Finanziaria Un'altra bastonata ai lavoratori
venerd 08 novembre 2019
Finanziaria
Un'altra bastonata
ai lavoratori




di Alberto Madoglio

Dopo una lunga trattativa tra le differenti componenti del governo italiano, l’esecutivo guidato dal premier Conte ha varato la manovra finanziaria per il 2020 che dovrà essere approvata definitivamente dal Parlamento entro il 31 dicembre.
Da una rapida lettura dei provvedimenti approvati per il momento, possiamo affermare che nulla cambia rispetto alle manovra economiche varate dai governi precedenti.
Partiamo prima di tutto da un elenco di quello che non è previsto nella manovra.

Cosa non c'è nella manovra
Non sono previste risorse per garantire un dignitoso rinnovo del contratto per oltre tre milioni di dipendenti pubblici.
Si parla di uno stanziamento di circa 3,7 miliardi per il triennio 2019/21. Una semplice divisione permette di capire quanto poco avranno i lavoratori di un settore che ha dovuto subire un durissimo intervento di austerità, rappresentato da un decennio di blocco salariale: nemmeno con lo scorso rinnovo si era riusciti a recuperare le migliaia di euro persi nel decennio di blocco degli aumenti.
Non sono previsti interventi volti a cancellare la riforma pensionistica targata Monti-Fornero. Non andava in questo senso l’introduzione lo scorso anno della famigerata quota 100, ma ad oggi le sole voci che si alzano riguardo il tema delle pensioni sono quelle che vogliono ritornare semplicemente alla riforma del 2011. Sempre in tema di pensioni è previsto un adeguamento dell’assegno pari a circa 3 euro lordi l’anno. Non è uno scherzo né un errore nella scrittura dell’articolo ma quanto previsto dalla manovra. Questo vergognoso provvedimento, non sappiamo se dovuto più a stupidità, malafede o a una vera e propria volontà di provocare, dimostra senza troppe parole quale è la natura sociale di questo governo.
Non sono previsti investimenti a favore della scuola pubblica, della sanità, del trasporto pubblico locale ecc.
Non è previsto l’aumento delle aliquote dell’Iva, motivo che, secondo la propaganda governativa, aveva spinto forze, che fino all’ultimo si erano scontrate violentemente, a dar vita a un governo per impedire la quasi certa vittoria della Lega in caso di ricorso ad elezioni politiche anticipate. Questo mancato aumento dovrebbe, secondo i sostenitori della maggioranza, di per sé giustificare un giudizio positivo sulle scelte in campo economico.
In realtà, anche se nessuno lo sottolinea, le famigerate clausole di salvaguardia (cioè il meccanismo che causa l’aumento dell’Iva in caso di buchi di bilancio) non sono state cancellate, come molti vogliono far credere. Lo ricorda persino sul sito del Sole 24Ore Dino Pesole spiegando che queste clausole, seppur in maniera ridotta, ipotecheranno i conti del 2021 e del 2022 per un importo pari a 45 miliardi. La bomba di un aumento della tassazione dal carattere fortemente regressivo (in quanto l’Iva colpisce i beni di consumo al di là del reddito) non è stata disinnescata ma il timer è stato solo bloccato momentaneamente.

La propaganda sul taglio del cuneo fiscale
Altro provvedimento che dovrebbe segnare una svolta col passato, e venire incontro alle rivendicazioni dei lavoratori, è il taglio del cuneo fiscale, ma anche in questo caso ci troviamo di fronte a una grande operazione di propaganda, volta a mistificare la realtà. Prima di tutto, con questo meccanismo si tenta di evitare che gli aumenti salariali siano pagati dai padroni, come dovrebbe essere normalmente. Il taglio del cuneo infatti sostituisce gli aumenti da rinnovo contrattuale, come dimostrano le trattative in corso, metalmeccanici e bancari su tutti, dove i padroni non vogliono riconoscere aumenti, cercando di barattarli col taglio del carico fiscale.
Non neghiamo che sia necessaria una politica fiscale che tagli le tasse a salariati e pensionati ma questa ha senso se è legata a un forte aumento delle tasse sugli alti redditi, di qualunque natura essi siano, a una tassazione sui grandi patrimoni, e a una vera e coerente lotta all’elusione fiscale, cioè al modo perfettamente legale in cui le grandi famiglie del capitalismo italiano possono evitare di pagare le tasse, trasferendo la sede delle loro aziende nei vari paradisi fiscali. A parole, centrodestra e centrosinistra si scandalizzano del fatto che multinazionali come Google e Amazon non versano imposte in Italia ma nulla dicono se Fca, Mediaset, Ferrero ecc. fanno lo stesso.
Inoltre il taglio del cuneo dovrebbe riguarda i contributi previdenziali, con la conseguenza che le pensioni saranno più «leggere» a causa di questo provvedimento.
Infine la misura dovrebbe portare a un aumento di poche decine di euro al mese.
Sono introdotte una serie di micro tasse che andranno a colpire i consumi delle classi popolari, vengono confermati gli incentivi a favore delle imprese che investono in innovazione tecnologica (la cosiddetta «industria 4.0») e, anche se è un argomento di cui si parla poco, sono confermati finanziamenti record (oltre il miliardo di euro) per gli oltre 7000 soldati italiani coinvolti in decine di missioni all’estero che, è giusto ricordare, non sono missioni di pace, ma interventi volti a tutelare gli interessi imperialisti dello Stato italiano, a spese dei lavoratori che vivono in Italia e anche delle popolazioni che subiscono questa vera e propria occupazione militare (aspetto per cui l’Italia è seconda solo agli Usa).

Non esistono pasti gratis ma sono gli operai a patire la fame

Alcuni tra i meno disonesti dei politici e commentatori borghesi ammettono che questa manovra non muta la condizione materiale delle classi che nell’ultimo decennio sono state massacrate dalla crisi economica. Sottolineano che le risorse a disposizione del governo sono limitate è che per questa ragione è già tanto che non si sia incorsi in una manovra «lacrime e sangue» come quelle che abbiamo visto nel passato.
La finanziaria del 2020 poteva in effetti essere ancora più pesante: se non è così ciò è dovuto alle difficoltà in cui si dibatte la maggioranza che sostiene l’esecutivo. Gli scontri fra i vari partiti, la sconfitta subita dal centrosinistra alleato con i 5stelle nelle recenti elezioni in Umbria, il fatto che a due mesi dalla nascita la nuova colazione ha già terminato la sua «spinta propulsiva» e che si ricominci a parlare di un ricorso anticipato alle urne, sono i veri motivi che hanno fanno sì che la manovra sia frutto di un compresso molto precario.
Chiaramente il tutto è determinato anche dalla crisi economica internazionale del capitalismo: tuttavia a chi sostiene che "in economia non esistano pasti gratis", rispondiamo che sono i lavoratori, i proletari, che in questi anni sono stati a digiuno e hanno dovuto tirare la cinghia, mentre i rappresentanti delle grandi famiglie borghesi si sono abbuffati abbondantemente.
E quanto questo sia vero lo prova anche un altro fatto, che la stampa e le forze politiche borghesi hanno nascosto. Come molti sanno, il settore creditizio è stato colpito pesantemente dalla crisi. Le maggiori banche si sono trovate con decine di miliardi di crediti inesigibili che mettevano a rischio la tenuta dei loro bilanci. Per limitare i danni, attraverso complicate operazioni finanziarie, hanno ceduto questi crediti, con la previsione di recuperarne almeno una parte. Allo stesso tempo lo Stato si è impegnato a garantire la copertura della eventuale perdita tra quanto previsto ed effettivamente incassato in questa opera di recupero. Bene, ad oggi la perdita per le finanze pubbliche ammonta a 5 miliardi di euro, e altri molto probabilmente se ne aggiungeranno in futuro.
Il governo che afferma di non poter aumentare salari e pensioni, né finanziare in maniera dignitosa il welfare pubblico, trova senza batter ciglio 5 miliardi per salvare i grandi azionisti delle banche (non certo i piccoli risparmiatori).

Pace sociale. ma fino a quando?

Viene spontaneo domandarsi come mai, di fronte a questa situazione che sembra senza via di uscita per le classi subalterne, di fronte a un governo che appare sempre più debole ogni giorno che passa, non assistiamo a sollevazioni popolari di massa come quelle a cui stiamo assistendo in queste settimane in Cile, Ecuador, Libano, eccetera.
Una parte importante della spiegazione va, secondo noi, cercata nel ruolo di pompieraggio preventivo svolto dalle grandi burocrazie sindacali, Cgil in testa. Non a caso i due sponsor principali dell’operazione che lo scorso agosto ha dato alla luce il Conte bis sono stati la grande borghesia nazionale e europea e la Cgil di Landini,
Passerà alla storia come l’ennesimo crimine ai danni della classe operaia la decisione, esplicitata con una intervista, con la quale il segretario del maggior sindacato italiano dava il via libera al governo Conte-Di Maio-Zingaretti, guidato dallo stesso premier che fino a poche ore prima guidava quello che, a detta di tutti, era il governo più reazionario della storia repubblicana.
E oggi, nonostante non si veda nessun segnale, nemmeno minimo, di discontinuità col passato, la Cgil si guarda bene dall’aprire una fase di conflitto contro governo e padroni. Certo le minacce non mancano così come i toni bellicosi. Li abbiamo visti all’epoca della lotta contro la chiusura della acciaieria di Terni o nei giorni più duri della crisi all’Ilva. Non passava giorno in cui Landini, allora leder dei metalmeccanici, minacciasse di occupare le fabbriche per salvare i posti di lavoro. Abbiamo visto come è andata a finire.
Oggi stiamo assistendo allo stesso schema: da un lato si garantisce la pace sociale, o meglio, che davanti ai pesanti attacchi del capitale i lavoratori non rispondano in maniera adeguata. Dall’altro si lanciano ultimatum minacciando futuri sfaceli. Al momento questo doppio gioco pare funzionare, non tanto perché i lavoratori si aspettino chissà che da Landini e soci, ma perché sono sfiduciati da anni di tradimenti.
Tuttavia proprio quanto sta accadendo in queste ore dal Sud America al vicino Oriente ci dimostra che in una situazione di crisi senza uscita, quando i lavoratori subiscono anni di soprusi e inganni, basta una piccola goccia per far tracimare il vaso.
In Cile è stato l’aumento (come in Brasile) del biglietto della metropolitana della capitale Santiago. In Libano l’annuncio dell’introduzione di una tassa sulle telefonate tramite whatsapp.
Non sappiamo quale sarà da noi la goccia, ma sappiamo che il vaso della pazienza dei salariati nel Paese è ormai colmo e che quando si presenterà l’occasione i rivoluzionari dovranno farsi trovare pronti per fare la loro parte, aiutando nell'organizzare le lotte in direzione di un rovesciamento di questo sistema che offre soltanto miseria per tanti e profitti per pochi.