Chi era Elena Casetto? Arsa viva a diciannove anni come ai tempi dell’Inquisizione
luned 26 agosto 2019
Bergamo
Chi era Elena Casetto?
Arsa viva a diciannove anni
come ai tempi dell’Inquisizione



di Mario Avossa

Ancora drammatiche notizie dalla psichiatria italiana. Un ennesimo caso di morte violenta di una paziente privata della libertà personale.
Di Elena non si sa molto. Era poco più che una ragazzina, proveniva della bassa bergamasca. Padre italiano, madre sudamericana, ha trascorso la sua difficile adolescenza in Brasile. Non si sa se fosse in corso un Tso, non si sa perché sia stata legata al letto contro il suo volere. Aveva più volte tentato il suicidio in precedenza. Dalla sua stanza sono divampate le fiamme, non ha potuto o voluto fuggire ed è morta arsa viva nel suo letto di sofferenze. La contenzione non può essere considerata un mezzo terapeutico. Si tratta di una privazione della libertà personale e necessita di autorizzazioni. C'erano?
Intanto s'è attivato il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà o detenute. Si costituirà parte offesa, così come fa in ogni caso di morte di persone private della libertà, quando il decesso è connesso con la situazione di restrizione. Il caso è affidato alla pm Letizia Ruggeri, nota per aver risolto il caso della ragazzina Yara Gambirasio, assassinata da un pederasta.
Il triste epilogo della vita di questa ragazzina ci riporta ai tempi della caccia alle streghe, quando le donne non allineate al volere dei potenti finivano arse vive sul rogo.
Le reazioni di Uil e Cgil non hanno mancato di stigmatizzare la carenza di personale medico, infermieristico e ausiliario.
Ma non si tratta solo di carenze di organico. Quando fu varata la legge 180, la cosiddetta legge Basaglia, si stabilì di superare i manicomi, però non fu proposta alcuna alternativa reale. Dal manicomio alla strada, soprattutto per chi non aveva più dei familiari su cui contare. Franco Basaglia morì, altrimenti si sarebbe opposto all’usurpazione del suo nome. Il sistema di assistenza alla malattia psichiatrica è tuttora ancorato a prassi di tipo conservatore e coercitivo, con sedazione, contenzione, isolamento, contrasto personale.
Con un sistema siffatto gli organici possono passare in secondo piano.
Diversamente, può esistere un sistema sanitario che prenda in carico il paziente psichiatrico, gli riconosca i diritti di base, lo reinserisca gradualmente in piccoli ambiti sociali, non faccia ricorso a ingiustificate o sbrigative contenzioni né ai Tso, di cui conosciamo violenze e abusi. Ricordiamo, fra tanti, il caso drammatico di Franco Mastrogiovanni, il “maestro più alto d’Italia”, legato alla sua brandina fino alla morte per un Tso omicidiario a Vallo della Lucania. Una psichiatria non coercitiva necessita di personale in proporzioni adeguate e appositamente specializzato. Occorre assumere personale, anziché vicariarne la carenza con sedazioni a tappeto e contenzioni di necessità.
Per come è morta Elena Casetto udremo le consuete giustificazioni: era malata, aveva
più volte tentato il suicidio, aveva avuto una vita difficile, non c’erano modi diversi di avere ragione su di lei, erano stati costretti a legarla. Luoghi comuni che servono solo a mascherare una psichiatria estranea e spietata.
A San Severo di Puglia c’è un reparto No restraint che funziona da anni dignitosamente. Sarebbe utile estendere questa esperienza a livello nazionale, finanziandola adeguatamente.
Anche il suicidio merita rispetto. Può divenire agli occhi del paziente una risorsa, un’alternativa dignitosa a un’esistenza che non è tale. O si ripristina per il paziente una condizione di vita accettabile, personale e sociale, con idonee terapie, oppure la soluzione suicidiaria è non solo inevitabile, ma preferibile.
E il suicidio merita rispetto anche nelle forme. Ammesso che Elena abbia inteso suicidarsi, avrebbe avuto diritto a un’uscita morbida dalla vita, non a finire arsa viva sul rogo come ai tempi dell’Inquisizione.
Elena e tanti altri proletari sono stati vittime di morti violente o di trattamenti afflittivi. Non si conosce un solo caso di drammi analoghi a carico di ricchi borghesi. Questi hanno luoghi e trattamenti privilegiati, in ovattate camere di cliniche esclusive, come in Svizzera o altrove.
La psichiatria autoritaria dunque riguarda il proletariato.
La medicina autoritaria sta assumendo proporzioni allarmanti. Non potrebbe essere diversamente: le strutture sanitarie pubbliche sono in affanno per carenza di personale, di fondi e di organizzazione e adottano di ruotine soluzioni di tipo coercitivo; e i principi egemonici capitalisti risolvono la medicina in continui atti di prevaricazione, individuali e collettivi. Occorre disarmare il capitalismo dalla sua medicina mercantile e autoritaria, occorre una società socialista.


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