Siria I colori splendenti non saranno mai oscurati! Intervista a Veronica Bellintani
venerd́ 05 ottobre 2018

Siria

I colori splendenti non saranno mai oscurati!

Intervista a Veronica Bellintani

 

 


 
 

 

 

di Stefano Bonomi

 

 

siria_i_colori

 

 (Kafranbel, 7 settembre 2018  shining colors, never was black and will be never be)

 

Parafrasando nel titolo uno dei motti dello scorso settembre del consiglio di Kafranbel in Siria, con molto piacere presentiamo l’intervista a Veronica Bellintani, attivista anti Assad e molto altro. Veronica, raccontaci un po’ di te.

Sono una studentessa di transitional justice. Mi occupo di giustizia post conflitto/dittatura con l'obiettivo di ottenere giustizia, verità e altre forme di supporto per le vittime di guerra o di una dittatura. Sono perfettamente in linea con la causa siriana ed è proprio questo il motivo per cui ho scelto di intraprendere il mio attuale percorso, così da poter essere di aiuto alla popolazione siriana. Sono entrata in contatto con la rivoluzione nel 2011 proprio all'inizio delle proteste, quando i giornali italiani avevano iniziato ad accorgersi che anche in Siria era cominciata la «primavera araba». Con il passare del tempo l'attenzione mediatica si è spostata però verso zone di maggiore interesse strategico per l'Italia come, per esempio, la Libia e da allora ho deciso di informarmi a modo mio attraverso Twitter. Da lì è iniziato tutto un percorso, lungo ormai sette anni, in cui ho lavorato con varie organizzazioni per i rifugiati, mi sono occupata di progetti di informazione e ho pure conosciuto mio marito, un siriano, attivista rivoluzionario. Interessarmi alla causa siriana è stata anche una conseguenza logica. Per anni ero interessata alla causa palestinese. Sono cresciuta con i racconti dei miei nonni partigiani che, con la loro lotta contro il fascismo e la breve ma importante esperienza della Repubblica libera di Domodossola, mi hanno insegnato che l'autodeterminazione dei popoli è un diritto unico e inviolabile. Dopo anni passati a supportare la causa palestinese e anti-sionista ho visto la stessa lotta e dignità nella rivoluzione siriana e per questo ho iniziato da prima semplicemente ad informarmi e poi a innamorarmi perdutamente della rivoluzione siriana e dei suoi valori.

Tuo marito è un attivista rivoluzionario. Puoi raccontarci le mobilitazioni di piazza?

Mio marito fa parte di una piccola minoranza della classe medio-alta sunnita che non ha voltato le spalle alla popolazione siriana per mantenere il proprio status sociale e il business corrotto con gli Assad. Lui, come un'altra piccola minoranza, ha iniziato semplicemente partecipando alle proteste. I primi tempi a Damasco si svolgevano in modo molto meno organizzato che a Daraa o Homs dove era più semplice manifestare senza subire l’immediata repressione di Assad.

Ha partecipato a vari sit-in estemporanei che duravano qualche minuto nel centro della città per dileguarsi subito dopo l'arrivo degli shabiha [squadre in borghese del regime, ndr]. In seguito, con una maggiore organizzazione rivoluzionaria, si è unito alle varie proteste nella Ghouta dove era più «semplice» mobilitarsi. E’ stato anche arrestato per qualche giorno: il regime arrestava in modo indiscriminato qualsiasi giovane fuori dalle università come monito a non partecipare alle proteste nel Paese (1).

Cosa spingeva allora e spinge ancora oggi la popolazione a scendere per le strade?

All'inizio la popolazione chiedeva principalmente riforme, un cambiamento dello status quo. Vivere in una dittatura famigliare come quella degli Assad significa che se non hai i contatti e le conoscenze giuste, se non hai abbastanza soldi per corrompere i vari settori del governo, se non fai parte del Bath [il partito di Assad, ndr], non sei in grado di mantenere la tua famiglia in un modo dignitoso. Per questo la parola dignità, o meglio la richiesta di non essere umiliati, è stata il primo inno della rivoluzione siriana, a cui poi si sono aggiunte democrazia e libertà. La dura repressione del governo e la consapevolezza di quanto brutale il governo sia nei confronti della popolazione dai tempi di Hafez hanno spinto la popolazione a chiedere la caduta dell’attuale sanguinario rampollo della dinastia Assad. Nessun tipo di libertà o dignità può essere ottenuto sotto un governo della famiglia Assad, che governa il Paese come se fosse una sua proprietà in cui il popolo, se non sottomesso, può essere schiacciato come insetti.

Nelle tue parole ricorrono spesso repressione, violenza e arresti. Tuo marito è stato nelle carceri di Assad?

Si, mio marito è stato nelle carceri siriane varie volte. La repressione del regime sulla popolazione siriana e il conseguente bisogno di libertà hanno origine prima del 2011. E’ nella tradizione della famiglia Assad, infatti, annientare qualsiasi elemento che non rispetta l'ideologia del bath.

Per fare un esempio, prima del 2011 mio marito è stato arrestato due volte per una cosa molto banale ma tanto sconcertante per un dittatore che viene considerato laico e democratico: partecipare a concerti metal che, secondo l'ideologia bath, sono considerati movimenti satanici.

Con l’inizio della rivoluzione, a causa della sua partecipazione alle manifestazioni è stato arrestato altre due volte. Nel 2011 è stato arrestato per pochi giorni con altri ragazzi arrestati a caso all'uscita dall'università. Nel marzo 2012, a causa della sua collaborazione con alcune aree liberate e il suo coinvolgimento nei localcouncils, è stato arrestato, detenuto e torturato per nove mesi.

Mio marito è stato torturato gravemente in quei nove mesi, tra pestaggi scariche elettriche e violenze sessuali. Per quanto siano passati ormai sei anni dalla detenzione, i traumi psicologici derivanti dalla tortura, sia fisica che psicologica, rimangono ancora forti e li affrontiamo giornalmente. Ciò nonostante, per quanto sia facile pensare che l’essere torturato possa trasformare una persona in una persona diversa, più docile, per mio marito non è stato così. Dopo la tortura si è ancora di più focalizzato sulla possibilità di costruire qualcosa in risposta a morte e distruzione che il regime causava nel Paese. Si è così spostato in varie zone del Paese offrendo aiuto alle altre aree liberate e contribuendo a creare spazi democratici contro chiunque provasse a ridurre il popolo siriano alla sottomissione fosse Assad, l’Isis o Al Qaeda.

Quando è stato poi costretto a lasciare la Siria, ha continuato a portare avanti il suo lavoro dalla vicina Turchia senza farsi trascinare dalla sete di vendetta sommaria e senza mai abbandonare i suoi principi di dignità, democrazia e uguaglianza. Soprattutto non ha mai smesso di vedere come suoi fratelli tutti i siriani; quando per molti è stato facile prendere come facile bersaglio le minoranze o la popolazione pro regime, lui non ha mai perso la sua umanità.

Com’è la situazione nei territori dopo l’intervento militare russo, iraniano e libanese a fianco di Assad?

La situazione è presto spiegata: oltre che a sottostare al regime, le varie milizie iraniane e libanesi ottengono sempre più potere nelle varie città siriane nuovamente sotto il controllo lealista. Questa situazione non viene vista di buon occhio della popolazione siriana, persino da quella popolazione finora pro Assad. È cosa molto comune sentire i siriani parlare di Siria russa, Siria libanese, Siria turca e Siria iraniana come se ormai nessun siriano avesse alcuna voce in capitolo. L'intervento di questi Paesi fa poi in modo che la Siria rimanga sotto occupazione e influenza straniera per molti anni, con tutte le conseguenze autoritarie che ne derivano.

Puoi raccontarci della rivoluzione oggi? Come è la situazione ad Idlib?

Idlib oggi può essere descritta facilmente come l'ultimo baluardo della rivoluzione nei confronti del regime. In questa zona si sono rifugiate la maggior parte delle persone sfollate da altre aree riconquistate dal regime e si adoperano negli ultimi tentativi di mantenere uno spazio democratico sotto le bombe e la repressione islamista.

I quasi tre milioni di abitanti attuali, in un posto dove normalmente ci starebbero 250.000 persone, continuano a dare prova di grande resistenza e di voler continuare la lotta contro la tirannia Assad.

Non sarà certo una sconfitta momentanea, qualche accordo internazionale, tra Russia e Turchia in particolare, o qualche evento ben più tragico e che potrebbe dare inizio ad una nuova diaspora, a fiaccare il grande anelito di democrazia e libertà incominciato sette anni orsono e che dovrebbe diventare esempio universale di lotta contro ogni tipo di oppressione ma che in realtà pochissime organizzazioni sostengono se non, addirittura, in particolare all’interno della sinistra internazionale, apertamente osteggiano.

Proprio a questo proposito ringrazio Alternativa Comunista per lo spazio concesso e vi invito a vedere questo video:

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=682550495452353&id=100010922253536

Cara Veronica siamo noi che caldamente ringraziamo te e ci uniamo alla richiesta della scarcerazione di tutti i prigionieri politici incarcerati e torturati nelle prigioni di Assad.

LA RIVOLUZIONE NON MORIRA’MAI!

 

 

(1) L’esercito spara su una manifestazione  pacifica.

https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fyoutu.be%2FLaNCTM-uJeI&h=AT2flPMbv3QXcbHR2ghgDGZwmzbZdJPgIKu_zo6BeFraSqIlG0BGE959tKx8IdMSaDefgvPicoMeQQq_cQ0F8qVGtJshklQbtp4ptdLjYxJv8N8zPDGBm1w52yYY4ihBVouK_Q