Una recessione senza fine O noi o loro
marted́ 19 febbraio 2019
Una recessione senza fine
O noi o loro
 
 
 

 
 
di Alberto Madoglio
 
 
 
 
 
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Nelle scorse settimane l’Istituto Nazionale di Statistica, Istat, ha confermato ciò che molti ormai si aspettavano, e cioè che l’economia italiana è entrata nuovamente in recessione, l’ennesima da un decennio a questa parte.
Per convenzione si considera in recessione una economia che vede contrarsi il Pil  per due trimestri consecutivi. L’Istat ha comunicato un calo del Prodotto interno lordo pari allo 0,2% nell’ultimo trimestre del 2018, dopo quello precedente dello 0,1%. Se aggiungiamo il crollo della produzione industriale registrato a dicembre 2018 (meno 5%, peggior calo dal 2009), ecco che il quadro dell’ennesima crisi economica tricolore non può essere più nascosto.
Da parte dei partiti della maggioranza governativa, così come dai membri del governo, con in testa il ministro delle finanze Giovanni Tria, è iniziato il solito balletto di comunicati volto a sminuire l’importanza di questo dato, e ad accusare i governi passati di essere stati la causa dei guai dell’economia tricolore e via dicendo.
Non vogliamo assolutamente farci trarre in inganno da queste polemiche tra i vari schieramenti borghesi: centrodestra, centrosinistra, gialloverdi, sono tutti responsabili del disastro causato sulla pelle dei lavoratori in Italia, nativi o immigrati che siano.
Su un punto però crediamo sia utile soffermarci. Il ministro Tria ha commentato i dati statistici affermando che siamo di fronte a un calo frazionale del Pil e che la recessione è tale solo dal punto di vista statistico. Tuttavia la situazione è molto più grave di quanto appaia se facciamo un bilancio a oltre dieci dallo scoppio della Grande Recessione.
 
Il quadro è disastroso: o noi o loro
Secondo uno studio della Cgia di Mestre, nel 2018 il Pil italiano non aveva ancora raggiunto il livello pre crisi (risultano da recuperare circa 4 punti percentuali). Gli investimenti risultano inferiori del 19,2%, i consumi delle famiglie dell’1,9 e il reddito disponibile il 6,8. L’occupazione è sì aumentata di circa 300.000 unità, ma risultano lavorate 2,7 miliardi di ore annue, pari al 6,1. Infatti sono i contratti a termine (più precarietà, meno ore, meno salario) che risultano cresciuti in maniera considerevole.
Che conclusioni possiamo trarre da questa serie asettica ma sconvolgente di dati?
Dal 2008 a oggi abbiamo avuto governi di centrodestra, governi di centrosinistra, governi tecnici di «salvezza nazionale» (Monti-Fornero), ora un governo sovranista e populista, ma la situazione economica non è migliorata.
Abbiamo avuto riforme che hanno ridotto l’assegno pensionistico e aumentato l’età lavorativa, riforme che hanno trasformato le scuole in succursali delle aziende (Buona Scuola), aumentato la precarietà sui posto di lavoro, cancellato quello che rimaneva dello Statuto dei Lavoratori con l’abolizione dell’articolo 18.
Abbiamo avuto condoni fiscali, scudi fiscali per il rientro dei capitali dall’estero. Abbiamo dato miliardi e miliardi di euro a banche, assicurazioni, imprese attraverso incentivi di vario tipo, finanziamento della cassa integrazione e tutto ciò non è servito. Meglio è servito a poche grandi aziende, industriali e finanziarie, per aumentare i profitti, mentre le condizioni di milioni di lavoratori sono drammaticamente peggiorate.
È quindi sotto gli occhi di tutti, di chi vuol vedere e di chi non è in male fede, che non è fallito un particolare modello di sviluppo economico, ma è il capitalismo in quanto tale che ha dichiarato bancarotta.
E il prossimo futuro non lascia prevedere nulla di buono. I segnali che vengono dalle maggiori economie del pianeta sono tutt’altro che rassicuranti. In Germania la crescita rallenta a causa delle difficoltà del settore chimico e automobilistico. In Cina la crescita dell’ultimo trimestre del 2018 è stata la più bassa dal 1990. Si sta esaurendo negli Usa la spinta alla crescita dovuta al taglio delle tasse a favore delle grandi imprese voluta da Trump.
Possiamo affermare senza paura di essere smentiti che il peggio per l’Italia deve ancora venire. Il governo farà di tutto per evitare di assumere decisioni impopolari prima delle elezioni europee del 26 maggio, ma già sappiamo che poi il conto verrà presentato ai lavoratori.
Non sarà certo una innocua passeggiata sindacale in una mite mattinata di metà febbraio che li farà recedere dai loro intenti.
Oggi più che mai la posta in palio è una questione vitale: o noi o loro. O i lavoratori riusciranno a sconfiggere le pretese del capitale e a costruire, a partire dalle lotte, una alternativa socialista al dominio del capitale, o proseguiremo su un piano inclinato.
Non è più tempo di mezze misure, alla barbarie del profitto dobbiamo opporre l'alternativa concreta - l'unica realmente realistica - di una società basata sull’uguaglianza e sul rifiuto dello sfruttamento dell’uomo sui suoi simili.