Miseria della filosofia di Diego Fusaro Giù le mani da Karl Marx!
venerd 05 luglio 2019
Miseria della filosofia di Diego Fusaro
Giù le mani da Karl Marx!
 
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di Fabiana Stefanoni
 
 
 
 
Pubblichiamo un saggio dall'ultimo numero (14) di Trotskismo oggi, rivista teorica di Alternativa Comunista. Quanto mai utile per capire chi è Diego Fusaro, questo pseudo-marxista, filosofo da salotti televisivi, sovranista salviniano, frequentatore di Casapound, elogiatore della persecuzione contro Carola Rackete e gli immigrati; e per vedere come Fusaro non abbia nulla a che fare né con Marx né con una reale conoscenza del suo pensiero rivoluzionario. Col libro Marx idealista Fusaro dimostra di non aver capito nulla del pensiero di Karl Marx. In questo articolo spieghiamo perché, facendo riferimento anche ad alcuni grossolani errori di Fusaro nell'interpretazione del carteggio Marx-Engels.

In occasione del bicentenario della nascita di Karl Marx in tanti si sono cimentati nella pubblicazione di scritti in sua memoria. Le librerie si sono riempite di libri di improvvisati esperti del suo pensiero e della sua opera. Tra tutti, il più bizzarro - se così si può dire, per edulcorare la faccenda - è quello di Diego Fusaro: Marx idealista. Per una lettura eretica del materialismo storico. Si tratta di una raccolta di saggi che, ad onor del vero, sarebbe stato meglio titolare «Marx sul lettino dello psicoanalista». Il Marx che ne esce, infatti, è un uomo gravemente complessato: un Marx che si crede materialista ma che, trascinato dalle inesorabili forze del suo inconscio, si ritrova suo malgrado avviluppato nell’idealismo estremo di Fichte ed Hegel; un Marx, soprattutto, decisamente schizofrenico, che ha passato la vita a costruire il partito della classe operaia pur essendo convinto che tutto questo non servisse assolutamente a nulla, dato che basta la metafisica per salvare l’umanità dalle sue catene...
Saremmo tentati di ignorare questo libro pieno zeppo di errori macroscopici, ma le fortune editoriali e mediatiche di Fusaro hanno, purtroppo, contribuito a diffondere un’idea distorta di Marx e del marxismo. È utile dimostrare che, per quanto si vanti di essere un brillante filosofo, Diego Fusaro non ha capito proprio nulla del pensiero del grande rivoluzionario.

Un libro pieno di contraddizioni
Marx idealista è anzitutto un’operazione di cosmesi. Il pensiero di Marx è stato «corretto» con ampie dosi di idealismo un po’ come gli alcolisti correggono il caffé con la grappa: il risultato che ne esce è un miscuglio in cui resta solo il sapore della grappa con un leggero retrogusto di caffé. Accanto ad osservazioni sostanzialmente corrette - volte a evidenziare l’influenza di Hegel sul pensiero di Marx - troviamo affermazioni prive di qualsiasi plausibilità.
Prima di tutto, è doveroso precisare che in quest’opera Fusaro smentisce anzitutto se stesso: avanza, infatti, una lettura di Marx in discontinuità con un suo ben più famoso scritto: Bentornato Marx! del 2009. Allora Fusaro non aveva ancora provato il gusto dei salotti televisivi, che, anche quando si occupano di «filosofia», sono poco interessati alla ricerca della verità: fa più audience - ed è più innocuo - presentare una lettura surreale e caricaturale di Marx piuttosto che ricostruire in maniera precisa la sua teoria e, soprattutto, il suo impegno politico. Fusaro, dieci anni fa, al di là di qualche vezzo accademico, descriveva in modo sostanzialmente corretto la concezione materialistica della storia di Marx (1), evidenziando gli elementi di continuità col pensiero di Hegel ma, al contempo, riconoscendo correttamente il «ribaltamento» marxiano dell’idealismo hegeliano (2).
Lo stesso Marx idealista è un libro pieno di contraddizioni. In un’opera quasi interamente dedicata a dimostrare la totale estraneità di Marx al materialismo e la sua completa iscrizione nel novero degli idealisti, compaiano frasi nelle quali si ammette, come ai «vecchi tempi» di Bentornato Marx!, il carattere materialista della concezione marxiana. Nel saggio “Note sul rapporto con la filosofia della storia di Hegel” troviamo scritto: «il primato - in opposizione a ogni forma di “idealismo” - deve essere assegnato alla “struttura” materiale-economica […] non bisogna muovere dal “cielo” dell’idea per spiegare la “terra” della storia e della società; occorre, al contrario, compiere il percorso inverso, prendendo le mosse dalla “terra”, dalla “materia” della produzione reale» (3). Analoghe ammissioni del materialismo di Marx si trovano anche in altri scritti della stessa raccolta, in particolare nel saggio “Storia, ideologia e verità” - dove si ricorda la centralità per Marx dei «rapporti materiali» (4) - e in quello titolato “Le Tesi su Feuerbach e la verità come «praktische Frage»” - dove in un passo si ammette implicitamente che l’idealismo è una «torre d’avorio» da cui allontanarsi (5).
Viene da pensare che nemmeno Fusaro sia tanto convinto di ciò che dice... In effetti, per quanto la storia ci abbia insegnato che sia estremamente facile distorcere il pensiero dei rivoluzionari, ci vuole veramente della fervente fantasia per arrivare a ridurre Marx a un diligente scolaretto di Fichte e di Hegel...

Le rimozioni metafisiche di Marx
Ma prendiamo in considerazione ora quella che - contraddizioni a parte - dovrebbe essere la tesi principale di Marx idealista. Come esplicitato già nella “Premessa” a firma dell’autore, Marx sarebbe un «idealista in senso pieno» (6), più precisamente avrebbe elaborato (senza esserne consapevole) una «metafisica idealistica centrata su un’originale ridefinizione della concezione hegeliana della Totalità concreta (das Wahre ist das Ganze) e della fichtiana filosofia della prassi (l’Io ponente il non-Io)» (7). Detta in parole più semplici, Marx non avrebbe fatto altro che inserirsi nel discorso già avviato dai filosofi più rappresentativi dell’idealismo ottocentesco, Fichte ed Hegel, limitandosi a qualche rispolveratina. La sua concezione della storia sarebbe, nella sostanza, la stessa di Hegel e la sua concezione della prassi rivoluzionaria non sarebbe altro che una «ripresa» della filosofia di Fichte.
Per capire quanto sia assurda e infondata la lettura di Fusaro, bisogna spiegare brevemente - ci scusiamo per la necessaria approssimazione - le teorie idealiste citate da Fusaro. Quando si parla di idealismo in filosofia ci si riferisce a quelle dottrine che ritengono che l’elemento spirituale, immateriale, «ideale» (termine che ha origine dalle antiche «Idee» platoniche, enti eterni, immutabili, perfetti, privi di materia risiedenti in un immaginario «Iperuranio») sia l’elemento centrale per spiegare la realtà. I filosofi idealisti, come ha ben riassunto Engels (8), sono quelli che hanno sempre affermato la «priorità dello spirito» rispetto alla materia, alla natura, agli uomini in carne ed ossa e alle loro azioni. Nella storia della filosofia i rappresentanti di questa «corrente» sono moltissimi, tutti considerati esponenti della «metafisica», cioè il momento più astratto della riflessione filosofica, quello che si cimenta nella ricerca di «sostanze» e «verità eterne» (9). Ad essi, si contrappongono i filosofi materialisti, quelli che, invece, da punti di vista anche molto diversi tra loro, hanno dato la priorità all’elemento materiale, ai corpi, alla natura nell’analisi dei rapporti tra il pensiero e il mondo.
A questo punto già una domanda dovrebbe sorgere spontanea: che cosa c’entra Marx con gli «idealisti» e la «metafisica»? Non ha forse passato la sua vita proprio a distruggere, con disprezzo, le astrazioni filosofiche della metafisica? Non ha preso le distanze persino dai cosiddetti Giovani hegeliani (i giovani allievi di Hegel, tra cui Feuerbach, Stirner e Bauer, critici del misticismo del maestro) proprio perché «a nessuno di questi filosofi è venuto in mente di ricercare il nesso tra la filosofia tedesca e la realtà tedesca, il nesso tra la loro critica e l’ambiente materiale?» (10). Non ha forse affermato che le «astrazioni» della filosofia «separate dalla storia […] non hanno assolutamente valore»? (11) Non si basa sul superamento dell’approccio ancora a suo avviso idealista dei Giovani hegeliani la sua rivendicazione del materialismo pratico dei comunisti? (12) Soprattutto, non ha forse chiarito la sua presa di distanza dalla filosofia speculativa, cioè astratta, nella famosa undicesima delle Tesi su Feuerbach («I filosofi hanno finora diversamente interpretato il mondo, si tratta di trasformarlo»)? Basta anche solo leggersi queste poche citazioni per capire quanto sia privo di fondamento ciò che sostiene Fusaro, ovverosia che la «nuova scienza delineata nell’Ideologia tedesca» - lo scritto che contiene tutte le suddette citazioni - continuerebbe a rimanere una «scienza filosofica» (13), anzi, sarebbe una mera riproduzione della «scienza filosofica di Hegel e Fichte» (14).
A obiezioni di questo tipo, Fusaro, preventivamente, risponde con un argomento da imbroglione in base a cui Marx sarebbe vittima di un «auto-fraintendimento»: «l’auto-comprensione di Marx ed Engels è, in verità, un “auto-fraintendimento”. Del resto, precorrendo in certa misura le scoperte della psicanalisi freudiana, è stato lo stesso Marx a ricordarci “che non si può giudicare un uomo dall’idea che ha di se stesso”, poiché - per dirla à la Freud - il soggetto si costruisce la propria storia passata e il proprio profilo presente compiendo in modo inconscio rimozioni, sublimazioni e adattamenti. In questo senso, la volontà marx-engelsiana di chiudere i conti con la “anteriore coscienza filosofica” resta un desideratum che non soltanto non si realizza, ma che viene puntualmente contraddetto dall’elaborazione di un sapere che resta in sé profondamente filosofico e, nella fattispecie, hegeliano» (15).
Certo, da allievi del materialismo di Marx, ci verrebbe da dire che Fusaro è stato talmente condizionato dall’ambiente dei salotti televisivi che abitualmente frequenta da non riuscire più a distinguere la realtà dallo spettacolo. Se tutti sono vittime di «auto-fraintendimento», potremmo iniziare a scrivere libri sull’ostilità di Shakespeare per il teatro o sull’amore di Hitler per l’umanità... Ma ci sforzeremo di considerare plausibili gli argomenti di Fusaro, e cercheremo di capire meglio la sua teoria del Marx hegeliano e fichtiano.

Fichte e Pierino Porcospino
Per capire quanto sia assurda l’interpretazione di Marx che avanza Fusaro, dobbiamo anzitutto spiegare, brevemente, quali sono i contenuti delle filosofie di Fichte e di Hegel. Secondo Fusaro, in Marx «l’impiantogeschichtsphilosophisch» - cioè relativo alla filosofia della storia (Fusaro, che si rifiuta in tv di utilizzare termini inglesi per orgoglio sovranista, in questo libro invece fa abbondante uso di citazioni in lingua tedesca) - resta «fondamentalmente hegeliano» (16) e nulla di nuovo il grande rivoluzionario avrebbe apportato alla «ontologia della prassi fichtiana» di cui rappresenterebbe solo una «metabolizzazione» (17).
Va precisato che, per quanto bizzarra, non si tratta di una tesi nuova né originale: Fusaro ammette di essere in questo un allievo di Giovanni Gentile, filosofo idealista (spiritualista) italiano, noto per essere stato ministro della pubblica istruzione del governo fascista di Mussolini (18). Gentile nel 1899 pubblicò due saggi sul pensiero di Karl Marx titolando la raccolta La filosofia di Marx. Quello di Gentile per Marx fu un interesse giovanile di breve durata, probabilmente condizionato dal clima sociale e politico di quegli anni in Italia, segnato da duri scontri di classe e dal radicamento del Partito socialista italiano - e quindi di una concezione marxista - tra le masse operaie e contadine: clima che contaminava anche il mondo dell’accademia. Di lì a poco Gentile smetterà di occuparsi di Marx, preferendo appoggiare l’esperimento fascista di Mussolini. Non desta stupore che per Fusaro - che ama collaborare con fascisti e nazionalisti e che si rivendica «sovranista» - Gentile rappresenti un modello di riferimento.
Ma riprendiamo il filo del discorso e ritorniamo alle filosofie di Fichte e di Hegel. Entrambi i filosofi vissero tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento. L’opera principale di Fichte, quella nella quale elabora la sua concezione della «prassi», è del 1794 e si intitola Fondamento dell’intera dottrina della scienza. Fichte è considerato, a ragione, uno dei principali esponenti dell’idealismo tedesco, cioè di quella corrente filosofica che si afferma tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento nelle università tedesche. Al centro della sua riflessione c’è la coscienza dell’uomo: è il pensiero l’attività centrale da cui, secondo Fichte, deriverebbe tutto il resto (l’essere). Quando Fichte parla di «prassi» pensa proprio alla capacità del pensiero di trasformare il mondo. Non esiste secondo Fichte nessuna realtà «oggettiva» con cui fare i conti, o meglio: esiste solo ed esclusivamente in relazione all’io pensante («L’io pone se stesso assolutamente; l’io assoluto oppone a se stesso un non-io altrettanto assoluto» ecc.) che alla fine la fagocita con la sua potenza (19). Coerentemente con il suo idealismo, Fichte ha passato la vita dedicandosi allo studio e all’insegnamento della filosofia. Il suo massimo impegno «politico» è consistito in una serie di discorsi (Discorsi alla nazione tedesca) tenuti all’Accademia delle scienze di Berlino a partire dal 1807: si trattava di discorsi volti a risvegliare, se così si può dire, la coscienza nazionale tedesca di fronte all’occupazione da parte delle truppe napoleoniche (la Prussia era stata recentemente sconfitta dai francesi nelle battaglie di Jena e Auerstädt).
Cosa ci sia in comune tra Fichte e Marx - autore del Manifesto del partito comunista, che ha passato la vita ad organizzare su basi rivoluzionarie il movimento operaio, a costruire la Lega dei comunisti e l’Associazione internazionale dei lavoratori (20) - è veramente difficile capirlo per un comune mortale non abituato ai voli pindarici del mondo accademico. Lo stesso Fusaro è costretto ad ammettere che una delle pochissime volte in cui Marx cita Fichte, in una nota del Capitale, è solo per fare dell’ironia sul suo idealismo (21). Basterebbe questa ammissione per fare piazza pulita delle supposizioni di Fusaro, ma il nostro filosofo non si arrende. Ancora una volta chiama in causa Freud e la psicanalisi: in realtà Marx «rimuove» dalla coscienza il fichtiano che è in lui... Prova ne sarebbe il fatto che, in una lettera a Engels, lo ringrazia per avergli inviato una serie di citazioni di testi di Fichte. Vedremo alla fine di questo saggio quanta «dimestichezza» abbia Fusaro con il carteggio Marx-Engels: ci limitiamo qui a ricordargli che Marx ed Engels, da lettori onnivori, si scambiavano testi sugli argomenti più disparati, dagli scritti di agronomia alle favole di Hoffmann. Che si scambiassero anche dei testi di Fichte non significa che ne condividessero la filosofia, esattamente come il fatto che leggessero le favole di Hoffmann non significa che credessero nell’esistenza di Pierino Porcospino... (22).

Hegel e le ancelle proletarie
Ma passiamo all’aspetto per certi versi più bizzarro delle elucubrazioni fusariane, ovverosia il rapporto di Marx con la filosofia della storia di Hegel. Che Marx riconoscesse in Hegel un suo maestro è fuori discussione. Niente ci sembra più efficace delle parole di Engels (riprese e sviluppate anche da Lenin nei suoi Quaderni filosofici) per ricordare l’importanza dell’influenza della filosofia di Hegel sull’opera di Marx: «la vera importanza e il carattere rivoluzionario della filosofia hegeliana […] consisteva nel fatto che essa poneva termine una volta per sempre al carattere definitivo di tutti i risultati del pensiero e dell’attività umana […]. Come la borghesia, mediante la grande industria, la concorrenza e il mercato mondiale, dissolve praticamente tutte le vecchie, stabili e venerabili istituzioni, così questa filosofia dialettica dissolve tutte le nozioni di verità assoluta, definitiva e di corrispondenti condizioni umane assolute. Per questa filosofia non vi è nulla di definitivo, di assoluto, di sacro […]. Essa ha però anche un lato conservatore: essa giustifica determinate tappe della conoscenza e della società per il loro tempo e per le loro circostanze, ma non va più in là: il carattere conservatore di questa concezione è relativo, il suo carattere rivoluzionario è assoluto: il solo assoluto che essa ammetta» (23).
Ora, quello che fa invece Fusaro è prendere proprio il «carattere conservatore» della filosofia di Hegel - quello che Marx ed Engels hanno sempre respinto - elevandolo ad aspetto centrale non solo della filosofia di Hegel ma anche della concezione della storia di Marx! Per questo Fusaro sembra dimenticare completamente l’influenza esercitata su Marx (ed Engels) dalle correnti materialiste e, in particolare, da Feuerbach, che, a metà dell’Ottocento, aveva messo in discussione proprio l’aspetto idealista, cioè «spiritualista», della filosofia hegeliana (24). La filosofia hegeliana è, infatti, valorizzata da Marx ed Engels essenzialmente per il metodo rivoluzionario che utilizza, cioè la dialettica, che si basa sull’idea che nulla permanga uguale a se stesso e che in ogni «determinazione» sia implicita la sua «negazione» (dissoluzione nel contrario), passaggio necessario per una sintesi superiore. L’importanza della dialettica hegeliana è ben spiegata da Lenin: «Marx ed Engels consideravano la dialettica hegeliana come la più completa, la più profonda e la più ricca dottrina dell’evoluzione, come la più grande conquista della filosofia classica tedesca. Tutte le altre formulazioni del principio dello sviluppo, dell’evoluzione, essi le ritenevano unilaterali, povere di contenuto, tali da deformare e mutilare il reale processo di sviluppo (spesso contrassegnato da salti, catastrofi, rivoluzioni) nella natura e nella società. “Marx ed io siamo stati pressappoco i soli a salvare dalla filosofia idealistica tedesca” (dalla rovina dell’idealismo, quello hegeliano compreso) “la dialettica cosciente e a trasferirla nella concezione materialistica della natura e della storia” (F. Engels, Anti-Dühring)» (25).
Ma un conto è ritenere imprescindibile la dialettica hegeliana, un altro conto è dire, come fa Fusaro, che la concezione della storia di Marx - giustamente nota come materialismo storico o materialismo dialettico - coincida sostanzialmente con la concezione della storia di Hegel, con tutte le implicazioni che questo comporta. Anche in questo caso, siamo costretti a fare un breve riassunto della concezione hegeliana, approfondita in particolare nei paragrafi conclusivi dei Lineamenti di filosofia del diritto e, più ampiamente, nelle Lezioni sulla filosofia della storia (la trascrizione delle lezioni tenute da Hegel all’Università di Berlino). Prima di tutto, la storia secondo Hegel ha un unico vero protagonista, cioè lo spirito (o idea, da cui il termine idealismo): «dobbiamo anzitutto tener conto che il nostro oggetto, la storia, procede sul piano spirituale […] ciò che è sostanziale è lo spirito e il corso della sua evoluzione» (26). Hegel non nega l’esistenza della natura e, quindi, della materia, ma è convito che sia il «piano dello spirito» quello che comprende tutto: le relazioni materiali tra gli uomini, quelle che per Marx sono l’elemento determinante nella genesi dei fatti storici, per Hegel sono fattori secondari. Per approcciarci correttamente alla storia di una nazione dobbiamo, secondo Hegel, analizzarne lo «spirito del popolo» (Volksgeist). Semplificando: lo spirito del mondo (Weltgeist), che «corrisponde allo spirito divino» (27) che si evolve nella storia, si incarna nello spirito dei popoli, cioè nella «coscienza» («autocoscienza») che i vari popoli hanno di sé, vale a dire l’insieme delle loro concezioni del mondo, delle loro tradizioni (i «costumi»), delle loro religioni. Il mondo delle relazioni materiali economiche e sociali - quello che Hegel definisce «società civile» - non è altro che la realizzazione, o incarnazione, di questo elemento spirituale che sarebbe quindi quello determinante. Il mondo dei bisogni materiali, della produzione dei mezzi per soddisfarli, il conseguente legame materiale che si stabilisce tra gli uomini sono espressioni indirette dello spirito, cioè della coscienza che il popolo ha di se stesso. Quello che in Marx, come vedremo, diventerà l’elemento determinante - i rapporti sociali di produzione - in Hegel è un elemento derivato e secondario.
Quella di Hegel è anche una visione teleologica, cioè finalistica: lo spirito si evolve secondo una razionalità interna ed immanente che ha come fine ultimo la realizzazione della sua libertà, cioè «l’autocoscienza di sé»: «fine della storia del mondo è che lo spirito giunga al sapere di ciò che esso è veramente […]. La storia universale è la rappresentazione del processo divino e assoluto dello spirito nelle sue più alte forme, di questo corso graduale onde esso consegue la sua verità, l’autocoscienza di sé» (28). Gli individui concreti - sia quando si limitano a riprodurre lo spirito del loro tempo («individui conservatori»), sia quando invece incarnano l’evoluzione dello spirito («lo spirito nascosto che batte alle porte del presente») e con le loro grandi imprese favoriscono il passaggio da un’epoca all’altra («individui cosmico-storici» o eroi, come Alessandro Magno, Cesare e Napoleone) - non sono altro che marionette nelle mani dello spirito, che li sfrutta per la realizzazione di una sua finalità intrinseca e prestabilita.
Per capire il senso della concezione della storia di Hegel possiamo immaginarci uno spettacolo teatrale di cui esiste un copione scritto. Il compito degli uomini e delle loro azioni non potrà che coincidere con quello di attori che quel copione devono semplicemente mettere in scena. Tutto è già determinato: le azioni umane, la prassi, si riducono a mera esecuzione di qualcosa di già scritto.
Possiamo, a questo punto, tornare a Fusaro. Secondo lui la concezione della storia di Marx, come quella di Hegel, sarebbe una «filosofia della storia futuro-centrica», un «tentativo di declinare dialetticamente, grazie allo strumentario concettuale hegeliano, una “tensione messianica” orientata da un futuro diverso e migliore (il comunismo), coincidente con il telos (fine, ndr) dello sviluppo storico». Quella di Marx, esattamente come quella di Hegel, sarebbe una «metafisica del progresso», in cui la storia ha una finalità immanente, una «struttura teleologica». Anche in Marx il copione è già scritto, cambiano solo gli attori: al posto degli individui conservatori e cosmico-storici troviamo il proletariato, che assurge al ruolo di «soggetto storico-filosofico», di «classe filosofico-metafisica» dotata della «capacità demiurgica di attuare il trapasso rivoluzionario al regno delle libertà»: i proletari hanno un mero «ruolo ancillare» (29). Come in Hegel, i soggetti in campo - in questo caso la borghesia e il proletariato - non sarebbero altro che dei burattini manovrati da una forza superiore.
Le letture «mistiche» che hanno tentato di fare di Marx un «profeta» dell’inevitabilità dell’avvento del comunismo non sono infrequenti, anche nella storia del movimento operaio (basti pensare al «rinnegato» Kautsky, solo per fare un esempio tra i tanti). Ma la fantasia di Fusaro le supera tutte. Di fatto Marx si sarebbe limitato a riprendere gli aspetti più conservatori del pensiero di Hegel con qualche spruzzatina di materialismo; o meglio, di «idealismo materialistico» (sic!), per usare un’espressione dello stesso Fusaro.
Dove finisce il Marx - il vero Marx - che rivendicava una concezione della storia radicalmente diversa da quella dell’idealismo? Scrivevano Marx ed Engels nell’Ideologia tedesca: la nostra concezione della storia «non deve cercare in ogni periodo una categoria, come la concezione idealistica della storia, ma resta salda costantemente sul terreno storico reale, non spiega la prassi partendo dall’idea, ma spiega la formazione delle idee partendo dalla prassi materiale, e giunge di conseguenza anche al risultato che tutte le forme e i prodotti della coscienza possono essere eliminati […] solo mediante il rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti, dai quali queste fandonie idealistiche sono derivate; […] la rivoluzione è la forza motrice della storia. Essa mostra che la storia non finisce col risolversi nella “autocoscienza” come “spirito dello spirito”, ma che in essa ad ogni grado si trova un risultato materiale, una somma di forze produttive, un rapporto storicamente prodotto con la natura e con gli individui fra loro, che ad ogni generazione è stata tramandata dalla precedente una massa di forze produttive, capitali e circostanze, che da una parte può senza dubbio essere modificata dalla nuova generazione. […] Finora tutta la concezione della storia ha puramente e semplicemente ignorato questa base reale della storia oppure l’ha semplicemente considerata come un semplice fatto marginale, privo di qualsiasi legame con il corso storico» (30).
Ma si potrebbe continuare a lungo con le citazioni. Tutti gli scritti di Marx, dal 1845 in poi, trasudano materialismo da tutti i pori. Non un materialismo «meccanicistico» come quello del filosofo greco Democrito o degli illuministi del Settecento, come ci ricordano correttamente Engels e Lenin. È un materialismo che ha fatto propria la grande lezione dialettica di Hegel e la ricchezza del suo pensiero, ma è comunque materialismo: la vera essenza dell’uomo risiede nell’insieme dei rapporti sociali concretamente e storicamente determinati, nei «rapporti materiali dell’esistenza» (su questo aspetto si veda in particolare la celebre “Prefazione” del 1859 a Per la critica dell’economia politica). Questi rapporti materiali non sono per Marx stabiliti una volta per sempre da un presunto disegno provvidenziale (o finalistico): sono rapporti vivi, mutevoli, in cui l’azione dell’uomo, e precisamente la lotta di classe, giocano il ruolo principale. Non c’è nulla di scritto e predeterminato: non ci sono destini o disegni prestabiliti nel mondo materiale delle azioni umane e dei rapporti tra le classi. Gli attori della storia, cioè le classi, non hanno nessun copione già scritto da riprodurre fedelmente: per questo ha un senso dedicare la propria vita, come fece Marx, a costruire lo strumento che serve per cambiare la storia, per «trasformare il mondo»: il partito rivoluzionario della classe proletaria (31).

Favi, pustule e mistificazioni
Nel concludere questo articolo, precisiamo che non abbiamo preso in considerazione tutte le presunte «prove» che Fusaro adduce per cercare di dimostrare l’indimostrabile. In uno dei saggi raccolti nel Marx idealista, il filosofo si cimenta, ad esempio, in un surreale tentativo di dimostrare che le celeberrime Tesi su Feuerbach costituirebbero una prova dell’idealismo fichtiano ed hegeliano di Marx (32). Affronteremo in altri saggi il tema dei reali rapporti tra il pensiero di Marx e quello di Feuerbach: è un tema che necessita di una trattazione approfondita.
Ma c’è una «prova» - quella che Fusaro indica come «la prova», cioè quella principale - che merita indubbiamente di essere citata. Si tratta, per essere più precisi, dell’unica citazione trovata da Fusaro (e prima di lui da uno dei suoi maestri, vale a dire il professor Costanzo Preve, passato dall’estrema sinistra, in cui militava negli anni Settanta e Ottanta, al sovranismo comunitarista delle «nuove destre») che proverebbe a suo dire che anche Marx era, in fondo, consapevole del suo idealismo. La prova «inconfutabile» sarebbe una lettera di Marx del 20 febbraio 1866 nella quale presenta all’amico e compagno Engels Il capitale (che sta ultimando) come un «trionfo della scienza tedesca». Secondo Fusaro (e Preve), saremmo di fronte alla prova inconfutabile del carattere fichtiano ed hegeliano del pensiero marxiano: «La precisazione “geografica” di Marx, il suo chiarire che la scienza a cui si riferisce è quella tedesca […] e dunque - inequivocabilmente - la philosophische Wissenschaft fichtiana ed hegeliana […] costituisce il possibile punto di partenza per una nuova considerazione dell’opera marxiana nel suo complesso» (33), vale a dire per l’interpretazione idealistica di Marx (si tratta di un argomento già tematizzato da Fusaro in altri scritti, ad esempio in Minima mercatalia).
Molto ci sarebbe da dire rispetto al fatto che la chiave interpretativa del pensiero di Marx si trovi proprio in una lettera tutto sommato secondaria dal punto di vista dell’interesse politico e filosofico, il cui argomento principale sono i dolori lancinanti di cui Marx soffre a causa di una «squamatura della pelle» associata ad un «enorme favo» sulla schiena che gli causano un fastidioso «grattamento tra i testicoli e l’ano»... Ma ammettiamo pure che, tra un grattamento e l’altro, Marx proprio in questa lettera abbia effettivamente espresso qualcosa di importante in merito alla corretta interpretazione de Il capitale. È doveroso riportare tutta la citazione per intendere quale valore assegnasse Marx all’espressione «trionfo della scienza tedesca»: «Capisci my dear fellow [mio caro compagno] che in un’opera come la mia non possono non trovarsi alcuni short-comings [difetti] nei particolari. Ma la composizione, la connessione del tutto è un trionfo della scienza tedesca, che un tedesco individualmente può ammettere, perché in no way [in nessun modo] è suo merito, piuttosto appartiene alla nazione. E ciò è tanto più motivo di gioia in quanto, sotto altri rispetti, si tratta della silliest nation [della nazione più stupida] sotto la luce del sole!» (34). Subito dopo Marx cambia argomento e inizia a parlare di alcuni studi sull’utilizzo dei concimi in agricoltura...  
Certo, capiamo che Fusaro avesse bisogno di trovare qualche argomento «concreto» per dimostrare l’indimostrabile idealismo di Marx. Ma riferirsi a questa lettera è una forzatura talmente grossolana da apparire una vera e propria mistificazione. È a nostro avviso evidente che Marx sta utilizzando, come sua abitudine, il sarcasmo: la nazione tedesca viene definita come «la più stupida tra le nazioni». Quando si riferisce al «trionfo della scienza tedesca» sta utilizzando un’espressione ironica per fare riferimento al carattere sistematico de Il capitale. Potremmo parafrasare così: «Caro Engels, amico mio, nel Capitale ci sono tante imprecisioni, ma presa nel suo complesso è un’opera completa e sistematica, in questo vedi che sono tedesco come tutti i pensatori tedeschi? Certo, la nazione tedesca per tanti versi è la nazione più stupida al mondo - vedi tutte le cialtronerie filosofiche che ha prodotto - ma non vi è dubbio che in quanto a sistematicità i tedeschi non li batte nessuno!».
Che Marx, del resto, pur riconoscendo il proprio debito nei confronti sia di Hegel che dei Giovani hegeliani, avesse in spregio le tendenze mistiche della filosofia tedesca è comprovato. Nell’Ideologia tedesca (opera che già nel titolo ha un riferimento ironico alla produzione filosofica tedesca) scrive: «Mentre i francesi e gli inglesi per lo meno si fermano all’illusione politica (il riferimento è alla filosofia politica inglese, ndr), che è ancora la più vicina alla realtà, i tedeschi si muovono nel campo del “puro spirito” e fanno dell’illusione religiosa la forza motrice della storia. La filosofia della storia di Hegel è l’ultima conseguenza, portata alla sua “espressione più pura”, di tutta questa storiografia tedesca, nella quale non si tratta di interessi reali e nemmeno politici, ma di puri pensieri […]. Tutta quanta questa concezione della storia insieme con la sua decomposizione e gli scrupoli e i dubbi che ne derivano è una faccenda puramente nazionale dei tedeschi e ha solo interesse locale per la Germania […]. Per questi tedeschi si tratta sempre di risolvere il nonsenso in cui si imbattono in qualche altra bizzarria, di presupporre cioè che tutto questo nonsenso abbia in genere un senso speciale che va scoperto […] Questi alteri e magniloquenti bottegai del pensiero, che si credono infinitamente superiori a tutti i pregiudizi nazionali, nella prassi sono dunque ancora più nazionali dei filisteucci che sognano una Germania unita» (35). Basta leggere queste poche righe, riferite sia a Hegel che ai Giovani hegeliani, per capire quanto peso assegnare all’espressione «trionfo della scienza tedesca». Per Marx non c’è nulla di esaltante nella parola «tedesco»: a differenza di Fusaro, non aveva alcuna passione per nazionalismi e sovranismi.

Lo «spirito nascosto» di Fusaro
Resta ora da capire perché Fusaro si sia cimentato nell’impossibile impresa di sussumere il pensiero di Marx in quello di Fichte e di Hegel. Per rispondere a questa domanda, dobbiamo tener conto di quello che Fusaro sostiene nei salotti televisivi e scrive in altre opere di più ampio commercio (36). Fusaro rivendica Marx ma ne storpia il pensiero, arrivando a difendere in suo nome posizioni politiche sovraniste e nazionaliste, teorie maschiliste (come quelle centrate sulla difesa della famiglia patriarcale), razziste e lgbtfobiche (le teorie gender per lui sono il male assoluto). Fusaro parla di Marx e di anticapitalismo mentre va a braccetto con i gruppi neofascisti (collabora con Casapound), elogia i reazionari promotori del «Family day», condanna i movimenti femministi liquidandoli come fanatici e ottusi, elogia Salvini nella sua guerra all’immigrazione di massa e alla «terzomondializzazione» dell’Europa.
Per giustificare questa vergognosa operazione di snaturamento del pensiero di Marx, Fusaro ricorrere ad Hegel e Fichte, che meglio si conciliano con le sue posizioni sovraniste e reazionarie. Hegel, nonostante il suo già citato importante involontario apporto all’elaborazione del materialismo dialettico, era agli inizi dell’Ottocento il filosofo emblema dello Stato prussiano. Nella sua opera, il regime poliziesco prussiano - quello, per intenderci, che censurava la Divina commedia di Dante Alighieri perché considerata irriverente nei confronti della religione... - rappresenta la massima espressione politica dello spirito: lo Stato prussiano è per Hegel la compiuta realizzazione politica della libertà. Parallelamente, la famiglia - basata sul matrimonio e sull’educazione dei figli, ovverosia la famiglia borghese - è un elemento da preservare ad ogni costo, è «un’entità etica» che va al di là delle inclinazioni e dei sentimenti (37). Similmente, Fichte, era un convinto sostenitore di posizioni nazionaliste che - sebbene più giustificabili allora di quelle di Fusaro oggi, dato che la Germania era divisa e non aveva ancora un proprio Stato nazionale - contengono numerosi riferimenti alla presunta superiorità del «popolo tedesco» in virtù delle origini germaniche (in particolare nei Discorsi alla Nazione tedesca del 1807-1808).
Sono questi aspetti conservatori e reazionari dell’idealismo di Fichte ed Hegel che piacciono a Diego Fusaro. Marx vi è trascinato suo malgrado, per essere al servizio delle elucubrazioni sovraniste, razziste e maschiliste di Fusaro. Ci auguriamo che questa nostra recensione di un libro assurdo possa servire per dimostrare non solo che Marx non ha nulla da spartire con l’idealismo, ma anche che Fusaro non ha nulla da spartire con Marx.
Giù le mani da Karl Marx!

Note
1) A dire il vero, già Bentornato Marx!, per la tendenza a minimizzare la critica marxiana dell’idealismo, apriva le porte a una possibile lettura distorta del pensiero di Marx. Ma lo svarione passava, allora, quasi inosservato: le strizzatine d’occhio all’idealismo contenute in quel libro sembravano appunto un tipico vezzo intellettuale dei «marxisti» dell’accademia, quelli che parlano di classe operaia ma si guardano bene dal frequentare gli operai e le loro lotte. A tal proposito, riportiamo questa citazione: «È lo stesso Marx […] a ripetere senza tregua di sentirsi al di là tanto del materialismo quanto dell’idealismo, ritenuti insufficienti e parziali se presi autonomamente […] il fatto che egli si autocertifichi in più luoghi come “non idealista” - impegnandosi anzi in una lotta senza tregua contro l’idealismo – non è sufficiente, di per sé, a provare che su di lui non operi alcuna influenza idealistica». D. Fusaro, Bentornato Marx!, Bompiani 2009, p. 217. Ricordiamo anche, en passant, che un altro aspetto decisamente non condivisibile di questo libro è il fatto che il marxismo - da Engels in poi - è considerato qualcosa di cui sbarazzarsi per comprendere il «vero Marx».
2) Ci limitiamo qui a citare una sola significativa pagina in cui Fusaro, in Bentornato Marx!, facendo riferimento alle Tesi su Feuerbach e all’Ideologia tedesca, ricostruisce correttamente il carattere materialista della concezione della storia di Marx: «Il grande limite di Hegel (…) sta nell’aver concepito il processo di alienazione e di disalienazione idealisticamente, come un processo meramente spirituale che riguarda solo il pensiero (e non l’esistenza concreta del singolo individuo in carne ed ossa). Come antidoto contro l’idealismo hegeliano, occorre far valere il materialismo di Epicuro e di Feuerbach, a cui spetta il merito di aver rivendicato il primato della sensibilità e della corporeità (anche se in maniera statica e priva di riferimenti alla storia e alla prassi); un tema sul quale Marx si era già ampiamente soffermato nella Sacra famiglia, mostrando il forte legame tra la tradizione materialista (da Democrito a Epicuro fino a La Mettrie e a Feuerbach) e il socialismo, e dichiarandosi, in un certo senso, erede di quella tradizione di pensiero. Da qui l’esigenza, su cui ci siamo già soffermati, di rovesciare la dialettica hegeliana, rimettendola sui piedi della materia e della sensibilità». D. Fusaro, op. cit., pp. 215-216.
3) D. Fusaro, Marx idealista, 2018, Mimesis, p. 136.
4) «Come antidoto contro questa prospettiva “Spirito-centrica” [di Hegel, ndr], Marx propone una concezione tale per cui “la storia sociale degli uomini non è altro che la storia del loro sviluppo sociale, ne siano coscienti o no. I loro rapporti materiali sono la base di tutti i loro rapporti”, con la conseguenza che le categorie del pensiero devono essere dedotte da tali rapporti materiali». Ivi, p. 217.
5) «Le undici tesi marxiane mirano a secolarizzare la pratica della filosofia, mondanizzandola e determinandone l’esodo dalla torre d’avorio verso la realtà». Ivi, p. 224.
6) Ivi, p. 13.
7) Ivi, p. 10.
8) Si vedano in particolare gli scritti di F. Engels contenuti in Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, 1886, Editori Riuniti, 1969, e in Dialettica della natura, 1883, Editori Riuniti, 1978.
9) Quello che Engels chiamava, efficacemente, il «vecchio letto di Procuste metafisico», cioè, metaforicamente, una situazione penosa.
10) K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, 1846, Editori Riuniti, 1958, p. 8.
11) Ivi, p. 14.
12) «Per il materialista pratico, cioè per il comunista, si tratta di rivoluzionare il mondo esistente, di metter mano allo stato di cose incontrato e di trasformarlo», Ivi, p. 15.
13) D. Fusaro, op. cit., 2018, p. 73.
14) Ivi, p. 96. L’idea che Marx non sia altro che l’espressione del pensiero di Hegel e Fichte è ripetuta pressoché in tutte le pagine del libro.
15) Ivi, p. 78.
16) Ivi, p. 134.
17) Ivi, p. 115.
18) Questi temi sono sviluppati da Fusaro anche in un altro scritto, Idealismo e prassi. Fichte, Marx e Gentile, Il nuovo Melangolo, 2013.
19) La filosofia di Fichte è veramente molto complicata. Ci limitiamo qui a una sola breve citazione: «Secondo la dottrina della scienza, il fondamento ultimo di ogni realtà per l’io è dunque un’originaria azione reciproca tra l’io e un qualcosa di esterno ad esso di cui non si può dire altro se non che dev’essere del tutto contrapposto all’io. In questa azione reciproca nulla è recato nell’io, nulla di estraneo vi è introdotto: tutto ciò che vi si sviluppa all’infinito si sviluppa unicamente da esso stesso secondo le sue proprie leggi; l’io viene messo in movimento da quell’elemento contrapposto semplicemente al fine di agire […]. A quell’elemento motore nient’altro spetta, tuttavia, se non l’essere una forza motrice […]. La dottrina della scienza si assume l’onere di dedurre dalla facoltà determinante dell’io tutte le determinazioni possibili di questa forza, che possono ricorrere all’infinito nella nostra coscienza, e deve poterle dedurre effettivamente, per quanto è vero che essa è dottrina della scienza». J.B. Fichte, Fondamento dell’intera dottrina della scienza, Bompiani, 2003, pp. 545-547 (i corsivi sono nostri).
20) Per approfondire l’impegno politico di Marx e comprenderne la centralità nella vita del grande rivoluzionario rimandiamo al saggio di F. Ricci, “A duecento anni dalla nascita: Marx e il partito rivoluzionario”, inTrotskismo oggi n. 12, pp. 2-11.
21) «In certo modo all’uomo succede come alla merce. Dal momento che l’uomo non viene al mondo con uno specchio, né da filosofo fichtiano (Io sono io), egli, in un primo momento, si rispecchia in un altro uomo. L’uomo Pietro si riferisce a se stesso come a uomo soltanto mediante la relazione all’uomo Paolo come proprio simile. Ma così anche Paolo in carne ed ossa, nella sua corporeità paolina, conta per lui come forma fenomenica del genus uomo». K. Marx, Il capitale, libro I, sezione I, cap. I, nota 18.
22) Pierino Porcospino è un personaggio che compare in una filastrocca di Hoffmann: è un bambino che si rifiuta di tagliarsi le unghie e i capelli, per questo arriva ad assomigliare a un porcospino.
23) F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, 1886, Editori Riuniti, 1969, pp. 20-21.
24) Le opere principali di Feuerbach, nelle quali l’esponente più celebre dei Giovani hegeliani elabora la sua concezione materialista, con al centro l’analisi delle origini materiali e umane della religione, sono L’essenza del cristianesimo (1841), i Principi della filosofia dell’avvenire (1843) e L’essenza della religione (1846). 
25) V.I. Lenin, Marx ed Engels, Shake edizioni, 2013, pp. 26-27.
26) G.W.F. Hegel, Lezioni di filosofia della storia, 1837, Laterza, 1997, p. 33.
27) Ivi, p. 44.
28) Ivi, p. 62-63.
29) Tutte le citazioni si trovano in D. Fusaro, op. cit., 2018, pp. 133-143.
30) K. Marx, F. Engels, L’Ideologia tedesca, Editori Riuniti, 1991, pp. 30-31.
31) Per una trattazione esaustiva della concezione della storia di Marx e in particolare della sua incompatibilità con una visione determinista (finalista o meccanicista) rimandiamo al saggio di F. Ricci e R. Ayala “Il teorico della «inevitabilità» del socialismo è il Kautsky rinnegato [non Marx]”, in Trotskismo oggi n. 7, pp. 24-33.
32) “Le Tesi su Feuerbach e la verità come «prktische frage»”, in D. Fusaro, op. cit., 2018, pp. 223-237.
33) D. Fusaro, op. cit., 2018, p. 22.
34) Facciamo qui riferimento al IV volume dell’edizione Editori Riuniti del 1951, p. 198.
35) K. Marx, F. Engels, op. cit., 1991, pp. 31-33.
36) Tra le ultime «perle» di Fusaro che si possono trovare in libreria vi è Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia, Rizzoli, 2018, libro nel quale si propone una visione della famiglia in sintonia con la visione reazionaria del «Family Day» e delle destre.
37) I Lineamenti di filosofia dello diritto (1820) sono l’opera nella quale Hegel meglio approfondisce lo «spirito oggettivo», cioè lo spirito che si incarna nelle istituzioni sociali e politiche.