La lotta per il clima, i movimenti per l’ambiente
venerd 19 aprile 2019

La lotta per il clima, i movimenti per l’ambiente

e l’importanza di indicare l’unica strada possibile.

 

 

 

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di Giacomo Biancofiore

 

 

«Non vogliamo le vostre speranze, vogliamo che vi uniate a noi. Questo sciopero viene fatto oggi perché i politici ci hanno abbandonato. Conoscono la verità sul cambiamento climatico e ciò nonostante hanno ceduto il nostro futuro agli approfittatori, il cui desiderio di denaro veloce minaccia la nostra esistenza» sono le parole con cui Greta Thunberg, una sedicenne svedese, ha ispirato la protesta globale che il 15 marzo scorso ha coinvolto per lo più i giovani di 150 Paesi del mondo scesi in piazza per il primo Global strike.
Tra i 150 Paesi c’è anche l’Italia, dove la mobilitazione per salvare il pianeta ha riempito le piazze di circa 180 città e, grazie alla diffusione tra gli studenti del movimento Fridays for future, tutt’oggi il venerdì ci sono in varie piazze dei presìdi in cui si chiedono ai politici provvedimenti per fermare il surriscaldamento del pianeta e contrastare i cambiamenti climatici.
Ad un mese dalla manifestazione del 15 marzo circa 500 tra ragazzi e ragazze hanno affollato l’aula magna Levi dell’Università Statale di Milano con l’obiettivo di dare vita alla rete italiana di Fridays for future e di dare continuità alle mobilitazioni per il clima per la riduzione delle emissioni di CO2 e la decarbonizzazione.


Il Fridays for future e le lotte per l’ambiente

Se a molti è venuto naturale collegare la manifestazione in difesa del clima del 15 marzo con il grande e partecipato corteo di Roma del 23 contro le grandi opere inutili non si può dire che i giovani del Fridays for future abbiano condiviso la stessa prospettiva; certo l’interesse per le altre lotte ambientaliste non è da escludere ma, almeno per il momento, le dinamiche che stanno legando questi ragazzi sono lontane dalle logiche scontate dei movimenti tradizionali.
Ovviamente il rischio che i seguaci italiani di Greta Thunberg possano essere fagocitati dai grandi tentacoli dei sindacati studenteschi è alto, anche perché, i terribili giovani «moscardini» subordinati ai grandi «octopus» sindacali hanno un modus operandi che se è riuscito ad intossicare movimenti simili con all’interno anche attiviste scafate come Non una di meno figuriamoci schietti giovani che giustamente si definiscono «la prima generazione a subire gli effetti del riscaldamento climatico e l’ultima che può fare qualcosa».
Probabilmente il «bisogno» che ha mosso Greta Thunberg e a seguire milioni di giovani in tutto il mondo non è diverso dai «bisogni» che hanno mosso intere popolazioni, almeno prima che la repressione non le ridimensionasse, e attivisti che conducono complesse lotte ambientali nei posti più disparati del Paese e che hanno provato a trovare una sintesi in quel lunghissimo fiume di rivendicazioni che ha invaso Roma il 23 marzo.


La responsabilità della corsa sfrenata al profitto

Il bisogno di cambiare i comportamenti individuali e la necessità di fermare i disastri ambientali accomunano senz’altro le buone intenzioni di milioni di persone che sanno bene che il mondo così com’è è destinato all’autodistruzione e questa è certamente la leva che smuove le coscienze nelle innumerevoli lotte ambientali. Tuttavia, sarebbe un errore clamoroso considerare l’umanità intera responsabile in egual misura di queste tragedie, trascurando che la corsa sfrenata al profitto di quell’1% che concentra nelle sue mani la stragrande maggioranza delle ricchezze del pianeta è la principale responsabile dell’inquinamento globale.
Sebbene sia lodevole il mobilitarsi per «fare qualcosa» di un’intera generazione non possiamo ingannarli facendogli credere che la strada da percorrere per salvare il pianeta è quella che, attraverso piccoli, apprezzabili e doverosi gesti quotidiani porta al cambiamento delle nostre abitudini, bensì abbiamo il disagevole compito di ribadire che è oggi più che mai necessario e urgente ribaltare questa società e porre la produzione sotto il controllo delle masse popolari, unica strada per liberarla da ogni forma di sfruttamento.
Dopodiché il compito dei comunisti si fa ancora più impegnativo, perché non possiamo sottrarci dal rovinare la festa delle straordinarie manifestazioni del 15 e del 23 marzo, non possiamo esimerci dallo spiegare ai giovani ed i meno giovani che, come sostiene Marx (L’Ideologia tedesca): «(...) la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessuna altra maniera, ma anche perché la classe che l’abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a divenire capace di fondare su basi nuove la società».


La continuità dei movimenti e il partito di Lenin

E la parte più difficile, ma al contempo necessaria, è spiegare a chi partecipa ed è attivo in queste lotte per la salvaguardia dell’ambiente che non si può prescindere da un partito che nel vivo delle lotte riesca a sviluppare il passaggio della classe da «classe in sé» (cioè da classe definita in base al posto che occupa oggettivamente nel processo produttivo) in «classe per sé» (che cioè ha coscienza del proprio ruolo complessivo di classe contrapposta alla classe dominante).
Perché serve il partito per far maturare questo processo? Perché il partito deve intervenire in ogni movimento di lotta?
Perché i movimenti di lotta non hanno continuità, sono soggetti a flussi e riflussi; non hanno memoria delle vittorie e delle sconfitte e nel loro sviluppo spontaneo tendono «a subordinarsi all’ideologia dominante» (Lenin, Che fare?). Il partito, viceversa, può garantire la continuità organizzata, la memoria e soprattutto l’elaborazione. Elaborazione che necessita di quadri educati e formati (con lo studio individuale e con la formazione collettiva), di dibattito (perché la «linea giusta» non nasce nella testa dei migliori dirigenti, ma dal confronto tra tante teste, ciascuna riflesso non meccanico di un segmento della realtà).
E’ vero, l’entusiasmo dei giovani, i grandi sentimenti che stanno muovendo le manifestazioni, il bisogno di cambiare il mondo dei movimenti e delle lotte per l’ambiente «ci possono portare lontano», ma chi pensa di sedurli con l’inganno o compiacendoli con obiettivi rassicuranti sarà ancora una volta complice dell’unico nemico comune: il capitalismo.