La 194 compie 40 anni
venerd́ 25 maggio 2018

La 194 compie 40 anni

 


 

di Laura Sguazzabia

 

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Quarant’anni fa una lunga battaglia condotta dal movimento di lotta delle donne e appoggiata da una grossa parte del movimento operaio, porta all’approvazione della legge 194/78 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza), considerata ancora oggi dai legislatori borghesi una delle leggi sul tema più avanzate a livello europeo. Il 22 maggio 1978 in Italia non solo diventa legale l’aborto, ma si compie un considerevole passo avanti nell’autodeterminazione sessuale femminile attraverso la creazione dei consultori pubblici e l’istituzione di servizi per la promozione della procreazione responsabile, dell'educazione sessuale e della prevenzione dell'aborto. 

Nonostante questa importante vittoria, il diritto delle donne ad autodeterminarsi sessualmente è stato fin da subito duramente attaccato: ancora oggi, anche se trasversalmente nessuno sostiene di voler cambiare o abolire la 194, è palese il tentativo di renderla inefficace soprattutto dal punto di vista della sua applicazione.

 

Gli ostacoli all’applicazione della 194

Già qualche giorno dopo l’approvazione della legge, alcuni avevano paventato il rischio che un numero elevato di adesioni all’obiezione di coscienza, ossia il diritto per il personale medico e sanitario di non praticare interruzioni di gravidanza sulla base di convinzioni ideologiche o religiose (art. 9), si sarebbe potuto trasformare in un “vero e proprio boicottaggio della legge”, intravedendone le ragioni nella assoluta mancanza di conseguenze per l’obiettore. La previsione purtroppo si è rivelata corretta. Oggi, in diverse aree del Paese, dove l'obiezione di coscienza dei medici raggiunge punte del 100%, è impossibile applicare la 194. L’aspetto più allarmante è che oltre a stratificarsi nella gerarchia ospedaliera con un raggio di copertura che va dal vertice di medici e anestesisti, passando per il personale infermieristico, fino alla base del personale ausiliario, l’obiezione di coscienza si sta estendo anche come campo di applicazione: la scelta non coinvolge più soltanto la pratica dell’Ivg, ma persino la prescrizione di farmaci contraccettivi o di tecniche abortive alternative.

Questa situazione contribuisce ad alimentare il mercato degli aborti illegali. Molte donne scelgono di andare all’estero o di rivolgersi ai cosiddetti “cucchiai d’oro”, ginecologi che privatamente effettuano Ivg: secondo gli ultimi dati disponibili dell’Istituto superiore della Sanità sono stati circa 15.000 gli aborti clandestini. Ma questa cifra potrebbe essere sottostimata perché non tiene conto degli aborti delle donne immigrate che non si avvicinano alla sanità pubblica, soprattutto se clandestine. Le donne che abortiscono clandestinamente assumono farmaci impropri, comprati sottobanco o via internet, dalle conseguenze a volte mortali, o si affidano alle cure di neo-“mammane”, pericolose tanto quanto i farmaci impropri.

L’attacco all’autodeterminazione delle donne avviene nel vuoto totale sul versante dei servizi, un vuoto ottenuto attraverso il depotenziamento progressivo dei consultori pubblici, fino a proposte di riforma di questi tese ad eliminare la funzione per cui sono nati, e l’ingerenza per legge delle associazioni antiabortiste nelle strutture sanitarie pubbliche (auspicata trasversalmente da settori cattolici del centrodestra e del centrosinistra).

 

La criminalizzazione dell'aborto è un'altra forma di violenza contro la donna

La società capitalista condanna e criminalizza le donne che praticano l'aborto, sottoponendole all’ennesima forma di violenza. Questa stessa società che le condanna, ha svilito la sessualità femminile in ambito pubblico e privato, ha prostituito la donna e la utilizza come oggetto sessuale e, allo stesso tempo, la censura quando esercita liberamente la sua sessualità. Alle donne si chiede di essere sottomesse mediante false ideologie della classe dominante e dei settori più conservatori della società; in maniera cosciente si nega loro la conoscenza ed il controllo del proprio corpo, della sessualità e della riproduzione, non solo per mantenere il maschilismo come meccanismo di oppressione, ma anche per perpetuare lo sfruttamento della mano d'opera femminile che è più economica di quella maschile. Le donne della classe lavoratrice e dei settori più poveri della società sono condannate ad avere gravidanze indesiderate e non possono garantire le minime condizioni materiali ed emotive per un giusto sviluppo armonico di questi figli.

Il Partito di Alternativa Comunista, pur riconoscendo la necessità di estendere e garantire il diritto di aborto al di là dei limiti della 194, si batte per garantirne l’applicazione in tutti gli ospedali attraverso l'abolizione dell'obiezione di coscienza e l'introduzione delle migliori tecniche per la salvaguardia della salute delle donne, per l'esclusione del Movimento per la vita e delle altre associazioni antiabortiste dai consultori e dai reparti di ginecologia, per il potenziamento dei servizi pubblici a supporto delle donne, abolendo ogni finanziamento ai servizi privati e del privato sociale, per il controllo delle lavoratrici, delle giovani e delle immigrate sull'erogazione e la gestione di tali servizi.