, uno dei motori della seconda economia mondiale, continua a mostrare preoccupanti segnali di rallentamento, con un calo annuale del 7,3 % nei primi sette mesi dell'anno e dell'8,8 % nel mese di luglio, secondo i dati doganali pubblicati oggi (…). A luglio, il commercio estero ha subito una forte contrazione dell'8,8 % rispetto allo stesso mese dell'anno scorso, con un calo dell'8,9 % nelle esportazioni e dell'8,6 % nelle importazioni, invertendo i buoni dati del mese precedente. (...) Gli scambi tra la Cina e l'Ue nel gennaio-luglio sono scesi del 7,6 % di anno in anno per raggiungere 319.000 milioni di dollari, mentre il Giappone è sceso del 11,1 % a 143.000 milioni di dollari. Dal lato positivo, il commercio con gli Stati Uniti, il secondo più grande partner per la Cina, è aumentato del 2,7% (a 309.000 milioni di dollari) e il mantenimento con il blocco delle nazioni del Sud-Est asiatico è aumentato del 1,3% (a 261.000 milioni di dollari)».
Oltre a questo rafforzamento del mercato mondiale, c'è anche una riduzione della domanda nel mercato interno. Secondo il New York Times, la fabbrica Caterpillar ha ridotto la produzione dimezzando la vendita di macchine di movimento terra nei primi sei mesi dell'anno. Le fabbriche della General Motors e della Ford stanno riducendo la spedizione di auto ai concessionari locali.
Come risultato globale, si stima che l'economia cinese crescerà meno del 7% nel 2015 (che, come abbiamo già detto, significa già «crisi»). Altri analisti ritengono che questa crescita sarà del 5%, e c'è chi afferma che la crescita reale sarà tra il 2 e il 3% (come la rivista inglese The Economist). Una previsione che coincide con un articolo di Jason Kirby, consulente della Macleans (10/06/2015): «I ragionieri contafagioli del Paese sostengono che il Pil della Cina è pronto a crescere del sette per cento quest'anno (...).  Il problema è che questo non ha alcuna corrispondenza con ciò che accade nelle fabbriche, nei negozi e nelle case cinesi. Occorre considerare questo: nel primo trimestre del 2015, la crescita del consumo di elettricità in Cina era solo dello 0,2% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Sulla base di tale metrica, Christopher Balding, un assistente professore di business presso la Peking University di Shenzhen ha recentemente suggerito che la vera crescita del Pil cinese potrebbe essere non superiore all'1-3%».
Ecco un'analisi più approfondita dei «tassi cinesi» di crescita. Soprattutto dopo lo scoppio della crisi internazionale del 2007-2008. Abbiamo visto che questi tassi erano, in parte, camuffati dall'impulso dello Stato agli investimenti non produttivi nel settore immobiliare. Quando non trovano acquirenti, questi investimenti non recuperano il loro valore né possono realizzare l'estrazione di plusvalore. Si trasformano, quindi, nelle parole di Marx, in un non-valore, senza che questa profonda realtà economica si rifletta contabilmente nel calcolo del Pil del Paese. Da ciò, se consideriamo altri indicatori (come il consumo di energia), i tassi di crescita possono essere ubicati a un livello economico molto più realistico.
 
La crisi dell'autonomia finanziaria
Nei suoi rapporti commerciali con l'estero (sia nelle esportazioni che nelle importazioni), la Cina ha usato sempre il dollaro come valuta e mai lo yuan (che non era scambiato sui mercati finanziari mondiali). La parità interna dollaro-yuan viene stabilita dalla Banca popolare cinese.
Nel ventunesimo secolo, per diversi anni, la politica della Federal Reserve degli Stati Uniti è stata quella di lasciare gradualmente svalutare il dollaro rispetto alle altre valute internazionali forti (come l'euro e lo yen) per «svalutare» (ridurre) il debito pubblico americano contratto attraverso la vendita di buoni del tesoro. Ad esempio, al lancio dell'euro (gennaio 1999), ogni unità della moneta europea è stata scambiata a $ 1,16, mentre nel dicembre 2009, è diventata 1,51 (vale a dire, ogni dollaro ha perso il 23% del suo valore).
Durante questo periodo, lo yuan ha seguito i movimenti del dollaro come un'ombra, ed è stato svalutato insieme ad esso. Questa politica monetaria ha permesso di mantenere la parità di prezzo nei prodotti americani esportati in quel Paese (e dei paesi con valute ancorate al dollaro). Allo stesso tempo, li ha ridotti all'Europa e al Giappone. È vero che ha anche generato un'inflazione interna, ma questo costo secondario è stato compensato dai benefici.
Dal 2010-2011, la Federal Reserve ha cambiato la sua politica e ha iniziato a promuovere una graduale ripresa del prezzo internazionale del dollaro (un processo sostenuto anche dalla crisi dell'euro e dello yen): nell'agosto 2015, la parità con l'euro è scesa a 1,11. Durante questi ultimi anni, la politica monetaria cinese di «seguire il dollaro» ha portato a rivalutare lo yuan. Questa dinamica, pur mantenendo la parità dei prezzi di esportazione negli Stati Uniti, ha aumentato il prezzo dei prodotti cinesi nell'Unione europea e in Giappone. Ciò che è stato chiaramente espresso nella caduta delle esportazioni verso queste destinazioni, che abbiamo analizzato.
In questo quadro, la Banca popolare cinese è stata costretta a «disaccoppiare» la sua valuta dalla dinamica del dollaro e svalutare lo yuan (4,4% rispetto al dollaro e oltre il 5% rispetto all'euro). Immediatamente, questa misura dovrebbe avere l'effetto di migliorare il commercio estero del Paese, rendendo le esportazioni meno costose e rendendo le importazioni più costose (che, allo stesso tempo, genereranno una maggiore inflazione interna).
Oltre a questo obiettivo di corto periodo, molti analisti ritengono che la misura sia parte dell'«obiettivo strategico di convertire lo yuan in una valuta di riserva internazionale (...) per essere incorporato nei Diritti Speciali di Prelievo (Dsp), i beni di riserva della valuta del Fmi». Una categoria in cui sono inclusi solo il dollaro Usa, l'euro, la sterlina britannica e lo yen.
Come parte di questa strategia, il governo cinese ha chiuso una serie di accordi con i Paesi più piccoli (da quelli che importano materie prime a quelli che esportano prodotti industriali e progetti infrastrutturali) che usano lo yuan e non il dollaro come moneta.
Ma questi sono, in definitiva, accordi marginali. La commercializzazione internazionale dello yuan e, ancora di più, la sua ipotetica incorporazione come «moneta di riserva» sarà possibile e accettata dall'imperialismo solo se il regime cinese accetta di rovesciare la cittadella della sua autonomia monetaria e finanziaria e aprire questo immenso mercato all'intervento diretto (senza intermediazioni) dei capitali finanziari internazionali (a proposito, una vecchia aspirazione di questi capitali).
Se il regime cinese si muove in questo modo (anche se lo yuan viene innalzato a «valuta forte»), ciò rappresenterebbe un salto nel processo di semi-colonizzazione del Paese, perché perderebbe l'autonomia monetaria-finanziaria di cui ha goduto sino a ora e tale mercato sarebbe direttamente controllato dall'imperialismo.
 
La borghesia cinese
Lo sviluppo accelerato del capitalismo nel Paese produsse l'emergere di una borghesia nazionale. Uno studio dell'Accademia delle scienze sociali della Cina dell'anno 2007 ha stimato che nel Paese c'erano 13 milioni di imprenditori. Naturalmente, questo totale comprendeva i proprietari di piccole aziende agricole, commerciali, di servizi e industriali. In un senso più ristretto, si stima che ci siano circa 300.000 milionari (in dollari).
Questa borghesia ha tre fonti di origine. In primo luogo, come abbiamo visto, i settori dei contadini arricchiti, che oltre allo sfruttamento agrario hanno esteso le loro attività ad altre aree, nelle loro regioni di attività. In secondo luogo, funzionari di partito e di stato arricchiti (o membri delle loro famiglie, come nel caso dei cosiddetti «bambini», che negli anni Ottanta e Novanta hanno fatto da intermediari a investimenti stranieri e poi sono diventati essi stessi investitori). In terzo luogo, le borghesie cinesi di Hong Kong, Macao e Taiwan (le prime due ora incorporate nel territorio unificato, con «regimi speciali») che hanno sia agito come agenti di investimenti esteri e fatto i propri investimenti.
Considerati in un senso più ampio, fanno parte di questa classe borghese funzionari di livello più alto, stimati in 10.000 dal blogger cinese Pan Caifu e, in modo più inclusivo (aggiungendo quelli che hanno potere decisionale e gestione del peso finanziario) in 160.000 (sito www.zaichina.net). A questa cifra dobbiamo aggiungere i dirigenti e gli alti dirigenti delle numerose compagnie straniere con sede nel Paese.
L'abbiamo definita come una borghesia dipendente e subordinata al capitale finanziario internazionale. Ma, allo stesso tempo, a causa degli importanti equilibri positivi della sua bilancia commerciale, è riuscita ad accumulare un capitale di riserva molto importante, che gli conferisce un margine di manovra molto più alto di quello di altre borghesie dipendenti.
 
L'acquisto di buoni del tesoro statunitensi
Parte di questo margine di manovra è la sua capacità di effettuare investimenti all'estero (direttamente o, essenzialmente, attraverso lo Stato) sia nei paesi imperialisti che in quelli semicoloniali che le forniscono materie prime.
La prima destinazione di questi investimenti sono i buoni del Tesoro Usa (di cui detiene più di un miliardo di dollari), che sono usati come «fondi di riserva» dalla Banca popolare cinese e il sostegno ultimo dello yuan.
È necessario fare un'analisi più approfondita di questa realtà. Tradizionalmente, il debito estero è un fattore di dipendenza del Paese debitore nei confronti del creditore e del dominio e del controllo del creditore sul debitore. Tuttavia, in questo caso, gli Stati Uniti riescono a invertire questa relazione e trasformare quel debito in un fattore di dominio, a causa del loro carattere di principale potenza imperialista, proprietaria della valuta mondiale (il dollaro).
Oltre al finanziamento diretto che il Paese riceve con la vendita di titoli del Tesoro per diversi anni, come abbiamo visto, le autorità monetarie statunitensi hanno incoraggiato la svalutazione del dollaro rispetto alle altre principali valute. I paesi che come la Cina avevano acquistato queste obbligazioni in modo da avere riserve in dollari non potevano permettere che questa moneta venisse svalutata troppo, perché ciò avrebbe fatto collassare il valore delle loro riserve. Pertanto, sono stati costretti a continuare ad acquistare obbligazioni per sostenere la quotazione del dollaro.
Ora che il dollaro si è rivalutato, la Cina è favorita perché anche le sue riserve sono state rivalutate. Ma allo stesso tempo, insieme con la svalutazione dello yuan, anche la principale economia imperialista è favorita, dal momento che i prezzi dei prodotti importati dalla Cina sono diventati meno costosi (è uno dei fattori che ha favorito il recente aumento dei consumi negli Stati Uniti) e la sua capacità di acquistare beni e investimenti in Cina è rafforzata.
In entrambi i casi, la principale potenza imperialista ha «invertito l'onere» del suo debito estero, trasformandolo in un aspirapolvere di plusvalenze e di capitali della Cina e di tutto il mondo che, come vedremo in un capitolo successivo, alimenta il suo circuito finanziario e la sua economia. Un nuovo colpo di scena, forse un po' stravagante, della speculazione e del parassitismo.
 
L'esportazione di capitale finanziario
Oltre a queste riserve, si stima che una cifra simile sia distribuita tra diversi fondi di investimento e investimenti diretti in altri paesi. La cifra è aumentata nell'ultimo decennio e, nel 2013, ha raggiunto i 140 miliardi di dollari (i dati sono estratti dall'articolo «Che affari ha la Cina nel mondo?», Richard Anderson, analista economico alla Bbc). All'interno di questo totale, 24 miliardi sono andati negli Stati Uniti, una cifra simile al Regno Unito, 12 a Francia e Australia.
Un'altra parte importante degli investimenti cinesi all'estero è destinata ai paesi semicoloniali dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina per garantire l'approvvigionamento di materie prime (combustibili e minerali) e prodotti alimentari.
Il quotidiano International Bussines Times ha stimato che la Cina ha stanziato 150 miliardi di dollari in Africa negli ultimi cinque anni tra investimenti diretti, prestiti e accordi di cooperazione (per la costruzione di infrastrutture, scuole e ospedali). Se si considera che il commercio con quel continente ha raggiunto 210 miliardi nel 2010, la Cina è arrivata ad occupare una parte dello «spazio vuoto» lasciato dalle potenze imperialiste.
In Nigeria, in cambio del diritto di prelazione nelle aste petrolifere, si accumulano investimenti e progetti per 21 miliardi; in Etiopia e Algeria per 15 miliardi ciascuno, e in Angola e Sud Africa per 10 miliardi. In alcuni paesi più piccoli, come lo Zimbabwe, la Guinea equatoriale, la Mauritania e lo Zambia, le cifre sono più piccole ma molto significative considerando il Pil di questi paesi (circa 4 miliardi).
In America Latina, l'obiettivo è anche quello di garantire la fornitura di materie prime e cibo. In Venezuela, la Cncp (Petrochina) ha raggiunto un accordo per 28 miliardi nel nuovo progetto della cintura [petrolifera] dell'Orinoco. In Brasile, nel 2010, ha acquistato il 40% di Repsol nel Paese (7.1 miliardi); nel 2011, ha acquisito il 30% del GALP portoghese (5 miliardi) e realizzato altri investimenti, come l'installazione dell'impianto di assemblaggio di Ckd (tutte le parti sono importate) della casa automobilistica Chery. In Argentina, Cncp è già la seconda più grande compagnia petrolifera del Paese, con l'acquisizione del 50% di Bridas (3,1 miliardi), il 60% di Pan American Energy (7 miliardi), il 100% di Esso Argentina (800 milioni) e la maggioranza di Occidental Petroleum (2.450 milioni). In questo Paese, ha anche fatto investimenti nel settore minerario (Sierra Grande), nel settore agricolo e zootecnico e nell'industria alimentare, oltre a diventare il principale fornitore di materiale ferroviario. In Perù, dopo l'acquisto della miniera di rame di Las Bambas, accumula investimenti minerari per 19.000 milioni, che le consente di controllare un terzo di questa attività, la principale del Paese (dati estratti da http://www.bbc.com/mundo/noticias/2015/04/150419_economia_china_inversiones_internacionales_az).
Ha anche investito nel settore dei trasporti, si stimano circa 8 miliardi in Venezuela e 3 miliardi in Argentina. Il più grande progetto in questo settore è la costruzione di un nuovo canale interoceanico in Nicaragua da parte di una società di costruzioni private cinesi (gruppo Hknd), che insieme ad altri progetti su strade e ferrovie associate hanno un costo stimato tra 40 e 50 miliardi.
Allo stesso tempo, l'istituto Gegi della Boston University stima che tra il 2005 e il 2013, la Cina abbia concesso prestiti ai paesi dell'America Latina per 102 miliardi di dollari (una cifra che ha continuato a espandersi). Come riflesso di questa intensificazione degli investimenti e delle relazioni commerciali e finanziarie, c'è stata una grande espansione della presenza di Hsbc (banca che associa capitali cinesi e britannici) e, più recentemente, l'installazione di Icbc (International comerce bank of China ) in diversi Paesi.
 
La Cina è un Paese imperialista?
La realtà che abbiamo descritto porta molti analisti a considerare la Cina «il potere emergente del 21° secolo». O, secondo molti marxisti, un nuovo Paese imperialista o sub-imperialista (imperialista ma dipendente da un imperialismo più forte).
Quest'ultima caratterizzazione si basa sul seguente ragionamento: dato che Lenin (nel suo famoso libro su questo argomento) ha definito che la caratteristica centrale dell'imperialismo è l'esportazione di capitale finanziario, quei Paesi che hanno aziende che lo fanno (e quindi estraggono plusvalore da altri) acquisiscono un carattere imperialista. Questo ragionamento vale non solo per la Cina, ma anche per altri paesi come il Brasile.
Crediamo che questa caratterizzazione sia sbagliata, perché parte dall'assolutizzazione di un elemento (esistenza di aziende che esportano capitali) per definire meccanicamente l'intero carattere di quel Paese e la sua posizione nella «gerarchia internazionale».
Ma se guardiamo più approfonditamente, scopriamo che, nell'attuale stadio di sviluppo del capitalismo, ci sono aziende di questo tipo anche in Paesi che nessuno può caratterizzare come imperialisti. In Perù, ad esempio, il Gruppo Romero ha investimenti in oltre 20 Paesi. Le società cilene (a partire da quelle di accumulazione di fondi pensione privati) hanno fatto forti investimenti nel settore energetico argentino e la compagnia aerea aviaria Lan ha acquistato la Tam brasiliana. In Argentina, le aziende alimentari (come Arcor e La Serenísma) o le società siderurgiche (Techint) hanno investimenti e impianti in diversi Paesi dell'America Latina. In Brasile (a causa delle dimensioni del Paese e dell'economia) il numero aumenta e aziende come Petrobras e Friboi hanno persino acquistato impianti di produzione e negoziano nei Paesi imperialisti.
È vero che queste società agiscono come multinazionali (similmente alle imprese imperialiste): estraggono plusvalore dai loro investimenti all'estero; in molti casi, saccheggiano anche le risorse naturali e inviano gran parte dei loro profitti alla società madre. Ma è necessario collocare questa realtà nel contesto complessivo del Paese di origine. Dobbiamo analizzare se il plusvalore ottenuto all'estero è l'asse principale attorno al quale ruota l'economia del Paese o, al contrario, rappresenta solo un elemento contraddittorio (e privilegiato) in un processo generale, in cui il Paese consegna la maggior parte del plusvalore ottenuto ai Paesi centrali (attraverso la restituzione dei profitti alle società imperialiste, il pagamento del debito estero, il saccheggio delle risorse naturali, ecc.). Per noi, questa è chiaramente la situazione in Perù, Cile, Argentina e anche in Brasile.
Il caso della Cina è più complesso, sia per il volume di capitali disponibili per lo Stato e per la borghesia cinese (e la dimensione degli investimenti effettuati all'estero) che per la relativa autonomia finanziaria a cui si è fatto cenno. Ma il modello economico cinese non funziona attorno al plusvalore ottenuto all'estero ma, al contrario, fornisce la maggior parte del plusvalore estratto nel Paese al capitale finanziario imperialista.
Se analizziamo gli investimenti cinesi fatti, vediamo che principalmente la maggior parte di essi servono a mantenere le proprie riserve monetarie o a garantirsi la fornitura e il trasporto delle materie prime e degli alimenti che importano. Secondariamente, cercano di dare un po' di sollievo alla sovrapproduzione di acciaio, costruzioni e prodotti meccanici che il Paese possiede. Sono sussidiari e subordinati al modello di accumulazione comune e al suo servizio. Cioè, in ultima istanza, servono a garantire un plusvalore all'imperialismo.
 
Il proletariato cinese
L'espansione capitalista della Cina ha fatto sì che questo Paese possieda il più grande proletariato industriale del mondo e anche la più grande classe operaia. Secondo il rapporto di Jiang Zemin nel XVI Congresso del Pc (2002), 160 milioni di operai nel settore dell'industria e delle costruzioni. Un numero che ha un impatto ancora maggiore sei si pensa che l'insieme dei paesi dell'Ocse ne ha  131 milioni e il Brasile (con dati più recenti) circa 20 milioni.
A quel numero dobbiamo aggiungere circa 100 milioni di lavoratori nelle aziende municipali, 70 milioni nello Stato e nelle imprese statali e vari milioni nel commercio e nei servizi privati. Stiamo parlando, quindi, di una classe operaia di non meno di 350.000.000 (350 milioni) di persone.
In questo quadro, sia il salario minimo (che viene pagato a importanti settori dei lavoratori del settore privato) sia il salario medio sono aumentati al di sopra dell'inflazione negli ultimi anni. L'inflazione era dell'1 o 2% l'anno, con punte del 6% nel 2008 e nel 2011. Ma era molto più alta per gli alimenti, rappresentando il 46% delle spese delle famiglie urbane a basso reddito (con picchi del 10% in 2004, 13% nel 2007, 14% nel 2008 e 12% nel 2011).
Nel frattempo, il salario minimo è praticamente raddoppiato negli ultimi 12 o 13 anni, con aumenti superiori al 10% in diversi anni. Questo è stato il risultato di numerosi conflitti in cui le compagnie private hanno optato per negoziare concessioni e inoltre, della politica attuata dallo Stato per cercare di evitare (o mitigare) questi conflitti: il piano quinquennale 2011-2015 ha pianificato aumenti annuali del 13% rispetto al salario minimo. Attualmente, questo minimo è tra 1.100 e 1.600 yuan (a seconda della regione e anche con differenze al loro interno). Cioè, tra 167 e 243 dollari.
È importante capire che una parte importante della classe operaia industriale ha cambiato la sua natura. Non è più una questione di generazione appena uscita dalle campagne, ma dei loro figli, già cresciuti nelle grandi città, con migliori livelli di istruzione e maggiori aspirazioni sociali.
Un altro fattore che ha spinto l'aumento dei salari un po' più in alto è la mancanza di personale per i lavori più qualificati. In questo modo, lo stipendio medio generale è ora di 3.500 yuan (532 dollari). Ma è più alto nello stato, nella finanza e in alcuni settori del commercio e dei servizi, mentre nell'industria la media è di $ 264 (dati ricavati da     
http://www.sinpermiso.info/articulos/ficheros/chinasalar.pdf).
Questo aumento dei salari ha fatto perdere alla Cina «competitività» rispetto ad altri paesi asiatici e ha fatto sì che alcune industrie (come il tessile o l'abbigliamento) trasferissero i loro investimenti in paesi con salari più bassi. In un'analisi comparativa, oggi il lavoro industriale cinese è più costoso del Bangladesh (38 dollari), del Pakistan (98), del Vietnam (112) e persino della Malesia (234).
 
Gli attacchi e le prime risposte
Questa situazione, sommata allo scoppio della crisi economica, pone alla borghesia e al regime cinese la necessità di attuare forti attacchi alla sua classe operaia. Da un lato, la politica di espulsione dei contadini per generare nuove nidiate dell'esercito industriale di riserva. Dall'altro, attaccare alcune restanti conquiste dello Stato operaio e gli stipendi della classe operaia.
In primo luogo, la restaurazione ha liquidato la cosiddetta «pentola di ferro» (la sicurezza del lavoro, la sicurezza sociale e gli affitti a buon mercato) per i lavoratori privati (rimane solo per lo Stato), eliminando un forte «ammortizzatore» di tensioni sociali. La sicurezza sociale è sempre più precaria, così come il sistema sanitario: migranti interni che non hanno il passaporto necessario (aspetto importante per i lavoratori industriali) non ricevono cure mediche né hanno il diritto di andare in pensione, e devono pagare l'affitto soggetti alle leggi della «domanda e dell'offerta».
Molte aziende non pagano nei termini i salari (o non li pagano direttamente, e l'alta inflazione sugli alimenti corrode il valore reale del reddito, in particolare dei lavoratori meno pagati). Inoltre, cominciano i licenziamenti in società private e in alcune società statali, che chiudono o vengono privatizzate.
E i lavoratori rispondono: secondo i dati del China labour bulletin (con sede a Hong Kong), nel 2014 i lavoratori cinesi hanno effettuato 1.378 controversie di lavoro, il doppio rispetto al 2013 e 56 volte di più rispetto al 2007. E il processo aumenta: Nei primi cinque mesi del 2015 ci sono stati tre volte più scioperi rispetto allo stesso periodo del 2014. Questi dati non sono ufficiali e dovrebbero essere presi con cura, ma indicano una tendenza.
Allo stesso tempo, è importante considerare che la stragrande maggioranza di questi conflitti si verificano nel settore privato e nei municipi dello stato, i cui lavoratori guadagnano di più, conservano ancora privilegi e sono anche sottoposti a una pressione maggiore dall'apparato di partito. Il promesso e molte volte annunciato piano di privatizzazione ed «una maggiore efficienza» nel settore statale e nelle sue società viene soffocato o applicate solo col contagocce, a causa della resistenza del «basso clero» di una parte dell'apparato di regime e del partito che non vuole perdere i suoi privilegi. Ma nella misura in cui la crisi economica si approfondisce, il regime cinese e la borghesia saranno costretti ad applicare un aggiustamento molto maggiore nel settore statale dell'economia e questo potrà aprire una nuova fonte di conflitti.
La gigantesca classe operaia cinese e il suo proletariato industriale si sta risvegliando e iniziando ad agire. Se questo processo continua, può acquisire proporzioni mai viste prima in nessun Paese del mondo e contrastare non solo con il modello economico del Paese ma anche con il regime dittatoriale controllato dal Partito comunista.
Dobbiamo anche considerare, come questione di importanza centrale, la questione delle rivendicazioni democratiche nei confronti di un regime molto repressivo e del suo progetto di «apertura». Nell'ottobre dello scorso anno ci sono state massicce dimostrazioni a Hong Kong (con picchi di 200.000 manifestanti) per la richiesta di elezioni libere, che sono state represse ma molto meno che a Tiananmen, nel 1989.
E' vero che Hong Kong è un caso molto particolare: era un'enclave dell'imperialismo britannico (con un forte sviluppo autonomo capitalistico) fino al 1997 è stata reintegrata in Cina con l'approccio di «un Paese, due sistemi») e la promessa di elezioni libere nel 2017 (che ora il regime non vuole dare o [vuole] farlo con il diritto di veto dei candidati). Ma queste affermazioni hanno un impatto su tutta la Cina, in quanto, come abbiamo visto, l'emergere di nuovi giovani settori urbani, sia proletari che ceto medio, con aspirazioni democratiche sempre maggiori, si scontra con una dittatura chiusa.
Il grande problema per il regime e la borghesia cinese è che nel Paese non esistono meccanismi di mediazione che permettano loro di attenuare o deviare questi possibili scontri o di incanalare tali aspirazioni. L'unica organizzazione politica è il Pcc e non c'è libertà democratica per le masse o per i settori medi. I sindacati ufficiali e i loro dirigenti sono, in realtà, organismi e funzionari dello Stato, che sono costretti attraverso la paura e la repressione e sono odiati dalla base. E la borghesia (e la nuova piccola borghesia su cui può contare) sono di dimensioni ridotte di fronte all'immensa classe operaia e ai contadini poveri.
Ciò significa che potrebbe verificarsi uno scontro «allo stato grezzo». Qualcosa che sembra essere anticipato dalla violenza che acquistano alcuni conflitti, con aggressioni e persino omicidi di manager di aziende private o alti funzionari di società statali che stavano per essere privatizzate.
È vero che il regime cinese e la borghesia si sono mostrati estremamente pragmatici e potrebbero promuovere una «apertura». Ma fino ad ora non sono stati disposti a concederla, e può accadere che, in seguito, sia troppo tardi (o che venga sopraffatta dal processo di ascesa delle lotte).
Hanno, certamente, l'alternativa di tentare uno schiacciamento repressivo come hanno fatto con il movimento di Tienammen. Per questo scopo, hanno strumenti molto potenti: forze armate con 3.500.000 soldati e forze di polizia con 1.600.000, e con un armamento potente che viene modernizzato sempre di più.
Ma, oltre al fatto che l'80% delle forze armate è costituito da coscritti e riservisti (quindi una base con molte vasi comunicanti con le masse), la realtà sociale del Paese oggi è molto diversa da quella dell'era Tienammen. Non si tratterebbe più di affrontare solo gli studenti e i settori medi, come nel 1989, ma una classe operaia giovane e colossale.
 
Alcune considerazioni finali
Vogliamo finire questo lavoro sollevando alcune domande a cui il prossimo futuro potrà rispondere. Il primo è l'impatto che la situazione della Cina avrà sull'economia globale nel suo insieme. Secondo il Wall Street Journal (portavoce del capitale finanziario degli Stati Uniti): «La Cina ha cessato di essere la salvezza ed è diventata una minaccia per l'economia mondiale».
La seconda questione è se il regime e la borghesia cinese avanzeranno nel loro processo di apertura in modo diretto al mercato finanziario dei capitali imperialisti e se questo si verificherà, quale impatto avrà, sulle dinamiche della finanza globale, l'apertura di un nuovo ed immenso campo di investimenti diretti e fonti di profitti.
La terza domanda (in realtà, quella centrale) è la dinamica della lotta di classe nel Paese. Riteniamo che la restaurazione del capitalismo in Cina sollevi la necessità di una nuova rivoluzione operaia e socialista, ed è necessario preparare il programma per questa rivoluzione. Ma è un processo che non sarà più, come nel 1949, su una base contadina e in un Paese molto arretrato, ma avendo come protagonista il più grande proletariato del mondo. Stiamo vivendo i primi passi di un'ascesa della lotta di classe in Cina? Può questa ascesa evolvere in una situazione rivoluzionaria?
In ogni caso, una cosa è chiara: se la Cina «trema», le sue scosse faranno tremare il mondo e una parte importante del futuro del mondo si giocherà in quel Paese.
(2015)
 

NOTE
[1] La cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale Proletaria ebbe luogo in Cina tra il 1966 e il 1976. Fondamentalmente fu una grande mobilitazione (guidata dallo stesso Mao) dei giovani settori del Partito Comunista e la frazione più a sinistra della burocrazia contro i vecchi dirigenti e quadri della frazione di destra (come Deng Xiao Ping), che si erano spostati dalle loro posizioni.
[2] Politica economica proposta dall'economista britannico John Maynar Keynes (1883-1946) per affrontare e mitigare le crisi economiche del capitalismo. Fondamentalmente consiste di iniezioni monetarie e creditizie fatte dallo Stato nei settori «produttivi», insieme a una spinta verso le opere pubbliche.
 
(Traduzione dall'originale in spagnolo di Salvo de Lorenzo)
 
 
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