Ilva di Taranto: ennesimo accordo sulla pelle degli operai
mercoledý 10 ottobre 2018
Ilva di Taranto: ennesimo accordo
sulla pelle degli operai
 
 
 
 
 
 
 
di Alberto Madoglio
 
 
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I padroni sono soddisfatti di come il nuovo governo sta affrontando le sempre più drammatiche e gravi crisi aziendali. Da Alitalia ad Almaviva, dalla Bekaert alla ex Lucchini di Piombino, dalla Fca alla Ast di Terni fino al caso delle diplomate magistrali (che ovviamente non rientrano nella casistica delle crisi industriali, ma riguardano decine di migliaia di lavoratrici che da mesi si stanno mobilitando in difesa del loro posto di lavoro), lo schema è sempre lo stesso.
Il governo, di norma per bocca dei suoi rappresentati pentastellati che, non si sa per quale motivo, nell’immaginario collettivo rappresentano l’anima più attenta al sociale nella compagine ministeriale, afferma che non un posto di lavoro dovrà essere perso. Idem per il salario e i diritti dei lavoratori coinvolti nei processi di ristrutturazione.
Lo stesso canovaccio seguono, senza distinzioni di sorta, le varie burocrazie sindacali (alle quali negli ultimi tempi si è aggiunta la micro burocrazia di Usb, che è tale per le sue dimensioni non per il ruolo anti operaio che svolge sempre più, come vedremo in seguito per l’accordo relativo all’Ilva).
Poi quando dalle parole si deve passare ai fatti, quando la propaganda lascia il posto al realismo che impone la salvaguardia degli interessi del capitale, i risultati per i lavoratori sono sempre disastrosi. Il caso di scuola è quello relativo all’accordo sull’Ilva sottoscritto dai segretari della categoria dei metalmeccanici di Cgil, Cisl, Uil e, come ricordavamo sopra, Usb.
L’accordo del 6 settembre segna indubbiamente una pesante sconfitta per i lavoratori, non solo per quelli dell’Ilva ma per tutti i lavoratori in generale, e i dirigenti sindacali che lo hanno siglato palesano una volta di più la loro natura: agenti della borghesia all’interno della classe operaia. Questa definizione usata da Lenin ad alcuni sembrerà esagerata o desueta ma è il modo migliore per caratterizzare il ruolo che questi burocrati, in alcuni casi da quattro soldi, svolgono contro i lavoratori e al fianco dei padroni.
Sei anni di lotte, scioperi, mobilitazioni degli operai e dei cittadini di Taranto, che fino all’ultimo hanno avuto il sostegno (a parole) degli apparati sindacali, sono stati traditi con un tratto di penna.
Non entriamo nel dettaglio dell’accordo perché pensiamo che sia noto ormai ai più. Ricordiamo solo i punti salienti. Non è vero che non si perdono posti di lavoro: 3000 operai non saranno assunti dalla nuova proprietà. Le promesse di assunzione per chi nel 2023 non avrà accettato pochi spiccioli di buona uscita sono scritte sulla sabbia, e i casi di Alitalia e Termini Imerese sono lì a provarlo.
Non è prevista la cessione di azienda senza soluzione di continuità: i lavoratori quindi saranno licenziati e poi riassunti. Questo, che potrebbe apparire come una mera questione formale, ha invece importanti ricadute. Rende nei fatti astratto il mantenimento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che viene invece sbandierato come un punto saliente da governo e burocrati. Arcelor non riconosce il preavviso per il licenziamento e obbliga a firmare un impegno a non essere considerata responsabile in solido dei crediti che un lavoratore avesse maturato con la vecchia gestione. A carico della quale inizierà una procedura concorsuale che renderà, nei fatti, impossibile rientrare in possesso di tali crediti. I lavoratori che non dovessero accettare una proposta di assunzione presso una delle varie società che acquisirà l’Ilva, non ne riceveranno altre. Rimarrà dipendente della società in liquidazione (ex Ilva) e alla fine del periodo previsto dall’accordo (2023), non riceverà altre proposte di assunzione da parte dei nuovi proprietari. Chi non si piega oggi è fuori per sempre.
Mittal si riserva il diritto di indicare a ogni assunto a quale unità produttiva sarà destinato: un operaio di Taranto potrà andare a Genova e viceversa.
Nessuna garanzia o tutela, neanche minima, è prevista per i lavoratori dell’indotto, e sul versante ambientale si ha la certezza che la nuova fabbrica continuerà a inquinare e a provocare morti fra operai e abitanti dei quartieri popolari vicini all’impianto.
Di fronte a questo accordo nefasto la prima cosa che viene da chiedersi è come mail il 90% dei lavoratori si sia espresso a favore. Prima di tutto bisogna rilevare che se si calcola chi non ha votato, gli astenuti, i contrari, la percentuale che non l’ha approvato esplicitamente è pari a quasi il 40%. Si tratta, è vero, di una sorta di rifiuto passivo, ma dimostra come l’accordo sia ben lontano dal rappresentare una soluzione positiva per i lavoratori.
 
Il ruolo della sinistra radicale
Va inoltre segnalato che i lavoratori dell’Ilva sono stati abbandonati dalla stragrande maggioranza delle forze sindacali e politiche.
La stessa Usb, che avrebbe avuto la possibilità di rappresentare e organizzare un’alternativa ai tradimenti dei sindacali confederali, ha capitolato davanti ai ricatti di padroni e governo, per poter essere riconosciuta come interlocutore affidabile. Il ruolo dei micro apparati sindacali in alcuni casi non è meno nefasto di quelli più corposi.(1) Se come per la vertenza Alitalia all’Ilva ci fosse stata una organizzazione in grado di svolgere il ruolo che svolto dalla Cub Trasporti, cioè organizzare scioperi, lotte, una dura e conseguente resistenza operaia, le cose sarebbero andate senz’altro in maniera differente.
Come dicevamo i lavoratori sono stati abbandonati non solo dagli apparati sindacali ma anche dalle forze politiche della cosiddetta sinistra alternativa. Potere al Popolo in un comunicato del 10 settembre si sofferma sulla perdita di una parte importante dell’economia italiana, lasciando intendere che i padroni italiani siano meglio di quelli indiani (il cancro del sovranismo si fa sempre più largo anche tra le organizzazioni di sinistra), per arrivare alla conclusione che sì la nazionalizzazione sarebbe stata la soluzione migliore, ma l’accordo sindacale è quello che oggi si poteva realisticamente ottenere. Insomma una versione 2.0 del riformismo (in questo caso senza riforma): socialismo per un futuro indefinito, per il momento arrangiamoci. Cosa PaP abbia fatto perché l’ipotesi da loro sostenuta si realizzasse, non è dato saperlo.
Sorprendente la presa di posizione di Sinistra anticapitalista, espressa anche in questo caso il 10 settembre prima del referendum tra i lavoratori. Come Pap lamenta l’assenza di imprenditori nostrani illuminati. Parlano in modo confuso di nazionalizzazione per arrivare a scrivere: «Il nostro non è un rifiuto né un’accettazione dell’accordo, compito quest’ultimo che spetterà ai/alle lavoratori/trici ma rimaniamo fortemente critici su come questo accordo ha chiuso il primo tempo di una vicenda complicata ma non impossibile da affrontare» e invitano i lavoratori «a controllare quello che accadrà nei prossimi giorni/mesi perché sarà un periodo molto duro». Da non credere. Nessun appello o indicazione di voto al referendum, nessuna indicazione su come proseguire la lotta. Consigli che avrebbe potuto dare qualsiasi avvocato alle prime armi. È evidente il fatto che avendo alcuni esponenti di quella organizzazione un ruolo di primo piano in Usb, prevalgano piccoli equilibri di potere al loro interno, rispetto a quelle che sono le necessità dei lavoratori.  Veramente una triste fine per quella organizzazione che fino a pochi anni fa si rifaceva, seppur in maniera incoerente, al patrimonio politico della Quarta Internazionale. Almeno chiarezza è stata fatta.
Tuttavia la vittoria ottenuta in questo caso dai padroni rischia di essere meno definitiva di quanto loro credano. I segnali di rallentamento dell’economia mondiale che da mesi si stanno registrando con regolarità, il calo della produzione industriale nel Paese per la prima volta dal 2016 (con il crollo vero e proprio per quanto riguarda il settore automobilistico), la fine degli ammortizzatori sociali (un modo per mascherare i licenziamenti) ci dicono che i nodi strutturali dell’economia italiana verranno al pettine tutti in un colpo solo.
Le crisi che ad oggi sono state in qualche modo tenute sotto controllo, rischiano di esplodere simultaneamente. Anche la partita dell’Ilva ritornerà inevitabilmente al centro della lotta di classe nel Paese.
Per questi motivi è assolutamente necessario costruire una piattaforma rivendicativa generale per i lavoratori, per far sì che le mille lotte oggi divise tra loro possano finalmente unificarsi in nome di una lotta senza quartiere al capitalismo e alle sue politiche di miseria, austerità, licenziamenti e distruzione di diritti e della dignità dei lavoratori.

Note
1) Mentre siglavano l’accordo, Usb pubblicava sul suo sito un appello per la nazionalizzazione di varie imprese in crisi, tra le quali l’Ilva. I burocrati dimostrano di non avere il benché minimo senso del pudore.