Brasile: cosa aspettarsi dal nuovo governo Bolsonaro?
luned́ 14 gennaio 2019

Brasile: cosa aspettarsi

dal nuovo governo Bolsonaro? 

 

 

 

 

del PSTU

(sezione brasiliana della Lit-Quarta Internazionale)

Nel primo giorno dell’anno, il nuovo presidente del Brasile, Jair Bolsonaro (Psl), ha assunto ufficialmente l’incarico. Risultato di una profonda crisi sociale, economica e politica, e di una conseguente polarizzazione sociale, l’inizio del suo governo è circondato da una onda di ottimismo.

Sondaggi recenti mostrano che la maggior parte della popolazione ha ancora grandi aspettative per il futuro. Secondo Datafolha, il 65% spera in una migliore economia durante il prossimo periodo. L'inchiesta di XP Inversiones mostra ottimismo in relazione alla economia per il 55%. Ugualmente, l’indice di approvazione delle misure prese fin qui dalla squadra di transizione di Bolsonaro supera il numero di elettori che lo hanno votato.

E’ normale che, anche con le controversie, i passi falsi e le denunce di corruzione, che hanno segnato gli ultimi mesi, l’ottimismo prevalga di fronte a un cambio di governo federale. Soprattutto dopo quasi tre anni di recessione durante i quali il Pil è retrocesso dell’8% e ha lasciato un esercito di disoccupati, con l'esplosione dell'economia sommersa e una precarizzazione sempre maggiore del lavoro. Tutto questo è il risultato diretto della politica applicata da tutti i governi successivi alla dittatura militare, passando per Collor, Cardoso, i governi del Pt e di Temer, che governarono per i banchieri e i proprietari delle grandi imprese e che, nei momenti di crisi del sistema, una volta ancora scaricano le loro spese sulle nostre spalle.

 

Che succederà nel 2019?

L’ottimismo di oggi, così come successe con il governo di Dilma, dovrà trasformarsi in delusione in un lasso di tempo non troppo lungo. E’ così perché, purtroppo, la situazione dei lavoratori e della grande maggioranza della popolazione non potrà migliorare nel prossimo periodo.

Al contrario. La disoccupazione, come ha mostrato l’ultimo sondaggio dello Ibge del 28 dicembre, rimane intorno al 12% (disoccupazione ufficiale, il numero reale è molto maggiore di questo), oltre a un aumento record dell'economia sommersa.

Mentre si prevede che il Pil (la somma dell’insieme delle ricchezze prodotte dal Paese) del 2018 risulti infine un po’ più alto dell’1%, le previsioni più ottimistiche per l’anno che inizia si attestano intorno al 2,5%. Anche se ciò accadesse, il che sarebbe molto difficile, significherebbe più una stasi che un vera crescita. In merito alla disoccupazione si prevede una stasi di 10 anni prima che si possano raggiungere i livelli di occupazione precedenti alla crisi economica. Cioè, per la classe operaia e la grande maggioranza della popolazione, ciò che ci si attende per il prossimo anno è la continuità di una vera guerra sociale, con l’aumento della povertà e della miseria che abbiamo visto nel 2018.

 

Attacchi ai diritti

Di fronte a questa situazione il governo di Bolsonaro e il suo gruppo economico guidato dal “superministro”, l’economista Paulo Guedes, preparano un insieme di misure che, se si concretizzeranno, rappresentano un duro attacco ai diritti della nostra classe, il tutto con il fine di mantenere i profitti per gli impresari dell’agrobusiness e, soprattutto, delle banche nazionali e internazionali.

La prima misura, trattata come priorità assoluta dal governo e dal mercato, è una riforma delle pensioni, i cui termini saranno ufficialmente presentati in febbraio. Si mescola tra l’“utilizzo” e l'avvio della riforma presentata da Temer, che eleva l’età minima per la pensione, fino alla proposta originale di Guedes che consiste nel privatizzare a breve termine completamente la pensione attraverso un sistema di capitalizzazione, qualcosa che, in Cile, dove è stato promossa, ha causato una vera crisi sociale con la maggioranza dei pensionati che prendevano meno di un salario minimo.

Inoltre si discute di una flessibilizzazione ancora maggiore dei diritti di chi lavora, con l'adozione di un libretto di lavoro “verde e arancio” che, concretamente, implicherebbe la ufficializzazione del lavoro sommerso.

E per gli imprenditori ci saranno più condoni ed esenzioni fiscali. Questo, nella pratica, significa lo smantellamento del fragile sistema di protezione sociale che il Paese ancora conserva, risultato delle lotte degli anni Ottanta, con il conseguente aumento della povertà e della precarizzazione. Cioè: più miseria e sfruttamento a favore dei profitti dei padroni.

 

Consegna del Paese all’imperialismo

Altro aspetto del nuovo governo che inizia a operare è la totale disposizione a consegnare il Paese al capitale internazionale. La posizione del governo Bolsonaro a favore della vendita della statale Embraer alla Boeing, mettendo fine ad una delle uniche imprese del Paese che dispongono di una tecnologia di punta, è un esempio di ciò che avverrà. Paulo Guedes ha creato una commissione speciale solo per occuparsi delle privatizzazioni. Già ha difeso la privatizzazione di tutte le imprese statali del Paese per recuperare fondi e far pagare il debito pubblico ai banchieri. Dato che politicamente sarà difficile disfarsi di una Petrobras o di un Banco de Brasil, l’idea è di cominciare a vendere quanto più è possibile, ossia circa 100 imprese di Stato.

A differenza di coloro che difendono la privatizzazione in modo pretestuoso come forma per attrarre investimenti e migliorare l’efficienza, ciò che Guedes ha in mente è semplicemente consegnare queste imprese alle banche in cambio del pagamento di parte del debito pubblico. E’ ciò che, in minor proporzione, Cardoso ha fatto negli anni 1990. In poco tempo, gli interessi esorbitanti faranno si che il debito torni a quello che era prima delle privatizzazioni e il Brasile continuerà con il debito, e senza le imprese di Stato.

La politica economica di Bolsonaro e Guedes mira ad aumentare la sottomissione all’imperialismo e ad approfondire la dipendenza del Brasile. Una sorta di ricolonizzazione che farà si che il Paese scenda di un gradino nella divisione internazionale dei Paesi, deindustrializzando e rafforzando sempre più il ruolo di mero fornitore di commodities, quali carne e soia.

 

Attacchi agli indigeni e alle quilombolas

Il che ci porta ad uno dei punti più rivendicati da Bolsonaro nell’ultimo periodo: il suo impegno per mettere fine alle riserve indigene e alle quilombolas [occupazioni di terre da parte di neri, ndt]. Non è stato per altro motivo che, nella riforma ministeriale disegnata durante la transizione, la demarcazione di riserve indigene e delle quilombolas, prima sotto la responsabilità della Funai e della Incra, sia stata trasferita al Ministero dell’Agricoltura. Ciò crea una scandalosa situazione nella quale chi va a determinare la demarcazione delle terre indigene, le quilombolas, oltre che alle licenze ambientali, sarà il presidente della Udr (Unione Democratica Ruralista), Nabian Garcia, segretario di “affari agrari” al ministero.

Cioè sarà il dirigente dei latifondisti a dire quale è e quale non è una terra indigena e quilombola. Il che può essere o meno stabilito d’accordo con l’ambiente. L’intenzione non potrebbe essere più evidente: consegnare le terre dei popoli indigeni e delle quilombolas allo sfruttamento da parte delle grandi miniere e all’agrobusiness. Al costo dello sterminio dei popoli originari e delle quilombolas di quello stesso ambiente.

 

E la corruzione ?

Molte della aspettative esistenti intorno al governo Bolsonaro si devono a un supposto impegno per combattere la corruzione, soprattutto dopo la nomina del giudice Sergio Moro [ex giudice della "mani pulite" brasiliana, ndt] come “superministro” alla giustizia. Prima di assumere ufficialmente l’incarico, Moro già ha dimostrato che la sua disposizione a combattere la corruzione, oltre che selettiva, già non è più la stessa. La “cassa 2” (finanziamento illegale di campagne elettorali) assunta da Onyx Lorenzoni (per conto della impresa Jbs), crimine che Moro considerava “peggiore della corruzione”, è stata messa in discussione di fronte alla “richiesta di scuse” del politico del Dem. Lo scandalo che ha coinvolto l’autista del figlio di Bolsonaro, il senatore eletto Flavio Bolsonaro, ha dimostrato che non solo la famiglia Bolsonaro non differisce in niente dai politici corrotti tradizionali che infestano il congresso nazionale, ma anche che questi manterranno il controllo del governo e delle istituzioni coprendo i propri delitti. Si è vista la rapidità con la quale il pubblico ministero di Rio de Janeiro ha accettato la scusa che Queiroz era “gravemente malato” e per questo sfuggì a due testimonianze sul movimento di 1,2 milioni di reales sul suo conto. Condizione che non gli impedì di concedere una intervista imbarazzante alla Sbt.

 

Le sfide che ci pone il governo Bolsonaro

Siamo di fronte a un governo di estrema destra appoggiato e composto da un settore significativo delle Forze Armate. Oltre alla politica economica pro-imperialista e dichiaratamente contro i diritti, esiste la minaccia di arretramento nelle libertà democratiche, di organizzazione, espressione della lotta della classe operaia. Ciò che prima sembrava spavalderia, va assumendo contorni più concreti, come la disposizione a rendere più dura la legge "anti-terrorista" approvata da Dilma, al fine di includere i movimenti sociali e le mobilitazioni dell'opposizione tra i casi di “terrorismo”.

L’appoggio ricevuto da Bolsonaro alle elezioni e l'aspettativa nei confronti del nuovo governo, senza dubbio, non sono un assegno in bianco. Esprimono il ripudio nei confronti dei governi del Pt e Temer, del Psdb, Mdb, e di tutte le istituzioni corrotte, la stanchezza di fronte alla recessione e al degrado delle condizioni di vita e un desiderio di cambiamento.Bolsonaro, lungi dall’essere "anti-sistema", come la maggioranza crede e spera, è quanto di peggio possa esistere in questo sistema putrefatto. La sfida che si pone alla classe lavoratrice è quella di organizzarsi, dall’alto e dal basso, preparandosi alla lotta contro la riforma della pensione nei quartieri, sindacati, sezioni, ed esigendo dalle direzioni delle centrali la organizzazione di una lotta unificata, preparando le condizioni per uno sciopero generale, prendendo ad esempio ciò che rivendica la CSP-Conlutas.Gran parte della sinistra, purtroppo, fa due cose che sono le peggiori che si possano fare in questo momento. Primo, pone la sua lotta per la libertà di Lula come una priorità che deve essere assunta da tutti. Secondo, stigmatizza la maggior parte della popolazione come “fascista” o ignorante. Il Pt e altri settori hanno, evidentemente, pieno diritto di portare avanti la loro lotta in difesa di Lula, o qualsiasi altra. Però è un grave errore legare o condizionare questa alla lotta contro gli attacchi al sistema pensionistico e ai diritti, che è ciò che realmente può unificare la classe lavoratrice all’insieme della popolazione povera.E’ necessaria l’unità per affrontare questa riforma del sistema pensionistico che, come già ha provato la stessa Commissione del Senato nel 2017, non è responsabile del “deficit” nel bilancio. Il vero colpevole della crisi fiscale della Unione degli Stati è il debito pubblico, che devia gran parte dei fondi a favore di un pugno di banchieri internazionali. In questo senso, restringere ancora di più il sistema pensionistico attraverso una “riforma”, come già sostennero Haddad, Jacques Wagner, e come hanno fatto nella pratica i governi del Pt nei diversi Stati, deve essere rifiutato e denunciato.L’unica soluzione per risolvere la crisi passa per il non pagamento del debito.

E' necessario un dialogo con gli operai, i lavoratori e la popolazione, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole. E' necessario che si spieghi ciò che è in gioco e la minaccia che esiste. E' necessario organizzare una lotta unitaria, in difesa dei diritti e della occupazione, così come delle libertà di organizzazione e lotta contro questo governo e i padroni per i quali Bolsonaro realmente governa. E’ il momento di un fronte unico in difesa dei diritti e contro gli attacchi. La classe lavoratrice non è sconfitta ed è nella sua forza che dobbiamo porre le nostre speranze all’inizio di questo nuovo anno.

Per una alternativa rivoluzionariaE’ necessario anche costruire una organizzazione rivoluzionaria realmente disposta a rompere con il sistema, per realizzare una vera trasformazione sociale. Affinché il Brasile possa avere sovranità, finirla con la miseria, la fame, la disoccupazione e affinché la classe operaia, i lavoratori, i poveri e oppressi, la gioventù e anche i piccoli imprenditori e produttori possano avere una vita dignitosa.Un Paese dove non ci siano sfruttati e sfruttatori. Un Paese nel quale le masse, i lavoratori e la grandissima maggioranza del popolo possano governare attraverso consigli popolari a beneficio della maggioranza.Perché fino a oggi tutti i governi hanno governato per i capitalisti, le banche e le 100 maggiori imprese multinazionali e nazionali che controllano più del 70% dell'economia del Paese.In una fase di crisi capitalista mondiale, Bolsonaro farà lo stesso cosa della dittatura, Collor, Cardoso, Lula, Dilma e Temer: sottomettere sempre più il Brasile ai Paesi ricchi e alle loro imprese e banche, e continuare a far esplodere una guerra sociale contro di noi, le lavoratrici e i lavoratori, sottraendoci la pensione, la salute, l’educazione e altri servizi sociali, per pagare gli interessi ai banchieri e agli imprenditori multimilionari.

La loro prima sfida è attaccare la nostra classe e approvare la riforma del sistema pensionistico a beneficio dei banchieri. La nostra prima sfida è organizzare la lotta per impedire questo attacco.

 

[Traduzione dallo spagnolo di Marco Sbandi]