Non c'è via d'uscita per le lavoratrici nell'Europa del capitale!
venerd 24 maggio 2019
Non c'è via d'uscita per le lavoratrici
nell'Europa del capitale!
 
 
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di Laura Requena (responsabile lavoro donne di Corriente Roja – Stato spagnolo)
di Laura Sguazzabia (responsabile lavoro donne del Pdac – Italia)
 
 
 
 
Il prossimo 26 maggio si terranno le elezioni europee. E nel mezzo della campagna elettorale che condurranno i vari partiti con rappresentanza istituzionale, nessuno parlerà apertamente dei tagli strutturali che le borghesie dei Paesi europei, stanno da anni imponendo al proletariato di tutto il continente per scaricare su questo le conseguenze della crisi economica.
Un peso e degli attacchi che hanno diverso effetto in base alla posizione di ciascuno dei Paesi nella catena imperialista. E che ha anche conseguenze molto profonde sui settori più oppressi, come le donne, gli immigrati e i giovani. L'Unione europea, costruita da e per i capitalisti, è uno strumento essenziale a questo scopo.
Qual è la situazione delle donne in Europa?
 
Differenza salariale, maggior tasso di povertà, disoccupazione, doppia giornata lavorativa, assenza di diritti sessuali e riproduttivi
La violenza dei tagli strutturali che ricade sulle donne, comporta un sovra sfruttamento che si manifesta in primo luogo nella differenza salariale, che ha ormai raggiunto il 16% di media e che si è ridotta soltanto di due decimi dal 2016. Questo si traduce in una disuguaglianza nelle nostre pensioni che raggiunge il 35,7% in tutta l'Ue. Una differenza salariale che non accenna a scomparire dato che è tra le donne che si concentra la maggior parte dei contratti precari. Le donne sono occupate nei settori con le retribuzioni peggiori, come i servizi sociali, l'istruzione e la sanità, mentre i settori con salari più alti continuano a essere dominati dalla presenza di uomini.
Quattro su cinque lavoratori a tempo parziale nell'Ue sono donne e una su tre preferirebbe lavorare a tempo pieno. Sono coloro che lavorano nelle case o che fanno assistenza, la maggior parte donne, che hanno maggiori probabilità di diventare lavoratori involontari a part time.
Secondo l'ultimo rapporto sulla parità di genere della omonima Commissione europea, questa discriminazione aumenta a sua volta il rischio di povertà per le donne, come nel caso delle lavoratrici immigrate nate al di fuori dell'Ue. La Spagna ha il più alto tasso in Europa di rischio di povertà lavorativa delle donne immigrate, dato che una su tre è a rischio di povertà. Più del 20% delle donne anziane, a loro volta, è a rischio di esclusione nell'Ue rispetto al 15% degli uomini e in alcuni Paesi una donna adulta su dieci non può permettersi l'accesso alla sanità. Nell'Ue-28, le famiglie monoparentali, l'80% delle quali con a capo una donna, sono quelle con il più alto rischio di povertà: quasi due terzi dichiarano di avere serie difficoltà a raggiungere la fine del mese.
Allo stesso modo, la disoccupazione colpisce le donne in maggior misura, con l'8,3% nei diciannove Paesi che condividono la moneta unica e il 6,9% nell'insieme dell'Ue, rispetto al 7,6% e al 6,5% nel caso degli uomini. Una disoccupazione causata dalla distruzione dei servizi pubblici, nei quali la forza lavoro più precaria è fondamentalmente femminile.
Un altro aspetto che influenza il divario salariale sono le responsabilità familiari e domestiche, che sono ancora prevalentemente a carico delle donne. I tagli comportano la riduzione o la distruzione dei servizi pubblici, causando un'intensificazione del lavoro domestico e di assistenza non retribuito nella sfera privata, che ricade su noi donne.
I tagli al sistema sanitario pubblico e ai servizi relativi alla salute sessuale e riproduttiva impediscono alle donne di avere il controllo sul proprio corpo e sulla propria sessualità. Le politiche di austerità in tutta l'Ue rendono difficile finanziare la prevenzione dell'aborto, dell'Aids, la consulenza, i servizi sanitari pre e postnatali e la prevenzione. In particolare, sulla questione dell'aborto, la situazione è diversa tra i diversi Paesi europei, ma anche quando la pratica è legale, è difficile per le donne avere libero accesso ad essa nella sanità pubblica e spesso le leggi approvate sono state oggetto di tentativi di revisione o modifica per tagliare i diritti, come è successo in Polonia, Spagna o Portogallo.
 
... e una violenza che non diminuisce
I dati dell’Onu indicano che la violenza contro le donne, che è il volto più brutale della nostra oppressione e una delle espressioni della decadenza di questo sistema capitalista, ha raggiunto livelli di pandemia globale. Una violenza a cui persino noi che viviamo in Paesi presentati come «modelli di uguaglianza e sviluppo», non possiamo sfuggire.
Ogni settimana 50 donne muoiono in Europa, vittime di violenza domestica. In Germania, un Paese con oltre il 22% della popolazione con origini straniere, una donna su quattro tra i 16 e gli 85 anni afferma di aver subito violenza fisica o sessuale dal proprio partner. La stragrande maggioranza, commessa da cittadini, il che rivela una delle menzogne dell'estrema destra sull'immigrazione. Ciò che mostrano le cifre ufficiali è che le donne con origini straniere soffrono in modo sproporzionato della violenza sessista. Paradossalmente, Paesi con politiche di parità come la Danimarca, la Finlandia o la Svezia, vantano la più alta percentuale di aggressioni fisiche e sessuali contro le donne all'interno della coppia.
Solo undici dei 33 Paesi in Europa riconoscono che il sesso senza consenso è stupro e nella maggior parte di essi la Convenzione di Istanbul per prevenire e combattere la violenza contro le donne, presentata nel 2011 dal Consiglio d'Europa, rimane lettera morta, anche se più di venti Paesi hanno ratificato questo accordo internazionale, compresa la Spagna.
Tutti questi dati confermano solo che sotto il capitalismo nessuno Stato è capace di porre fine all'oppressione. Che dentro di esso ogni conquista che le donne ottengono sarà  sempre minacciata e che nei regimi della democrazia borghese, l'uguaglianza formale o di fronte alla legge, non corrisponde alla vera uguaglianza. Ecco perché la lotta contro l'oppressione è una parte indissolubile della battaglia per raggiungere l'unità della classe lavoratrice contro lo sfruttamento.
 
La situazione dei rifugiati: un'altra forma di violenza
La maggior parte dei rifugiati e degli immigrati che arrivano ora in Europa, sono donne, bambine e bambini. A causa dell'accordo sull’immigrazione raggiunto tra l'Unione europea (Ue) e la Turchia nel marzo 2016, le persone che arrivano nelle isole greche sono intrappolate in condizioni terribili in precari campi profughi finanziati dall'Ue.
Come denuncia Amnesty International, i governi europei sono complici delle espulsioni sommarie e collettive di migliaia di richiedenti asilo, che sono sistematicamente, illegalmente e spesso violentemente inviati in campi per rifugiati precari e insicuri della Bosnia Erzegovina. Oltre alla guerra o alla povertà, molte delle donne che cercano asilo politico fuggono dalla tratta o dal matrimonio forzato, dalla mutilazione genitale o per ragioni di identità sessuale.
Di fronte a coloro che cercano di venderci una Ue come esempio di istituzione democratica, la realtà delle donne europee che vivono al suo interno o di quelle che vengono in Europa alla ricerca di un futuro migliore per se stesse e per i loro figli, rivela in ogni istante il maschilismo e la xenofobia di una Ue non solidale e imperialista, con la quale non ci identifichiamo.
 
Donne lavoratrici: in prima fila per i nostri diritti...
In Europa, le donne ci sono state fin dall'inizio, essendo parte attiva delle lotte contro i piani di austerità dei vari governi europei. Nel 2014, la lotta delle lavoratrici delle pulizie  negli ospedali pubblici greci è diventata un simbolo di questa resistenza. Dal 15 marzo  nello Stato spagnolo o in Portogallo con la «generazione rovinata», una crescente partecipazione di donne in tutta Europa ha contribuito ad accrescere la loro coscienza di classe e a incoraggiare la loro organizzazione e mobilitazione.
In un contesto di disoccupazione strutturale e di distruzione accelerata dello stato sociale che è stato una conquista della classe operaia dopo la seconda guerra mondiale, molti governi europei di diverso orientamento politico, hanno cominciato a promuovere misure che hanno significato un attacco a diritti già raggiunti e che hanno fomentato il ritorno a un modello familiare in cui le donne occupano il ruolo che loro corrisponde per tradizione. Ciò ha generato da parte di molte donne una risposta che fa parte di un'ascesa generalizzata in tutto il mondo, della lotta per l'uguaglianza e contro la violenza maschilista.
La lotta contro la legge Gallardón nel 2014, lo sciopero delle donne in Polonia nel 2016, il trionfo della depenalizzazione dell'aborto in Irlanda, le recenti manifestazioni in Italia contro il decreto Pillon o le grandi mobilitazioni degli ultimi due anni nello Stato spagnolo durante l'8M, sono il riflesso in Europa di questo processo globale.
Una lotta per i diritti delle donne che fa parte della lotta del movimento di massa contro le manovre di tagli dei governi imperialisti e che sta iniziando a essere portata avanti da tutta la classe operaia e non solo dalle donne. Quindi, pensiamo che la lotta dei lavoratori in Europa, sia parte della stessa lotta per il lavoro, contro i licenziamenti, per salari decenti e con garanzie, per diritti democratici e per porre fine ai dettami dell'Unione europea e della Troika.
 
... e contro l'avanzata dell'estrema destra istituzionale
L’enorme crisi sociale ed economica che stiamo vivendo, unita alla crisi di legittimità subita dalla stessa Ue, ha spianato la strada in Europa alla crescita dell’estrema destra istituzionale. Il suo programma è centrato sulla xenofobia, sul razzismo, sul maschilismo e sul nazionalismo, come soluzioni dei problemi sociali. Un esempio di ciò è incolpare gli immigrati per la mancanza di lavoro o per il deterioramento dei servizi sanitari e di protezione sociale. L'estrema destra basa il suo discorso sull'identità nazionale. Sviluppa un discorso nel quale «l'altro» - principalmente l'immigrato, ma anche il musulmano, lo zingaro, la comunità Lgbti o quella femminista - è il pericolo. Un esempio è stato il Congresso mondiale della famiglia che lo scorso marzo si è svolto nella città italiana di Verona. Per tre giorni gli ultraconservatori di tutto il mondo, antiabortisti e omofobi, si sono riuniti con il sostegno dell'estrema destra al potere in quel Paese.
In generale, tutte queste formazioni negano o minimizzano la disuguaglianza e la realtà evidente e umiliante della violenza maschilista, e non considerano l'aborto come un diritto delle donne, ma come un fallimento sociale. La stragrande maggioranza delle sue misure sono pensate per favorire i più ricchi, tra i quali le donne sono una minoranza. Misure che giustificano un'ulteriore riduzione della spesa pubblica per l'istruzione, la sanità o l'uguaglianza, le cui conseguenze finiranno per essere pagate dalle famiglie più povere e al loro interno dalle donne.
La crescita di queste formazioni è quindi una minaccia e una retrocessione per i pochi e insufficienti diritti di uguaglianza e contro la violenza maschilista, che le donne hanno ottenuto in questi anni.
E sebbene serva a fermarli al momento, crediamo che il modo di affrontarli non sia votare per una sinistra istituzionale che, con le sue misure insufficienti e timide, finisce per smobilitare e demoralizzare la classe operaia. Una sinistra che termina aprendo le porte a queste formazioni di destra, il cui discorso populista è basato sull'indignazione e sul malcontento sociale.
E questo può avvenire attraverso l’organizzazione nei nostri luoghi di lavoro, di studio e nei nostri quartieri, della resistenza unitaria dell'intera classe lavoratrice a ogni attacco che verrà. Combattendo contro di loro implacabilmente, contro i loro discorsi maschilisti, omofobi e razzisti, pieni di menzogne e di demagogia, che non hanno altro scopo che dividere e indebolire la classe operaia affinché i capitalisti possano applicare meglio i loro piani di super sfruttamento, di rapina, di spoliazione e di saccheggio del pubblico.
 
Per un programma di rottura con l'Ue e in difesa delle donne lavoratrici
È per questo che in queste elezioni europee le donne lavoratrici devono dire a voce alta e chiaramente che l'Ue dell’austerità, l’Ue della forza, non è la nostra Europa. Che non ci sono e non ci saranno soluzioni per porre fine alla differenza salariale e a quella pensionistica, ai maggiori tassi di disoccupazione femminile e ai contratti part time, al nostro sovraccarico di lavoro domestico o di cura o al flagello della violenza maschilista, senza cambiare le regole del gioco .
Questo può iniziare da una moratoria sul pagamento di un debito pubblico illegittimo e non pagabile dai Paesi della periferia d’Europa che possa assicurare i bisogni sociali e  respingere l'adeguamento al deficit imposto dall'Ue, che serve per assicurare il pagamento di questo debito e mantenere i privilegi e i benefici di una minoranza sociale.
Per sostenere tutto ciò e per presentare le misure urgenti contro la violenza maschilista e la disuguaglianza, misure che riteniamo necessario difendere, presentiamo delle lavoratrici  alle prossime elezioni europee, nella lista di Corriente Roja nello Stato spagnolo.
È per queste misure che, come parte della classe operaia, lotteremo ogni giorno dell'anno nelle strade, nelle organizzazioni sindacali, nei nostri centri di lavoro e di studio o nei nostri quartieri.