Con le masse curde contro l'aggressione della Turchia sostenuta dall'imperialismo
sabato 12 ottobre 2019
Con le masse curde
contro l'aggressione della Turchia
sostenuta dall'imperialismo
 
 
 
 
 
curdi

 
Il presidente turco Erdogan ha deciso, all’inizio di questa settimana, di inviare l’esercito all’attacco dei cantoni curdi presenti nel nord est della Siria. L'attacco è stato preparato in questi mesi e concordato con il presidente americano Trump. Segna un cambio di strategia dell’imperialismo americano che, dopo aver approfittato del generoso sforzo dei curdi contro l'Isis, ha deciso di ritirare le truppe presenti nel territorio in modo da consentire ad Erdogan di attaccare la confederazione democratica dei curdi.
Esprimiamo la nostra solidarietà alle combattenti e ai combattenti curdi che, dopo aver eroicamente sconfitto l’Isis, ora si trovano a dover combattere contro le mire egemoniche del presidente turco, membro della Nato.
Ripudiamo l’attacco di Erdogan al popolo curdo e invitiamo a manifestare la solidarietà militante con la popolazione del Rojava. Sosteniamo e difendiamo i curdi contro l’attacco militare turco. Ci siamo battuti e continueremo a batterci per il diritto all’autodeterminazione del popolo curdo nel suo insieme, per la costruzione di una confederazione dei popoli curdi, attualmente disseminati tra Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Nell’articolo che segue presentiamo un’analisi scritta pochi giorni prima dell’escalation militare. Nell’articolo avevamo analizzato i gravi limiti delle attuali direzioni politiche curdo-siriane, in particolare del Pyd/Pkk. Ci appariva difatti evidente che l’accodamento all’imperialismo americano e agli interessi egemonici nell’area di Putin e Assad, che poteva essere giustificato solo dal punto di vista tattico durante lo scontro con l’Isis, rappresentasse un enorme limite nel processo di emancipazione dei curdo-siriani.
Una direzione politica autenticamente rivoluzionaria deve difatti lavorare in modo che le sacrosante rivendicazioni dell’eroico popolo curdo-siriano siano parte di un più ampio processo di rivolta degli strati popolari sia curdi che siriani contro ogni potenza regionale. In tal senso è un errore gravissimo, per gli stessi interessi del popolo curdo, l’aver appoggiato Assad contro i ribelli siriani. Le responsabilità di queste scelte ricadono sulle direzioni staliniste del Pyd/ Pkk e su tutti coloro che in passato hanno stretto accordi col dittatore sanguinario Assad contro i ribelli siriani.
Il cambio di strategia di Trump dimostra, come avevamo scritto in passato, che i curdo-siriani sono stati trattati, sia dall’imperialismo americano che dallo stesso Putin, come pedine (e carne da macello) di cui sono ora pronti a sbarazzarsi nell’ambito di nuovi accordi con le borghesie medio-orientali. È dunque assolutamente necessario, al fine degli interessi dello stesso popolo curdo-siriano e della sua lotta per l’indipendenza, costruire una direzione politica che fraternizzi con i ribelli siriani che si battono contro il macellaio Assad, alfiere di Putin e delle borghesie medio-orientali.
 
 

 
Dove va il Rojava?
 
 
di Salvatore De Lorenzo (*)
 
Le immagini della resistenza dell’esercito curdo contro l’Isis a Kobane, conclusasi nel 2015, resteranno probabilmente impresse nel cuore di tutti i sinceri rivoluzionari. A rendere ancor più straordinaria quella lotta vi sono due componenti fondamentali. La prima è la composizione largamente femminile delle milizie curde di Ypg, che fa giustizia di tutte le fandonie maschiliste e dimostra come le donne siano in grado di compiere gesta rivoluzionarie esattamente se non più degli uomini. L’ardore rivoluzionario delle combattenti curde è stato anche alimentato dalla necessità di non finire nelle grinfie di quel barbaro esercito dei mercenari Isis, che riserva stupri e torture ai prigionieri militari. La seconda è rappresentata dalle condizioni difficili della lotta di resistenza in cui l’esercito curdo, che era limitato in armi e in numero rispetto all’esercito dell’Isis, è riuscito a sconfiggere il nemico, dimostrando che la combinazione di una corretta organizzazione militare e dello spirito rivoluzionario che si sviluppa nelle guerre di indipendenza dei popoli agisce come moltiplicatore di forze. E non è la prima volta che accade nella storia, se si pensa all’eroismo del popolo palestinese che continua disperatamente a resistere, con armi rudimentali, contro lo Stato sionista di Israele. Questo elogio dei curdi-siriani che si battono in difesa della repubblica del Rojava non può tuttavia prescindere da un’analisi della natura sociale, economica e politica dei curdi siriani, scevra sia dalle illusioni dell’idealismo anarchico che dalla retorica campista delle organizzazioni staliniste, che se da un lato esaltano, correttamente, la lotta dei curdi, dall’altro continuano a difendere i genocidi compiuti dalle potenze regionali nell’area, Siria in testa. L’analisi che segue, però, non è fine a sé stessa, poiché il coacervo di potenze, imperialistiche e regionali, che si scontrano in quella parte di mondo, è ben lungi dall’aver trovato una quadra ai problemi dei popoli e alla soluzione dei conflitti. Pertanto, questa analisi, che costituisce una critica serrata alla strategia delle attuali direzioni politiche curde, nasce con l’intento di alimentare una discussione sulla necessità del popolo curdo di lavorare a un profondo cambio di direzione politica, ancora possibile e necessario in questa fase.
 
La questione dell’autonomia
La questione dell’autonomia della regione del Rojava è, in un certo senso, atipica rispetto alle altre questioni nazionali, a causa dell’attuale suddivisione del popolo curdo in almeno quattro Stati differenti: Turchia (16 milioni), Iran (8 milioni), Iraq (7 milioni) e Siria (2 milioni) in Siria. Da marxisti rivendichiamo il diritto all’autodeterminazione di tutti popoli e sosteniamo la lotta dei popoli oppressi. In tal senso rivendichiamo il diritto all’indipendenza anche della singola regione del Rojava. Non è una decisione astratta ma deriva da quel principio marxista, che difendiamo incondizionatamente, in base al quale «un popolo che opprime un altro popolo non è un popolo libero». Ciò non significa, ovviamente, che auspichiamo che si costituisca l’ennesimo staterello borghese in Medio Oriente. Al contrario auspichiamo che il proletariato curdo, al di là delle odierne divisioni statali borghesi, possa costruire una direzione rivoluzionaria in grado di creare una repubblica curda unitaria e socialista. In tal senso, il processo della costituzione di un unico Stato curdo è rallentato principalmente dai contrasti tra le direzioni politiche dei vari Stati nei quali è frammentato il popolo curdo. Le divergenze tra le direzioni politiche dei curdi-siriani, il cui principale partito è il Pyd (l’organizzazione che in Siria rappresenta il Pkk di Ocalan), e le direzioni politiche dei curdi-iracheni, guidati dal Pdk di Barzani, costituiscono un oggettivo ostacolo al processo di riunificazione. Mentre Barzani è alleato di Erdogan, il Pkk lo combatte, pur cercando accordi con lo stesso Erdogan. Per la precisione, la borghesia curdo-irachena è uno dei principali partner commerciali di Erdogan, cui fornisce gran parte del petrolio di cui la Turchia ha bisogno. Dunque, il processo di riunificazione è contrastato dalle direzioni politiche delle varie frazioni curde, dall’Hdp turco al Pdk di Barzani e allo stesso Pkk di Ocalan, il più forte partito curdo, alla guida della lotta armata contro i turchi. Il Pkk punta alla costituzione di quattro Stati autonomi, invece che alla creazione di un’unica federazione di Stati curdi. La critica della Lit-Quarta Internazionale a questa posizione è esplicita: «Non diamo alcun sostegno né chiediamo fiducia nelle attuali direzioni curde, sia per il loro carattere di classe (borghese o piccolo-borghese) che per la politica che attuano (come l’abbandono della lotta per lo Stato curdo unificato). Ciò significa che, essendo schierati al fianco della lotta del popolo curdo, ne combattiamo politicamente le direzioni, e chiamiamo i curdi a combattere contro le loro politiche che vanno contro la lotta unitaria dei curdi (come gli accordi con l’imperialismo e con Putin)».
 
Uno stato borghese atipico
Alejandro Iturbe (della Lit-Quarta Internazionale) ha analizzato in dettaglio (in vari articoli pubblicati sulla nostra stampa) la natura economica e politica della repubblica del Rojava, sorta nel 2012 a seguito di un accordo tra Assad e la direzione politica curda, rappresentata dal Pyd. Con questo accordo Assad riconosceva l’autonomia alla nascente confederazione democratica, in cambio di un patto di non ingerenza dei curdi nello scontro tra il regime siriano e i ribelli, insorti contro Assad nel corso della «Primavera araba». È dunque a partire dal 2012 che i curdi siriani creano uno Stato autonomo, con una propria carta costituzionale. Influenzata dalle presunte svolte pseudo-anarchiche di Ocalan, la carta costituzionale cerca di far passare l’idea che la confederazione democratica rappresenterebbe un «non-Stato». Se, da buoni marxisti, rimaniamo alla definizione del vecchio Engels, secondo la quale lo Stato è formato da bande armate a difesa del capitale, non possiamo che affermare che la confederazione democratica del Rojava è evidentemente uno Stato, peraltro fortemente centralizzato, con la milizia Ypg agli ordini del governo centrale, con buona pace delle illusioni e delle chiacchiere degli anarchici. Ammettiamo tuttavia che si tratta di uno Stato che ha straordinari elementi progressivi, come ad esempio la partecipazione reale, paritaria, delle donne nei processi decisionali politici e militari. Il partito che ha saldamente nelle mani il controllo del Rojava è il Pyd/ Pkk di Ocalan, una fi gura assurta a mito di vecchie e nuove generazioni di maoisti e stalinisti e, più di recente, anche degli anarchici. Difatti, stando alle cronache, Ocalan, in carcere, avrebbe modificato il suo pensiero politico, abbandonando le vecchie posizioni maoiste e avrebbe aderito a teorie pseudo-anarchiche. In realtà, se si analizzano nel dettaglio le scelte, sia dal punto di vista della tattica militare, sia dal punto di vista della natura di classe del nascente Stato curdo-siriano, si individuano diverse tare riconducibili alla spregiudicata matrice stalinista del vecchio Apo. Volendo fornire l’impressione di uno «Stato non-Stato» la carta costituente parla di una Confederazione democratica, cioè una struttura democratica costruita in modo piramidale. Alla base del «non-Stato» vi sono i comuni, costituiti da un gruppo limitato di circa trecento persone selezionate per criteri di vicinanza. Ciascun comune elegge un suo rappresentante o coordinatore. Ciascun coordinatore comunale si coordina con gli altri, eleggendo un copresidente cantonale e sviluppando diversi comitati locali. Vi sono tre cantoni nella confederazione democratica del Rojava (Efrin, Jazira, Kobane), senza che vi sia una continuità geografica tra essi. A ciascun livello vi è una pari rappresentanza femminile, garantita dalla Costituzione, che, da questo punto di vista, è fortemente progressiva. La struttura di vertice è rappresentata da un Parlamento con 22 ministri. La Costituzione prevede, per il futuro, libere elezioni dei ministri, mentre quelli attuali sono stati scelti dal Pyd con l’accordo dei comitati di base. Dal punto di vista della struttura produttiva, il confederalismo democratico ha favorito lo sviluppo di un sistema di cooperative auto-organizzate, dedite sostanzialmente all’agricoltura e all’allevamento del bestiame. L’economia è programmata centralmente dallo Stato, senza però che esso applichi politiche di espropriazione, trattandosi di uno Stato molto piccolo con una base economica molto debole. Ciò che è in atto, da parte dello Stato, è un meccanismo di accumulazione primitiva, derivante da un sistema economico all’inizio del suo sviluppo, che però comincia a produrre, sia nel settore del petrolio che in quello agro-alimentare, eccedenze che vengono scambiate con l’estero. Che la natura di classe di questo Stato sia borghese si evince dall’analisi delle regole economiche vigenti nel cantone di Efrin. Nella documentazione del ministero dell’economia, è difatti riportato che: «il capitale privato non è proibito ma è conforme alle nostre idee e al nostro sistema». Tuttavia, essendo il sistema produttivo industriale solo agli albori, non si è sviluppata una vera e propria borghesia quanto piuttosto una proto-borghesia, con un sistema di piccole imprese, che, quando non sono controllate direttamente dallo Stato, sono in forte sinergia con il governo centrale. È per queste ragioni che la definizione più calzante è quella di uno Stato borghese «atipico». Questa analisi non vuole essere oziosa o sminuire gli aspetti positivi del sistema economico del Rojava (cooperativismo, economia centralmente pianificata). Trattandosi di uno Stato borghese «atipico» ma in una situazione iniziale e in evoluzione, a partire da una base agricola primitiva, ciò che conta non è tanto ciò che è oggi il Rojava, ma cosa potrà divenire in futuro. Cosa accadrà se e quando il sistema produttivo, oggi agli albori, dovesse realmente favorire il meccanismo di accumulazione privata non è difatti ancora scritto. È ovvio però, che le strade che i curdi siriani potranno intraprendere sono solo due: o l’espropriazione della ricchezza privata, per la costruzione di uno Stato operaio, o la creazione di un normale Stato borghese. Ciò che è abbastanza evidente è che l’attuale direzione politica, cioè il Pyd, non ha posto le basi per uno Stato operaio, magari altrettanto «atipico», ma ha lasciato aperte le porte all’iniziativa privata, ed è quindi necessario, per gli interessi del proletariato curdo, che all’interno della società curdo-siriana si sviluppi una nuova direzione politica in grado di far evolvere questo nascente Stato verso un modello realmente socialista.
 
La tattica militare
Dal punto di vista della tattica militare, la svolta principale è avvenuta nel 2012 quando il Pyd ha accettato il riconoscimento della Confederazione democratica da parte di Assad in cambio di un’astensione dei curdi dall’appoggio alla rivoluzione siriana. Sino al 2011, infatti, una parte del popolo curdo-siriano aveva solidarizzato con i ribelli siriani che combattevano Assad. Questo processo venne contrastato dal Pyd, che giunse ad eliminare fisicamente diversi dissidenti politici curdi che solidarizzavano con la rivoluzione siriana, come ad esempio Mashaal Tammo, leader del Kurdish future movement. Nel 2014, il Pyd è sceso a patti con l’imperialismo americano, ricevendo armi e addestramento per la lotta contro l’Isis. Sia il patto di non belligeranza con Assad che l’accordo con l’imperialismo hanno rappresentato fattori
importanti, anche se non decisivi, nella vittoria dei curdi a Kobane. Se si fosse trattato di scelte puramente tattiche dettate dai rapporti di forza, il codismo della direzione del Pyd nei confronti del regime di Assad e dell’imperialismo yankee sarebbe stato comprensibile. Ma, in tal caso, avrebbe imposto, terminata la resistenza contro l’Isis, una presa di posizione netta contro questi due nemici del proletariato. Così non è stato, né poteva essere, poiché il progetto del Pyd non è quello di lavorare in direzione di una progressiva emancipazione del proletariato arabo, di cui il popolo del Rojava è una piccola e importante componente, ma di creare uno staterello che si sviluppi mantenendo relazioni di buon vicinato con Assad, Putin e sotto lo sguardo «amorevole» dell’imperialismo. E che questa «tattica» militare si sia successivamente rivelata erronea, non solo dal punto di vista degli interessi del proletariato, ma di quelli della stessa regione del Rojava, lo si vede dall’evoluzione successiva degli eventi nello scacchiere medio-orientale. Quando Trump ha vinto le elezioni si è verificata una svolta nei rapporti tra gli Usa e la Turchia, tenuta precedentemente a freno nelle sue pretese egemoniche dall’amministrazione Obama. Ciò ha consentito a Erdogan di attaccare i curdi ad Efrin nel marzo del 2018, con l’avallo dello stesso Putin, principale protettore di Assad. Nel dicembre del 2018, a corroborare quanto fosse fallace l’accordo «tattico» di Pyd non solo con il duo criminale Putin-Assad, ma anche con l’imperialismo yankee, Trump ha lasciato sguarnita l’area curda dalla sua protezione militare, ritirando le truppe inviate a difendere l’area dall’Isis, esponendo nuovamente il Rojava alle pressioni di Erdogan. Nella complessità delle forze in gioco nello scacchiere medio-orientale emerge chiaramente, come un grave limite del processo di emancipazione del proletariato arabo, la presenza di direzioni politiche che, invece che alleanze politiche di alleanza tra forze rivoluzionarie, cercano di trovare sponda nelle potenze regionali (Siria, Russia, Turchia) e nell’aiuto dell’imperialismo yankee.
Per i marxisti rivoluzionari la complessità della questione è solo apparente: gli interessi concorrenti delle borghesie regionali e dell’imperialismo sono inconciliabili con quelli sia dei ribelli siriani che dei proletari curdi, turchi e iracheni; l’unica strada che può condurre ad un Medio Oriente pacificato e indipendente passa per la costruzione di direzioni coerentemente rivoluzionarie in ognuno di questi Paesi, e della loro alleanza strategica  finalizzata a sconfiggere l’imperialismo e i governi del capitale.

 
(*) da Progetto Comunista, numero di ottobre in diffusione