Con il popolo curdo contro l'aggressione della Turchia sostenuta da Trump
luned́ 28 ottobre 2019
Con il popolo curdo
contro l'aggressione della Turchia
sostenuta da Trump
 
  kurdi
 
 
dichiarazione della Lit-Quarta Internazionale
 
 
 
 
 
Questo mese, per ordine del presidente Recep Tayyip Erdogan, l'esercito turco ha avviato un attacco e un'invasione nei cantoni curdi situati nel nord-est del territorio siriano (Rojava). L'azione è stata appoggiata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che aveva precedentemente determinato il ritiro di 2.000 soldati statunitensi da quella regione e, di conseguenza, la rottura dell'alleanza che il suo Paese aveva con i curdi.
Questo segna un cambiamento nella politica dell'imperialismo yankee in Siria: dopo aver approfittato del generoso sforzo dei curdi nella lotta contro l'Isis (Stato islamico), simboleggiato dall'eroica difesa della città di Kobane, ora li abbandona per ristabilire buoni rapporti con un alleato storico (Turchia ed Erdogan). Questa inversione di rotta era già stata preparata da diversi mesi.
Non è il primo attacco da parte di Erdogan contro i curdi del Rojava. Alla fine del 2016 aveva eseguito l'operazione «Scudo dell’Eufrate» per «interrompere» il corridoio che i curdi stavano cercando di formare tra i cantoni di Afrin e Jazira. L'obiettivo fu raggiunto e le forze turche mantennero il controllo della città siriana di Yarabulus e di altre città minori. All'inizio del 2018, lanciò la «Campagna Ramo di Ulivo» che consolidò la sua presenza militare nella regione di Afrin.
Come nei casi precedenti, la nostra posizione di fronte a questa nuova aggressione è assolutamente chiara: sosteniamo e difendiamo il campo militare curdo contro l'attacco turco avallato da Trump. Ripudiamo l'attacco di Erdogan contro il popolo curdo e invitiamo a manifestare la solidarietà militante con il popolo del Rojava. Combattiamo e continueremo a farlo per il diritto all'autodeterminazione del popolo curdo nel suo insieme, per la costruzione di uno Stato confederato unificato del popolo curdo, attualmente disperso tra Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Oltre a rilasciare questa dichiarazione, riteniamo necessario riprendere e approfondire le analisi e le considerazioni che abbiamo fatto in vari articoli negli ultimi anni, a causa dei complessi fattori internazionali e regionali che si combinano tra loro (e le modifiche al loro interno).
 
I curdi
Il popolo curdo è la più grande nazionalità mediorientale senza un suo Stato, poiché il trattato di Losanna (firmato nel 1923 per dividere i domini dell'Impero turco-ottomano, sconfitto nella prima guerra mondiale) negò loro quel diritto. I curdi risultarono divisi in quattro Paesi (Turchia, Iran, Iraq e Siria), in ciascuno dei quali costituiscono una nazionalità oppressa e gravemente repressa quando combatte per cercare di invertire questa situazione.
Nel territorio siriano sono ampiamente maggioritari nei cantoni di Afrin, Jazira e Kobane, nella fascia nord-orientale del Paese (al confine con la Turchia a nord e l'Iraq a est). Questi cantoni occupano un’area di circa 15.000 km2 e sono abitati da poco più di 2.000.000 di curdi (e coloni di altre origini). I curdi, per la maggior parte, provengono da migrazioni dalla Turchia. Come esempio dell'oppressione subita in questo Paese, ricordiamo che fino a pochi anni fa non avevano neanche il diritto di essere cittadini turchi.
Da marxisti rivoluzionari, se una nazionalità oppressa dichiara di volere la sua indipendenza, sosteniamo e difendiamo incondizionatamente questa decisione. Il caso curdo è speciale: è ovvio che si tratta di una nazione oppressa, ma non si trova in un singolo Paese, essendo divisa e oppressa in quattro Paesi. Per questa ragione, l'unico modo di esercitare la sua autodeterminazione è rompere quella divisione e riunificarsi. Pertanto, come punto di partenza, riconosciamo e difendiamo il diritto dei curdi di separare i loro territori storici dagli Stati che oggi li integrano e costituire il loro Stato indipendente (e sosteniamo pienamente la loro lotta in questo senso). Crediamo che, in questo caso, inoltre, non si tratterebbe di un'atomizzazione ma, al contrario, di una riunificazione progressiva.
 
Le autonomie curde
Negli ultimi anni, il popolo curdo ha ottenuto il controllo di due regioni autonome: una in Iraq (Basur) e un'altra in Siria (Rojava). In realtà, si tratta di due Stati o embrioni di Stati veri e propri. I processi che hanno portato a queste autonomie, guidati da Massoud Barzani e dal Pdk (Partito Democratico del Kurdistan) a Basur, e dal Pyd (Partito dell'Unione Democratica) nel Rojava, sono molto diversi. Entrambi i partiti (Pdk e Pyd) si contendono fortemente la direzione del popolo curdo nei loro territori e nei Paesi in cui vivono. Il Pyd è l'espressione del Pkk (Kurdistan Workers Party, fondato in Turchia) in Rojava.
Il Basur non ha rappresentato, fino ad ora, alcun problema per l'imperialismo e la Turchia. Il governo Barzani e il Pdk fanno affidamento su grandi risorse, sull’agricoltura e su un importante sviluppo capitalista. Sin dall'attacco dell’imperialismo contro il regime di Saddam Hussein, il Pdk si è strettamente legato all'imperialismo. È inoltre diventato il partner economico e politico di Erdogan, poiché fornisce quasi tutto il petrolio di cui la Turchia ha bisogno, mentre la borghesia turca investe a Basur. Come riflesso, Erdogan ha ricevuto Barzani ad Ankara con il massimo degli onori che vengono attribuiti a un capo di Stato. Inoltre, l'influenza di Barzani svolge un ruolo «pacificatore» nella borghesia e nei ceti medi curdi della Turchia, incoraggiandoli a integrarsi nelle «istituzioni» attraverso il partito Hdp.
Al contrario, l'autonomia del Rojava ha costituito un fattore profondamente destabilizzante per la Turchia, poiché oggettivamente la sua esistenza è un fattore che incoraggia la lotta dei curdi in Turchia. Inoltre, la borghesia turca è particolarmente preoccupata dal ruolo di direzione politica e dall'influenza del Pkk su entrambi i lati del confine (un «confine curdo armato» molto pericoloso). Pertanto, inizialmente, la politica di Erdogan è stata quella di incoraggiare e sostenere l'Isis nei suoi attacchi contro i curdi. Ma la politica americana (che analizzeremo più approfonditamente in seguito) aveva la necessità di affrontare l'Isis e di armare i curdi del Rojava come principale forza di supporto in tale compito.
La base economica del Rojava è molto diversa da quella di Basur: non vi era praticamente, all’atto della sua formazione, nessuna borghesia curda nella regione perché quasi tutta la regione era di proprietà dello Stato siriano. Nel quadro della rivoluzione iniziata nel 2011 contro il regime di Al Assad (e la successiva guerra civile), i curdi del Rojava dichiararono la loro autonomia e stipularono un accordo di «non aggressione» con il regime siriano. Nell'acquisire una regione di scarso sviluppo economico capitalista e con i suoi pilastri centrali nelle mani dello Stato, il Pyd ha dovuto adottare speciali forme istituzionali e un funzionamento economico centralizzato. Ciò ha portato vari settori della sinistra ad affermare che sarebbe nato un nuovo Stato socialista nel Rojava (o in transizione verso il socialismo). Pensiamo che questa sia un'opinione affrettata e soggettiva, data l'estrema debolezza economica del territorio, l'assenza della classe operaia e il disimpegno del Pyd da un qualsivoglia progetto socialista per un Kurdistan unito e per la regione.
Ma al di là di queste analisi, riteniamo che le autonomie raggiunte a Basur e Rojava siano un progresso nella direzione di uno Stato curdo unificato e, pertanto, debbano essere difese. Non devono essere considerate l'«obiettivo finale» ma devono essere messe al servizio della lotta per raggiungere quello Stato unificato e una confederazione socialista nella regione.
In tal senso, non abbiamo alcuna fiducia nelle attuali direzioni curde, sia per il loro carattere di classe (borghese o piccolo-borghese) sia per la loro politica di abbandono della lotta per lo Stato curdo unificato. Stiamo nel loro campo militare, ma combattiamo le loro politiche in relazione all'imperialismo Usa, ad Assad o ad Erdogan.
 
La svolta di Trump
L'amministrazione Trump completa la svolta che aveva già iniziato a prendere nel 2018, sostenendo la Turchia ed Erdogan e lasciando i curdi del Rojava al loro destino. Inoltre, secondo la stessa Casa Bianca, i curdi saranno obbligati a consegnare i prigionieri dell'Isis alle forze turche. Nel frattempo, centinaia di prigionieri dell'Isis hanno approfittato dell'attacco per fuggire.
La ragione principale di questa svolta degli Usa è, ovviamente, quella di riguadagnare buoni rapporti con un alleato storico (la Turchia) che, per vari motivi (incluso il sostegno ai curdi), si era deteriorato. Ma implica anche che il governo americano ignora il conflitto siriano e lascia che altri Paesi, in particolare la Russia, dirigano la situazione.
Questa svolta ha suscitato un intenso dibattito all'interno della borghesia imperialista. Negli Stati Uniti Trump non è stato criticato solo dai democratici, ma ha anche causato una crisi all'interno dello stesso Partito repubblicano.
Anche altri Paesi imperialisti lo criticano. Jonathan Marcus, corrispondente della Bbc per le questioni relative alla Sicurezza e alla Difesa, afferma che: «Il potenziale caos potrebbe facilitare una rinascita dello Stato islamico». Questa decisione «segna un tradimento di Washington nei confronti dei suoi alleati curdi, un tradimento che molti altri Paesi della regione percepiranno come un campanello d’allarme. Sia i sauditi che gli israeliani si stanno rendendo conto che la retorica di Trump non coincide quasi mai con le sue azioni».
Il dibattito che questa decisione di Trump ha scatenato, nell’ambito dell’imperialismo, è stato così acceso che il presidente degli Stati Uniti è stato costretto ad annunciare sanzioni economiche alla Turchia e a twittare minacce.
 
Al Assad si è avvantaggiato 
Negli anni immediatamente successivi al 2011, il presidente siriano Assad è stato messo alle strette, ha perso il controllo di una parte importante del territorio siriano e stava per cadere di fronte all'offensiva militare dei ribelli. È sopravvissuto grazie agli «aiuti stranieri»: le milizie libanesi di Hezbollah e il sostegno in armi dell'Iran e, soprattutto, della Russia. Nel 2015, le forze militari russe sono entrate direttamente in guerra e ciò ha consentito ad Assad una forte offensiva verso Oriente, sfrattando le forze ribelli da molti dei territori e atomizzandole.
Gli attacchi turchi sono una violazione della sovranità siriana. Ma, nel 2018, il regime siriano non ha fatto nulla e non ha nemmeno chiesto a Putin di impedirli. Sebbene sembri contraddittorio, Bashar al Assad beneficia di questo attacco turco. La tregua di fatto che aveva istituito gli è servita a concentrarsi nella lotta contro le forze ribelli, mentre i curdi rallentavano l'avanzata dell'Isis in Siria.
Ma soprattutto, supportato dagli Stati Uniti, l'Ypg/Sds si è fortemente rafforzato militarmente e territorialmente, estendendo il suo controllo alle aree non curde, costituendo una minaccia strategica per il regime di Assad e per le sue aspirazioni a riprendere il controllo dell'intero territorio siriano. L'attacco turco indebolisce le forze curde, le costringe a ritirarsi e rompe l'alleanza tra gli Stati Uniti e Ypg/Sds.
Se ciò non avesse costituito un vantaggio per sé e per il regime siriano, Assad avrebbe cercato di prendere accordi con la leadership curda del Rojava per difendere il confine e limitare l'avanzata turca, patteggiando l'ingresso delle truppe governative. Si sostiene anche che le Ypg/Sds verranno integrate nell'esercito siriano. Ci sono già città, come Hasaka o Qamishli, sulla rotta delle raffinerie di petrolio del Paese, dove queste milizie agiscono assieme. Le forze russe presenti nel Paese accompagnano questo movimento, si sono stabilite nelle basi americane abbandonate e agiscono come una sorta di linea di divisione difensiva tra le forze di Ankara e quelle di Bagdad.
 
Il ruolo di Putin
A partire dall'ascesa di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, era stato stabilito un accordo di fatto tra gli Usa e il governo Putin, che determinava «aree di responsabilità» in Siria: a ovest del fiume Eufrate la Russia e ad est gli Stati Uniti, per evitare scontri diretti tra le loro forze o tra i loro alleati. Ciò si è già manifestato durante l'attacco di Afrin nel 2018, quando le forze russe non hanno fatto nulla per impedirlo e hanno liberato lo spazio aereo per consentire l'azione dell'esercito turco.
L'obiettivo di Putin in Siria è la difesa del regime dittatoriale di Assad e della sua strategia di riguadagnare il controllo dell'intero territorio siriano, al fine di incrementare i benefici degli oligarchi russi nell'attività di ricostruzione del Paese e, soprattutto, nel rafforzare la Russia come potenza regionale. Il ritiro americano può solo favorire i suoi piani.
 
Il prezzo elevato di una politica di alleanze equivoche del Pyd
La situazione in Siria è quella di un «poligono di forze» complesso e mutevole. Queste forze intervengono e definiscono la loro politica in una combinazione di interessi strategici e bisogni congiunturali e specifici. La «scacchiera siriana» cambia non solo costantemente nei domini territoriali che ciascun settore mantiene, ma anche nelle alleanze e negli accordi che si stanno configurando. In quel gioco, non dobbiamo mai dimenticare che, come negli scacchi, ci sono re, alfieri e pedine.
Pertanto, nel contesto della sua complessità, se guardiamo la questione con obiettività, una cosa è chiara: dietro l'attacco turco è stato realizzato un accordo controrivoluzionario contro i curdi, tra Erdogan, Putin, Trump, Assad e gli ayatollah iraniani. È lo stesso accordo che ha contribuito a infliggere pesanti sconfitte a una parte importante dei ribelli siriani e a rafforzare Assad. 
È una conclusione che i curdi devono trarre chiaramente: i «pezzi grossi» (Usa e Russia) sviluppano un loro gioco, in difesa dei loro interessi, in cui le «pedine» possono sempre essere sacrificate. La cecità strategica da un punto di vista politico e di alleanze della leadership del Pyd/Pkk (tregua con il regime di Al-Assad, rifiuto di un'alleanza con i ribelli siriani, impegno centrale a sostegno dell'imperialismo Usa) ora costringe i curdi a pagare un prezzo altissimo.
Non serve a nulla lamentarsi che Trump ora li avrebbe «pugnalati alle spalle». Era qualcosa che avrebbe potuto verificarsi molti anni fa. Manuel Martorell, autore del libro Kurdi, pubblicato nel 2016, aveva anticipato, prima dell'attacco turco dell'anno scorso: «Ciò che è accaduto ad Afrin si ripeterà nel nord della Siria… questo causerà un terribile disastro umanitario. Forse milioni di persone dovranno fuggire al confine con l'Iraq... Gli Stati Uniti hanno fatto come al solito, hanno risposto ai loro interessi strategici».
Di sicuro, il popolo e le milizie curde del Rojava combatteranno con l'eroismo che hanno avuto negli anni precedenti contro l'Isis. Ma la loro situazione è molto difficile: attaccati dall'esercito turco, di gran lunga superiore nelle truppe e nelle armi, indeboliti nelle loro provviste e costretti a stabilire un accordo con il regime di Assad e le forze russe.
La fine dell'oppressione subita dai curdi e la conquista del proprio Stato non saranno mai raggiunti con l'aiuto di Trump o Putin. Sebbene possano trarre vantaggio dalle loro contraddizioni, saranno sempre strategicamente i loro nemici e preferiranno sempre sostenere i loro «alfieri» (come Assad, Erdogan o gli ayatollah iraniani) invece che i loro pedoni. È stata la politica dell'alleanza seguita dal Pyd/Pkk che ha portato a questa situazione.
La lotta dei curdi potrà trionfare solo e prima di tutto attraverso l'unità del popolo curdo stesso, indipendentemente dal Paese in cui vengono oppressi. È necessario richiedere ai peshmerga del Basur di difendere i loro fratelli nel Rojava. È necessario chiedere che le milizie del Pkk in Turchia (per quanto possibile) vadano oltre le semplici dichiarazioni e le supportino da oltre confine.
La politica seguita dal Pyd-Ypg-Fds (fare una tregua con Assad e attaccare battaglioni di ribelli e popolazioni siriane da loro controllati) è stato un errore e un crimine politico. È necessaria una svolta a 180º in questa politica e si deve cercare un'alleanza con i settori più progressisti delle forze di opposizione ad Assad che stanno ancora combattendo. Infine, occorre invocare la solidarietà internazionale dei lavoratori e delle masse del mondo.
 
Sostegno incondizionato alla lotta dei curdi contro l'invasione turca
Riaffermiamo la nostra posizione di sostegno e difesa del campo militare curdo contro l'attacco turco approvato da Trump e ci uniamo alla campagna internazionale unitaria a favore di questa posizione.
Combattiamo per il diritto all'autodeterminazione del popolo curdo e per la costruzione di uno Stato federale unificato di quel popolo, attualmente disperso tra Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Crediamo che il compito di costruire uno Stato curdo unificato potrà essere raggiunto solo in una lotta insieme a tutti i lavoratori e ai popoli del Medio Oriente, nella prospettiva di formare una grande federazione di repubbliche socialiste di nazioni arabe e musulmane.
Infine, di fronte alla direzione curda (sia il Pkk/Pyd che il Pdk) è più che mai necessario costruire una direzione rivoluzionaria curda che sia disposta a portare quella lotta alla sua vittoria.